Un ricordo di Bobby “Blue” Bland (1930-2013)

Sarà che i suoi glory days erano da lungi trascorsi, sarà che quando te ne vai a un’età discretamente veneranda il cordoglio è giocoforza minore: fatto è che in pochissimi hanno dedicato qualche riga, due mesi fa a oggi, alla scomparsa di una delle più grandi voci della storia del soul. Ne spendo qualcuna io adesso, recuperando un articolo che scrissi non più tardi di un paio di anni fa. Una delle tante occasioni in cui mi sono ritrovato a tessere le lodi di un artista immenso.

Bobby Bland

Lo scorso 27 gennaio Robert Calvin Bland ha festeggiato gli ottantun’anni e chissà se li ha celebrati in grande stile, come fece per gli ottanta, fieramente esibiti in pubblico con un concerto al Sam’s Town Casino and Hotel di Tunica, a trenta minuti di auto dalla “sua” Memphis. Probabile che in quell’occasione la percentuale di spettatrici in platea fosse ancora maggioritaria, meno – visto che pure loro mediamente avranno una certa età – che sul palco siano volati fiori e mutandine come era usuale nell’era più ruggente del nostro ancora non spellacchiato leone. Comunque non è da escludere che sotto il palcoscenico si accalcassero anche persone assai più giovani, visto che Bobby Bland ultimamente ha beneficiato di un certo revival: era del 2008 un devoto tributo da parte di Mick Hucknall, del 2010 una bella lettura di No Easy Way To Say Goodbye di Queen Emily ed è di questi mesi l’inclusione di Ain’t No Love In The Heart Of The City nella colonna sonora di The Lincoln Lawyer. Fra l’altro non è la prima volta che questa canzone (un notevole successo per gli Whitesnake nel ’78) contribuisce a garantirgli una serena vecchiaia, essendo stata un Top 10 R&B nel 1974 e avendola (più che campionata) coverizzata nel 2001 Jay-Z. Sia come sia… un secondo importante anniversario si approssima, giacché questo 29 di giugno saranno sei decenni che il Nostro è nello showbiz. Ci entrava, come ama ricordare, trionfando in una competizione amatoriale al Palace Theatre. Di Memphis, certo.

Dice bene Peter Shapiro nella sua ottima Rough Guide al soul su CD: è Ray Charles in genere a prendersi il merito, ma se c’è un album che segna la transizione definitiva dal rhythm’n’blues al soul è “Two Steps From The Blues” di Bobby Bland, che usciva su Duke nel 1961 e in parte raccoglieva materiali che già avevano fatto furore nelle radio e nelle classifiche nere nel lustro precedente. Come I Don’t Want No Woman, come Little Boy Blue, come I’m Not Ashamed, come Lead Me On. Soprattutto, come I’ll Take Care Of You, numero due nella graduatoria R&B nel 1959, e dal canto suo il 33 giri genererà due ulteriori hit con I Pity The Fool e Don’t Cry No More. Nonostante la natura semiantologica, comune del resto alla quasi totalità degli LP del tempo, il disco ha l’organicità dell’album come in seguito lo si intenderà e una mirabile articolazione d’assieme, con colpi di ammiccante genio nella trilogia “delle lacrime” Cry, Cry, Cry/I’m Not Ashamed/Don’t Cry No More e un fluido, continuo transitare dal blues al soul via gospel e ritorno, magari attraverso lande pop cui l’idioma ispanico non è estraneo. Insomma un capolavoro da avere assolutamente e pazienza se parte della scaletta si sovrappone alla superlativa e più corposa raccolta “The Voice”, un Ace del 1991 tuttora disponibile e da cui l’appassionato di black non può prescindere. D’altro canto era un artista trentunenne, più che navigato e affiancato da un’efficientissima squadra (allenatore l’arrangiatore Joe Scott), che lo siglava, un inizio di carriera perso nel mito di quei Beale Streeters che con lui allineavano B.B. King, Junior Parker, Johnny Ace e Rosco Gordon (scusate se è poco) e con  produzioni sponsorizzate da Chess, Modern e Sun prima di un domiciliarsi alla Duke che si protrarrà per quasi due decenni. Nel corso dei ’50 Bland aveva delineato gradualmente uno stile che nel blues iniettava dosi via via più robuste di gospel (ove trend prevalente ha sempre voluto che dalla musica sacra si passasse a quella secolare). Inizialmente piena, grassa persino, la voce acquisiva sfumature raffinate, suggestive, sensuali. Carica di emozione che si scioglie in fraseggi dalle influenze quantomai eterogenee (lo shouter Roy Brown così come il crooner Perry Como) che gli tatuavano su pelle e anima quel soprannome: “Blue”.

