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Anime migranti in un momento di grazia irripetibile – Gli Almamegretta di “Sanacore”

La voce più soul che mai abbia abitato disco in Italia? Per tanti quella di Raiz, sentimento puro che mai scivola nel melò nel mentre va piroettando fra Napoli e Kingston, come molta parte della musica di questo combo partenopeo cui il Bel Paese è sempre stato stretto. Notevole il biglietto da visita che porgeva nel 1992 con il mini “Figli di Annibale”, che tuttavia in nessun modo preparava alla stravolgente bellezza del debutto adulto, di un anno successivo, “Animamigrante”. E a sua volta quello impallidiva raffrontato a questo capolavoro assemblato due anni dopo fra la Campania e Londra, con sui cursori del mixer le sapienti mani di Adrian Sherwood, Mr. On-U Sound, nel cui pur innovativo e mediamente strepitoso catalogo poco, quasi nulla vi è di altrettanto mirabile. Disco perfetto per articolazione d’assieme e in ogni dettaglio e che respira la grazia di un momento irripetibile, “Sanacore” decolla sul dub circolare all’ombra del Vesuvio, carezzato da ottoni dolci e birichini, di ’O sciore cchiù felice, resta in altissima quota con la dondolante e marziale Maje e definitivamente squarcia la stratosfera con una Pé dint’e viche addò nun trase ’o mare che, saldamente agganciata alla migliore tradizione autoctona, getta un occhio al solito sulla Giamaica e l’altro al Bosforo. Per volare fin dentro il sole con la canzone che lo intitola, distillato di esuberanza che inebria e scaccia il blues.

Non ci sarebbe stato in fondo bisogno d’altro, “Sanacore” e la storia degli Almamegretta avrebbero anche potuto chiudersi qui. Ma questo include ancora gemme come la psichedelica e araba Ammore nemico, l’africaneggiante Ruanda, una Nun te scurdà di squisita suadade, l’electrodub Tempo. E quella avrebbe messo in fila altri album splendidi ─ “Lingo”, “4/4”, “Imaginaria” ─ e oltretutto capaci di scompaginare il gioco gettando sul tavolo techno e downtempo, funky, house e quant’altro. Però qui la faccenda sta su un altro livello: quello della magia.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.8, inverno 2003. Gennaro Della Volpe, in arte Raiz, compie oggi cinquantaquattro anni.

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Daughter Of A Preacher Man – La signora del soul Dusty Springfield

Improbabilissima (e nondimeno perfetta nel ruolo) Soul Woman, Dusty Springfield ci lasciava assai prematuramente, appena cinquantanovenne. Non fosse andata così ─ male ─ oggi di anni avrebbe potuto festeggiarne ottantadue.

Live At The BBC (Universal, 2007)

In questo DVD assai generoso nel minutaggio (quasi tre ore senza contare un “Jukebox” di una dozzina di titoli in solo audio) alcune cose sono invecchiate male. Direi una regia che dire statica è un eufemismo (e che fastidio che i musicisti non si vedano mai; “oh” e “ah” di meraviglia quando, intorno al novantesimo minuto, viene infine inquadrato il pianista). Direi la terribile acconciatura ad alveare di una protagonista che comunque ebbe sempre un rapporto con i parrucchieri problematico. Direi anche una non piccola percentuale di un repertorio proveniente perlopiù da nove spettacoli, la Springfield mattatrice unica, che la televisione pubblica britannica trasmise con cadenza settimanale nelle estati del ’66 e del ’67. Male gli arrangiamenti debordanti che sciupano soprattutto certe parentesi folk. Male la messe di cose da Broadway o da Hollywood che persino al tempo dovevano sembrare vetuste e figurarsi oggi.

E allora perché segnalare “Live At The BBC” e persino consigliarlo? Per quella manciata di pezzi favolosi in cui il pop d’antan è gettato alle ortiche ─ e con esso, con maggiore dispiacere, certo jazz swingante e confidenziale alla Sinatra ─ e a prendere possesso della ribalta sono quei bollori soul che nel 1969 renderanno “Dusty In Memphis” non solo il più grande album soul mai firmato da una cantante bianca ma uno dei più grandi e basta. Chiudi gli occhi e non riesci a crederci che sia una biondina londinese a cantare una Tell All The World About You da cui l’autore Ray Charles dovette sentirsi lusingato, una Good Times degna di Sam Cooke, una Gonna Build A Mountain di tale santificata furia da fare venire giù la più negra delle chiese.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.641, dicembre 2007.

