Rocking Chairs: fra la Via Emilia e Asbury Park

Graziano Romani ha appena pubblicato un doppio “Vivo/Live”. Quale occasione migliore per riprendere un vecchio articolo in cui scrivevo di un altro doppio? Antologico, quello.

Rocking Chairs

Abissale la distanza fra il “c’è solo Bruce” dei sanguigni esordi e il C’è solo l’Inter odierno, da qualche mese inno ufficiale del club meneghino: eppure è questo il percorso compiuto in tre lustri da Graziano Romani, che fu lider maximo degli emiliani Rocking Chairs, la più plausibile E Street Band apocrifa che mai abbia corso sulle autostrade italiane e anzi europee, così diverse da quelle che traversano il New Jersey. Né minore appare, al di là dell’assonanza, la distanza fra Elliott Murphy – che di quelle bellissime, artigianali Sedie a Dondolo con vista sull’America fu appassionato sponsor – ed Elio che, in libera uscita dalle Storie Tese, con il Romani ha posto mano alla succitata calcistica canzonetta. I tempi cambiano. A ricordarlo provvede l’adesivo, un po’ surreale per chi dei Rocking Chairs conservava memoria, appiccicato alla copertina di “Sparks Of Passion”, doppio CD antologico (un dischetto con il meglio, un altro di rarità) da poco nei negozi che ha provveduto a tirare le somme di una vicenda consumatasi lontano dai giri che contano: “Contiene il brano I Will Be There Tonight sigla dello spot Lines”. E l’avrebbe mai pensato il buon Graziano quando cominciò, nei primi ’80, a battere la provincia con i suoi sodali, suonando pezzi “di Chuck Berry ed Elvis e qualche errebì”, che una sua canzone sarebbe passata in TV a ogni santa ora del giorno e della notte? Detto con molto affetto: va bene così. È cosa buona e giusta che possa infine un minimo monetizzare un talento che avrebbe meritato assai più di quanto raccolto finora. E quanto alla fede neroazzurra, ebbene, nessuno è perfetto.

Primi anni ’80, allora. I Rocking Chairs nascono a Scandiano, provincia di Reggio Emilia, e impiegano qualche tempo a stabilizzarsi e a decidere cosa vogliono fare da grandi. Sono decisivi gli arrivi nel 1984 del chitarrista Mel Previte e del sassofonista Max “Grizzly” Marmiroli e, altrettanto e di più, che Romani cominci a scrivere le sue prime cose, vignette fra l’epico e il romantico disegnate prendendo a modelli Tom Petty, John Mellencamp e più che altro lo Springsteen compreso fra “Born To Run” e “The River”. Siccome l’inclinazione naturale c’è, e del blue collar rock ha studiato non solo i maestri contemporanei ma le origini (la Sun e la Stax, Elvis e Otis, il Bob Dylan maggiore e tanti minori e Van The Man), ne vengono fuori canzoni solide e poetiche, che sognano l’altra sponda dell’Atlantico ma tematicamente hanno i piedi ben saldi su questa (come certi distratti detrattori mancheranno di notare). La ritmica è solida, di rollingstoniana possenza, e assicurata da Antonio Righetti al basso e Robby Pellati alla batteria. Completa l’organico Franco Borghi, che è come dire Professor Roy Bittan e Danny Federici in una persona sola, e come da lezione dell’uomo di Asbury Park sono i concerti a cementare un’intesa e una verve da pochi. Si arriva al 1987 ed è finalmente tempo di esordio discografico. Autoprodotto, “New Egypt” trova una sorprendente distribuzione EMI (probabilmente suggerita da una bossmania che a tre anni da “Born In The U.S.A.” non accenna a scemare) e raccoglie consensi in special modo su queste pagine. Spesi per esso superlativi e non me ne sono mai pentito. Mi dispiace semmai che “Sparks Of Passion” abbia estratto da lì appena quattro episodi e uno in versione live, tralasciando gemme come la drammatica On The Edge Of War e la struggente Valerie. Ma chi si sintonizzerà adesso potrà comunque godersi una title-track che nei tour di “Born To Run” o di “Darkness On The Edge Of Town” avrebbe fatto la sua porca figura, il Mellencamp con gli Heartbreakers di Lost Freeway, il sentimentalismo soul di Down On Lovers’ Lane e l’inno Old Rocker Busted.

Faranno anche meglio i nostri eroi due anni dopo con “Freedom Rain”. Da lì, innanzitutto, una delle più riuscite cover degli Stones mai approntate da chiunque e ovunque, una Wild Horses trapunta di fisarmonica e nobilitata dall’ormai amico Elliott Murphy. E poi la canzone omonima, cavalcata di trattenuta e proprio per questo invincibile epicità, il rhythm’n’blues bianco di Empty Rooms, i Byrds negri di Nobody Loves You. E una lettura dal vivo di Sparks Of Passion, una Jungleland di noi altri da stringersi al cuore. Poi qualcosa inizia a smarrirsi e tanto per cominciare Previte, Marmiroli e Borghi, che lasciano e sono defezioni che trasformano i Chairs da gruppo autentico ad alias di un leader che convoca i musicisti che pensa più adatti alla bisogna. Non è la stessa cosa. Registrato nel 1990 fra l’Emilia e New York, con Murphy in cabina di regia e fior di ospiti, da Willie Nile (che canta nella sua Vagabond Moon) a Chris Spedding, da Robert Gordon a Bobby Bandiera, “No Sad Goodbyes” offre ognimmodo momenti alti nel brano che lo battezza con ritmica ticchettante e chitarre sinuose, nell’esuberante Streetwise, nel soffuso romanticismo di quella I Will Be There Tonight che sapete. Passa ancora un anno e “Hate And Love Revisited” è congedo un po’ di maniera con però in scaletta una canzone superba, Nobody Knows: che è Bruce nella sua migliore imitazione di Otis Redding.

Presente in “Sparks Of Passion” con trentacinque compagne e fra esse letture eccellenti di Tom Waits (Downtown Train), John Hiatt (Is Anybody There?), Van Morrison (Crazy Love e Caravan), Buddy Holly via Rolling Stones (Not Fade Away) e un’emozionante Follow That Dream: che è Bruce che omaggia Elvis mentre fa il verso a Dylan. Spiace dovere appuntare che questi materiali avrebbero meritato una confezione all’altezza e invece un italianissimo dilettantismo regna. Ci sono refusi in abbondanza e l’inglese della presentazione è a tratti imbarazzante. Che è la prima cosa che noteranno all’estero.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.514, 17 dicembre 2002.

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2 commenti

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2 risposte a “Rocking Chairs: fra la Via Emilia e Asbury Park

  1. Rusty

    Da Scandiano a Correggio la strada è breve. Se poi si trasla la “s” da un nome all’altro ecco che salta fuori una mirabile sintesi di tutta la produzione degli ultimi 15 anni di quello più fortunato. Quello le cui iniziali sono LL.

  2. Eddy, una volta di più avevi ragione: sono un gruppo che merita lodi e fama molto maggiori. Dopo avere letto questo tuo articolo li ho ascoltati ripetutamente e la qualità dei loro dischi non cessa di stupirmi; e lo dice uno che con Springsteen non ha un buon rapporto, anzi.
    Grazie davvero per questo recupero.

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