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2Pac ─ Dalla pantomima alla tragedia

Nothing’s gonna stop the plan/I chill like Pacino/Kill like De Niro/Black Gambino/Die like a hero/Livin’ on shaky ground too close to the edge/Hopin’ that I know the ledge” (Eric B. & Rakim, Juice, dalla colonna sonora del film omonimo)

Risuona ancora forte nell’hip hop l’eco degli spari che l’8 settembre 1996 misero fine a Las Vegas (il decesso cinque giorni dopo) alla vita breve ─ venticinque anni appena, era nato il 16 giugno 1971 ─ di Tupac Amaru Shakur: ballerino, rapper, attore dal talento più grande che non il musicista, attivista politico a modo suo, forse gangster, femminista con una condanna per stupro che (non l’avessero rimesso in libertà su cauzione) gli avrebbe probabilmente salvato la pelle. Personaggio pieno di contraddizioni che aveva già capito da un pezzo cosa avesse in serbo il Destino per lui. Nel video di I Ain’t Mad At Cha girato poche settimane prima del fatale agguato e il più trasmesso da MTV poche settimane dopo, lo si vede soccombere sotto un diluvio di pallottole come uno Scarface nero, aggirarsi in un Paradiso oleografico in cui gli fanno compagnia Redd Foxx, Miles Davis e Sammy Davis Jr. e fare quindi ritorno sulla terra in guisa di angelo. Ove il primo dei suoi troppi dischi postumi, “The Don Killuminati: The 7 Day Theory” (pubblicato con lo pseudonimo di Makaveli), si chiude con colpi di arma da fuoco e l’arrivo degli elicotteri e delle auto della polizia sulla scena del delitto. Oltre i cordoni, ragazze in lacrime e un cronista televisivo che dà conto dell’accaduto storpiando il nome dell’uomo rimasto sull’asfalto in un’ordinaria scena quotidiana di ghetto: Tupac Shaker. Vita e arte si confondono una volta di più. Nessuno è stato mai messo sotto processo per la morte di questo controverso eroe. Il discografico, Suge Knight, che era con lui in macchina e si dice fosse il vero bersaglio di un’imboscata in perfetto stile mafioso, è poi finito in galera ma per altre ragioni. Il rivale di rime e intrecci amorosi, sospettato perlomeno dai media di essere il mandante dell’omicidio, Christopher Wallace in arte The Notorious B.I.G., ha perso la vita in circostanze analoghe l’8 marzo 1997: una vendetta del clan di Shakur? E stessa sorte è toccata nel ’98 a Orlando Anderson, il pregiudicato su cui maggiormente si appuntavano le attenzioni di chi ancora stava investigando su 2Pac. Sangue chiama sangue. Fascicolo chiuso.

In questo modo quell’8 settembre 1996 ha cambiato per sempre il corso dell’hip hop: che nel mentre dava crudelmente credibilità alle sue storie di strada ─ sempre più cronaca che teatro e/o commento sociale ─ lo costringeva a fare un passo indietro e a sigillare un cerchio. Era cominciata scherzosamente, con le incruente battaglie nei parchi newyorkesi in cui i sound system si battevano a colpi di decibel e le posse vantandosi, con squisita vanagloria tutta afro, della loro sveltezza di lingua e mettendo nel contempo alla berlina i rivali. Finiva, diventato un enorme business più conveniente e apparentemente meno pericoloso per lasciarsi alle spalle la povertà dei sistemi usuali (vale a dire sfruttamento della prostituzione e spaccio), nel momento in cui la pantomima gangsta si ritraduceva in realtà delinquenziale. Dal potere alla parola al potere alle armi. Il mio uzi pesa una tonnellata e sono cazzi vostri.

Prosegue per altre 6.653 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.626, settembre 2006. A oggi sono trascorsi ventisei anni da quando Tupac Shakur cadeva vittima dell’agguato che gli costava la vita.

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Linton Kwesi Johnson e la nascita della dub poetry

Compie oggi settant’anni Linton Kwesi Johnson, intellettuale, attivista, grande poeta prestato alla musica. Sfortunatamente da troppissimo aspettiamo invano da lui un disco nuovo, o un libro.

