Archivi categoria: anniversari

Dieci anni di VMO – I dieci post più visti

1) Gli anni del soul: 1959-1972 – I dieci (più dieci) album fondamentali

2) Keith Richards in 39 dichiarazioni

3) La Old Skool dell’hip hop: 1981-1991 – I dieci (più dieci) album fondamentali

4) Il blues dagli anni ’20 agli anni ’60: una discografia base

5) Un lungo addio

6) La zuppa del casale (rock)

7) Velvet Gallery (16)

8) 10 album che non regalerei al mio peggiore nemico

9) Dub per principianti – Storia e consigli per gli acquisti

10) Ciao, Ezio (ricordi sparsi di incontri con un Maestro vero)

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L’inarrestabile ascesa di Joan Armatrading

Inarrestabile la cantautrice di Saint Kitts (Indie Occidentali; ma il passaporto è britannico) dacché nel 1976 un album omonimo che è però già il suo terzo insuffla in uno stile garbatamente folk-pop, e con al più un profumo di jazz, nerbo rock. E poi: anima soul che non si nega a funk ed errebì e un più disinvolto collegarsi alle radici caraibiche. Non si può dire sia un crescendo solo perché già “Joan Armatrading” è splendido splendente e scegliere fra i successivi “Show Some Emotion” (1977), “To The Limit” (1978; per il quale optiamo), “Me Myself I” (1980) e “Walk Under Ladders” (1981) è questione di preferire questa canzone a quella. Sono tutti dischi baciati nel Regno Unito da vendite eccellenti e che guadagnano alla Armatrading qualcosa più che un culto anche negli USA. Peccato che “The Key” nell’83 banalizzi la formula alla ricerca di un successo ancora più ampio, che sembrerebbe arrivare ma non dura. Né l’ispirazione tornerà mai ai livelli di quest’era aurea.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Joan Armatrading oggi ne fa settantuno ed è ancora molto, molto in gamba (la foto è di Clive Arrowsmith).

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Quando gli U2 si reinventarono – “Achtung Baby” compie trent’anni

Dal cilindro delle critiche anche feroci che hanno accolto “Rattle And Hum” gli U2 tirano fuori il gigantesco coniglio della reinvenzione più radicale mai inscenata da un gruppo tanto avanti nella propria carriera. Sarebbe già un miracolo, ma i dublinesi non si accontentano. Raddoppiano, andando a stabilire il loro momentaneo record di vendite (da allora “The Joshua Tree” ha recuperato e oggi vince ventisette milioni di copie a venti), grazie anche a cinque singoli nei primi dieci posti della classifica USA e addirittura tre al numero uno. Triplicano, guadagnandosi un’aria di coolness per loro del tutto inedita. Nell’anno dei Massive Attack, dei Nirvana, dei My Bloody Valentine, Bono e soci danno una dimostrazione eclatante di essere ancora uno dei motori del rock. Ci riescono ideando un suono nuovo per loro, che attinge al Bowie della trilogia berlinese (proprio a Berlino si comincia a registrare; però non più all’ombra del Muro, crollato l’anno prima) e al techno-pop, alla dance elettronica e al suo incontro con le chitarre che, dai New Order in avanti, ha preso a celebrarsi innanzitutto a Manchester, per poi dilagare nei club europei. Ci riescono riempiendolo, quel suono, con alcune delle loro canzoni più indimenticabili di sempre e fra esse la più indimenticabile di tutte: One.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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Tim e Jeff Buckley – Una fantasmagoria di due

La prima volta che Jeff Buckley cantò in pubblico fu per una platea di una persona, l’amica Carla Azar che era andato a trovare nella sua casa di Los Angeles. La lasciò stupefatta per cominciare proprio perché era una novità: formidabile chitarrista, Jeff, e con il dono che è di pochi di sapere subito cavare qualcosa da uno strumento che non si è mai maneggiato, ma nessuno lo aveva sentito cantare neppure in sala prove benché di gruppi ne avesse a quel punto già collezionati diversi, in ambiti vari quanto distanti. E che voce stava tirando fuori! Capace di passare in un battito di ciglia da un falsetto esilissimo a calde tonalità tenorili, a uno squassante urlo primordiale. E che bella canzone poi. “Stupenda. L’hai scritta tu? ” “No, è un pezzo di un altro”, fa Jeff, che al solito evasivo non rivela da dove arrivi quel brano, né di chi sia. Cambia discorso.

