Krautrock Files (6): Ash Ra Tempel

Durava davvero poco l’avventura di “Magic Fuzz” (“Music and Artifacts before 73” recitava un sottotitolo in copertina, “Eccentricità musicali visive letterarie” un altro all’interno): un numero zero e poi altri due. Per quello che nessuno di noi (incluso probabilmente John Vignola, che “Magic Fuzz” se l’era inventata) sapeva ancora essere l’ultimo fascicolo scrivevo questo articolo che oggi recupero.

Ash Ra Tempel

Ve ne siete accorti? È in corso un krautrock revival. Tali e tanti ne sono i sintomi che anche per i più distratti sta diventando difficile ignorarlo. È uscito un bel libro di Julian Cope sull’argomento. Non vi è intervista nella quale qualcuno dei protagonisti di quella composita scena, sempre più spesso definita post-rock, che va dai Tortoise ai Labradford, passando per gli Stereolab, alla fatidica domanda sulle influenze non snoccioli mezza dozzina o su di lì di nomi teutonici che da troppo tempo erano patrimonio solo degli archeologi del vinile. Stessa cosa accade quando a venire intervistati sono esponenti dell’odierna musica elettronica. Qualunque musica elettronica, dalla ambient alla techno. I gruppi più gettonati? In ordine sparso, Can e Kraftwerk, Tangerine Dream e Neu!, Faust e Amon Düül II e Cluster. E Ash Ra Tempel, naturalmente.

Che furono una band originalissima i cui lavori, a oltre vent’anni dall’uscita, suonano ancora sconcertantemente moderni. Di quanti altri primi attori del rock a cavallo fra la seconda metà dei ’60 e la prima dei ’70, terreno di indagine privilegiato di questa rivista, si può dire la stessa cosa? Velvet Underground, quasi tutti i tedeschi succitati, pochi altri. Siccome penso – spero – che “Magic Fuzz” nel rock “prima del 1973” desideri innanzitutto cercare i prodromi dell’oggi, senza abbandonarsi a fregole nostalgiche né men che mai diventare terreno di caccia di quei tristanzuoli che misurano la validità di un disco in termini di rarità, ho pensato bene di buttar giù qualche cartella sul gruppo che fu di Manuel Göttsching. Negli ultimi anni i suoi primi cinque LP (quelli giusti, quelli veri) (ah, il gusto della citazione colta!) sono tornati (relativamente) reperibili, grazie alle provvidenziali ristampe in CD della francese Spalax. Trovarle non è facilissimo, cercarle un obbligo.

Il protagonista principale della vicenda Ash Ra Tempel, nonché l’unico a traversarla dal principio alla fine, fu giustappunto il testé nominato Manuel Göttsching, chitarrista di solida tecnica che una straordinaria inventiva ha quasi sempre salvato dalle tentazioni narcisistiche del virtuosismo fine a se stesso. Costui sul finire degli anni ’60 suonava nella Steeple Chase Bluesband, gruppo di Berlino dedito a una riscrittura lisergica della musica del diavolo che fu seminario anche per altri due futuri adepti del Tempio di Ash Ra: il bassista Hartmut Henke, che resterà in squadra fino a “Join Inn” compreso, e il batterista Wolfgang Muller, che rimarrà giusto il tempo necessario a scolpire la pietra miliare “Schwingungen”. Siccome la pur intrigante rilettura del blues – alla Jerry Garcia, tramandano le cronache; ignoro se esistano testimonianze su vinile o altro supporto – della Steeple Chase Bluesband non soddisfaceva i suoi empiti visionari, il Nostro pensò bene di andare a fare la sua cosa altrove. Con Henke al basso e Klaus Schulze, transfuga dai Tangerine Dream del grandioso “Electronic Meditation”, assiso dietro piatti e tamburi nacquero così gli Ash Ra Tempel. La loro vicenda si consumerà nel breve arco di tre anni generosi di album – ben cinque, tutti licenziati dalla Ohr di Rolf Urlich Kaiser – e intuizioni fulminanti.