Erano gli anni ’60, magistralmente esposti nella succitata “The Voice”, l’Età dell’Oro del nostro uomo, che però contrariamente ad altri giganti del soul che da lui impararono più che qualcosa (Otis Redding, Wilson Pickett, Joe Tex) non riesciva a fare sua la platea bianca. L’acrimoniosa separazione nel 1968 da quel Joe Scott che era il suo Nelson Riddle e quattro anni dopo il divorzio pure dalla Duke parranno un’indicazione di un declino inevitabile. Alla lunga lo sarà, però solo dopo un fantastico colpo d’ala chiamato “His California Album”. Datato 1973 e griffato ABC, funky nel basso, affilato nelle chitarre, sciropposo il giusto negli archi, è il terzo titolo di questo interprete straordinario da mettersi in casa. Ma fossi in voi non mi fermerei (non vi fermerete) e ne punterei un quarto. Fresca di pubblicazione per Hoodoo Records  e forte del bel libretto e degli ottimi suoni che rappresentano lo standard della casa, la compilazione “Little Boy Blue” completa il lavoro iniziato da “The Voice” andando a coprire quegli anni ’50 formativi per il cantante del Tennessee ma già formidabili. Lo certificano gemme sfavillanti come una I Don’t Believe che di rado B.B. King ha fatto meglio e una Farther Up The Road che vale il Muddy Waters al top, un’esplosiva Loan A Helping Hand e una malinconica e dolcissima Last Night, una Stormy Monday minore intitolata I Lost Sight On The World e una ballabilissima Woke Up Screaming. Oltre naturalmente all’immortale traccia omonima, serenatona pop oltre che blues.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.683, giugno 2011.

7 commenti

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7 risposte a “Un ricordo di Bobby “Blue” Bland (1930-2013)

  1. Gian Luigi Bona

    Sei sempre la mia “Spiritual Guidance” quando parli di soul Eddy

  2. Francesco

    Grazie VM, ricordavo ancora questo articolo e mi permetterei di consigliare al giovane che voglia accostarsi a questo gigante anche il bellissimo Here’s The man, un lp su duke se non ricordo male, che ho letteralmente fuso, complice una grande lovelight. e come suonavano bene quei dischi!

  3. mimmo monopoli

    ciao Eddy,premesso che ho già The Voice e His California Album,mi sai dire qualcosa di Dreamer? Lo consigli? Grazie

    • Francesco

      Non sono VM maa in qualità di grande amante (con juicio..) del nostro ti consiglio anche Dreamer. Non è sul livello del California, ma c’è del buono da godere
      ciao

  4. mimmo monopoli

    Grazie Francesco ti ringrazio per il consiglio per cui acquistero’ presto Dreamer e approfitto del tua qualità di grande amante di Bland,per chiederti di suggerirmi qualche altro buon lavoro del nostro.

    • Acquisito di recente, ho molto apprezzato un CD su BGO che mette insieme “Get On Down” e “Reflections In Blue”.

    • Francesco

      Ciao, praticamente tutto il periodo duke in blocco, io ho i vinili, ma sicuramente sono stati rieditatai più volte in cd. lascerei invece perdere le collaborazioni con bbking che ho sempre trovato pessime rispetto al potenziale di questi due grandi. insomma particamente quasi tutto quello che ha fatto almeno sino alla metà dei 70 è sempre di buono e spesso ottimo livello. la prodzione successiva non la mastico molto e la roba anni 80 non l’ho proprio mai ascoltata, magari qualche gemma c’è anche li, vallo a sapere. VM?

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