La seconda volta che Jeff Buckley cantò in pubblico, ma in pubblico davvero, fu mesi dopo, sei o forse otto, e fra le centinaia di spettatori stipati il 26 aprile 1991 nella St. Ann’s Church di Brooklyn, New York, non ve n’era uno che non riconoscesse alle prime note quel medesimo pezzo. E chissà quanti restarono senza fiato non soltanto per quella voce così incredibilmente simile a una familiare e venerata ma per la scelta di cominciarlo così uno struggente omaggio da figlio abbandonato a genitore rimosso. Quel bimbo “fasciato di amare storie e mal di cuore/mendico di un sorriso, anche uno solo” si era fatto grande e cantava la canzone che suo padre aveva scritto a sua madre per giustificare di averli abbandonati entrambi: “Non so nuotare nelle tue acque/né tu camminare nelle mie terre./Navigherò solitario tutti i miei peccati e scalerò le mie paure/e presto, subito spiccherò il volo./Non ho mai chiesto di essere la tua montagna”. Se si può dire che I Never Asked To Be Your Mountain sia una canzone d’amore, e sublime, è solamente nel senso che a tale parola può dare il narcisista, che non può amare con tutto il cuore che se stesso. Nondimeno a fustigare l’ipocrisia di un individuo che fugge dai suoi doveri, accampando scuse puerili, se ne coglie un aspetto che non è il principale. Più ancora di se stesso, Tim Buckley venerava l’Arte e fu fondamentalmente all’Arte che sacrificò Jeff. Forse con la speranza che un giorno avrebbe capito. Capirà. Qui si racconta di due uomini che nacquero vecchi e morirono prima di diventare adulti. Però vivranno per sempre.

Eternal Life

Se questo fosse veramente, come sosteneva Leibniz (Voltaire avrà a che ridire), il migliore dei mondi possibili Tim Buckley quel fatale 29 giugno 1975, una domenica pomeriggio che veniva dopo un sabato in cui aveva colto un trionfo concertistico come non gli accadeva da lungi, si sarebbe fatto dare un passaggio dal bassista Jeff Eyrich dritto fino a casa sua. Avrebbe abbracciato la moglie Judy e chiacchierato un po’ con il figlio di lei (e da cinque anni molto anche di lui) Taylor. Magari l’avrebbe accompagnato al cinema, invece di lasciare l’incombenza alla zia Michelle e a quel Maury Baker già suo batterista. O forse sarebbe andato a dormire per qualche ora per quindi, ritemprato, rimettere mano all’ambizioso progetto da poco posto in pista con il paroliere dei tempi belli, Larry Beckett: un concept ispirato da Joseph Conrad. Ma invece che a Santa Monica si faceva portare a Venice, da Richard Keeling. Etnomusicologo e spacciatore. A casa sua ci arriverà tre ore dopo. Farneticante, a carponi negli ultimi metri. Moriva così un uomo che aveva saputo volare. Prima di cremarne il corpo lo sottoposero ad autopsia e altro che l’infarto di cui si era pietosamente parlato in un succinto comunicato della Associated Press, contenente diverse altre inesattezze e ripreso dal “Los Angeles Times”: era pieno di alcool e soprattutto di eroina.

Se questo fosse sul serio il migliore dei mondi possibili, poi, Jeff Buckley il 29 maggio 1997 non si sarebbe perso girando in furgone (alla guida l’amico Keith Foti) per le strade di Memphis alla ricerca della sala nella quale nelle settimane seguenti avrebbe dovuto rifinire, con il gruppo, i pezzi del secondo album. E di conseguenza non avrebbe mai commesso la triplice imprudenza (i due ragazzi si fermavano a raccogliere le idee) di immergersi nelle acque luride e infide del Wolf River al crepuscolo, vestito, anfibi ai piedi. Sommerso dalla risacca provocata da un incrociarsi di battelli, manco riusciva a chiamare aiuto e furono così le parole di una canzone, Whole Lotta Love, le ultime che gli uscirono di bocca. Se ne andava insomma cantando. Il fiume ne restituirà il cadavere il 4 giugno e ci sarà allora un certificato medico a sanzionare che non aveva bevuto né assunto droghe. Previdente, Mary Guibert prima che le spoglie venissero ridotte in cenere chiedeva un test del DNA. A evitare “cause di presunta paternità a carico della vittima, che aveva viaggiato in tutto il mondo ed era molto popolare in Francia e Australia”. Cuore di mamma!

Nell’ipotetico universo di cui sopra, Tim non avrebbe sniffato quella merda, si sarebbe definitivamente ripulito e avrebbe forse scoperto che era possibile sopravvivere ─ artisticamente ─ a “Goodbye And Hello” e persino a “Starsailor”. Avrebbe spalancato porte e steso tappeti per Jeff, che sarebbe ancora fra noi. Però mai nessuno ha completamente torto o ragione (nemmeno Voltaire) e questo non sarà il miglior mondo possibile ma bisognerebbe sempre ricordarsi che, be’, poteva andare peggio. Tim Buckley poteva non averlo un figlio. Jeff poteva non fallire una almeno fra le tante audizioni cui si sottopose ─ i Murphy’s Law! gli Agnostic Front!! Mick Jagger!!! ─ e oggi sarebbe vivo, sì, ma soltanto un altro stronzo eroe della chitarra.

