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Un blues per Otis, che ci lasciava cinquant’anni fa

Assai diverse le circostanze delle premature scomparse (ventiseienne l’uno, ventisettenne l’altro), le vicende artistiche di Otis Redding e Jimi Hendrix questo hanno in comune oltre al trionfo al “Monterey Festival” del 1967 poi immortalato in un 33 giri condiviso: che si consumarono in un triennio appena (quella del secondo cominciava mentre quella del primo finiva) e che i due furono prima di Prince gli ultimi artisti di colore ad avere un impatto forte sul pubblico ormai quasi esclusivamente bianco del rock. Scavando altro si trova: ad esempio che Otis iniziò la sua carriera imitando il concittadino (Macon, Georgia) Little Richard e che Jimi ebbe i primi assaggi di gloria proprio suonando con l’uomo di Tutti Frutti. Sono però curiosità e ciò che conta è quanto si diceva riguardo al rapporto con la platea bianca. Il chitarrista la conquistò con geniale pirotecnia, il cantante con un non meno geniale e istintivo ecumenismo. Paradigmatica a tal riguardo la scaletta di quello che tanti ritengono l’album soul per antonomasia, “Otis Blue”: tre riletture che passano al vaglio ogni Sam Cooke possibile (da quello sentimentale di Wonderful World a quello politicamente consapevole di Change Gonna Come per tramite del ballo sfrenato di Shake), del sofisticato soul virato pop (My Girl dei Temptations) e dell’altro più terrigno (Down In The Valley di Solomon Burke e You Don’t Miss Your Water di William Bell), un classico del blues elettrico (Rock Me Baby di B.B. King) e una versione propulsa da fiati stentorei di uno dei successi rock del momento (Satisfaction).

Per arrivare a undici bisogna aggiungere i tre originali: l’atavica sofferenza di Ole Man Trouble cui fa da contraltare il proclama di fierezza di Respect; lo struggente peana d’amore I’ve Been Loving You Too Long. Esito: un classico insieme appieno del suo tempo e fuori dal tempo. La quintessenza del soul sudista. In un mondo migliore di questo, quell’aereo non è mai caduto e Otis ha cambiato la storia della musica popolare del XX secolo molto più di quanto non gli permise un destino cinico e baro.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Otis Redding periva il 10 dicembre 1967 nello schianto dell’aereo che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto. Con lui morivano quattro dei cinque componenti della band che lo accompagnava, i Bar-Kays. Lui aveva ventisei anni, tre mesi, un giorno.

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If Hendrix Was 75

Naturalmente non è detto che, fosse sopravvissuto all’overdose di barbiturici che lo stroncava la fatidica mattina del 18 settembre 1970, Jimi Hendrix sarebbe oggi ancora vivo e potrebbe dunque festeggiare il settantacinquesimo compleanno. Magari avrebbe però pubblicato molti altri album oltre agli appena quattro dati alle stampe in vita. In tal caso, però, questi altri quattro qui (minuscola frazione di una discografia post mortem che conta decine di titoli) difficilmente li avremmo ascoltati.

Blues (MCA, 1994)

Non c’è niente da fare: la critica è bianca e quando scrive di Hendrix bolla la tensione al funky dell’ultimo anno come indizio di decadenza e ne sottovaluta le radici blues, quando fu quella la scuola cui si formò e non solo a livello di tecnica, appresa sui dischi di Muddy Waters e B.B. King, Jimmy Reed e Howlin’ Wolf, ma persino di trucchi di scena: quel suonare con i denti o lo strumento dietro alla testa, invece che fra le gambe con lampante simbolismo fallico, pantomime già inscenate da Charlie Patton e T-Bone Walker, Guitar Shorty e Guitar Slim. “Blues” è un efficace memorandum riguardo a tutto ciò, con un Hendrix sempre inconfondibile e nondimeno molto e significativamente rispettoso. Come in una Born Under A Bad Sign, da Albert King, appena indurita o in una Bleeding Heart, già di Elmore James, dal classicismo elettrico a dir poco pronunciato. Come in diverse e apprezzabili composizioni autografe “in stile”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