L’omonimo “Ash Ra Tempel”, pubblicato nel 1971, fu biglietto da visita sensazionale come pochi nella storia del rock. L’immagine egizia che campeggia sul davanti della lussuosa confezione sembra promettere il disvelarsi di occulte verità a chi, aperta la copertina che si spalanca a mo’ di finestra, sappia addentrarsi nelle stanze cui quelle porte della percezione danno accesso. La musica che si leva dai solchi a un quarto di secolo dalla sua incisione stupisce ancora. Suona moderna perché senza tempo, al punto che potrebbe arrivare dal futuro. Come sempre accade con l’arte che è particolarmente innovativa, non viene però dal nulla. Anzi! Le sue radici affondano nella Detroit degli anni ’60, quella degli MC5 e degli Stooges ma anche, forse soprattutto, quella del jazz extraterrestre di Sun Ra, e nella Londra della prima ubriacatura lisergica. Nella psichedelia californiana. Naturalmente, visti i precedenti di Göttsching ed Henke, nel blues. Come giustamente annota il Magico Julian, il Manuel degli stilemi del blues ha la fluida, perfetta padronanza di un Eric Clapton ma al contrario del Manolenta non cade mai nell’ingessata accademia: sporca le dodici battute con angolari assalti di gusto squisitamente loureediano e puro rumore bianco che anticipa di otto anni buoni il Keith Levene del piliano “Metal Box”. Detto in altri termini: un Genio.

La prima facciata è occupata dai 19’40” di Amboss, che parte con un incastro di cimbali e basso, diviene tellurica quando la batteria di Schulze irrompe in scena con fare predatorio e magmatica quando la chitarra di Göttsching comincia a srotolare stordenti spirali di feedback. Prendete We Will Fall degli Stooges, immaginatela dieci volte più alienata e alienante e avrete una vaga idea di Amboss. I 25’40” della Macchina dei Sogni, la Traummaschine, che monopolizza il secondo lato offrono un adeguato chill out dopo una sì stremante esperienza: il Klaus lavora di congas, il Manuel di fino sulla sei corde, una misteriosa voce femminile ci fa sognare eden islamici.

L’anno dopo i Nostri danno alle stampe “Schwingungen”. Si potrebbe pensare che avendo già consegnato agli archivi un debutto epocale la loro parabola creativa sarà d’ora in avanti in discesa, tanto più che hanno perso per strada Schulze, impegnato anima e corpo in quel delirante progetto elettronico/sinfonico intitolato “Irrlicht”. E invece no. È   proprio questo secondo LP il capolavoro degli Ash Ra Temple: un disco “da isola deserta”, datemi retta. Göttsching ed Henke sono se possibile ancora più ispirati nei loro interscambi rispetto all’album precedente, Muller riesce nel miracolo di non fare rimpiangere Schulze e un manipolo di ospiti arricchisce di colori la tavolozza Ash Ra. Su uno di questi esterni vorrei spendere due parole: si fa chiamare, per un fantastico scherzo del caso, John L. e non si sapesse che è impossibile sia lui si scommetterebbe qualunque cifra che è John Lydon (che al tempo credo frequentasse la media superiore) sotto (appena) mentite spoglie. La sua voce graffia malevola come quella del futuro cantante di Sex Pistols e Public Image Ltd., è torbida e sarcastica, disperata e colma di poesia. Nell’iniziale Look At Your Sun, un blues lentissimo e dilatato, sgrana la frase “we are all one” a mo’ di mantra sull’urlante fuzz innestato da Göttsching. Ma è in Flowers Must Die, che completa la prima facciata, che la sua allucinata performance tocca vertici inenarrabili.

La vedo quando ritorno/dal mio diurno sogno lisergico/ svettare/una foresta di vetro e neon/con un nome infelice: Città/I fiori devono morire…/Vorrei essere una pietra. Inanimata, inconsapevole/Non un essere a sangue caldo nella città.

Manuel Gottsching

La musica sotto è un presagio di apocalisse. O forse l’apocalisse c’è già stata e questo è il tutt’altro che celestiale giorno dopo. Frullate insieme Sun Ra, i Velvet più decadenti, i Doors di The End, i P.I.L. dei primi tre album e questo otterrete: Flowers Must Die, dodici minuti e mezzo indimenticabili. Sulla seconda facciata si dispiega Suche & Liebe, rarefatta, distesa, echeggiante in più di un momento i Pink Floyd di Set The Controls For The Heart Of The Sun. La quiete dopo la tempesta. Il nirvana.

Insuperabile “Schwingungen”, i tre-LP-tre messi in pista dagli Ash Ra Tempel l’anno dopo basterebbero comunque a farne un capitolo importante del romanzo del rock dei ’70. In ordine di incisione (non di pubblicazione, il secondo precedette il primo nei negozi) sono “Seven Up”, “Join Inn” e “Starring Rosi”.