Forces Of Victory (Island, 1979)

L’immagine più emblematica di Linton Kwesi Johnson – attivista politico, intellettuale, poeta – è quella leggendaria che campeggia sulla copertina del suo primo album, “Dread Beat An’ Blood”, o per essere precisi sulla stampa che ne è da molto tempo disponibile e sostituisce la prima, pubblicata nel 1978 dalla Virgin con un davanti di confezione di gusto crassiano e a nome  Poet And The Roots: aria già allora professorale Linton è colto mentre, megafono in mano, arringa la folla davanti a una stazione di polizia. Aveva ventisei anni, da quindici risiedeva in Inghilterra, otto anni prima si era unito alle locali Pantere Nere, nel mentre contemporaneamente si guadagnava da vivere come contabile, studiava sociologia e poco dopo, contraltare britannico dei newyorkesi Last Poets, cominciava a scandire le sue rime sui ritmi elaborati da una congrega di percussionisti, i Rasta Love. Di tali rime in patwa – argomento la difficile situazione degli immigrati dalle Indie Occidentali sudditi di Elisabetta, affrontata con vivace verve polemica non scevra però di tocchi di tenero umorismo – riempiva due volumi, The Voices Of The Living And The Dead e, appunto, Dread Beat An’ Blood, che dopo che un libro diveniva un disco. È un lavoro di una rilevanza storica difficilmente sopravvalutabile, siccome è con esso che nasce la cosiddetta dub poetry, che con Michael Smith e Mutabaruka, Benjamin Zephaniah, Queen Majeeda e Jean Binta Breeze (quest’ultima una scoperta dello stesso Johnson) troverà altri validi esponenti. Musicalmente però non è eccezionale, le legnose basi poco più che uno sfondo al fluire delle rime.

È con “Forces Of Victory” che la collaborazione con Dennis Bovell, produttore abilissimo e figura di spicco, con i Matumbi, del reggae locale dei ’70 decolla sul serio, accompagnando ragionamenti e proclami con spartiti raffinati in cui nel dub si fanno largo seduzioni jazz. Le “forze della vittoria” sono quelle che animano quell’agostano carnevale caraibico di Notting Hill che tanto ispirò anche i Clash. Mirabili quanto sempre più distanziate repliche in “Bass Culture” (1980), “Making History” (1984), “Tings An’ Times” (1991).

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.20, inverno 2006.

Bass Culture (Island, 1980)

Caso raro di intellettuale prestato alla musica (viene in mente un altro nero, in America però: Gil Scott-Heron), Linton Kwesi-Johnson milita nelle Pantere Nere britanniche, lavora da contabile, studia sociologia e pubblica poesie (prima sul periodico “Race Today”, quindi in due volumi), che legge in giro facendosi talvolta accompagnare (i Last Poets un’evidente ispirazione) da un gruppo di percussionisti. Nel 1978 stringe con Dennis Bovell, collaboratore anche del Pop Group, produttore abilissimo e figura di spicco, con i Matumbi, del reggae locale dei ’70, un sodalizio destinato a segnarne l’intera vicenda discografica. “Dread Beat An’ Blood” sistema le cantilenanti rime in patwa (l’inglese spurio delle Indie Occidentali) di Johnson su dilatate scansioni in levare inventando una formula, la dub poetry, che il successivo “Forces Of Victory” perfezionerà aggiungendo spezie jazz. Ancora meglio “Bass Culture”, denuncia accorata ma anche carica di humour delle condizioni di vita degli immigrati porta su un dub di asciutta vigoria e nondimeno eccezionale godibilità. Un disco enorme nella sua semplicità. In una produzione via via sempre più rada, spiccano ancora “Making History”, dell’84, e “Tings An’ Times”, del ’91, musicalmente più ricchi ma meno intensi.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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I’m Bad Like John Lee Hooker

Continuerò a suonare fin quando ne sarò in grado, perché voglio tentare di tenere questa forma musicale in vita il più a lungo possibile. Ne sono ormai rimasti pochi in circolazione dei vecchi cantanti di blues. È mio desiderio che i più giovani ne assumano l’eredità.