Nella saga maledetta e magnifica dei Buckley (a tredici anni dalla scomparsa del secondo ci si può azzardare a dirlo: un terzo non c’è, non ci sarà) al di là del valore che si stenta a commensurare del lascito a impressionare sono le similitudini caratteriali: medesimo l’atteggiamento di insofferenza verso l’industria discografica, uguale il confronto conflittuale con una fama insieme corteggiata e respinta, coincidente il rapporto con l’altra metà del cielo ed è il dettaglio che più disturba, dolorosamente. A seguirne le vicende ponendole in parallelo, finisci per confondere Tim e Mary con Jeff e Rebecca, Joan con Judy. Eppure il figlio passò quasi intera l’esistenza a cercare di differenziarsi dal padre. Ci vorrebbe uno psicanalista. Non lo sono. Per quanto possibile in queste pagine parlerò dunque solo di musica. Comunque tanta roba.

Prosegue per altre 55.115 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.35, inverno 2010. In un mondo migliore del nostro Jeff Buckley compirebbe oggi cinquantacinque anni.

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Flying Burrito Brothers – I Velvet Underground del country-rock

Nel libretto di un CD che nel 1997 riportava nei negozi dopo un’ultradecennale assenza il debutto dei Flying Burrito Brothers accoppiandolo senza aggiunte al successivo “Burrito Deluxe”, Sid Griffin scrive di “The Gilded Palace Of Sin” che al tempo dell’uscita a inizio 1969 non vendette che cinquantamila copie e tuttavia “come con il primo album dei Velvet Underground si direbbe che ogni singolo acquirente abbia poi formato una band ispirato da quanto aveva ascoltato”. Sapeva di cosa stava parlando, giacché lui fondò i Long Ryders. La “y” in luogo della “i” nella ragione sociale omaggio a quei Byrds da cui provenivano due dei quattro Burrito originali, il leader Gram Parsons e il principale fiancheggiatore, Chris Hillman. La ristampa di cui sopra era per il mercato britannico. Negli USA incredibilmente il disco che, portando a maturazione le intuizioni dei Byrds di “Notorious Byrd Brothers” e “Sweetheart Of The Rodeo”, completava la prima e cruciale redazione del canone di ciò che da allora chiamiamo country-rock in compact disc vedrà la luce per la prima volta solo tre ulteriori anni dopo e nel contesto di un doppio, “Hot Burritos! The Flying Burrito Brothers Anthology 1969-1972”, che raccoglie (questo regalando diverse bonus e di valore) i primi tre LP di un complesso all’altezza del terzo con sempre dentro due ex-Byrds (il secondo Michael Clarke) ma già orfano di Parsons: talento immane che tragicamente ci lasciava, il 19 settembre 1973, così giovane da non guadagnarsi nemmeno l’inclusione nel famigerato “club dei 27”, giacché era nato il 5 novembre 1946. Prestate occhio alla copertina qui a fianco: il capanno davanti al quale stazionano i nostri Fab Four ─ gli altri due sono il maestro di steel guitar “Sneaky” Pete Kleinow e il bassista Chris Ethridge ─ e da cui fanno capolino due belle figliole sorgeva nel parco nazionale di Joshua Tree, California meridionale. Parsons si butterà via a pochi chilometri da lì, andando in overdose da morfina mischiata a tequila, e sempre a pochi chilometri da lì due amici dopo averne trafugato il corpo (!) fatto portare a New Orleans dal patrigno cercheranno maldestramente di cremarlo. Finale di storia fra i più romanzeschi negli annali del rock. Ma torniamo a “The Gilded Palace Of Sin”, che a voler essere pignoli ancora aspetta di essere riedito singolarmente su CD negli USA, visto che a oggi l’unica versione in digitale è un SACD del 2017, ma in compenso solo negli ultimi dieci anni ha avuto nel mondo quattro ristampe in vinile fra le quali addirittura, qui in Italia, una da edicola per DeAgostini nel 2018. Mentre l’ultima e freschissima nel momento in cui scrivo, datata già 2021, è “made in the USA”, A&M come quella d’epoca.

Anche i ricchi piangono e infanzia e adolescenza di Cecil Ingram Connors, rampollo di famiglia che dire benestante è un eufemismo, è segnata da drammi di quelli che infliggono ferite inguaribili. Ha dodici anni quando il padre, eroe di guerra, si toglie la vita un’antivigilia di Natale, diciotto quando la madre che si è risposata con Robert Parsons (il ragazzo ha scelto di assumere il cognome del patrigno) muore di cirrosi epatica, si potrebbe dire suicida lei pure ma lentamente, una bottiglia alla volta. Fra tutti i giorni possibili, sceglie per andarsene quello in cui il figlio si diploma. Il ragazzo si iscrive alla Harvard University. Non ci crederete: a teologia. Dura un semestre prima che l’amore per la musica, cui si è accostato a nove anni studiando pianoforte, la prima chitarra imbracciata da lì a poco, lo sequestri definitivamente. Ha già suonato rock’n’roll e poi folk in una teoria di gruppetti fra l’amatoriale e il semiprofessionistico, unisce le due passioni e quella per il country fondando quella International Submarine Band che a posteriori sarà giustamente considerata, per quanto acerba, seminale. Quando il debutto a 33 giri per la LHI di Lee Hazlewood “Safe At Home” vede la luce nel marzo 1968 il complesso già non esiste più. Gram si è unito ai Byrds e sarà avventura brevissima, questione di mesi ma bastanti a fargli imprimere un marchio indelebile (al di là dei soli due brani su undici firmati, ma uno è il capolavoro Hickory Wind) su “Sweetheart Of The Rodeo”. Lascia la compagnia ufficialmente perché rifiuta di seguirla in un tour nel Sudafrica allora sotto il giogo dell’apartheid ed è nobile motivazione che però forse non nasconde altro che la voglia di dare vita a un progetto tutto suo volto a completare la compenetrazione di country e rock (mondi che nella temperie culturale sessantottina si osservano da lontano e con sospetto) che ha iniziato a tramare con la banda sempre più di Roger McGuinn.