South Saturn Delta (MCA, 1997)

“Abbiamo molto altro in serbo per i prossimi anni”, annuncia Janie Hendrix, e non si sa se intenderla come una promessa o una minaccia. Pensando a quante volte il defunto chitarrista è stato assassinato nei suoi dischi postumi, c’è da fare gli scongiuri. Tuttavia, siccome l’opera di riordino degli archivi del genio di Seattle intrapresa dalla sua famiglia e dal produttore Eddie Kramer è partita con il piede giusto, con lo stupefacente “First Rays Of The New Rising Sun”, si può per ora, sperando di non dovere cambiare idea, rallegrarsi di tali dichiarazioni, ma moderatamente: il fatto è che per quanto Hendrix fosse uno stakanovista della sala d’incisione la sua vicenda artistica si dipanò in un arco di tempo limitato, quattro anni appena, e non vi è dunque da illudersi di scovare chissà quali tesori. Tolti i nastri dal vivo, quanto resta di pubblicabile seguendo i criteri filologici che hanno ispirato “First Rays”? Non molto che sia all’altezza del mito, probabilmente, e tanto è già stato radunato in questo “South Saturn Delta”.

È una sorta di “Odds & Sods” hendrixiano, a base di lati B, appunti per successive realizzazioni, versioni differenti di canzoni già note, brani rifiniti con estrema cura e alla fine accantonati, ma con l’idea che sarebbero potuti tornare buoni. È un Hendrix che si concede al blues (Here He Comes, Bleeding Heart, Midnight Lightning), si arrende al funky (Power Of Soul), spazia nel jazz (South Saturn Delta). Minore, indubbiamente. Però ancora essenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.69, ottobre 1997.

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Dopo la di lui morte il diluvio: di album indecorosi. Per colpa dei quali – oltre che in ragione di un certo razzismo strisciante nella critica rock e del discutibile missaggio di “Band Of Gypsys”, ultimo LP a uscire con il chitarrista in vita – per un buon quarto di secolo si è guardato all’ultimo Jimi Hendrix come a un Hendrix “minore”, poco convincente nel suo volgersi al funky. Ha fatto giustizia di questo stereotipo il filologico e amoroso programma di riordino del catalogo hendrixiano messo in cantiere un anno e mezzo fa, con il formidabile “First Rays Of The New Rising Sun”, dalla famiglia dell’artista di Seattle. A quel disco sono andati dietro il quasi altrettanto notevole “South Saturn Delta” e la raccolta completa delle “BBC Sessions”. È adesso il turno di questo live al Fillmore East, edizione infine impeccabile sotto il profilo tecnico (non è questione di purismo hi-fi: è che qui Hendrix suona come Hendrix) e molto ampliata (sedici brani contro sei) proprio di “Band Of Gypsys”. Tutto un altro album ora e per niente minore.

A partire da una Machine Gun (due versioni) lacerata e lacerante, che rende la tragedia del Vietnam come a nessun’altra canzone è riuscito. Da una Voodoo Child impressionantemente densa. Dal proto-crossover di Changes. Dal funky-jazz bollente di Burning Desire. Da dove volete voi, persino da quella (in fondo superflua) Auld Lang Syne che apre il secondo CD e ci trasporta alla mezzanotte che separò il 1969 dal 1970. Che il decennio che nasceva sia stato subito privato di questo genio è una tragedia della quale non si potrà mai misurare la portata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.12, maggio 1999.

Miami Pop Festival (Sony Legacy, 2013)

Arriverà prima o poi un giorno in cui la vena aurifera apparentemente infinita della miniera hendrixiana non produrrà più nulla? Forse non nell’arco delle nostre di vite. Forse all’altezza delle celebrazioni per il cinquantennale della morte (se non per il centenario della nascita) dell’uomo di Seattle ancora chi ci sarà potrà stupirsi per un frammento di studio inedito o all’incirca e comunque degno di esegesi o, più probabilmente, per un’esibizione dal vivo da aggiungere al lunghissimo elenco di quelle già recuperate. Il solo 2013 ha visto due articoli maggiori andare a ingrossare lo smisurato catalogo, in marzo la collezione di performance in studio “People, Hell And Angels”, a inizio novembre questo “Miami Pop Festival”, catturato live il 18 maggio ’68 e naturalmente già plurimamente bootlegato. Tutta un’altra cosa e un altro sentire però l’edizione ufficiale, produzione firmata da Eddie Kramer e i cultori sanno bene come il nome rappresenti una garanzia assoluta in fatto di qualità audio. Ciò detto: anche un grande concerto? Assolutamente sì, benché da colui che reinventò la chitarra nel rock se ne siano ascoltati di più ispirati ed eccitanti.

