Archivi categoria: anniversari

69 Year Old Genius – Quel Numero Uno di Stevie Wonder

Occhio al titolo: non “Il meglio di” ma “Numeri uno” e insomma questa raccolta, che raggiunge i negozi sotto Natale, si è compilata da sola. Naturalmente, le classifiche di riferimento sono le statunitensi. Non soltanto quella generalista ma pure quella R&B, che se no a venti brani non ci si sarebbe arrivati. Cifra comunque impressionante. Ancora di più colpisce che il primo articolo nel sontuoso catalogo risalga al 1963 – il nostro uomo era allora un ragazzino di tredici anni – e l’ultimo sia del 2005.  Da quattro decenni e mezzo sulle scene con immutata popolarità, colui che fu detto il Mozart della black e un fratellino di Ray Charles dopo avere per qualche tempo lucrato rendite con pochi pari nella musica popolare del Novecento sta oltretutto vivendo un momento di grande rilancio. Applauditissimo il tour nordamericano volto a promuovere l’antologia in questione e i resoconti osannanti danno a intendere che quando ci si riferisce a Stevie Wonder come a una leggenda vivente sia ancora il “vivente” che va sottolineato.

Va quasi da sé che non sia “Number Ones” la migliore scrematura possibile di un repertorio eccezionale. Ci sono le sdolcinate I Just Called To Say I Love You e That’s What Friends Are For e, per non citarne che uno, manca un pezzo straordinario come Isn’t She Lovely, per la buona e ovvia ragione che non uscì su singolo. Dal monumentale “Songs In The Key Of Life” – enciclopedico riassunto di stili, dal jazz da big band alla ballata sentimentale, da un funk affilato a un pop di irresistibile solarità, con in mezzo persino escursioni zappiane – il non più Little Stevie traeva trent’anni fa per il mercato dei 45 giri altre quattro canzoni ma, incredibilmente, non una che a chiunque sarebbe bastata  (basterebbe) a illuminare una carriera intera.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.285, dicembre 2007. L’artista festeggia oggi il suo sessantanovesimo compleanno.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

La Heavy Music del giovane Bob Seger

Bob Seger è in una relazione complicata con il suo passato remoto e non da oggi, che gli anni sono settantatré e la salute vacilla, tant’è che il tour che doveva promuovere l’ultimo e orrendo “I Knew You When” durava poche date prima di venire interrotto. Sta per riprendere, dovrebbe concludersi in maggio, sarà l’addio alle scene. Ma dicevo: l’uomo che fra il ’75 e l’84 contese a Springsteen il primato in materia di rock “blue collar” (“Against The Wind” andava al numero 1 USA a inizio 1980, “The River” capeggerà la graduatoria a fine anno; entrambi sono certificati quintuplo platino) ha rimosso quasi tutto quanto precedette l’exploit, artistico prima che commerciale (non entrava nemmeno nei Top 100, le vendite rilevanti le ha accumulate dopo), di “Beautiful Loser”, 1975. Dei sette LP che lo precedettero solo “Smokin O.P.’s” è in catalogo, tre sono stati ripubblicati un’unica volta in digitale e mai più ristampati e tre addirittura mai hanno goduto di una riedizione ufficiale in CD. E questo non per problemi con le case discografiche ma per volere dell’autore e dire che del lotto fanno parte lavori notevoli, se non capolavori, quali “Ramblin’ Gamblin’ Man” (1969), “Mongrel” (1970), “Seven” (1974).

Figurarsi l’opinione che può avere il nostro uomo della manciata di singoli che pubblicava fra il ’66 e il ’67, poco più che ventenne, per la Cameo. Non c’è lui dietro questa “Heavy Music” che è che la prima raccolta ad antologizzarli, ma perlomeno non l’ha bloccata. Dovrebbe essere più indulgente con se stesso, divertirsi come ci divertiamo noi con l’esilarante proto-punk già alla MC5 della traccia omonima, il garage all’LSD East Side Story, una formidabile mimesi di Dylan chiamata Persecution Smith, parodie di Beach Boys e James Brown come Florida Time e Sock It To Me Santa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, ottobre 2018. L’artista compie oggi settantaquattro anni.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Vent’anni fa – Il Tom Waits di “Mule Variations”