È uno di quegli album di cui non puoi in nessun modo sopravvalutare l’influenza esercitata nell’abbondante mezzo secolo trascorso dalla pubblicazione, “The Gilded Palace Of Sin”. Dagli Eagles, che ne svilupperanno la formula trasformandone il rame in oro zecchino a livello di vendite, alla pattuglia di riottosi virgulti, da Dwight Yoakam a Steve Earle, che proverà a metà ’80 a prendersi Nashville e ancora più su, fino a quegli Uncle Tupelo con i quali un decennio ancora dopo si comincerà a parlare di alt-country, tutti nell’ambito che inventò o perlomeno finì di inventare gli debbono qualcosa. Il che fa quasi passare in secondo piano che sia un disco bellissimo, parata di indiscutibili classici che a due peculiari riletture di brani simbolo del soul, Do Wright Woman da Aretha Franklin e Dark End Of The Street da James Carr (la seconda singolarmente esultante visto il tema) unisce nove composizioni autografe (la firma di Parsons sotto tutte, quella di Hillman ad affiancarla in sei) una più favolosa dell’altra. Insieme coeso di parti che prese una per una parrebbero anche parecchio distanti: lo shuffle incalzante di Christine’s Tune che inaugura ben altra cosa rispetto al liturgico errebì di Hippie Boy che suggella, il valzer Sin City lontano universi dalle stilettate di fuzz infitte nel cuore pulsante di tenerezza di Wheels. Paradigmatiche le due Hot Burrito che si danno il cambio sulla seconda facciata: la #1 avrebbe potuto rifarla Sinatra; la #2 un’esilarante ipotesi di garage-country.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021. Non fosse morto indecentemente giovane, Gram Parsons compirebbe oggi settantacinque anni.

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My Bloody Valentine – Una rumorosa epopea

“Incidemmo la batteria nel settembre 1989, le chitarre tre mesi dopo e il basso nell’aprile del 1990. Poi non lo toccammo più per circa un anno e arrivati a quel punto non c’erano ancora né una traccia vocale né un abbozzo di testo. Il brano nemmeno aveva un titolo, era solo la ‘Canzone 12’. Per quello che posso ricordare la linea melodica venne composta nei primi mesi del ’91. Il pezzo era soltanto strumentale, le parole arrivarono dopo. Se ascolti sembra che cantiamo insieme io e Bilinda ma in realtà c’è un’unica voce ed è la mia, ora rallentata, ora accelerata. Molte parti vocali, non solo in questo brano, in tutto il disco, le abbiamo registrate dalle dieci alle venti volte e poi sovrapposte ed è per questo che possono risultare incomprensibili. Ci sono canzoni in cui non ho idea di cosa canti Bilinda e credo non lo sappia manco lei. Abbiamo lavorato anni a ciascun pezzo, quasi sempre con lunghi intervalli. Ad alcuni ci ho rimesso mano così tante volte e a distanza di così tanto tempo che alla fine non ricordavo più l’accordatura usata all’inizio e tiravo a indovinare”: così Kevin Shields racconta la genesi di When You Sleep, quinta (penultima della prima facciata) delle undici tracce di “Loveless”, l’album che i My Bloody Valentine davano infine alle stampe il 4 novembre 1991, a tre anni meno diciassette giorni dal predecessore “Isn’t Anything”, e che istantaneamente veniva acclamato come un classico. Praticamente unanime la critica al riguardo e chissà quante volte si è autoflagellato da allora chi lo recensì tiepidamente per l’autorevolissimo “Spin”, forse unica voce fuori dal coro laddove sul “Chicago Tribune” Greg Kot appuntava che “è un disco che scrive un nuovo vocabolario per la chitarra e che probabilmente le regalerà altri dieci anni di vita come principale strumento del rock”. Se si sbagliava era per difetto, giacché siamo arrivati a trenta. Sfortunatamente il pubblico non mostrava altrettanto entusiasmo. “Loveless” conquistava sì (come del resto l’album precedente) la vetta della classifica indie UK ma in quella generale non saliva più su della ventiquattresima posizione, negli USA nemmeno ci entrava in classifica e insomma la Creation, per cui vedeva la luce, soltanto per ripagarsi gli stratosferici conti dei diciannove (!) studi nei quali era stato assemblato di anni ne impiegò ben più di tre. Duecentocinquantamila sterline, si dice costò, a fronte di vendite che a oggi vengono calcolate (per uno dei dischi più influenti della storia del rock; ogni epoca ha avuto i suoi Velvet Underground) in mezzo milione di copie. A causa dei My Bloody Valentine l’etichetta di Alan McGee rischiava la bancarotta (il suo socio Dick Green letteralmente incanutiva per lo stress; dice che un giorno telefonò a Shields e scoppiò in singhiozzi implorandolo di dargli “quel cazzo di disco prima che finiamo tutti in mezzo a una strada”) e senza  il boom datato ’94 degli Oasis di “Definitely Maybe” (fu così che il pop con le chitarre più conformista degli anni ’90 saldò le spese del più respingente) difficilmente sarebbe mai riuscita a rimettersi in sesto.