Abita questi solchi un Hendrix un filo meno incendiario del solito, più rilassato, tanto alle prese con materiali tratti da “Are You Experienced?” (nulla sorprendentemente veniva presentato quel giorno dal più recente “Axis: Bold As Love”) che con due brani, Tax Free e Hear My Train A Comin, alla prima esecuzione pubblica. È sbobba per completisti, va da sé, ma c’è da scommettere che per qualcuno di coloro per i quali questo dovesse risultare il primo Hendrix l’incontro sarà epifanico.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014.

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Il jazz più che free di Albert Ayler

Il 25 novembre 1970 il corpo di Albert Ayler, a tal punto malridotto dalla lunga permanenza in acqua da essere a malapena riconoscibile, veniva ripescato nell’East River, a New York. Erano trascorsi venti giorni dacché era stato visto vivo da qualcuno per l’ultima volta. A seguire, una piccola rassegna di mie recensioni di album – due dal vivo (in origine tre) e due in studio – di uno dei sassofonisti più grandi e originali della storia del jazz.

Prophecy

Formidabile quell’anno, il 1964, per Albert Ayler, che il 14 gennaio si sposava, il 24 febbraio registrava contestualmente il suo ultimo album di standard (il meraviglioso e sottovalutatissimo “Swing Low Sweet Spiritual”, aka “Goin’ Home”) e il primo di composizioni autografe (“Spirits”), il 14 giugno incideva dal vivo, al newyorkese Cellar Cafe, questo “Prophecy” e il 10 luglio tornava in studio, con gli stessi accompagnatori, sul medesimo materiale, nella seduta che frutterà il 33 giri d’esordio su ESP e secondo in assoluto dopo “My Name Is” dell’anno prima, “Spiritual Unity”. Dal che avrete dedotto che il 1964 del nostro eroe fu sì formidabile ma che il mondo non era ancora pronto per lui, né mai lo sarà nella sua vita troppo breve e dal finale tragico. Tant’è che di cinque LP (contando la colonna sonora improvvisata sul momento “New York Eye And Ear Control”) registrati, solamente due vedevano la luce allora. Troppo ardite le traiettorie tracciate dal suo sax sulla sghemba ritmica di Gary Peacock e Sunny Murray perché persino un uomo dalle ampissime vedute come Bernard Stollman, che aveva fondato la ESP dopo avere assistito a un concerto del nostro uomo, si azzardasse a seguirle sempre e comunque. Lo stesso Ayler – non solo i tanti denigratori – rifiuterà più avanti di chiamare “jazz” le sue schizoidi creazioni. Aveva ragione? Discuterne sarebbe un esercizio di sofismo: è semplicemente musica immortale.

Ghosts, che tante altre volte tornerà, debutta qui in due versioni, attorniata da Spirits, Wizard, Prophecy. Felici sarabande d’animo popolaresco e indicibile lirismo sulla strada che da New Orleans condurrà al John Coltrane ultraterreno dell’ultima fase di carriera e all’Ornette Coleman profeta della no wave.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.227, settembre 2002.

Spiritual Unity

Il 10 luglio 1964 Albert Ayler entrava in uno studiolo newyorkese con il contrabbassista Gary Peacock e il batterista Sunny Murray. Con loro, pare, solo altre due persone: la moglie di Peacock, Annette, e il proprietario della neonata casa discografica per la quale l’album doveva uscire, Bernard Stollman. Non c’era invece il tecnico del suono che, abituato a registrare musica latina, sconcertato da quanto stava ascoltando se ne andò appena finito di regolare i livelli e come non bastasse (convinto che si trattasse di un demo) lasciando tutto in mono. Poco male: la registrazione è cristallina. Peggio per lui: si perse uno dei momenti più emozionanti della musica del ’900. “Mio dio! Che debutto beneaugurante per un’etichetta!”, commentò a un certo punto Stollman rivolto ad Annette. E aveva proprio ragione.