L’attesa è stata lunga come mai in precedenza: sei anni, che diventano sette se si mette in conto l’atipicità di “The Black Rider”, colonna sonora per una produzione teatrale tedesca di Robert Wilson, e si elegge a vero predecessore di “Mule Variations” lo spigoloso, dolente, quasi apocalittico, “Bone Machine”, datato 1992. C’era in realtà da metterlo in preventivo. Già al precedente cambio di etichetta, dalla Asylum alla Island, Waits aveva fatto trascorrere tre anni fra l’ultimo disco di un ciclo e il primo di quello seguente, dando alle stampe nel frattempo una colonna sonora (quella del disastro coppoliano “One From The Heart”). Era più difficile, e anche poco sensato, aspettarsi una seconda rivoluzione alla “Swordfishtrombones” nell’universo waitsiano: evento probabilmente irripetibile per un artista sulla soglia dei cinquant’anni e con già tanti capolavori alle spalle. A patto di non cercare in esso, irragionevolmente, nuovi sommovimenti epocali, “Mule Variations” inaugura il contratto con la Anti- (succursale Epitaph) ripagando ampiamente la pazienza degli appassionati.

L’unica novità proposta è relativa: è questo un album che opera una sintesi inedita fra il Tom Waits romantico e scapigliato dei ’70 e quello sperimentale del decennio successivo. Tracce del primo sono individuabili in quelle romantiche ballate springsteeniane che sono Hold On e House Where Nobody Lives come pure, non fosse la voce da licantropo triste, in Georgia Lee. Altrove prevale il Waits sublimemente sgangherato degli ’80: un po’ Bo Diddley, un po’ (tanto) Captain Beefheart. In piena Mitteleuropa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 191, maggio 1999. Ricorre oggi l’esatto ventennale della pubblicazione dell’album.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Per gli ottant’anni mancati di Marvin Gaye

Non si fosse fatto suicidare dal padre il giorno prima di compierne quarantacinque, oggi Marvin Gaye avrebbe potuto festeggiare l’ottantesimo compleanno. Ma dubito che ci sarebbe arrivato. Ho scritto di lui un’infinità di volte. Per l’occasione, recupero la recensione di una ristampa di un suo album, una colonna sonora, tanto bello quanto poco considerato. Dal titolo perfetto per una biografia del tormentato autore.

Che il Marvin Gaye più sottovalutato di sempre abiti i solchi di “Here, My Dear”, velenoso doppio a tema con il quale nel 1978 l’autore in un colpo solo liquidava gli alimenti alla ex-moglie e presentava un conto spese da capogiro a quella Tamla Motown di proprietà dell’ex-suocero (mai suicidio commerciale fu pianificato con tanta perfidia), è fuori discussione. Per quanto ultimamente in quel romanzo di un amore andato a male in molti abbiano identificato l’anello mancante, aggiunto a posteriori, fra la black a tutto tondo di “What’s Going On” e il viagra-funk di “Let’s Get It On”. Bel paradosso allora che il secondo Marvin Gaye più sottovalutato sia proprio quello del 33 giri, dato alle stampe nel ’72, che separava nella realtà i due capolavori summenzionati. Se quando si tratta di mettere in fila le colonne sonore classiche del filone blaxploitation quella di “Trouble Man” è quasi sempre citata, ma quasi sempre in posizioni di retrovia rispetto a “Superfly” come a “Shaft” o a “Black Caesar”, nella discografia maggiore del Nostro viene immancabilmente dimenticata e a riascoltarla pare uno scandalo.

Album in verità splendido, che sta in piedi benissimo da solo, pure senza il supporto delle immagini di una pellicola al contrario quanto mai mediocre. Opera in massima parte strumentale, la sola vera canzone essendo una traccia omonima in cui Marvin sciacqua nel blues la sua voce di seta e di sesso, e capace di restare in equilibrio con somma naturalezza fra funk e jazz, soul ed errebì e orchestrazioni degne di un Morricone o di un Axelrod, tanto misurate quanto favolosamente sofisticate. L’edizione per il quarantennale triplica il minutaggio del vinile d’epoca e per una rara volta le bonus le tieni volentieri tutte o quasi e ringrazi.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

3 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Il 1969 perduto, e ritrovato, dei Velvet Underground