Parole di John Lee Hooker raccolte dieci anni fa da Greg Drust della KCSB di Santa Barbara, California, e riportate nel libretto che accompagna il box Rhino “The Ultimate Collection: 1948-1990”. Sembrarono un congedo e invece no, dacché nei ’90, lungi dal limitarsi a godere una facoltosa vecchiaia resa spiacevole soltanto dagli inevitabili acciacchi ma per il resto splendida, Johnnie Lee è stato attivissimo. Seguitando a incidere (ricordo i benvenduti e pluripremiati “Mr. Lucky”, “Chill Out” e “Don’t Look Back”), a fare concerti e a raccogliere tributi, sia alla carriera che alla vitalità di un ultrasettuagenario che di andare in pensione non voleva saperne. Forse perché conscio che con lui, l’ultimo dei Maestri ancora respirante, pure il Blues si sarebbe avviato alla tomba. Sapendo sotto sotto, a dispetto delle profferte di rispetto per le giovani (insomma…) generazioni, che ciò che si suona oggi e viene così chiamato non è che un simulacro. Il che costituisce una ragione in più e anzi la ragione per essere tristi ora che il vecchio Hooker ci ha lasciati. Se n’è andato la notte dello scorso solstizio d’estate, serenamente, nel sonno. A ottantatré, ottantadue oppure ottant’anni e con gli ottantuno all’orizzonte e non pensiate che stia dando i numeri perché in verità fu lui a darli quando, poco più che un ragazzetto, alterò la carta di identità (ottanta dovrebbe dunque essere l’età giusta) per arruolarsi nell’esercito. Pronunciato spirito patriottico? Macché. Aveva solo notato che le ragazze erano più facili a concedersi a un uomo in uniforme. Congedato prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, al divampare del conflitto si guardò bene dal tornare sotto le armi. Codardia? Macché. Aveva solo riflettuto sul fatto che, con pochi altri uomini in circolazione, non sarebbe mai rimasto senza un lavoro e soprattutto senza qualche dolce figliola a ronzargli attorno. Il “ladies’ man” per antonomasia lo definiva Jas Obrecht, che è stato uno degli ultimi a intervistarlo, per “Mojo”. Uno da cui Keith Richards ha imparato anche sotto questo profilo, non solo in materia di riff tambureggianti e melodie sinuose. Il segreto, confidava Johnnie Lee, è essere sempre gentili e rispettosi. Conversando qualche tempo prima con Charles Shaar Murray, autore del fondamentale Boogie Man: John Lee Hooker In The American 20th Century, il nostro eroe se n’era uscito con un impagabile “sono stato sposato tre volte. No, quattro! Non riesco mai a ricordarmi”. E, no, il signor Alzheimer non c’entra.

Bluesman fra i più grandi di sempre Mister Hooker e se si parla di blues postbellico in quella lega di campioni in cui pochissimi altri nomi sono degni di figurare: Muddy Waters, Willie Dixon, Howlin’ Wolf e un po’ dietro i tre King e magari Elmore James. Però atipico. Tanto per cominciare l’opposto dello stereotipo del blues inteso come espressione del male di vivere: “mi sono svegliato questa mattina e mi sentivo bene” potrebbe essere un suo incipit esemplare.

Prosegue per altre 7.830 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.40, settembre 2001. John Lee Hooker nasceva un 22 agosto. Del 1912. Oppure del 1915. O del 1917. O del 1920. O, forse, del 1923. È ragionevolmente certo che ci lasciò il 21 giugno 2001.

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Il rapper Joe Tex

Nei lontani anni ’50, un’era che probabilmente a molti dei giovani acquirenti di dischi odierni pare remota come il Medio Evo, l’uomo conosciuto come il boss del blues era Big Joe Turner, un urlatore che trasmetteva un’eccitazione contagiosa ed ebbe una hit dopo l’altra con brani come Shake Rattle & Roll, Flip Flop & Fly e Corrine Corrina. Qualche tempo dopo il grande Ray Charles si affacciò alla ribalta, si prese il titolo e lo conservò a lungo, con classici quali I Got A Woman, What’d I Say, I Love Her So e tanti altri, troppo numerosi per elencarli qui e tutti scritti da lui stesso. Nei primi ’60 fu il turno del compianto Sam Cooke di diventare il boss, sbaragliando la concorrenza con canzoni come Chain Gang, Good News, Shake e Twistin’ The Night Away. Oggi che abbiamo superato metà decennio c’è un nuovo boss. Si chiama Joe Tex e si sta dimostrando degno degli illustri predecessori.