Fu un doppio esordio, “Spiritual Unity”. Per Ayler, che in precedenza ne aveva pubblicato due in Danimarca, era il primo 33 giri americano. Per Stollman, che aveva da poco lasciato una proficua attività avvocatizia fulminato proprio da un concerto del sassofonista di Cleveland, il primo impegno (fu però il numero due del catalogo ESP) da discografico. Se si cerca un album che riassuma la poetica ayleriana smussandone gli spigoli più acuminati, è “Love Cry”, debutto su raccomandazione di Coltrane e datato 1968 per la Impulse!, il titolo da avere. Ma se tale poetica, tanto oltre il jazz precedente da trascenderlo, la si vuole conoscere nella forma più incompromissoria è con queste giostre impazzite di suoni, che portarono al limite estremo l’ideale di improvvisazione collettiva di New Orleans, e nel farlo anticiparono di oltre dieci anni la no wave, che bisogna confrontarsi. Incompreso alla fine anche dai pochi estimatori, che tacciarono di commercialismo nel 1969 la svolta funk (e persino psichedelica in spirito) di “New Grass” e non si fecero blandire dal successivo e coltraniano “Music Is The Healing Force Of The Universe”, Ayler cadeva nella depressione e nelle luride acque dell’East River. Venne ripescato il 25 novembre 1970, tanto malridotto da essere a stento identificabile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.13, primavera 2004.

Live In Greenwich Village: The Complete Impulse Recordings

Appena tre numeri fa si auspicava che la Impulse! riparasse, per quanto possibile, alla criminale indifferenza con cui trattò Albert Ayler in vita ristampando finalmente i cinque LP, sui sei che pubblicò del nostro eroe, assenti da troppo tempo all’appello (l’unico in catalogo era “Love Cry”). Almeno per quanto attiene alle incisioni dal vivo ha provveduto. “Live In Greenwich Village” raccoglie integralmente i due album (singolo il primo, doppio il secondo) che documentarono i concerti del 18 dicembre 1966 e del 26 febbraio 1967. Saggiamente, le scalette di “In Greenwich Village” e “The Village Concerts” sono state rivoluzionate in modo da presentare un concerto per CD. Piccola consolazione per chi già possedeva i dischi originali, sono state aggiunte, in apertura e in chiusura, una Holy Ghost datata 28 marzo 1965 e una Universal Thoughts del febbraio ’67.

È l’Ayler della maturità quello dei concerti al Greenwich. L’esuberanza un po’ isterica di “Bells” ha lasciato il passo a gesti più misurati e a un maggiore controllo della materia sonica. Che è però poi la stessa, coagulo di feste carnascialesche a New Orleans, danze zigane e jazz che più free non è dato immaginare. Oltre tre decenni dopo, ancora stordente e illuminante d’immenso.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.9, gennaio/febbraio 1999.

Music Is The Healing Force Of The Universe

Disco sfortunato come pochi questo “Music Is The Healing Force Of The Universe”, che non vendette nulla e causò il licenziamento del suo artefice da parte della Impulse!, è rimasto fuori catalogo per ben trentatré anni e torna infine disponibile, per la prima volta in digitale, in un’edizione ben suonante, esteticamente valida (un cartonato apribile che riproduce in miniatura l’originale) ma per due ragioni sommamente discutibile: una è che priva di note e l’altra è che già si sa che la sua permanenza nei negozi, come del resto quella di altri titoli della stessa etichetta, è a tempo. La seconda vita concessa a quest’album controverso – pessima la sua fama postuma, ma quanti davvero lo hanno ascoltato? – avrà fine nel marzo 2006 e dunque regolatevi.