Il 30 gennaio 1968 la Verve pubblica “White Light/White Heat”. Quasi a sua insaputa, si potrebbe dire, giacché non lo promuove né presso le radio né sulla nascente stampa underground. Copertina tutta nera, anonima a meno di non guadarla da vicino e solo allora si nota, in controluce, l’immagine di un tatuaggio raffigurante un teschio, l’album così abbandonato a se stesso fa capolino brevissimamente nei Top 200 di “Billboard” per subito sparire e pare che da allora – in mezzo secolo! – le sue vendite complessive negli Stati Uniti abbiano superato appena le centomila copie. Incredibilmente poco per un capolavoro che ha esercitato un’influenza formidabile su new e no wave ed è un antesignano del noise. Al confronto quasi un campione di incassi l’ancora più seminale predecessore, “The Velvet Underground And Nico”, che pure a oggi ancora deve venire certificato disco d’oro negli USA. Favorito, oltre che dall’essere una collezione di canzoni (per quanto – alcune – straordinariamente “avanti” per il tempo), dall’avere potuto beneficiare del battage pubblicitario procurato da copertina e produzione, entrambe a firma Andy Warhol. Sia come sia: quando il 13 e 14 febbraio (a New York) e poi il 29 maggio (a Hollywood) il quartetto tornava in studio per registrare cinque pezzi, quattro dei quali resteranno inediti ufficialmente fino a metà anni ’80, il morale era basso. Da lì a tre mesi ancora, Lou Reed – già responsabile dei licenziamenti di Nico e Warhol – convocherà una riunione con Sterling Morrison e Maureen Tucker per comunicare l’estromissione pure di John Cale. I Velvet più sperimentali escono di scena quel giorno, ma quelli folk-rock e lo-fi del terzo, omonimo 33 giri (marzo 1969) e power-pop di “Loaded” (settembre 1970) verranno parimenti ignorati dalle classifiche. Salvo venire riscoperti con l’arrivo di punk e new wave e da allora ci va malafede per negare che siano stati una delle band che più hanno contribuito a definire il canone del rock. Opinione che già era nel comune sentire nel 1985, quando inattesa raggiungeva i negozi “a collection of previously unreleased recordings” chiamata “VU”, suscitando l’entusiasmo dei cultori. Non “quel Grande Album Perduto” di cui si era favoleggiato, come si affrettava a precisare sul retrocopertina Bill Levenson, bensì una raccolta di incisioni – dieci – risalenti al periodo compreso fra il febbraio 1968 e il settembre dell’anno dopo, rinvenute casualmente nei magazzini della Verve. Da lì a un ulteriore anno l’assai meno entusiasmante “Another View” ne recupererà altre nove. Da allora il cofanetto quintuplo “Peel Slowly And See” e riedizioni Super Deluxe di tutti e quattro gli LP di Lou Reed e soci hanno definitivamente provveduto a sviscerare in ogni più intimo e infimo risvolto una Storia a lungo materia di trattazioni letteralmente leggendarie.

Suscitava quindi stupore la notizia, qualche mese fa, della pubblicazione di un “nuovo” Velvet – in doppio vinile! – chiamato “1969” ed è un titolo che già di per sé induce confusione, con il classico – nonostante pur’esso postumo – e anche lui doppio “1969: The VU Live”. Quando qualche settimana fa ne ho ricevuto copia ho poi impiegato un tot a capire di che si tratti e per farlo ho dovuto recuperare i due titoli di metà anni ’80 di cui sopra e carta e penna. E tutto questo perché, cosa che nel 2018 risulta imperdonabile in un’operazione di recupero di archivi, non c’è un libretto, non dieci righe per spiegare cosa sia un album che al pubblico quella trentina di euro costa. Trattasi a farla breve di recupero integrale di “VU” e “Another View” ma con le scalette mischiate, sei brani non nei missaggi originali ma in remix del 2014 e un unico cosiddetto inedito, una pletorica versione di Beginning To See The Light del 1968 e solo marginalmente diversa da quella inclusa nel terzo 33 giri. 1968? E già: se le prime tre facciate contengono quattordici registrazioni risalenti all’anno evocato nel titolo, nella quarta ne sfilano altre sei di un anno e in un caso – il non proprio indispensabile rock’n’roll strumentale Guess I’m Falling In Love – addirittura due prima. Dopodiché: messo in campana da quella mezza dozzina di “2014 mix” ho fatto una ricerca ed ecco, i primi tre lati di questo doppio riproducono il CD 4 della riedizione “Super Deluxe” di “Third”. A uso e consumo degli integralisti che aborrono il digitale, si potrebbe dire. Ti gira la testa, amico lettore? Un po’ ancora anche a me.