Scriveva così tal Bob Rolontz nelle note di copertina di quello che fu il secondo LP vero (non contando una raccolta frettolosamente assemblata dalla Checker per cavalcare l’onda) dell’uomo noto all’anagrafe della cittadina texana (Rogers) dove era nato l’8 agosto 1933 come Joseph Arrington Jr. e al resto del mondo come Joe Tex. Oggi, che sono passati da allora a momenti quattro decenni, per il curioso effetto prospettico dato dall’avere la musica “giovane” superato il mezzo secolo il 1966 ci pare più vicino di quanto non sembrasse il ’54 agli ascoltatori che portarono al secondo posto della graduatoria R&B, e al quinto di quella pop, Hold What You’ve Got, la canzone che aveva battezzato l’album prima di “The New Boss”, il debutto vero per il nostro uomo. Ma il suo nome è probabilmente meno familiare all’appassionato medio di quanto non fosse nel ’66 quello di Joe Turner, che del resto faceva ancora dischi, sebbene con successo calante, e avrebbe continuato a farne fino a un attimo prima di morire, settantaquattrenne nel 1985. Fosse vivo, Joe Tex settantaquattro anni non li avrebbe e al prossimo 13 agosto saranno ventidue dacché è scomparso. Fosse vivo, mi piace pensare, avrebbe entusiasmato i vecchi fans come le nuove generazioni con ritorni di fiamma prepotenti come quelli di un Solomon Burke o un Al Green. Invece se n’è andato troppo presto e in miseria, depredato dal fisco di ogni avere, lui che economicamente aveva sempre saputo gestirsi con una sapienza sconosciuta a quasi tutti gli altri passeggeri del treno del soul, lui che aveva avuto la fortuna rarissima di vedere coincidere le figure del discografico e del suo migliore amico. Un bianco, sapete? Invece se n’è andato troppo presto, lui che era stato soprannominato The Rapper, proprio mentre l’hip hop si faceva grande. E contrariamente a quel James Brown da cui molto fu imitato, e che molto a sua volta imitò, la nuova musica nera l’ha poco considerato, non riservandogli che di rado quell’omaggio definitivo che è il campionamento e dire che la materia prima sarebbe abbondantissima. Prima o poi la ricca vena aurifera verrà scoperta. Prima o poi succederà qualcosa e Joe Tex tornerà a essere considerato un colosso e non, al più, un simpatico minore. Mi piace pensarla così e offro il mio obolo.

Prosegue per altre 7.029 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.73, giugno 2004. Ricorre oggi il quarantesimo anniversario della scomparsa di Joe Tex. Non aveva che quarantasette anni.

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L’età aurea di Stevie Wonder

Non vi era alcuna ragione perché questo mese Scritti nell’Anima si occupasse di Stevland Judkins, ovvero Stevie Wonder. Non è uscito un nuovo album (l’ultimo in studio, “Conversation Peace”, è del ’95 e brutto quanto basta a non far bramare un successore), non è stato confezionato un cofanetto a riepilogo di una carriera comunque eccezionale (già fatto, nel ’99), non ha festeggiato un compleanno di quelli adatti alle celebrazioni (i suoi anni saranno cinquantaquattro il 13 maggio). Né c’erano altri anniversari in vista, siccome la scorsa estate mi sono fatto scappare l’occasione di cogliere a pretesto di un’apologia il trentennale dell’incidente automobilistico (no, simpaticoni: non guidava lui) che nella vicenda umana e artistica del Nostro segna uno spartiacque non dissimile da quello marcato per Dylan dalla caduta in moto del ’66. Non vi era alcuna ragione, se non che improvvisamente mi sono reso conto che dal settembre 2000 firmo una rubrica di musica nera e in tutto questo tempo (tolte casuali citazioni) non ho speso una parola per uno degli uomini che più hanno contribuito a formarne il canone. Mi è parso bizzarro. E poi, semplicemente, mi aveva colto la voglia di riascoltare lo Stevie Wonder già negli scaffali e mi urgeva una scusa per cacciare soldi per il mancante. A questo sono ridotto dopo due decenni di esercizio della professione di critico: per togliermi lo sfizio di metter su qualcosa per piacer mio e non per scriverne mi tocca… scriverne. Inventarmi un articolo. E chi poteva prevederlo? Ma non mi lamento, non potrei mentre il tredicenne Little Stevie invita il pubblico ad accompagnare battendo le mani Fingertips e mi viene da fare lo stesso, i piedi che partono come dotati di volontà loro, il primo sorriso che mi si affaccia sulle labbra dopo giorni quando non avrei proprio un cazzo da ridere, ma manco uno piccino così.