Sfortunato, ho scritto, ma è un eufemismo: è l’ultimo lavoro che Ayler incise in vita, visto che quindici mesi meno due giorni dopo il completamento delle sue registrazioni il corpo del sassofonista, probabilmente suicida, veniva ripescato nelle acque dell’East River, e con il senno di poi impressiona il suo volto sul retro copertina, che è quello di uno che mica sta tanto bene. Nondimeno un’aura di positività, espressa sin dal titolo, avvolge un disco assai distante dal suono post-free che si è soliti associare al nostro uomo, anche se meno del precedente “New Grass”, misconosciuto classico che vergognosamente continua a essere irreperibile. Qui la sua musica è coltraniana per un verso, ma più Alice che John (esemplare in tal senso il raga scozzese Masonic Inborn, Part 1), e per l’altro imbevuta d’errebì, con Henry Vestine dei Canned Heat a blueseggiare nella conclusiva Drudgery. Quest’ultima è solo una curiosità, tutto il resto della scaletta no.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.236, giugno 2003.

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Fra saudade e spleen: l’esilio londinese di Caetano Veloso

Avrei voluto iniziare citando l’Alighieri e i suoi versi su quanto sappia di sale il pane altrui. Gli studi liceali sono però lontani e la memoria non mi soccorre. Fate conto che l’abbia fatto. Nello sguardo del giovane Caetano Veloso sulla copertina di questo suo album l’amarezza dell’esilio è tangibile quanto nelle parole del nostro sommo poeta. La pelliccia che stringe al petto (il clima inglese non è fatto per chi è nato a Bahia) ricorda cosa riferì a casa del suo arrivo a Londra: “Dicono che qui sia estate. Io sto scrivendo vestito con un immenso giaccone di pelle”. Vi era giunto nel 1969, personaggio troppo controverso (fra gli alfieri di quel movimento tropicalista che rivoluzionò il pop brasiliano) perché la giunta militare che governava il suo paese potesse tollerarne l’attività e troppo famoso perché potesse sbarazzarsene impunemente. Da cui l’esilio.

Passa un anno e mezzo prima che la giustificata saudade del Nostro si traduca in canzoni. E lì – sorpresa! – si fa spleen (che non è la stessa cosa). Nel suo quarto LP, terzo consecutivo a chiamarsi “Caetano Veloso”, l’artista di Bahia ripone nel cassetto dei ricordi la sgargiante psichedelia tropicalista, canta in inglese e scopre in sé (occhio all’anno! 1971) afflati drakiani. Subito esplicitati da una A Little More Blue che stabilisce, con il suo lirismo raccolto e gentile, carico di indicibili malinconie, il tono generale dell’opera. Ribadito dal tenerissimo calypso di London, London e da Maria Bethania, toccante lettera alla sorella carezzata da vocalizzi alati e un violino drammatico. Né vale meno il resto del programma di un album che fa storia a sé nella sconfinata discografia velosiana. In ogni caso uno dei più memorabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.198, gennaio 2000. O Maestro compie oggi settantacinque anni.

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Sei anni senza Amy Winehouse