Andrà peggio alla Island, che ingaggiava i My Bloody Valentine appena accompagnati alla porta con ferma gentilezza dalla Creation e anticipava al loro leader esattamente la stessa somma, duecentocinquantamila sterline, che Shields subito investiva nell’allestimento di una sala di incisione. Non vedrà mai rientrare il cospicuo investimento e finirà per sciogliere il contratto senza avere ottenuto nulla in cambio. Il terzo My Bloody Valentine, “mbv”, è uscito autoprodotto quando nessuno ci credeva più, nel 2013. Un quarto lo aspettiamo da allora e fossi in voi non tratterrei il fiato. Molto attese sono in compenso le riedizioni in vinile, griffate Domino e nei negozi dal 21 maggio, dei tre album della band anglo-irlandese e della raccolta doppia “EP’s 1988-1991 And Rare Tracks”. Che non varranno a calmierare l’ormai completamente impazzito mercato del collezionismo (una stampa originale di “Loveless” costa diverse centinaia di euro e invece che scendere, come sarebbe stato logico, i prezzi nelle ultime settimane si sono impennati) ma almeno daranno modo a chi questi dischi desidera averli sul più nobile dei supporti fonografici, e al tempo non c’era o era distratto, di non svenarsi troppo.

Certifica quanto fosse avanti “Loveless” che ─ a distanza di tre decenni! ─ il sottoscritto abbia qualche remora a consigliarlo al lettore più tradizionalista in materia di rock. Che potrebbe ricavare maggiori soddisfazioni dal quasi altrettanto colossale ma meno intimidente “Isn’t Anything”. Lì Kevin Shields, Bilinda Butcher e poco rilevanti sodali offrivano una loro personale reinterpretazione di un canone includente folk-rock e noise (fusi in Love My Breath), psichedelia e post-punk (I Can See But I Can’t Feel It), i Velvet come i primi Pink Floyd (Cupid Come perfetta crasi), Dinosaur Jr. e Hüsker Dü (Feed Me With Your Kiss, You Never Should), i Sonic Youth (All I Need, Sueisfine) e una ambient tanto fosca da farsi illbient (No More Sorry). Piazzando nell’iniziale Soft As Snow (But Warm Inside) fra grattuggiamenti di chitarre, un basso wave e una vigorosa batteria una melodia che a risentirla adesso la puoi immaginare ripulita dai Blur di qualche anno dopo e trasformata in una hit planetaria. Laddove con “Loveless” ne creavano uno definitivamente loro di canone, immediatamente imitatissimi ma guardati da lontano anche dagli altri campioni (Ride e Slowdive i maggiori) del cosiddetto shoegaze: qui inaudito incrocio fra “Pet Sounds” e “Metal Machine Music” idealmente prodotto da Phil Spector; qui cuore pop lanciato oltre l’ostacolo di strato su strato di feedback; con all’inizio i Cocteau Twins avvolti in coltri di frastuono di Only Shallow, a fondo corsa la spiazzante danzabilità di Soon e in mezzo altri nove capolavori teneri e assordanti. Il più capolavoro di tutti la When You Sleep narrata in apertura dall’artefice: ascoltatela, intenderete subito perché per Robert Smith “Loveless” è il singolo disco che salverebbe dalla distruzione di tutti gli altri, suoi compresi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021. A oggi sono trascorsi trent’anni dalla pubblicazione di “Loveless”.

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Eva Cassidy – L’innocenza ritrovata