Non è però sullo Stevie Wonder enfant prodige del mendacemente titolato (visto che è del ’63) “12 Year Genius” che voglio diffondermi, non sulla stella bambina che collezionò numeri uno R&B e anche pop per tutti i ’60. Non che non fosse bravo, perbacco se lo era, però una puntata a Ray Charles l’ho già dedicata e insomma ci siamo capiti. Lo Stevie Wonder che mi interessa può essere raccontato dal giorno in cui compie ventun anni e quindi, per il sistema legale statunitense dell’epoca, diventa adulto. Non è particolare da poco: il passaggio alla maggiore età invalida i contratti e libera il soggetto da qualunque impegno assunto da minorenne. Chissà se ce l’ha presente Berry Gordy, padre padrone della Motown, quel giorno di maggio del 1971 in cui è anfitrione alla festa organizzata a Detroit per colui che è ancora il più giovane dei suoi talenti. Probabilmente non ci pensa. Che sia uno squalo, e dai denti affilatissimi, è fuori discussione, ma per il ragazzo prova un affetto genuino e, nei limiti della conduzione di una casa che è fabbrica di successi (l’accento va posto su “fabbrica” quanto su “successi”), lo ha sempre trattato bene. Little Stevie è uno di famiglia e in famiglia Gordy ha già chi ─ il cognato Marvin Gaye ─ lo sta stressando con smanie di indipendenza. Il giorno dopo torna a Los Angeles e in ufficio trova la lettera di un avvocato che lo informa di rappresentare l’ex-fanciullo e che costui intende ridiscutere gli accordi e ritiene di avanzare congrui crediti. Allibito alza il telefono. Risponde la moglie di Stevie, Syreeta Wright, già segretaria presso la Motown, e cade dalle nuvole. No che non sa niente della faccenda; sì, dev’essere un equivoco; Stevie è uscito ma appena torna ti chiama. Gordy aspetterà quella telefonata sei mesi. Ha trovato un pesce che intende mangiare, non essere mangiato, nemesi che deve parergli un incubo a occhi aperti.

Prosegue per altre 7.007 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.68, gennaio 2004. Il 6 agosto 1973 Stevie Wonder restava coinvolto un incidente stradale le cui conseguenze per qualche giorno facevano temere per la sua vita.

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Black President ─ Fela Kuti e la rivoluzione afrobeat

Alcuni anni fa (Lui era appena scomparso; ma vive: oh, se vive) mi trovai a dovermi occupare, per una nota enciclopedia rock, della redazione della scheda di Fela Kuti, con annessa dettagliata discografia. Ricordo quei giorni (perché ci misi giorni), trascorsi per la massima parte alle prese con l’impossibile missione di fare ordine (con poche e discordanti fonti a disposizione) in una produzione che per due buoni decenni fu torrenziale, come un incubo dal quale emersi con una lista di una sessantina di titoli e la consolatoria convinzione che, per quanti errori potessi avere commesso, nessuno sarebbe mai stato in grado di contestarmeli. Un incubo, ma un incubo pieno di felicità, siccome mentre smoccolavo come un portuale toscano fra fotocopie di sacri testi e ricerche in Internet la colonna sonora era quella che potete immaginare: paccate di album del nostro eroe prestatimi da un amico assai fornito (e subito registrati) e un tot di sapida robina che avevo già in casa. Felicità rinnovatasi più volte da allora e in particolare nelle ultime settimane, visto che il Black President è stato oggetto post mortem di un esteso programma di ristampe che ha raggiunto l’acme sul finire del 2002: l’ultima emissione Barclay/Universal ha portato a venticinque il totale dei titoli di Fela disponibili oggi in quel catalogo (e tanto ancora è reperibile presso altre case) e diversi di essi radunano due LP su un solo compact o regalano inediti sempre di vaglia. In nessun caso un problema il minutaggio, visto che il brano medio di Fela era molto lungo e il 33 giri standard molto corto e talvolta la stessa canzone ne occupava entrambe le facciate.