Tutti a scrivere, quando assai prevedibilmente ma ancora più intempestivamente Amy Winehouse ci lasciò, il 23 luglio 2011, di un nuovo ingresso nel famigerato “club dei 27”. Quello delle rockstar morte prima di arrivare a festeggiare il ventottesimo compleanno. Ma… c’è un grosso “MA”, prima di un “mah” grosso così. Brian Jones morì a ventisette anni, ma contate quanti LP avevano già pubblicato i Rolling Stones e provate a immaginarveli senza il suo apporto. Jimi Hendrix morì a ventisette anni, avendo però non solo dato alle stampe tre album in studio (uno dei quali doppio) e un live, ma anche accumulato centinaia di ore di registrazioni inedite. Materiale bastante a confezionare una discografia postuma che, considerando solo l’essenziale, triplica almeno quanto mandò nei negozi in vita. Janis Joplin morì a ventisette anni, ma a quel punto aveva già in cv due 33 giri con Big Brother & The Holding Company e due da solista, il secondo dei quali uscirà postumo ma era comunque di fatto completo al momento della dipartita dell’artefice. Jim Morrison morì a ventisette anni, ma a guardare la sua vicenda artistica in retrospettiva – ben sei i lavori in studio licenziati dai Doors, più un doppio dal vivo – pare chiaro che una fase si era chiusa e, fosse vissuto, se ne sarebbe aperta un’altra. E anche Kurt Cobain morì (non per un incidente conseguenza di uno stile di vita pericoloso, lui) ventisettenne, avendo tuttavia consegnato in precedenza agli annali del rock tre lavori (più un’antologia di assortite curiosità) con i Nirvana e registrato un “Unplugged” per MTV. Vogliamo risalire a un’epoca pre-rock’n’roll? Pure Robert Johnson salutò questo mondo prima di spegnere la ventottesima candelina, ma è una bella consolazione per noi posteri che praticamente ogni singolo brano che ci ha lasciato (in vita pubblicò una dozzina scarsa di 78 giri) sia un classico che ha contribuito a plasmare, in differita di un quarto di secolo, il rock come si è disegnato da metà anni ’60 in poi. Mentre Amy… Quando morì di male di vivere l’ultimo album datava già quasi cinque anni ed era appena il secondo. Su quantità e qualità degli inediti rimasti nei cassetti la dice lunga lo scadente “Lioness: Hidden Treasures” e se da allora un’industria famelica non è ulteriormente passata all’incasso almeno con un live vuol dire che non esiste nulla di pubblicabile. Ed è questa, parlando di musica e mettendo dunque per un attimo da parte una vicenda biografica tristissima, la vera tragedia. La Winehouse è rimasta un’incompiuta. Un progetto mai concretizzatosi appieno di grande artista.

Del debutto datato ottobre 2003 “Frank”, che non è l’oggetto di questa pagina, questo soltanto dirò: che è un signor disco (paradossalmente: oggi sottovalutato quanto venne acclamato all’uscita) e che però fotografa una Amy parecchio diversa da quella che sarebbe quasi certamente diventata, non si fosse ammazzata di droghe e alcool. Nei suoi solchi una novella Billie Holiday (ventenne!) che prova a reincarnarsi in Macy Gray ed è esercizio di stile strepitoso ma, appunto, esercizio. Occasionale il trapelare di un sentimento autentico. Laddove da “Back To Black”, che gli andava dietro quasi esattamente tre anni dopo, a strizzarlo gocciola sangue. Le due canzoni più istantaneamente memorabili sistemate in apertura e in chiusura e naturalmente a riascoltarle dopo quanto accaduto fanno tutt’altro effetto: l’errebì gioioso innervato di profanissimo gospel Rehab non pare più il grido allegro di una monella che si gode la vita spericolata come fosse un privilegio della sua età, perché per crescere e mettere la testa a posto c’è (dovrebbe esserci) sempre tempo; idem Addicted, quasi parimenti serrata e ludica, come un recupero di Inghilterra “cool” metà ’80 (una Sade decisamente più negra perché ebrea) e insieme una Don’t Bogart Me per la generazione dell’ecstasy. Come ebbi a scrivere altrove, sull’onda dell’emozione per una delle tragedie più annunciate di sempre, “Back To Black” è un ossimoro: un capolavoro imperfetto. Un disco con diverse canzoni eccezionali, a partire dalle due succitate, ma che dà netta l’impressione che di opera di transizione trattavasi. Di momento di passaggio in cui l’anatroccolo jazz ancora non si era del tutto trasformato in un cigno soul. Se quello avrebbe poi volato con le ali di un tipico sound anni ’60, o piuttosto di un suo aggiornamento all’era del trip-hop, non lo sapremo mai. Altre cose in ogni caso meravigliose oltre a una traccia omonima evocazione mozzafiato di Shangri-Las: una You Know I’m No Good in cui Billie diventa Aretha; un’affranta Love Is A Losing Game; una Tears Dry On Their Own in scia alla classicissima Ain’t No Mountain High Enough; una Wake Up Alone che pare Sam Cooke che si dà al blues; una He Can Only Hold Her da Impressions maggiori.