Dusty In Memphis (Philips, 1969)

Ci penserà un’altra biondina inglese, e per sovrappiù giovanissima, tale Joss Stone, a sottrarre a Dusty Springfield il titolo di più improbabile, e nondimeno perfetta nel ruolo, soul woman di sempre. Trentacinque anni dovranno però passare dai gloriosi giorni in cui Dusty registrò, ovviamente “in Memphis” e con a spalleggiarla gli stessi musicisti che suonavano con Aretha Franklin, forse perplessi all’inizio ma alla fine entusiasti, otto canzoni squisite e tre indiscutibili capolavori: il gospel profano e funkissimo Son Of A Preacher Man, una Breakfast In Bed che annuncia Al Green, una In The Land Of Make Believe in anticipo su Gamble & Huff ma farina del magico sacco di Burt Bacharach. Era o non era del resto, la ragazza, la Dionne Warwick d’Albione?

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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Quando Dave Edmunds inventò il pub rock

Talento precoce quello di Dave Edmunds, da Cardiff e classe 1944, che forma un duo con il fratello maggiore Geoff appena decenne. Formidabile coincidenza: siamo nell’anno convenzionalmente indicato come quello di nascita del rock’n’roll, tenuto a battesimo in luglio dalle prime incisioni per la Sun di Elvis Presley. A quei suoni che arrivano da oltre Atlantico il ragazzino si appassiona subito e sarà l’amore di una vita, senza mai un tradimento vero, giusto (di più a breve) un’innocente quanto fruttuosa scappatella. Dopo una lunga teoria di complessini amatoriali il giovane Edmunds dà vita nel 1961 ai Raiders, trio rockabilly e dunque già fuori moda in un mondo che ha perso Buddy Holly e Eddie Cochran e ancora ignora che a breve tali Beatles lo cambieranno per sempre. Diversamente da quegli Stray Cats che il Nostro scoprirà e produrrà due tondi decenni dopo, i Raiders vengono ignorati. Passa un lustro e per una volta Dave Edmunds si ritrova in sintonia con il suo tempo. È epoca fra il tanto resto di British Blues ed è in quel filone che si inseriscono i Love Sculpture. “Blues Helping”, del dicembre 1968, è esordio gradevole quanto scolastico. Il botto arriva quando un singolo non presente sull’album, una curiosa versione rock (Keith Emerson prenderà nota) della Sabre Dance del compositore russo Aram Khachaturian, scala la graduatoria UK fino al numero 5. È un successo cui la band non sopravviverà, trascinandosi stancamente fino al gennaio 1970, quando il mediocre “Forms & Feelings” invece che rilanciarla la affosserà. Mors loro vita sua, in novembre Edmunds debutta da solista a 45 giri e per la prima (resterà l’unica) volta guarda tutti dall’alto nella classifica del Regno Unito (e anche in quella irlandese; in Germania è terzo, negli USA quarto). Non è un pezzo suo, I Hear You Knocking. Fra i più classici esempi di New Orleans Sound, l’ha scritto una quindicina di anni prima Dave Bartholomew ed è già stato una hit nella versione di Smiley Lewis.

Dice qualcuno che per Edmunds la storia del rock si ferma al ’63, ma un po’ esagera. Tant’è che in un esordio in lungo da solista (“Rockpile”, su Regal Zonophone, 1972) tutto di cover eccetto lo squillante rock-blues Hell Of A Pain per il congedo ci si affida a uno stentoreo Outlaw Blues, in una versione più lunga di due minuti di quella inclusa da Bob Dylan nel 1965 in “Bringing It All Back Home”, e il secondo lato si apre con la festosa Dance Dance Dance, regalata appena l’anno prima da Neil Young ai Crazy Horse. Addirittura: qui, sulla prima facciata, la It Ain’t Easy che David Bowie includerà solo l’anno dopo in “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust”. Ma scordatevelo, un Dave Edmunds in lustrini. Il resto è schietto rock’n’roll, con non una ma due riprese da Chuck Berry. Roba da pub, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.261, febbraio 2020. Dave Edmunds compie oggi settantasette anni.