L’ho già scritto su queste stesse colonne un paio di mesi or sono, recensendo “Red Hot + Riot”, raccolta a scopo benefico in cui grandi del nu-soul, dell’hip hop, del jazz si sono misurati con il catalogo del defunto musicista nigeriano: l’afrobeat è più attuale che mai, campionato in mille e uno dischi di elettronica, citato a pie’ sospinto dalla nazione rap, propagandato con cognizione ed entusiamo da gente come Damon Albarn, fra l’altro ospite nell’ultimo e ottimo album di Tony Allen, che della musica di Fela Kuti fu a lungo il formidabile motore ritmico. Più attuale che mai è soprattutto la sua attitudine al cortocircuito culturale, al meticciato spinto, al transito continuo e bidirezionale di suggestioni sull’asse Africa-America e non solo. Oggi che la Nigeria, gigante di un centinaio di milioni di abitanti che potrebbe essere uno dei paesi più ricchi del mondo e invece no, è agli onori delle cronache giusto per la follia fondamentalista che ne tiene ostaggio vaste regioni è poi particolarmente importante ricordare il contributo alla musica del XX secolo dato da un suo figlio controverso ma complessivamente da ammirare, ammirare, ammirare. Oltretutto: genitore di un rampollo, Femi, che se ne sta dimostrando degno erede.

Fela nasce il 15 ottobre 1938 ad Abeokuta da una famiglia dell’aristocrazia yoruba distintasi sia per meriti musicali che nella lotta al colonialismo. All’attivo del nonno, il Reverendo JJ Ransome-Kuti, almeno ventidue 78 giri pubblicati nei tardi anni ’20 per la Zonophone. Il padre (anch’esso pastore protestante) Israel Oludotun è un eccellente pianista e il preside di una scuola che conterà fra i suoi allievi il premio Nobel Wole Soyinka. Fervente nazionalista, sarà fra le figure di spicco della campagna per l’indipendenza dal giogo britannico e con lui la moglie Funmilayo, straordinaria figura di femminista, fondatrice della Nigerian Women’s Union. Pure lei innamorata della musica e tuttavia è per studiare medicina che i due spediscono a Londra nel 1958 il figliolo prediletto.

Prosegue per altre 7.733 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.517, 21 gennaio 2003. Fela Kuti moriva venticinque anni fa a oggi, cinquantottenne.

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Il grido d’amore di Albert Ayler

1. “…il suono dell’amore apre le porte… È una musica che sembra spiccare il volo, che sana, penetra, squarcia il cielo aperto, rivelando lentamente il volto raggiante dell’Amato”: potrebbe essere uno dei più bei panegirici mai redatti della musica di Albert Ayler. È invece Jeff Buckley che scrive di Nusrat Fateh Ali Khan apprestandosi a intervistarlo. Non passerà che un anno e mezzo e intervistatore e intervistato saranno morti. Il primo, troppo giovane, annegato nelle luride acque del Wolf River, a Memphis.

“La musica che suono è una lunga preghiera, un messaggio che viene da Dio”: potrebbe essere Nusrat Fateh Ali Khan che dice di sé al giovane Buckley. È invece Albert Ayler che parla e l’anno è il 1966. Il 25 novembre 1970 il suo corpo, in pessime condizioni per i venti giorni di permanenza in acqua, sarà ripescato in quella fogna a cielo aperto che è l’East River, a New York. La sua scomparsa ebbe un’eco debole. Un articoletto su “Downbeat”, la bibbia jazz che sovente lo aveva snobbato. Un più adeguato ricordo di Ralph J. Gleason su “Rolling Stone”. Poco altro. Uno dei musicisti più importanti di questo secolo se ne andava in silenzio; giusto alcuni intellettuali neri percepirono la portata devastante dell’evento. Nelle quasi tre settimane in cui era stato irrintracciabile, della sua sorte si erano preoccupati solo la sua donna, suo padre e il fedele pianista Call Cobbs. Toccò agli ultimi due riconoscere i poveri resti.

Ventotto anni dopo il mistero circonda ancora le circostanze della morte di Albert Ayler. Si diffusero voci fantasiose al tempo. Che fosse stato trovato legato a un jukebox. Che lo avesse fatto fuori l’FBI, come parte di un complotto mirante a distruggere la cultura antagonista afroamericana che già aveva avuto fra le sue vittime Eric Dolphy, John Coltrane e Jimi Hendrix, oltre naturalmente a Martin Luther King e a Malcolm X. Che lo avesse ucciso la mafia per saldare il conto di una partita di droga non pagata.