Ci sono due istanti assolutamente rivelatori (oltre che magici; ma sono così tanti gli attimi di magia che dona questa artista che se ne perde presto il conto e resta la sensazione di un incantesimo unico ed eterno) in “Live At Blues Alley”. Prima dell’ultima canzone presentata quella sera, Eva Cassidy ringrazia mamma e papà. Dopo, il pubblico, per essere venuto ed essere stato meraviglioso, e c’è quasi da non crederci ad ascoltarla, lei che ha appena regalato ai fortunati astanti la serata più indimenticabile delle loro vite. Loro meravigliosi? Ti coglie una tenerezza da starci male. E fra l’uno e l’altro tributo una What A Wonderful World cui viene infine resa l’innocenza strappatale da Barry Levinson quando decise che doveva essere la voce rugosa e dolcissima di Satchmo a commentare la sequenza più atroce di Good Morning, Vietnam. Il canto di Eva fa di nuovo plausibile un mondo dove gli alberi sono verdi e le rose rosse sbocciano “per me e per te”, e i bambini piangono ma crescono felici e “i colori dell’arcobaleno sono tanto graziosi nel cielo/e così i volti dei passanti” e degli amici che si incrociano, si stringono la mano ed ehi! come stai? Che detta in questo modo può indurre cinismo ma vi sfido a essere ancora cinici dopo averla incontrata questa What A Wonderful World. Se ci riuscirete, vi compiango. Dev’essere stata un’esistenza ben miserabile la vostra per avervi reso a tal punto sordi alla purezza. Che è poi il dono che di sé Eva Cassidy ha fatto al mondo in forma di alcune decine di canzoni di altri che ora sono in massima parte sue e solo sue, per sempre. Parabola unica nella storia del pop quella di questa interprete diventata famosa da morta e senza avere fatto nulla per esserlo da viva, senza una grande casa discografica a spingerla, in forza del solo passaparola degli appassionati, dei passaggi radiofonici decisi autonomamente da dj per una volta ribelli alla tirannia delle playlist, di un video artigianale mandato in onda per scommessa e in un batter d’occhio divenuto il più richiesto di sempre alla BBC. Leggo che in Gran Bretagna i suoi dischi si sono già venduti in oltre due milioni di esemplari e per un secondo mi secca di dividere cotanto splendore con una folla così numerosa. Mi sento idiota e mi ripiglio subito: non fu per propagandare splendore che scelsi questo mestiere? Spero che ogni persona che leggerà queste righe compri un CD di Eva Cassidy. Credo che se anche i due milioni di copie dovessero divenire venti, o cinquanta o fate voi, Eva verrà custodita da ciascuno nel cantuccio più intimo del proprio cuore. Un altro angelo caduto troppo presto, come Jeff Buckley. Chi la conobbe dice che questa fama la lascerebbe stupefatta e financo spaventata, lei che impiegò anni per trovare il coraggio di affrontare un pubblico, lei modesta e testarda, quietamente conscia di valere e nello stesso tempo inconsapevole del quanto. Ne sono persuaso.

Nelle note di copertina di “Songbird” James Gavin, che è uno che di angeli deve intendersene avendo scritto una biografia di Chet Baker, racconta che scoprì Eva un giorno del 1993 quando, durante un viaggio in auto con un amico, frugando in uno scomparto ne estrasse una cassetta dell’album diviso dalla ragazza con Chuck Brown (accoppiata sommamente bizzarra ma felice; di più, più avanti). Ne rimase folgorato. Al Dale, che molto fece per convincerla a esibirsi dal vivo, dice che ne sentì per la prima volta la voce, senza vederla, un giorno che capitò per caso nello studio di Chris Biondo (tenete a mente questo nome: a lui dobbiamo ogni singola nota incisa dalla Cassidy). Sicuro, per la potenza e la duttilità soul di quanto udito, di trovarsi di fronte a una ragazza di colore, rimase allibito quando dalla saletta emerse una biondina dagli occhi azzurri. Nell’intervista pubblicata sul numero di novembre 2000 del mensile britannico “Mojo” e che avrebbe dovuto mettermi sulle tracce di questa ritrosa dea (e invece no, perché troppo spesso permettiamo alla vita di condurci al guinzaglio, piuttosto che il contrario), Mick Fleetwood riferisce di avere provato di fronte a Eva le stesse sensazioni avvertite quando per la prima volta ascoltò Stevie Nicks: aveva dinnanzi una persona che cantava dal cuore. Appunta che prima che il successo la sorprendesse Bonnie Raitt fu a lungo un segreto per pochi eletti. Sarebbe toccato pure a Eva, sostiene. E così è andata se vi pare.

Prosegue per altre 10.457 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.452, 24 luglio 2001. A oggi sono trascorsi venticinque anni dacché Eva Cassidy ascendeva al cielo facendosi stella. Ne aveva trentatré.

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L’ultimo capolavoro di Lou Reed, che ci lasciava otto anni fa