Non fosse che John Cale in quel fatidico anno non faceva più parte del gruppo, Lou Reed non è più fra noi e Sterling Morrison idem e da molto prima, “1969” sarebbe attaccabile pure per quanto attiene una scaletta di cui non si sa chi abbia deciso l’ordine e in base a quali criteri, se un criterio c’è stato, visto che né si segue la cronologia né si punta a creare un respiro che vistosamente manca. Ma chi avrebbe potuto provvedere non c’è più e allora ci si può accontentare di un vinile di qualità migliore e più cospicua grammatura dei lontani predecessori. Ovviamente i Velvet indispensabili sono altri, ma pochi gruppi nel Grande Romanzo del Rock hanno lasciato per strada “scarti” (nel percorso che dal terzo LP li portava al quarto attraverso un cambio di casa discografica, dalla Verve alla Atlantic) del livello di una One Of These Days fra doo wop e Beatles e una We’re Gonna Have A Real Good Time Together in cui già erano contenuti i Feelies, una Coney Island Steeplechase che da allora Jonathan Richman (senza saperlo) rifà, un’incantata Ocean, una sferragliante Foggy Notion accantonata (si suppone) solamente perché progenitrice di What Goes On e una I’m Sticking With You che invece anche perché come gemma di vaudeville sinatriano After Hours riluceva di più. Per non parlare della dolcissima Lisa Says, o delle giocose Andy’s Chest e She’s My Best Friend, che guarda caso il Lou Reed solista recupererà, l’ultima addirittura in “Coney Island Baby”, sette anni dopo. Qualità tecnica mediamente non strabiliante, a essere eufemistici, ma questi erano i Velvet Underground e c’era poco da rifinire. Prendere o lasciare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Un grande affresco collettivo di Americana – Il Ry Cooder di “Paradise And Lunch”

Probabile che non se ne accorga nessuno, ma proprio nei giorni in cui questo numero di “Audio Review” raggiungerà le edicole uno dei più importanti agitatori culturali dell’ultimo mezzo secolo americano compirà settant’anni. Agitatore culturale e dunque politico, sì, in primo luogo. Poi musicologo. E solo in terza istanza straordinario chitarrista, ottavo (per quanto possano valere certe classifiche) nella lista dei cento campioni dello strumento che stilava nel 2003 “Rolling Stone”. Qualche lettore potrà legittimamente dissentire, rovesciando le posizioni in questo mio personale podio, e mi sia allora permesso di argomentare. Ricordando per cominciare che nel 1972 Ry Cooder, perché è di lui che stiamo parlando, sceglieva per aprire “Into The Purple Valley”, suo secondo LP da solista dopo un omonimo esordio in cui aveva riletto fra il resto Woody Guthrie e un classico dell’era della Grande Depressione quale How Can A Poor Man Stand Such Times And Live? di Alfred Reed, un brano di Agnes “Sis” Cunningham. A dire il vero, Cooder ignorava che la fondatrice dei Red Dust Players e di quella bibbia del folk di oltre Atlantico che fu “Broadside” fosse l’autrice di How Can You Keep Moving (Unless You Migrate To) e lo indicava come “traditional” (l’errore, presente nella prima edizione, verrà corretto nelle successive ristampe), ma non ha importanza. Conta il concetto alla base di una canzone che risolveva come stridula marcetta: in genere non si emigra per scelta bensì per necessità e la politica non può fermare ciò che l’economia ha innescato. Qualcuno lo spieghi al muratore Donald Trump. A proposito: rileggo quanto scrissi su queste pagine recensendo nel 2012 il disco che è a oggi l’ultimo di Cooder, “Election Special”, e mi scappa da ridere agro quando mi scopro a definire Mitt Romney il peggiore candidato alla presidenza mai espresso dal partito repubblicano.