A proposito di Sam Cooke… Ad appena un anno dall’uscita originale, cavalcandone il successo clamoroso la Island approntava un’edizione “Deluxe” di “Back To Black” con aggiunto un secondo, gustosissimo dischetto e due erano principalmente le ragioni per catturarlo: la prima, un’irresistibile versione “in levare” di Cupid; la seconda una demo di Love Is A Losing Game solo voce e chitarra acustica al confine fra lo struggente e lo straziante. Il generoso resto mancia comprende una Valerie in ginocchio da Aretha (di nuovo), tre squisiti scampoli di epopea 2-Tone e lo Spector non nascosto dietro un Wall of Sound di una To Know Him Is To Love Him oltre il malinconico. Mica robetta, insomma, e un’ottima scusa per porre mano al portafoglio e scucire quei trenta euro (o poco più) che vi costerà portarvi a casa in doppio vinile fresco di stampa quest’edizione allargata del secondo Amy Winehouse. Da applaudire: l’ottima resa sonora, un sound caldo quando dettagliato, una prospettiva scenica convincente e la magica voce resa al meglio. Da censurare: che alla Universal non abbiano ritenuto opportuno spendere quei pochi centesimi in più per due buste antistatiche. I conseguenti scrocchi per l’accumulo di elettricità rischiano di sciupare un piacere d’ascolto che sarebbe, se no, totale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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Cinquant’anni fa: il Monterey International Pop Festival

I ragazzi che calano su Monterey hanno spirito ludico e insieme rilassato e battagliero. Un obiettivo: riprendersi la vita. La rivoluzione sessuale corre a passo pure più svelto di quella – correlata – psichedelica (che dalla musica è sconfinata subito nel campo delle arti visive) e la lotta al razzismo e il rifiuto della guerra in Vietnam sono formidabili collanti. La polemica contro il Sistema è viva, pungente. David Crosby introduce l’esibizione dei Byrds la sera del 17 con una citazione di Paul McCartney, da un’intervista a “Life” in cui il Baronetto aveva dichiarato che se tutti i politici del mondo avessero preso dell’LSD difficilmente ci sarebbero state ancora guerre. E così presenta la commossa dedica a JFK di He Was A Friend Of Mine: “Il presidente Kennedy non è stato ucciso da un solo uomo, è stato colpito da differenti direzioni con armi da fuoco diverse. La storia è stata messa a tacere, i testimoni sono stati assassinati e questo è il vostro paese, signore e signori”. Parole come macigni che nondimeno nella memoria si associano a Monterey infinitamente meno dello scambio da chiesa negra fra Otis Redding, nei panni del predicatore, e un pubblico in stragrande maggioranza bianco che ruggisce un “sì” estatico in risposta a un “Questa è la folla dell’amore, giusto? Ci amiamo tutti l’un l’altro, vero? Ho ragione? Fatemi sentire che dite sì!”. Ecco: se c’è un singolo momento, se ci sono dieci secondi che da soli sintetizzano ciò che fu (o avrebbe voluto essere) l’Estate dell’Amore sono quei primi di I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now), emozione che piglia alla gola e lascia tremanti, cuore che perde un battito. Eppure quel ragazzone appena venticinquenne di Macon, che da lì a meno di quattro mesi sarebbe morto, non di eccessi ma perché gli dei sanno essere infami (cadrà con l’aereo che lo portava da un concerto a un altro), non c’entrava nulla con quella platea, non c’entrava nulla con la montante psichedelia. Doveva esserci qualcosa nell’aria. Doveva esserci qualcosa nell’acqua. O nel succo d’arancia.