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Phil Ochs – Cronache per chitarra e voce (militante)

Dice bene Michael Ventura nell’introduzione scritta nel ’97 per “Farewells & Fantasies”, triplo box che resta la migliore ricognizione mai effettuata sul complesso della vicenda artistica di Phil Ochs: i più sostengono che la generazione dei ’60 abbia fallito i propri obiettivi, che non sia riuscita a cambiare nulla, ma non è vero. L’emancipazione femminile e omosessuale, la coscienza ecologica, la lotta al pregiudizio razziale, la consapevolezza che i governi e le multinazionali debbono rispondere dei propri atti hanno compiuto passi in avanti decisivi grazie a pensieri, parole, opere di coloro che allora erano ragazzi. Come Phil Ochs, che vecchio non è mai diventato perché trentacinquenne si impiccava, il 9 aprile 1976, disperatamente convinto della futilità di tutto quel suo agitarsi e combattere. La vera tragedia è che se ne sia andato con questo strazio nel cuore. Come sarebbe oggi, prossimo agli ottant’anni come l’amico e rivale di sempre Bob Dylan? Di certo la sua voce “in opposizione” saprebbe levarsi alta e limpida come alta e limpida risuona in questo “All The News That’s Fit To Sing” che fu, nel 1964, il suo debutto su Elektra e in assoluto. Scarno quanto generoso di melodie capaci di imprimersi nella memoria a dispetto della ridondanza dei testi, inevitabile in canzoni che volevano essere articoli di giornale in veste di folk urbano.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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Il rock oltre il rock degli Slint

Siccome (almeno per scarti minimi come questo) la data di pubblicazione conta più di quella di incisione, il secondo e ultimo album degli Slint, registrato nel 1990 ma pubblicato nel ’91, va annoverato senz’altro fra i capolavori degli anni ’90 e non fra quelli del decennio precedente. E c’è una logica in ciò, dacché questo disco ha singolarmente disegnato tanta parte del post-rock dei successivi due lustri e in nessun modo può essere invece datato come appartenente ai precedenti due. Ma si potrebbe in fondo dire la stessa cosa del predecessore, il più succinto e spigoloso “Tweez”, inciso nell’87 e uscito nell’89. Altra indicazione che il quartetto di Louisville fu sempre fuori sincrono rispetto al proprio tempo, in anticipo e dunque, inevitabilmente, incompreso. Mutatis mutandis, sono in fondo stati degli altri Velvet Underground, gli Slint: pochi li ascoltarono, ma quei pochi ne ebbero la vita cambiata.

Due degli Slint, il chitarrista Brian McMahan e il batterista Britt Walford, erano stati insieme, imberbi, negli Squirrel Bait (con loro David Grubbs, che fonderà poi i Bastro e quindi i Gastr Del Sol). Il rovinoso ed emotivo hardcore punk di costoro si trasforma radicalmente in “Tweez” e in “Spiderland”: cala il ritmo, sparisce l’innodia, l’abbassarsi dei volumi induce aumento in luogo che diminuzione della spigolosità. Emergono scampoli di blues (ma raffreddato), country (ma niente affatto cantabile), psichedelia (transumante dalla moviola al raga, alla scala arabeggiante). È musica per certi versi già sentita, eppure inaudita, senz’altro catalogabile alla voce “rock”, eppure oltre. Irripetibile magia di un momento di passaggio. McMahan scioglierà il gruppo poco dopo la pubblicazione dell’album, in preda a una profonda crisi esistenziale da cui uscirà capitanando per breve tempo quei For Carnation logica evoluzione del suono esposto in “Spiderland”. Alcuni ottimi dischi all’attivo ma ─ come dire? ─ “normali”. Ritroveremo il suo contraltare chitarristico David Pajo nei For Carnation stessi, nei Tortoise, solista sotto pseudonimo come Aerial M o Papa M.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. A oggi sono trascorsi trent’anni esatti dalla pubblicazione di “Spiderland”.