Lasciata la tesi cospirazionista a qualche futuro telefilm di Chris Carter, non sembra per niente plausibile che la morte del sassofonista sia legata a storie di droga, dacché è ragionevolmente certo che non abbia mai fatto uso di cocaina o di eroina. Pare tuttavia appena meno incredibile quella che è probabilmente la verità: che, semplicemente, si suicidò. Una fine in drammatico contrasto con un’esistenza votata a un sentimento religioso prossimo al misticismo. Fanno fede parecchi dei titoli autografi del suo repertorio: Spiriti, Profezia, Spirito Santo, Sacra Famiglia, Angeli, Gesù, La nostra preghiera, Luce nell’oscurità, Casa celestiale, Rinascita spirituale, La collina di Zion. Quanto doveva essere disperato per lanciarsi in quelle acque limacciose! Il suo mentore, John Coltrane, non era più di questo mondo; la sua casa discografica, la Impulse!, lo aveva scaricato; suo fratello Donald aveva superato il sottile confine che separa la sanità mentale dalla follia; e lui a trentaquattro anni, dopo otto di dischi e concerti, non aveva di che mantenersi.

Mary Parks, che ne fu la compagna negli ultimi anni, nel 1983 tentò di spazzar via le congetture sulla tragica fine di Ayler parlandone con un ricercatore discografico. A sentir lei, il sassofonista era depresso per la situazione in cui si trovava il fratello e per le accuse che gli muoveva la madre di esserne responsabile e già da qualche tempo vagheggiava il suicidio. La sera del 5 novembre 1970, dopo un alterco domestico, fracassò uno dei suoi strumenti sul televisore e uscì di casa di corsa. Prese il traghetto per la Statua della Libertà e in prossimità di Liberty Island si buttò in acqua. Tutto qui. Fine del mistero?

Comunque sia morto, una cosa è certa: Albert Ayler è morto per i nostri peccati.

2. Ho comprato il mio primo disco di Albert Ayler non più tardi di tre anni or sono, una copia americana del doppio “The Village Concerts” “tagliata” e sigillata, buttata fra un Iron Maiden e un Olivia Newton-John su una bancarella, al prezzo di una Coca Cola in un McDonald. Annoiato da oltre tre lustri di frequentazione con il rock mi stavo accostando al jazz, con il quale in precedenza avevo avuto rapporti soddisfacenti ma saltuari, partendo naturalmente dai suoi eretici, quelli sui quali i jazzofili DOC (razza schifosa) hanno sempre sputato sopra, salvo poi chiedere scusa: il Miles Davis elettrico, Sun Ra, John Coltrane, Don Cherry, Ornette Coleman. Mi mancava Ayler per chiudere il quadrilatero sui cui lati restanti erano posizionati questi ultimi tre, che sapevo avere avuto a che fare con lui in varie maniere. Fatto risorgere da John Lurie in “The Resurrection Of Albert Ayler”. Citato di continuo nelle interviste da John Zorn e dai Sonic Youth. Idolatrato da Henry Rollins che nell’autunno del 1990, ospite di una radio studentesca californiana, aveva diffuso nell’etere per oltre mezz’ora la sua musica. Mi portai a casa “The Village Concerts”. Fu amore.

Non subito, e del resto raramente i grandi amori partono con il piede giusto. Se oggi l’universo ayleriano è un luogo familiare ove mi è gratificante aggirarmi riconoscendo corsi e ricorsi, ricavandomi cantucci nei quali crogiolarmi al tepore di un’inedita rivelazione, l’approccio fu difficoltoso. Questione di sovraccarico sensoriale. Appena dischiusa la porta, vieni travolto da un profluvio di ritmi insieme rozzi e sofisticati e di melodie che sembrano andare ciascuna per proprio conto. Ci vuole un po’ perché l’insieme acquisisca un senso e si scopra che vi è molto metodo in questa apparente follia. Diceva Picasso che da bambino disegnava come Raffaello e gli ci era voluta tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino. Sassofonista fra i più dotati tecnicamente di sempre, il Nostro studiò quasi vent’anni per imparare ad approcciarsi al suo strumento in tale maniera. I critici jazz, stupidini, definirono il suo stile “primitivo”. Coltrane la pensava diversamente.

Prosegue per altre 19.434 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.6, luglio/agosto 1998. Albert Ayler suonava per l’ultima volta dal vivo il 27 luglio 1970, a St. Paul de Vence, Francia.