Detto con il rispetto dovuto a colui che da molti è ritenuto il Vate della critica rock statunitense e di conseguenza mondiale e ne è senz’altro (va per i settantanove) il Decano: certo che ne ha scritte di fesserie Robert Christgau. In special modo riguardo a Lou Reed, del quale a modesto parere del Vostro affezionato non ha mai capito (perdonerà chi mi sta leggendo il francesismo e, anzi, il calabresismo) una beneamata ceppa. Ma proprio niente, a un imbarazzante livello che a dare i voti a lui come da sempre lui li dà agli altri per non infierire troppo toccherebbe rifugiarsi in un giudizio: “non classificabile”. Lo stesso che lui rifilava a “Magic And Loss”, liquidato come uno dei peggiori album dell’artista newyorkese. Addirittura indegno di un riascolto. D’altra parte: stiamo parlando di uno che gratifica con il massimo dei voti, “A”, all’americana, un lavoro sì valido come “The Blue Mask” ma pure il suo mediocre successore “Legendary Hearts” nonché e incredibilmente un LP che con il senno del poi non è che una robina pop nulla più che gradevole quale “New Sensations” (andando a memoria mi pare che al tempo anche io ne scrissi bene; solo che, ecco, non era ancora uscito “New York” e dunque non era stato necessario rimettere in prospettiva non soltanto gli interi anni ’80 di Lou Reed ma la sua carriera solistica tutta fino a quel punto). Che considera “Transformer” inferiore all’omonimo debutto in proprio dell’allora fresco ex-Velvet Underground e massacra (C) “il” capolavoro del nostro uomo, “Berlin”. Imperdonabile. Lungo preambolo per suggerire al lettore con una buona padronanza dell’inglese di recuperare in Rete l’invece impeccabile recensione che firmava all’epoca per “Rolling Stone” David Fricke. Meglio ancora, sul blog “musicaficionado”, un articolo stupendo ed estremamente approfondito di un anonimo sconosciuto. Lì tutto quello che c’è da sapere su “Magic And Loss” che, avendo a disposizione forse un quinto di quello spazio, io mai avrei potuto comprimere in una pagina. Onore al merito pure a Gino Castaldo, che sulle pagine di “La Repubblica” si confrontava in tempo reale, articolo datato 14 gennaio 1992, il giorno stesso dell’uscita del disco, con “Magic And Loss” con stile e acutezza, annotando che “ai canoni della cultura rock, quest’album sta come una specie di ‘Antologia di Spoon River’, dove a parlare (quasi ogni canzone è cantata in prima persona da un diverso personaggio) non sono dei veri e propri fantasmi, quanto piuttosto dei moribondi, degli eroi sconfitti, delle persone annientate, rimpicciolite da tragiche vicende personali. Ma l’effetto è analogo”. Il che non è completamente esatto e però rende assai bene. Di quanta importanza desse l’autore all’aspetto testuale offrono solare evidenza non solamente la voce, sistemata in primo piano nel missaggio e dalla dizione intelligibile come non mai, ma il fatto che chiese e ottenne che tanto nel voluminoso libretto del CD che negli inserti allegati alla versione in vinile le liriche venissero riportate non solo in inglese ma anche tradotte in tedesco, francese, spagnolo e italiano.

Altalenanti gli anni ’80 di Lou Reed. Cominciavano bene con un disco forse troppo arrangiato ma secondo me sottovalutatissimo come “Growing Up” e proseguivano meravigliosamente con il viceversa asciutto, e velvetiano assai, “The Blue Mask” cui andava dietro un “Legendary Hearts” di impostazione analoga ma dalla scrittura sottotono. Seguivano un “Live In Italy” pletorico e testimonianza di un tour che non poteva che lasciare sgomenti gli astanti (ero presente a una tappa; il gruppo era formidabile ma il leader in condizioni fisiche talmente precarie che tornai a casa con l’angosciosa convinzione di avere assistito a uno dei suoi ultimi concerti) e i leggerotti “New Sensations” (comunque ampiamente salvabile) e “Mistrial” (anche no). Il che contribuiva a far salutare “New York” (recentemente ripubblicato in una straordinaria riedizione Super Deluxe di cui ci siamo occupati sul numero dello scorso ottobre) come la più clamorosa forse (o quello, o il coevo “Freedom” di Neil Young) delle resurrezioni nella Storia del rock. E siccome appena quindici mesi dopo Lou Reed sorprendeva ulteriormente rinnovando il sodalizio con John Cale con la struggente messa da requiem laica per Andy Warhol di “Songs For Drella” altissime erano le aspettative per “Magic And Loss”. Pienamente soddisfatte da un’altra opera estremamente sobria. Quietamente monumentale e, di nuovo, di monumento funebre trattavasi, ma contemporaneamente di un inno ─ come da titolo ─ alla magia della vita.

Sono tre i cari estinti celebrati, due sconosciuti (Rotten Rita, stellina del giro della Factory, e Lincoln Swados, compagno di stanza di Reed alla Syracuse University) e uno strafamoso (Doc Pomus, autore con Mort Shuman di innumerevoli successi pop, errebì e rock’n’roll), in un disco che va a collocarsi a un perfetto incrocio fra i due predecessori. Usando gli arnesi del rock o all’incirca ─ fenomenale chitarrista Mike Rathke (che co-firma ben cinque tracce su quattordici) dà un inestimabile contributo ai momenti più di atmosfera con uno strumento synth della Casio; Rob Wasserman suona con gusto perlopiù jazz un basso elettrico a sei corde via di mezzo fra un fretless e un contrabbasso; Michael Blair approccia batteria e percussioni a volte così in punta di bacchette o di mani da perdersi quasi sullo sfondo ─ ma dispiegando soltanto occasionalmente un suono pienamente rock. Accade giusto in una What’s Good dal groove quasi funk, nella tirata e sferzante Warrior King, in una densa, cupa e distorta Gassed And Stoked e nella scorticata e frenetica Power And Glory, Part II. Il maggioritario resto parla la lingua piana e insieme mossa di un’ideale neo-camerismo (per dire: pure in una Cremation che è una piccola Sweet Jane) mai cameristico nel senso classico del termine e con risvolti folk, blues, jazz. Benché non fosse mai stato ripubblicato in vinile dall’epoca della prima uscita, “Magic And Loss” non era mai salito di prezzo. Questa riedizione è benvenuta e preziosa perché distribuisce su tre facciate con gli ovvi benefici che ne conseguono i 58’27” in origine stipati su due. Tiratura limitata però a sole 7.000 copie e gli interessati dunque si affrettino.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021. Lou Reed ci lasciava il 27 ottobre 2013, settantunenne.