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5 pezzi facili per Scott Walker, americano a Londra

“Ne morirà di gente nel frattempo!”: così, con impagabile umorismo nero, Noel Scott Engel, in arte Scott Walker, rispondeva all’intervistatore di “Mojo” che nel 2000 gli domandava quando avrebbe concesso all’umanità la grazia di un nuovo album. Non che se ne stia con le mani in mano, spiegava, ma scrivere è divenuto per lui con il tempo un processo sì tormentoso nel suo tendere alla perfezione che possono volerci “un paio di mesi perché io metta assieme la metà della metà di una canzone”. Si potrebbe dire che ha tenuto fede alla promessa, visto che siamo arrivati a inizio 2004 e ancora aspettiamo il successore del fosco e sublime “Tilt”, una faccenda del 1995 doverosamente inserita nei “500 dischi fondamentali” designati dalla nostra succursale “Extra” a rappresentare la storia del rock, termine da intendere nell’accezione più ampia e vaga possibile se si fa riferimento a capolavori come il suddetto. D’altro canto, fra “Tilt” e il predecessore “Climate Of Hunter” il nostro uomo di anni ne aveva messi undici e per ora siamo appena a nove. Pazientiamo. Ci aiuterà alla bisogna un cofanetto di cinque CD uscito in prossimità delle feste natalizie, con griffe Mercury/Universal, e beffardamente chiamato “5 Easy Pieces”. Naturalmente, anche nei suoi momenti più populisti, un prolungato esercizio dell’uneasy listening più uneasy che si possa immaginare. Naturalmente, ché sarebbe stato se no troppo banale, organizzato non cronologicamente ma tematicamente. Naturalmente comprendente materiale dei Walker Brothers, il complesso con il quale l’oggi sessantenne Scott soggiornò a lungo in cima al mondo in altri anni ’60, ma altrettanto naturalmente orbo della canzone per la quale tutti li ricordano, vale a dire The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (con il senno di poi, quel che si dice un titolo programmatico). Infine (a tirare l’ultima riga sulla lista delle iconoclastie prevedibili): fornito di un libretto, di eleganza e austerità somme, che ben si guarda dall’offrire all’acquirente informazioni biografiche su un soggetto che da un quarto di secolo sfugge le luci della ribalta, dopo essere stato personaggio di visibilità immane: l’annuncio dello scioglimento dei Walker Brothers provocava nel 1967 reazioni, in particolare fra il predominante pubblico adolescenziale femminile, di un’infima frazione meno estreme di quelle che causerà tre anni più tardi la fine dei Beatles. A parte l’elenco dei brani (novantatré) e una-foto-una del soggetto, il tascabile e smilzo volume non si compone che di citazioni citabili di celebri colleghi che esprimono ammirazione prossima all’idolatria per il Nostro. Ne pilucco qualcuna qui e là e vediamo se vi impressiono.

Per noi Captain Beefheart e Scott Walker sono l’epitome di ciò che davvero vuol dire punk, artisti che seguono la loro strada senza curarsi di nulla e di nessuno.” (Nick Power, The Coral)

Lo sai che ‘Tilt’ è stato registrato nello stesso studio e nello stesso periodo di ‘The Bends’? Ma non ci siamo mai incrociati. Non è stato che al Meltdown Festival che abbiamo avuto finalmente l’occasione di conoscerlo… Fondamentalmente, è stato per lui che abbiamo suonato. Ero lì sul palco e non facevo che pensare: ‘C’è Scott Walker fra il pubblico e non mi frega niente di chiunque altro possa esserci’.” (Thom Yorke, Radiohead)

Ha avuto un’enorme influenza su di noi…” (Damon Albarn, Blur)

Prosegue per altre 7.327 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.562, 20 gennaio 2004. Scott Walker ci lasciava due anni fa a oggi, settantaseienne.

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Woman Child – I formidabili anni giovani di Neneh Cherry

A leggerlo oggi fa ridere, ma forte. Nel 1990 Neneh Cherry, in forza del suo prodigioso esordio “Raw Like Sushi”, album dal quale erano stati anche tratti tre singoli di successo, fu candidata al Grammy nella categoria “Best New Artist”. Vinsero i Milli Vanilli. Cristosanto. Ma ve li ricordate i Milli Vanilli, ne avete mai sentito parlare a dispetto di vendite che furono al tempo multimilionarie? Se sì, è solo per la figuraccia planetaria quando ammisero che nei “loro” dischi non facevano letteralmente nulla, manco ci cantavano, e a ragione di ciò il premio venne ritirato, fu la prima volta che accadeva e a oggi resta l’unica. I Milli Vanilli… la più grande barzelletta della storia dell’industria discografica ma per niente divertente, visto che qualche anno dopo uno dei componenti il duo morì appena trentaduenne, di alcol, droga e vergogna. Neneh Cherry per fortuna non soltanto è fra noi ma, dopo una lunghissima assenza dalle scene, negli anni ’10 è tornata a far musica, e che musica! Ardita e sovente geniale come nella sua fantastica giovinezza ma con un sacco di spigoli in più. Papà Don ─ che poi in realtà era il patrigno e tuttavia fu lui a crescerla e di lui assumeva il cognome, essendo venuta alla luce Neneh Marian Karlsson il 10 marzo 1964, figlia di una pittrice svedese e di un musicista della Sierra Leone che si separavano poco dopo la sua nascita ─ ne andrebbe fiero. Del resto fece in tempo ad ascoltare, apprezzare, amare almeno i primi due album della fanciulla.