Ryland Peter Cooder nasce a Los Angeles il 15 marzo 1947, da padre statunitense e madre italiana, e le origini conteranno senz’altro qualcosa in una concezione del mondo con al centro la fecondità del meticciato. Che è l’unico filo conduttore che lega una vicenda artistica che, dopo averlo visto federatore di una musica dalle mille radici quale è quella popolare americana, lo vedrà collaborare con Vishwa Mohan Bhatt come con Ali Farka Touré, con i Chieftains come con Manuel Galbán, e nel mezzo regista dell’operazione Buena Vista Social Club. E di sicuro molto contava pure l’incontro, giovanissimo, con uno spirito affine, praticamente un suo gemello di colore, Taj Mahal, con cui condivideva l’avventura precoce e acerba ma intrigante dei Rising Sons, quintetto fra folk-rock e country-blues elettrico che registrava nel 1966 un 33 giri che la Columbia pagava solo per inverecondamente tenerlo in un cassetto fino al ’92. Talento precocissimo, avendo messo le mani per la prima volta su una chitarra treenne, Ry arriva al debutto in proprio datato 1970 con un curriculum pazzesco per uno che ha ventitré anni: è stato il fulcro della prima Magic Band di Captain Beefheart (sua l’elettrica in “Safe As Milk”), ha prestato la sua abilità di strumentista al Randy Newman di “12 Songs” e a Judy Collins in un tour che ha fruttato un live, ha collaborato con Van Dyke Parks come con i Little Feat e, quel che più conta, a lungo è stato una sorta di sesto (o meglio settimo, contando Ian Stewart) uomo nei Rolling Stones: Love In Vain (su “Let It Bleed”) e Sister Morphine (su “Sticky Fingers”) i contributi più importanti. In “Ry Cooder” e in “Into The Purple Valley” il nostro eroe comincia a elaborare un manifesto del folk in senso lato d’America tanto più “suo” perché in luogo di scrivere (fintanto che non si darà alle colonne sonore – formidabile carriera “a latere” che a momenti mi stavo dimenticando – sarà quasi sempre interprete, rarissimamente autore) sceglie e peculiarmente si appropria, pescando in un catalogo sterminato. Sono lavori già intriganti, ma il colpo da maestro – il capolavoro, a detta di una critica praticamente unanime al riguardo – lo piazza dopo averlo lungamente preparato, nel 1974, con “Paradise And Lunch”. Lì folk, blues, soul e gospel, e un pizzico di jazz, si mischiano inestricabilmente in un assieme ineffabilmente coeso. Nessuno come Cooder ha saputo sistemare tanto armoniosamente nello stesso album, chiarendo come siano parte della medesima tradizione, cose così diverse: il funky-gospel di Married Man’s A Fool, un Blind Willie McTell riletto come fosse The Band, e una processione antifonale da Esercito della Salvezza quale Jesus On The Mainline; il Bobby Womack già rifatto dagli Stones e ora girato in calypso di It’s All Over Now e lo schietto blues elettrico If Walks Could Talk; una Tattler di gusto caraibico e infiltrata di archi e il Burt Bacharach trasferito sul serio sul Border di Mexican Divorce; per suggellare il tutto, avendo aperto con la collisione fra spiritual e dixie prossima a tante cose Hot Tuna di Tamp ’Em Up Solid, con lo strepitoso duetto fra la sua acustica e il piano ragtime di un gigante del jazz quale Earl Hines di Ditty Wah Ditty.

Ecco: la forza di “Paradise And Lunch” sta anche nel suo essere affresco in una certa misura collettivo. Nell’interazione fra il titolare e una ritmica quanto mai fantasiosa (con il batterista Jim Keltner la collaborazione sarà assai proficua, giungendo fino ai giorni nostri) come nell’esplosività delle ricche parti corali, negli interventi misurati di archi e ottoni e in quelle tastiere che ora dialogano e ora legano. Produzione magistrale perché per niente intrusiva di Russ Titelman e Lenny Waronker, “Paradise And Lunch” è fresco di riedizione su Speakers Corner ed è una stampa favolosa, che supera in scioltezza la pur ottima edizione tedesca anni ’80 (su quella USA d’epoca avrei un tot da ridire) che già avevo in casa. “Spumeggiante” è l’aggettivo che meglio si attaglia a un’incisione con voci che scappano da tutte le parti, corde che danzano, una ritmica agile e squadrata nel contempo, più sul versante dello swing che su quello del groove. Se questo mese vi avanzano 32 euro, non saprei consigliarvi un modo migliore di spenderli.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017. Ry Cooder spegne oggi settantadue candeline.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Led Zeppelin – Volo magico numero Uno