“Seven Up” è uno dei dischi più chiacchierati e mitizzati di sempre, vuoi per la particolare formazione “aperta” del gruppo, vuoi per le ancora più particolari circostanze nelle quali fu inciso, vuoi più che altro per la presenza nelle insolite vesti di cantante di Timothy Leary, Guru Psichedelico Sommo, in fuga dalla (in)giustizia americana, intorno al quale, nel suo rifugio elvetico, si era radunata una bella corte dei miracoli. Al travaglio che lo fece venire alla luce Cope dedica adeguato spazio nel suo Krautrocksampler e a quelle pagine vi rimando (tanto dovete comprarvelo, sapete?). Qui mi limito a rilevare che “Seven Up” è un album bello ma un po’ sopravvalutato, un pelino troppo mitizzato. Delle due lunghe suite nelle quali si articola, Space è la più convincente: un bluesaccio cosmico che a un certo punto del suo svolgersi precipita in un buco nero dal quale emerge trasfigurato in un garage-rockabilly quasi alla Cramps (ascoltare per credere), salvo poi, dopo altre peripezie, tornare esattamente laddove era partito. Time è una Suche & Liebe di costituzione più robusta, nella quale il brano pinkfloydiano di riferimento è però A Saucerful Of Secrets.

“Join Inn” vide il provvisorio rientro in squadra di Klaus Schulze, è l’ultimo LP del Tempio con Hartmut Henke a officiare e il primo in cui si ode la voce ieratica di Rosi Muller. Freak’n’Roll (19’15”) è un Frankenstein rock che solo dei matti tedeschi potevano concepire: Stooges e Quicksilver insieme! In-cre-di-bi-le. Quanto a Jenseits (24’18”), disegna sognanti fondali quasi tangeriniani.

Se “Seven Up” è di norma incensato al di là dei suoi meriti, “Starring Rosi” è poco considerato (anche dal Julian). È invece un bel disco, non originale come i suoi predecessori, non imprescindibile come i primi due LP, però godibilissimo. Si decolla con Laughter Loving, un giocoso strumentale dominato da una chitarra di stampo prettamente californiano, e si atterra con Bring Me Up, ponte fra il blues e – udite udite – la house. Addirittura. In mezzo altri cinque brani, decisamente più concisi del solito, fra i quali mi piace ricordare Cosmic Tango, che mantiene le promesse fatte dal titolo.

Mutato il nome del gruppo in Ashra, Göttsching lo piloterà verso gli anni ’80 con una serie di 33 giri innocui e trascurabili. Per niente trascurabile è però quel “Inventions For Electric Guitar” che nel 1975 il Nostro pubblicò a nome suo e di fantomatici Ash Ra Tempel 6: una cavalcata chitarrista nella quale più d’uno ha individuato l’atto di nascita della techno.

Figlio del blues, di Sun Ra e dei primi Pink Floyd, papà dei P.I.L. e della techno: è stato tutto ciò Manuel Göttsching. Giudicate voi se ciò basta o no a farne uno dei capisaldi della storia della nostra musica. Non solo “before 1973”.

Pubblicato per la prima volta su “Magic Fuzz”, n.2, estate 1996.

6 commenti

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6 risposte a “Krautrock Files (6): Ash Ra Tempel

  1. posilliposonica

    Germania pallida madre.
    Hippie fottuti…ubriachi di acidi,blues e California.Titolari della
    cattedra di psichedelia comparata all’università della Foresta
    Nera.I primi due album, ai limiti dell’imprescindibilita’.

  2. posilliposonica

    Germania pallida madre.
    “Eravamo dalle parti di Barstow al limite del deserto quando
    le droghe cominciarono a fare effetto. Ricordo che dissi
    qualcosa come:”Mi sento la testa un tantino leggera;Magari
    potresti guidare tu…” E immediatamente dopo ci fu un
    terrificante ruggito tutt’ intorno a noi e il cielo si riempì di
    enormi pipistrelli strillanti in picchiata sulla nostra macchina.”

    (“Paura e Disgusto a Las Vegas” di Hunter S. Thompson)

  3. Francesco

    uno dei miei figli si chiama Manuel…..

  4. Gian Luigi Bona

    Eddy, perchè su Amazon ho trovato Schwingungen e Schwingung ? Sono due dischi diversi o èun errore ?

  5. Gian Luigi Bona

    Ho comperato Schingungen, che capolavoro
    Incredibile !!!
    Come ho fatto a vivere senza ?

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