Come vieni su sei figliastra di uno dei trombettisti che hanno fatto la storia del jazz? Non può essere che un’infanzia particolare, sempre circondata da musicisti, spesso in viaggio con Don e per il resto divisa fra Stoccolma e New York, studi irregolari e abbandonati a quattordici anni per trasferirsi poco dopo a Londra (ma papà ti manda sola? sì; ogni tanto però viene a trovarti e magari dà una mano in sala d’incisione, lui che ne ha frequentato mille). Lì subito si immerge in quella scena punk che sta mutando e maturando in new wave. Fonda le Cherries, per breve tempo fa parte di Slits e Nails. Si sposta a Bristol e lì si unisce ai neonati Rip Rig + Panic. Nome preso da un LP di Rahsaan Roland Kirk e costola del disciolto Pop Group, costoro in tre LP ineguali ma che suonano ancora freschi e godibilissimi incroceranno free jazz e reggae, avanguardia, soul, funk e post-punk, che era più o meno la ricetta della band di provenienza ma reinterpretata con piglio decisamente più ludico e spogliandola di ogni sovrastruttura ideologica. Palestra preziosa per Neneh, che ne diveniva presto il punto focale, a un certo punto cambiavano senza alcun motivo il nome in Float Up CP e con la nuova ragione sociale davano alle stampe un 33 giri che risultava il loro più venduto. Poi ognuno per la sua strada, ma restando amici. Era il 1985 e la ragazza una cosina in proprio già l’aveva messa in curriculum, tre anni prima, un brano contro la guerra delle Falklands, Stop The War. La strada che la porterà al primo lavoro da solista comprenderà come tappe intermedie una collaborazione con The The e, crucialmente, il sodalizio stretto con Cameron McVey aka Booga Bear (per qualche tempo partner sentimentale oltre che artistico) e il lato B di un singolo del duo Morgan-McVey prodotto nientemeno che da Stock, Aitken & Waterman. Chiamata Looking Good Diving è chiaramente una canzone troppo buona per restare relegata sul retro di un 45 giri comprato da pochi e destinato a venire dimenticato in fretta. Neneh ci torna su, per rimodellarla chiede aiuto a Tim Simenon, in arte Bomb The Bass, e quando infine ne è soddisfatta la propone alla Virgin, con cui è rimasta in contatto dopo la fine dell’avventura Rip Rig + Panic. Adesso il pezzo si intitola Buffalo Stance, viene pubblicato a fine novembre 1988 e comincia subito a scalare classifiche un po’ ovunque, fino al terzo posto in Gran Bretagna, USA, Canada e Norvegia e al primo in Olanda e Svezia, mentre in Germania e Grecia è secondo, in Belgio quarto, in Finlandia quinto, in Austria settimo e così via. Un trionfo commerciale che premia quella che artisticamente resta una pietra miliare, uno di quei rari brani capaci da soli di aggiungere qualcosa al canone della musica pop.