L’altro obiettivo dei quasi duecentomila che occupano pacificamente una cittadina che fino ad allora era conosciuta soltanto per essere la sede della Scuola di Lingue dell’esercito statunitense è naturalmente farsi una spanciata senza precedenti di musica della più varia. Scorso oggi, il cartellone di quei tre giorni di “musica, amore e fiori” è davvero impressionante. Lo diventa di più o di meno, a seconda della prospettiva da cui lo si guarda, se si considera che del programma, ecumenico (fra soul e pop, folk e blues anche escursioni world ante litteram, con Hugh Masekela e Ravi Shankar), e all’incirca diviso a metà fra californiani, autentici e d’adozione (da Eric Burdon a Steve Miller e alla Butterfield Blues Band) e ospiti, le stelle già alte nel cielo del rock erano in realtà poche: i padroni di casa Mamas & The Papas, Simon & Garfunkel, i Byrds, i Jefferson Airplane, i Buffalo Springfield e più di chiunque altro gli Who (tutto viene in mente fuorché “fate l’amore, non la guerra” ascoltando la loro dinamitarda performance). I Doors non parteciparono e fra i locali fu l’assenza più vistosa. I Grateful Dead sì, ma non era un festival la cornice giusta per accoglierli e difatti (pure sfortunati, stretti come si trovarono fra gli Who e l’Experience) la loro fu un’esibizione sottotono. Ma se è di musica che si parla e non di storia del costume, Monterey è oggi ricordato soprattutto perché fu l’evento che, oltre a fare innamorare la gente del rock di Otis Redding, lanciò le carriere di Janis Joplin e di Jimi Hendrix, che era già famoso in Gran Bretagna ma ancora un signor Nessuno a casa sua. Fu quello il suo esordio americano. Mai debutto fu tanto abbagliante.

Ci avete pensato anche voi? Come Otis, pure Jimi e Janis sopravviveranno di poco alla Summer Of Love. Ci lasceranno fra il settembre e l’ottobre del 1970, a sedici giorni di distanza l’uno dall’altra. A lui l’acido piaceva, ma con esso troppe altre cose. A lei nemmeno un po’. Era una tipa da Southern Comfort ed eroina e mal naturalmente gliene venne, povera, tenerissima stronza. Il mancato protagonista di Monterey, Jim Morrison, andrà loro dietro nel luglio dell’anno dopo, il 3 per la precisione. L’Estate dell’Amore, cominciata con un’alba luminosissima e terminata con un lungo, per molti versi disperante tramonto, sfumava in un Autunno dello Scontento, con le disarmate armate hippie in rotta su tutti i fronti, Nixon alla Casa Bianca e un cowboy fascista, tal Ronald Reagan, governatore (eletto proprio nel 1967) della libertaria California.

Tratto da Possa il Bambin Gesù tapparvi la bocca e aprirvi la mente. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.6, estate 2002.

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Un Lenny Kravitz magari da recuperare

Sarà che era il disco che lo rendeva una megastar e per un certo pubblico in Italia il successo è il più imperdonabile dei peccati. Sarà che arrivava dopo un esordio già spettacolare (“Let Love Rule”, dell’89) e un indiscutibile capolavoro (“Mama Said”, del ’91). Fatto è che sin dall’uscita quello che fu il terzo album in studio di Lenny Kravitz, di cui viene adesso approntata per il ventennale una riedizione superallargata, è nella volgata comune quello che segnava il principio di un declino artistico subitaneo e rovinoso quanto l’ascesa mercantile era trionfale. Da lì a breve quel pubblico guarderà a Kravitz come a una macchietta e, va detto, con più di un’ottima ragione. Pressoché tutta la produzione successiva è indifendibile, in testa quel “5” che collezionava ori e platini.

Riascoltato dopo tantissimo, “Are You Gonna Go My Way” si appalesa invece assai meglio di quanto non fosse nel ricordo. Magari difettoso di quell’estro capace di riscattare i predecessori da ogni accusa di copia conforme, quando degli evidenti modelli – Sly Stone, Curtis Mayfield, Hendrix, Lennon – sono eccezionalmente abili nel mischiare i DNA, ma altrettanto sicuramente ancora generoso di canzoni brillanti. Tipo una traccia omonima e inaugurale che macina hard da paura, tipo il secco funk Come On And Love Me, o ancora un’ultrasentimentale Black Girl, o un’ultrapsych My Love. Ulteriore e positiva sorpresa è che il gruzzoletto di lati B recuperati per l’occasione sia di un livello medio che mai ti saresti atteso (svetta il blues in odore di… Barry White di For The First Time). Viceversa prescindibile un secondo disco di versioni acustiche, demo, inediti un po’ così.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013. Lenny Kravitz compie oggi cinquantatré anni.

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