Rolling Stones in mono

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Ben prima che la commercializzazione nel 1983 del CD rendesse possibile ai discografici circuire l’appassionato facendogli acquistare più volte la stessa mercanzia (alzi la mano chi non ha in casa la “Deluxe Edition”, che raddoppia la “Expanded Edition”, che aveva sostituito la “Remastered Edition”, che aveva sostituito la prima stampa in digitale di un qualche classico che magari già possedeva in vinile) (che alla fiera dell’Est per due soldi mio padre comprò), padroneggiare il catalogo dei Rolling Stones anni ’60 era una faccenda complicata. Fatto è che, nel decennio favoloso per antonomasia, la British Invasion colse di sorpresa l’industria su entrambe le sponde dell’Atlantico. Che il mercato era tutt’altro che globale, così che un brano che usciva a 45 giri qui non necessariamente vedeva la luce anche là. Che dell’album non vigeva la concezione unitaria che sarebbe prevalsa con “Rubber Soul”. Il 33 giri era fondamentalmente e nel migliore dei casi per metà una raccolta di successi, integrata con dei riempitivi. Ed era normale che non tutto il materiale uscito su singolo (era poi florido il mercato degli EP: quattro o cinque brani, di solito inediti altrove, sistemati su un dieci pollici) venisse ripreso sugli LP. Aggiungete a ciò che l’etichetta britannica e quella statunitense di un gruppo non sempre coincidevano e tirando le somme si giunge a questo: esaminando le vicende dei protagonisti del beat si possono scoprire notevoli differenze fra il loro repertorio inglese e quello americano. Gli Stones un caso limite. Maltrattati per quasi due decenni da riedizioni in CD opache, o al contrario troppo tirate a lucido e perpetuanti in peggio le sovrapposizioni di titoli originali, si vedevano solo nel 2002 oggetto di un primo, esteso programma di ristampe finalmente ben suonanti da parte della Universal. Riguardante sia il catalogo britannico (Decca) che quello USA (London). Si optava allora per un approccio filologico che non prevedeva, con l’eccezione di tre brani aggiunti all’antologia “More Hot Rocks”, integrazioni alle scalette d’epoca e la prima cosa che saltava all’occhio era che il programma era sì esteso, ventidue titoli, ma bizzarramente incompleto, dacché i primi due album inglesi, “The Rolling Stones” (aprile 1964) e “The Rolling Stones No. 2” (gennaio 1965), mancavano all’appello. Vero è che a conti fatti nessuna canzone veniva trascurata, visto che venivano riportate nei negozi le raccolte “Flowers” (la prima, luglio 1967, e più importante, siccome consente a chi opta per la discografia USA, superiore, di avere i brani presenti solo in quella UK e quindi mancanti), “Through The Past Darkly”, “Hot Rocks” e “More Hot Rocks”, ma sotto quell’aspetto almeno la filologia andava a farsi benedire. Proviamo a fare ordine?

Minima la differenza fra il debutto in patria e quello oltre Atlantico, “England’s Newest Hit Makers” (maggio 1964): nel secondo, una ripresa di I Need You Baby di Bo Diddley è sostituita da una di Not Fade Away di Buddy Holly. Assai più complesso il discorso sul secondo album: il suo più o meno equivalente americano è “Now!” (febbraio 1965), che per gli Stati Uniti era però già il terzo LP essendo nel frattempo uscito “12 x 5” (ottobre 1964), che anticipava quattro brani dal secondo 33 giri inglese e li accompagnava con l’intera scaletta dell’EP “Five By Five” e le due facciate del primo 45 giri andato nel Regno Unito al numero uno, It’s All Over Now/Good Times, Bad Times. Inizia a girarvi la testa? In “Now!” ci sono metà delle canzoni di “The Rolling Stones No. 2”, quella I Need You Baby che era scomparsa da “England’s Newest Hit Makers”, un paio di assaggi da “Out Of Our Heads”, due inediti e il lato A di Little Red Rooster, grande successo britannico assente nel coevo 33 giri. Vi state chiedendo cosa sia “December’s Children” (dicembre 1965), l’altro titolo soltanto americano? Una raccolta di brani che in Gran Bretagna erano usciti su 45 giri ed EP. L’“Out Of Our Heads” statunitense (luglio 1965) e quello inglese (agosto stesso anno) hanno altro di diverso oltre alla copertina? Sì, mezza scaletta. Nel secondo non c’è, e scusate se è poco, (I Can’t Get No) Satisfaction. Inutile andare avanti. Quello che importa sappiate è che gli americani di tre LP britannici ne fecero cinque e che sarebbe dunque meglio avere quelli. Con “Aftermath” (1966) e “Between The Buttons” (1967), gli ultimi due album con scalette differenti (e nel primo caso anche una diversa copertina), fino a ieri vi avrei consigliato di optare per l’inglese nel primo caso (la statunitense omette Mother’s Little Helper e Out Of Time dando in cambio Paint It Black) e l’americana nel secondo (Backstreet Girl e Please Go Home non valgono Let’s Spend The Night Together e Ruby Tuesday). Fino a ieri però, o per esser precisi fino allo scorso 23 settembre, giorno in cui ha visto la luce “The Rolling Stones In Mono”, box monumentale griffato ABKCO oppure Polydor, con dentro quindici CD oppure sedici vinili, di cui potrete impadronirvi spendendo circa 120 oppure 330 euro. Sempre che abbiate voglia di farvi circuire una volta di più.

Cose da sapere per decidere con cognizione di causa… La prima: grazie all’intelligente scelta di aggiungere alla storica “Flowers” un’antologia confezionata ex novo, “Stray Cats”, sistemandovi i brani in qualche modo a loro tempo esclusivi in questo o quel formato, per questo o quel mercato, il cofanetto raccoglie l’opera omnia in studio degli Stones anni ’60. Di “Out Of Our Heads” e “Aftermath” sono presenti sia la versione statunitense che la britannica e per il resto si sono scelte le edizioni più rappresentative. La seconda: a curare il restauro dei master analogici originali è stato Bob Ludwig e basti come garanzia di un suono capace di surclassare persino le stampe originali. La terza, a vecchi lupi dei mari del rock come voi, manco dovrei dirla: fin quasi alla fine del decennio erano quelli in mono i missaggi cui si dedicava la cura maggiore, quelli seguiti in prima persona dagli artisti che si erano conquistati il potere di farlo. “In Mono” presenta gli Stones esattamente come gli Stones volevano essere ascoltati.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

2 commenti

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2 risposte a “Rolling Stones in mono

  1. Stupendo riassunto di una delle situazioni più intricate della discografia. Grazie Eddy!

  2. Francesco

    Ciao, io invece mi sono regalato Dylan in mono, vinile, una cosa da sballo, alcuni dischi li ho, come dire, sentiti veramente per la prima volta. Tra tutti BOB, dio, non l’avevo mai veramente ascoltato…e lo stesso dicasi per JWH, incredibili.

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