In curioso ritardo di quasi otto mesi rispetto all’uscita originale datata giugno 1989 la Virgin ha appena ripubblicato (via Universal) “Raw Like Sushi” in una lussuosissima edizione per il trentennale in triplo vinile e box con allegato un libro con testi, disegni, foto, un’intervista, il tutto rimasterizzato comme il faut (sto facendo girare la stampa italiana d’epoca e, per quanto sottile, la differenza si coglie in un suono insieme più arioso e dinamico, con una gamma bassa dall’impatto più deciso e una alta appena arrotondata). Il secondo 33 giri è occupato quasi interamente da remix (fra gli altri due di Arthur Baker e uno di Kevin Sanderson) di Buffalo Stance, il terzo da versioni alternative di vari altri brani, senza però nemmeno un inedito. Raccontata così pare un’operazione “only for fans”, ma è possibile acquistare a parte il solo LP originale. Nondimeno l’oggetto è talmente bello che la differenza fra i 55 euro circa che costa portarsi a casa il triplo (prezzo relativamente economico) e i 25 (un po’ caro) richiesti per il singolo è sufficientemente modesta da mettere in difficoltà l’acquirente. Decida il lettore, che a suo tempo consumò il disco o viceversa non se l’è mai messo negli scaffali, magari ritenendolo “leggero” quando è invece opera di clamorosa consistenza e rilevanza. I tre singoli – l’esplosivo incrocio fra pop, soul e funk aromatizzato hip hop di Buffalo Stance, la romantica Man Child, la latineggiante Kisses On The Wind – aprono una prima facciata completata da una Inna City Mamma impossibilmente esultante, eppure intrisa anche di jazz, e dalla post-electro di The Next Generation. Vale uno zero virgola qualcosa di meno una seconda inaugurata da una Love Ghetto che insieme prefigura e umilia tanto modern R&B a venire e che, con in mezzo la sbarazzina Phoney Ladies, sciorina principalmente rap da Old Skool, ma mai pedissequo, per certi versi anzi in anticipo su un trip-hop che era dietro l’angolo. “Raw Like Sushi” ha trent’anni (e qualche mese) ma non è invecchiato di un giorno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020. Neneh Cherry compie oggi cinquantasette anni.

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Velvet Underground – Una minacciosa innocenza

Nella sua esilarante carriera di candido truffatore, sorta di idiot savant dell’arte moderna, Andy Warhol ha fatto un sacco di cose. Le tre per cui è più ricordato sono: i quadri (che tutti conoscono); i film (che nessuno sano di mente ha mai guardato per intero); l’avere scoperto i Velvet Underground (tanto universalmente noti ormai che qualche tempo fa si poté sentire un loro brano ridotto a musichetta per un consiglio per gli acquisti). L’Andy pittore incontrò i Velvet (è ragionevole affermare che la copertina con la banana sia oggi la sua opera più celebre; più del ritratto di Marilyn o della lattina Campbell). L’Andy cineasta, purtroppo, mai. Oh, certo, Lou Reed e sodali suonavano all’“Exploding Plastic Inevitable” galleggiando nello scorrere di pellicole warholiane come un feto nel liquido amniotico. Ma, per quanto incredibile possa sembrare, al regista autore di alcuni dei lavori più leggendariamente provocatori e inutili della storia del cinema ─ qualche esempio: Blow Job (un’inquadratura fissa di trenta minuti, sopra la cintola; Sleep (sei ore e mezza con John Giorno che dorme); Empire (otto ore con la camera puntata su un grattacielo in cui non succede nulla) ─ mai venne in mente che avrebbe potuto più proficuamente usare un po’ di celluloide per immortalare almeno uno spettacolo dei suoi protetti. Così, non avendo a disposizione una macchina del tempo possiamo solo cercare di immaginare concerti che i testimoni raccontano molto più estremi dei dischi (compreso il disco più estremo, “White Light/White Heat”; compreso il brano più estremo, Sister Ray), destrutturate orge di feedback fra abbandono e violenza. Né ci vengono in soccorso i tanti live postumi, tutti accomunati, legali e non, da una qualità sonora variamente disdicevole. Nemmeno “1969”, che pure si fa immaginare come uno dei più grandi doppi dal vivo del suo o di qualunque altro tempo, ci aiuta, ritraendo un gruppo trattenuto e talvolta persino alla ricerca del bell’intarsio. Meglio sotto questo punto di vista il recente primo tomo della collana “Bootleg Series”, che quantomeno ammannisce tre Sister Ray discretamente toste (una di trentotto minuti) e un altro tot di distorsioni in raga, ma non ci siamo ancora. Sei stato imperdonabile, Andy.