Corre a ritmi impossibili la storia dei primi giorni dei non ancora Led Zeppelin, bensì New Yardbirds, e a momenti si fatica a starle dietro, a crederci. Definita la formazione a fine agosto, a metà settembre sono in tour in Scandinavia, siccome tocca onorare impegni presi dal manager prima che il gruppo precedente si sciogliesse. Nel frattempo è stato scelto il nome nuovo, recuperando la vecchia idea di Keith Moon. Piace il contrasto, analogo a quello che c’è nella ragione sociale di un complesso che va per la maggiore quali gli Iron Butterfly, fra la pesantezza dell’aggettivo anteposto al sostantivo, “lead”, piombo, e la leggerezza dell’idrogeno che, riempiendoli, consentiva ai vecchi aerostati di sollevarsi dal suolo. E naturalmente, vista la musica che si vuole proporre, piace pure la connotazione bellicosa di una sigla ancora capace di destare un’eco di terrore nella mente dei londinesi più anziani, quelli in grado di ricordare i bombardamenti subiti dalla città, proprio a opera dei dirigibili ideati dal conte Zeppelin, durante il primo conflitto mondiale. C’è però una variazione, con “lead” contratto in “led” per timore che gli americani lo pronuncino come “leed”. Ma ancora a ottobre, in tre esibizioni inglesi, bisogna presentarsi come Yardbirds, mentre senza nemmeno avere un contratto discografico già si sta procedendo a registrare un album. Basteranno trenta furiose ore divise nell’arco di nove giorni, con un conto finale ammontante a un’inezia persino per allora, 1782 sterline, compresi gli onorari di Glyn Johns, ingegnere del suono ai comandi di Jimmy Page, e del tablista Viram Jasani, ospite in un brano. Inclusi gli impianti per una copertina iconica come poche, con l’immagine dell’Hindenburg che brucia ponendo fine per sempre all’era del volo su mezzi più leggeri dell’aria.

Quanto a “Led Zeppelin” la apre un’era, Giano Bifronte che guarda a passato e futuro senza apparire per un secondo schizofrenico. C’è del blues, molto blues. C’è più folk di quanto non sembrò all’epoca e avrebbe stupito meno, ad accorgersene, l’apparente svolta di “III”. E ci sono un prezioso lascito degli ultimi Yardbirds, Dazed And Confused, in origine una lunga improvvisazione psichedelica delegata a chiudere i concerti sin dal dicembre 1967, e un prelievo riveduto e corretto, How Many More Times, da quell’effimera Band Of Joy in cui avevano militato sia Plant che Bonham. Suggellano i due lati e saranno i pezzi forti del primo repertorio live. Fosca parabola di viaggio lisergico andato male presa – diciamo così – in prestito da Jake Holmes, misconosciuto cantautore americano che non verrà mai accreditato (va detto che la rielaborazione è tanto profonda che rimane sì e no lo spunto), con la sua melodia cantilenante e il passo strascicato Dazed And Confused è il tour de force del disco. Nulla tuttavia rispetto a cosa diventerà negli anni, ampliandosi dai 6’27” della versione in studio a mezz’ora e ospitando (sarà così anche per Whole Lotta Love) di tutto al suo interno, da altri brani degli Zeppelin ad assortiti omaggi, alle celeberrime improvvisazioni di Page con la chitarra suonata con l’archetto: trovata che oggi appare ingenua ma allora fece scalpore. Parata di stereotipi blues ricalcata su quella The Hunter di Albert King riletta sempre nel 1968 anche dai Free di “Tons Of Sobs” (che però correttamente ne indicarono gli autori), How Many More Times durerà meno nelle scalette ma resterà molto amata dai fan più grezzi, per la primitiva veemenza, e dai più avvertiti per una doppia citazione, un assolo di peso dal cavallo di battaglia degli Yardbirds Shapes Of Things e un accenno a un bolero che non si saprebbe dire se affettuoso saluto a Jeff Beck o presa per i fondelli dello stesso. Chiusure memorabili per facciate senza riempitivi ove ogni episodio è un classico e l’assieme contiene in nuce praticamente tutto ciò che i Nostri appronteranno nell’abbondante decennio a venire. È un continuo gioco di cambi di passo e atmosfera. Dalla deflagrazione rock’n’roll a innesco lento di Good Times Bad Times si passa alla radicale rivisitazione elettroacustica di un traditional come Babe I’m Gonna Leave You, con Plant che offre la prima grande prestazione lanciandosi verso empirei soul frequentati soltanto da Van Morrison fra i contemporanei bianchi, e da quella a You Shook Me, un Willie Dixon (via Muddy Waters) in tempo medio rifatto pure da Jeff Beck, mesi prima, in “Truth”. Eterno amico/rivale di Page, Beck se ne adombrerà assai e c’è da presumere non per essere stato “copiato” ma perché la versione Zeppelin è superiore alla – benché ottima – sua. Sapori arcani caratterizzano i due brani che conducono, sull’altro lato, al possente proto-punk di Communication Breakdown dal quale, per tramite di un altro ma più calligrafico Willie Dixon, I Can’t Quit You Baby, si approda al succitato gran finale: intro chiesastica di organo per Your Time Is Gonna Come, che si mantiene poi solenne e melanconica; un tambureggiare di tabla (Jasani) nella troppo breve Black Mountain Side, accenno di raga in cui Page, facendo suonare la chitarra come un sitar, omaggia o deruba a seconda dei punti di vista Davey Graham e soprattutto Bert Jansch. Si ascolti a tal riguardo Blackwaterside (!) sul favoloso “Jack Orion”, che è del 1966.