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Jesus Built Their Hot Rod – L’estremismo al potere dei Ministry

Di solito si parte puri e si emerge – o si resta a galla, o ci si prova – cedendo alle tentazioni di Mammona. Esattamente inverso il paradossale percorso seguito dai Ministry di Allen Jourgensen e Paul Barker, che esordiscono nel 1983 direttamente su una grossa etichetta, la Arista, con un album francamente orrendo, “With Sympathy” (lo rinnegheranno), a base di scipiti techno-funkettini. Un disastro anche commerciale da cui impiegano parecchio a riprendersi. Dal ritorno, nel 1986, con “Twitch” (una produzione di Adrian Sherwood) in avanti la loro musica si farà gradualmente più ostica, dinamitarda miscela in un frullatore impazzito di metal ed elettronica, new wave, noise, industrial. Ogni disco è più feroce del predecessore, ogni disco vende di più. Fino all’apoteosi artistica e di vendite di “Psalm 69”. Strani tempi i primi anni ’90.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. “Psalm 69” usciva, su Sire, trent’anni fa a oggi.

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Duke Ellington a Newport – La classica del Novecento

Nella lunga e straordinaria vicenda artistica di Duke Ellington fra le molte migliaia di performance dal vivo nessuna è celebre quanto quella che tenne con la sua big band il 7 luglio 1956, nella cornice della terza edizione dell’“American Jazz Festival”, a Newport. Celebre e cruciale, visto che una carriera in declino ne veniva portentosamente rivitalizzata, da lì a un mese e mezzo il nostro uomo addirittura si ritrovava sulla copertina di “Time” e prendeva a materializzarsi il miracolo di un gigante del jazz capace nei suoi anni più tardi, se non di essere rilevante come in gioventù, di scrivere un’infinità di pagine almeno altrettanto memorabili.

L’album che veniva prontamente ricavato da quella notte di magia è sin dall’uscita e unanimemente ritenuto fra i più classici nell’ambito, nomea di assoluto capolavoro sopravvissuta allo sconcerto che coglieva studiosi e appassionati nel 1996, alla scoperta (a quarant’anni esatti dall’evento) negli archivi della Voice Of America di un nastro che dimostra inequivocabilmente che uno dei più famosi live di sempre live lo è al massimo al 40%. Ricreato insomma per la più parte in studio, a causa di vari problemi tecnici che rendevano inutilizzabile in momenti topici la registrazione in mano alla Columbia. Ma ci importa poi davvero qualcosa di sapere che gli applausi sono posticci e qualche pur epocale assolo venne rifatto perché un microfono era sfortunatamente spento? Conta la qualità in ogni caso eccezionale di un jazz ruggente e raffinatissimo, swingante e melodico, di rado tanto vicino come in questi tre quarti d’ora a farsi la vera musica classica del Novecento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.347, ottobre 2013.

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C’era una volta il futuro – Il quarantennale di “Blade Runner”

C’era una volta il futuro, si potrebbe dire, e dopo Blade Runner non c’è più. Mai fantascienza è invecchiata così bene e anzi per nulla, mai ha saputo fondersi nel presente con tale gradualità da sfumare ogni differenza. Ti guardi attorno e la società multietnica fotografata da Ridley Scott è… tutto intorno a noi, come il disastro climatico montante, la pubblicità onnipervasiva, i computer su cui a ogni livello basiamo sempre più le nostre vite. Quali le differenze fra la metropoli in cui si muovevano un quarto di secolo fa i replicanti e il loro cacciatore e certo Estremo Oriente? Ma non è solo su questo che il capolavoro di Scott fonda insieme la sua persistente attualità e un collocarsi fuori dal tempo. È che pone quelle domande che mai potremo eludere e alle quali mai potremo dare risposte compiute che non siano fideistiche: chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Questo il nucleo. Ma non si può dire siano mero contorno né suggestioni visive che ridisegnavano il nostro immaginario come a nessun film è mai riuscito né quelle di una colonna sonora che, più che commentare, si fa protagonista. Spesso mattatrice assoluta.

Come il film, anche la colonna sonora ha avuto più versioni ed è giusto così, perché ci sono storie che racconteremo fino a un attimo prima di estinguerci. Una apocrifa della New American Orchestra già nell’82 e paradossalmente quella originale firmata da Vangelis solo nel ’94. Questa “Trilogy” è forse quella definitiva, con tutte le musiche che avevamo potuto ascoltare al cinema e altre nuove miracolosamente capaci di reggere il confronto, intercambiabili, fra cyberjazz e lounge di macchine, Orienti e autunni dell’anima e un’elettronica di un’umanità che ti fa sciogliere in lacrime nella pioggia e non sai perché.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.287, febbraio 2008. Blade Runner usciva nelle sale americane il 25 giugno 1982. Vangelis è scomparso lo scorso 17 maggio, settantanovenne.

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