Mancando i film, tocca accontentarsi delle fotografie e qui a noi posteri va parecchio meglio. Ce n’è arrivata un’apprezzabile quantità e non poche di eccezionale potenza iconografica. La primissima formazione (quella con Angus MacLise) su un tetto di una New York che sembra Quarto Oggiaro. Nico verginea e sexy che percuote il tamburello fra luttuosi Caronte scappati dall’Ade. Moe Tucker che leva alto il mazzuolo su un tamburo. Sterling Morrison in studio, chitarra distrattamente a tracolla, magrissimo. John Cale e Lou Reed a una festa con Warhol, John impossibilmente giovane e fico e con un calice in mano. Lou sonnecchiante su un divano, una mano di Andy sul pacco. Ancora Lou e Andy e in mezzo in effige un Elvis cowboy, pistola in pugno. I Velvet al completo fra la folla della Factory, confusi e inconfondibili. La più triste e cool di tutte: Lou Reed al Max’s Kansas City il 23 agosto 1970, la sua ultima notte con la band, postura rigida e sguardo allucinato perso nel vuoto.

Mi sono accostato ai Velvet Underground, durante un’adolescenza sciatta parzialmente redenta dalla scoperta della musica e da poco altro, grazie a un album non loro e a una fotografia. L’album è “Rock’n’Roll Animal”, fumigante live in cui Lou Reed rileggeva hard quattro classici della sua vellutata gioventù. Ventiquattro anni dopo rammento ancora il momento in cui la Intro è trafitta dal riff di Sweet Jane come un’epocale epifania. La foto è una delle più famose e utilizzate (l’ho ritrovata qualche tempo fa in copertina di un libretto di Peter Hogan per la Omnibus Press) dell’archivio dei Nostri. Vista casualmente su una qualche rivista che non ho conservato, mi catturò con irresistibile magnetismo. Sulla destra John Cale, giacca scura, girocollo pece, barba di qualche giorno, capelli lisci spioventi sulle spalle, sguardo che si intuisce fisso in camera ma è celato, come quelli di Morrison e Reed, da impenetrabili lenti nere nelle quali si riflette la strada. Grandi indossatori di occhiali da sole i nostri eroi. Utili la sera per proteggersi dall’abbagliante parco luci del circo warholiano, tornavano comodi di giorno, oltre che per tirarsela e stabilire en passant un dettato estetico del rock, per celare pupille fatte a spillo dagli stravizi chimici. Non a caso, anche in questo scatto Maureen, l’unica sobria della compagnia, è la sola a non portarli. Se i lineamenti raccontano più anni di quanti non avesse l’espressione è da bambina, tenerissima. Pure Lou, ovviamente al centro e che al contrario degli altri non guarda in macchina, sorride. È però un sorriso birbante (più smaliziato, posso ora dirlo: quasi certamente un ghigno da anfetamina) da ragazzetto che ha appena ordito una carognata e ne pregusta gli effetti. Labbra ancora sporche di latte e di innocenza nondimeno. Ecco: quello che mi colpì e tuttora mi colpisce è il misto di innocenza e di minaccia che traspare. Cattive compagnie di cui faresti bene a non fidarti. Quindi da frequentare assolutamente.

Prosegue per altre 36.240 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.4, inverno 2001. Non se ne fosse andato il 27 ottobre 2013, settantunenne, Lou Reed compirebbe oggi settantanove anni.

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Il 1976 magico e tragico degli Earth, Wind & Fire

A quanto pare non ne aveva mai abbastanza degli Earth, Wind & Fire il pubblico americano nel magico biennio 1975-’76, breve arco di tempo in cui il gruppo di Maurice White (e del fratello Verdine, e di Philip Bailey) si inerpicava per la prima volta fino al numero uno della classifica degli LP di “Billboard” con “That’s The Way Of The World”, replicava prontamente l’impresa con il live “Gratitude” e di nuovo la sfiorava, fermandosi al secondo posto, con “Spirit”. Magico ma anche tragico, siccome proprio nel pieno delle registrazioni di quest’ultimo veniva a mancare prematuramente ─ quarantacinquenne, per un infarto ─ il produttore Charles Stepney, uno cui dobbiamo (fra il tanto resto) una mezza dozzina di album dei Rotary Connection e un paio di capolavori di Terry Callier. Per il maggiore degli White un’ispirazione e come un fratello più grande ed era insomma un rapporto, al di là dei tanti brani pure cofirmati da Stepney, che andava molto oltre quello che può essere normale fra un produttore e un musicista. Sapendolo in uno stato di salute precario Maurice aveva scritto per lui il brano di grandissimo pathos che intitola questo 33 giri fresco di ristampa su Speakers Corner e ne chiude la prima facciata. Non arriverà mai ad ascoltarlo. Dopo “Spirit” la qualità (il successo no, ancora a lungo) dei dischi del combo di Chicago declinerà, ma qui siamo ancora a un top di ispirazione, dal funky-pop di Getaway (a 45 giri faceva sfracelli) che inaugura prefigurando il Michael Jackson di “Thriller” all’elegante midtempo soul, con un profumo di jazz, Burnin’ Bush, che suggella. La languidissima Imagination e una Biyo strumentale e dall’attacco esplosivo a marcare i confini di un suono capace di spaziare dalla ballata sentimentale al ballabile secco, di evocare New Orleans nel mentre lancia ponti verso l’Africa. Rimasterizzazione impeccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017. Maurice White ci lasciava cinque anni fa a oggi, settantaquattrenne.