Dibattito senza fine quello sulle tante… appropriazioni indebite della banda Page nei primi anni di vita, ma non fece lo stesso un tal Bob Dylan? Di questo vive la musica popolare e chi se ne scandalizza è perché ne ignora le dinamiche. I Led Zeppelin furono anche più creativi nel loro rubacchiare a destra e a manca e nessuno avrebbe dovuto offendersene, se non i derubati e forse neppure loro. Ladri? Geniali. Più di qualunque altra loro/non loro canzone illustrerà il punto Whole Lotta Love, ma non corriamo più di quanto fecero i novelli Fab Four nella svelta cavalcata verso la gloria.

Dicevo prima di un LP inciso senza un preventivo accordo con un’etichetta, circostanza mai sentita per l’epoca. Ben più inaudito era però ciò che Peter Grant riusciva a combinare dopo. Contattato telefonicamente da Jerry Wexler, al quale i Led Zeppelin erano stati consigliati (sponsor invero improbabile) nientemeno che dalla cantante soul-pop Dusty Springfield, il manager replicava agli approcci del navigato discografico con uno sfrontato “Non conosci il mio prezzo”. Dopo di che volava a New York e, con il decisivo contributo del suo avvocato americano, Steve Weiss, imponeva condizioni pazzesche: in cambio dell’esclusiva mondiale sul complesso, la Atlantic rinunciava alle edizioni musicali e concedeva un anticipo di duecentomila dollari e la più alta percentuale sulle vendite mai accordata a chiunque, cinque volte – si verrà a sapere molto dopo – quella dei Beatles. Si faccia il raffronto, per valutare adeguatamente l’abilità mercantile di Grant, fra un gruppo dominatore da un lustro delle classifiche di ogni dove e uno appena formato e con dentro due sconosciuti campagnoli, un turnista di grande reputazione ma noto solamente agli addetti ai lavori e un reduce dal naufragio di una band che i suoi momenti di gloria vera li aveva avuti prima che lui salisse a bordo. Mica finita qui. Una clausola riconosceva agli Zeppelin il totale controllo sui loro prodotti, copertine e scelta dei singoli incluse. Un’altra stabiliva che sarebbero stati l’unico gruppo rock a fregiarsi del marchio Atlantic, con gli altri dirottati sulla sussidiaria Atco. Ma non vi ho ancora detto la cosa più sbalorditiva: Wexler firmava senza avere ascoltato una nota suonata dal complesso. Soltanto a trattativa conclusa, difatti, Page raggiungeva Grant con i master. Eppure la Atlantic non avrà a pentirsi di avere ceduto tanto.

Tratto da Più grandi dei Beatles – Ascesa a caduta dei Led Zeppelin. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.17, primavera 2005. Quanto a “Led Zeppelin” vedeva la luce il 12 gennaio 1969, esattamente cinquant’anni fa a oggi.

3 commenti

Archiviato in anniversari, archivi