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Wonderful Wanda (Jackson) – La regina del rockabilly

Bellissimi lineamenti Wanda Jackson, ancora oggi che l’età è di quelle che, avendo a che fare con una piacente signora, non si svelano più, e sotto la gonna due palle grosse così. Immaginate… Se Jerry Lee Lewis fosse stato un chitarrista. Se Elvis fosse stato tenebroso come Roy Orbison e punk come Eddie Cochran. Se Gene Vincent fosse stato uno del Johnny Burnette Trio. Se tutti costoro messi insieme fossero nati donna, ebbene, si sarebbero chiamati Wanda Jackson: la Queen Of Rockabilly, la Fujiyama Mama che per prima fece impazzire per il rock’n’roll – pensate un po’ – i giapponesi, per sette settimane consecutive in ginocchio davanti a lei durante un tour che è poco dire epocale, AD 1957. Nel decennio seguente i tedeschi, se possibile, la adoreranno ancora di più e con questo non si vuole adombrare che non sia stata profetessa in patria, tutt’altro. Fra alti e qualche basso, e soprattutto negli anni dal 1956 al 1963 coperti dalla travolgente e stipatissima (trentacinque brani, ottanta minuti) raccolta su Bear Family “Wanda Rocks”, la popolarità di Wanda fu grande. Né verrà dimenticata.

Nata in Oklahoma ma cresciuta in California, ottima chitarrista e cantante dalla voce sofferta e singolarmente matura per l’età, ma che nondimeno conserva un tono sbarazzino, Wanda LaVonne Jackson – giovanissima – ha un suo programma radio alla KLPR di Bakersfield. Capita di ascoltarla ad Hank Thompson, valente artista country sulla cresta dell’onda in quel momento, che subito offre alla girl un posto nei suoi Brazos Valley Boys. È il 1953. L’anno dopo la Capitol respinge un demo non perché non sia convinta delle doti della ragazza ma soltanto perché è ancora minorenne. La catturerà allo scoccare della maggiore età e nel frattempo è la Decca, che non si pone problemi al riguardo, a contare i dollaroni che quell’estate frutta il duetto con Bill Gray You Can’t Have My Love. Terminata la scuola da quella brava ragazza che è, a dispetto degli ammiccamenti e della grinta di performance infuocate, dall’11 ottobre 1955 sarà fra gli ospiti dell’“Elvis Presley Jamboree” e nulla potrà più fermarla.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.19, autunno 2005. La Regina del Rockabilly compie oggi ottantaquattro anni.

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Il primo disco brutto di Sting (che poi ne farà di peggiori)

Tutti a celebrare oggi i settant’anni di Gordon Matthew Thomas Sumner, in arte Sting. Io che sono un po’ monello lo faccio a modo mio ripescando, non per la prima volta, una stroncatura del terzo LP dei Police tratta dal numero di “Extra” in cui ci divertimmo a redigere una lista di “100 album da evitare”.

The Police – Zenyatta Mondatta (A&M, 1980)

Non c’è due senza tre, giusto? Due titoli insensati e fessacchiotti a battezzare due album solidi e irrestistibili come “Outlandos D’Amour” e “Reggatta De Blanc” ed ecco: declinando il più incisivo reggae bianco di sempre sul lato pop dei Clash, i Police diventano le prime vere superstar espresse dalla new wave. Vale la pena di insistere e allora tirano fuori un titolo che più cretino non si può e anzi sì, visto che il singolo che lo accompagna nei negozi si chiama De Do Do Do, De Da Da Da. Che disdetta che dimentichino di metterci dentro qualche canzone come si deve. Di decente da qui, se si è di bocca assai buona, si può cavare una Driven To Tears che era peraltro stata scartata dai dischi prima e il funkettino Voices Inside My Head. A esagerare, Don’t Stand So Close To Me, orecchiabile ma un’ombra appena di una Roxanne, una Message In A Bottle, una Bring On The Night, una Walking On The Moon. Polveri bagnate, troppo poco reggae, troppa voglia di monetizzare in fretta la fama appena conquistata. “Ghost In The Machine” e “Synchronicity” rimetteranno a posto le cose, prima che Sting cominci a sfornare in proprio lavori che in qualche caso faranno rimpiangere “Zenyatta Mondatta”, che quantomeno non è pretenzioso.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.9, primavera 2003.

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