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It’s a sad and beautiful world – La magia di Nick Drake

Il tempo mi ha detto/che sei una rara scoperta/una cura problematica/per una mente problematica” (Time Has Told Me)

È una stupenda mattina di inizio luglio, il cielo così terso da far temere che possa andare in frantumi come cristallo, la ferocia del sole ingentilita da una brezza lieve e insomma tutto è disegnato dalla luce con contorni tanto netti da dare alle cose un che di allucinato. A Nick Drake sarebbe piaciuta, lui che adorava l’estate e morì al limitare di un inverno, trenta tondi anni fa, dopo averne vissute appena ventisei di belle stagioni. E mi pare una buona ragione, a parte il fatto che è appena uscita l’ennesima raccolta (“Made To Love Magic”) che cerca di offrire improbabili epifanie frugando in cassetti purtroppo vuoti, per starmene seduto alla scrivania a discettare, una volta di più, di un irrisolvibile enigma. Invece che andarmene a passeggio in un parco spiando pigramente innocenze e amori. Mi gingillo in cerca di un titolo, mentre nel mio studio risuonano quei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach che furono l’ultima musica che Drake ascoltò, la sera che per errore o per scelta esagerò con il Tryptizol. Un antidepressivo, a riprova che ogni tragedia cela una qualche ironia. Sul comodino Il mito di Sisifo di Albert Camus, un saggio sul suicidio e sull’assurdità della vita. E mi domando quale l’ultimo disco, quale l’ultimo libro invece di Ian MacDonald, che certamente di sua volontà ci ha lasciati una notte dell’ultimo agosto e del ragazzo di Tanworth-In Arden (vedete voi: persino il luogo in cui visse evoca il bucolico) era coetaneo. Si conobbero anche, entrambi studenti a Cambridge nell’anno accademico 1968-69, e colui che sarebbe diventato il Vate della critica musicale britannica poté, in tutti i sensi stupefatto, ascoltare il giovane Nick eseguire nella sua stanza, per un modesto pubblico di ragazzi ammirati e fanciulle immediatamente innamorate, Time Has Told Me, sei mesi prima dell’uscita di “Five Leaves Left”. Parecchio di memorabile firmerà Ian MacDonald ma fra quanto mi è capitato di leggere niente sorpassa Be Here Now, una lunghissima analisi dell’esistenza breve e tormentata, della psicologia e naturalmente dell’opera di Nick Drake pubblicata su “Mojo” nel gennaio 2000.

Mi ci sono reimmerso ieri, scoprendola ancora più grande che nel ricordo. Intimidito, risfoglio quelle pagine e un possibile titolo mi viene da lì: Man of constant sorrow, come il classico proto-country. Ma sarebbe tradire MacDonald, che appunto nega che tutto in Drake sia sempre stato male di vivere, razionalizzato – perché (dice lui che per sua disgrazia se ne intendeva) “depression can be rational” – in un approccio romantico all’esistenzialismo. Aggiungerci un punto interrogativo? Un’altra idea fa capolino, riflettendo su come ciascuno dei tre LP che compongono quasi per intero il corpus drakiano si rapporti a una stagione: potrebbe allora essere, parafrasando uno strambo e poetico film coreano appena visto, Estate, autunno, inverno… e basta. E poi chissà quale sinapsi scatta e mi viene in mente Roberto Benigni, in Down By Law. Perfetto così.

Prosegue per altre 6.933 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.588, 20 luglio 2004. A oggi sono trascorsi quarantasei anni dacché Nick Drake ci lasciava. Ne aveva ventisei.

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