Mike Wexler – Dispossession (Mexican Summer)

Mai titolo riassunse tanto fedelmente l’ethos di una rock band quale quello che battezzava nel 1990 una collezione di demo e versioni alternative dei brani che, quattro anni prima, avevano dato vita a “Sound Of Confusion”, debutto a 33 giri degli Spacemen 3. Ignoro chi lo decise, se i Toxic Twins stessi, Peter “Sonic Boom” Kember e Jason Pierce, o la Bomp!, ma “Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To” a momenti basta da solo a raccontare uno dei gruppi che davvero negli anni ’80 ridiedero un senso, al di là di ogni revival, alla parola “psichedelia”. Non azzardo ipotesi su eventuali hobby narcotici di Mike Wexler, chitarrista cresciuto in una Brooklyn con vista sulla London più Finger-picking che Swinging di Bert Jansch, ma se provo a immaginarmi la sua collezione di dischi scommetterei serenamente che gli Spacemen 3 ne facciano parte. Probabilmente pure gli Spiritualized di Pierce, il cui grande classico (un autentico capolavoro) si chiama “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” e come sintesi delle suggestioni che promanano da “Dispossession” sarebbe perfetta. Che quasi di sicuro il giovanotto abbia familiarità (e per spingersi fin lì bisogna essere dei cultori terminali del gruppo di Rugby) persino con i mediocri Spectrum di Sonic Boom parrebbe dichiararlo il titolo del secondo dei sette brani qui in scaletta: Spectrum, per l’appunto. Ma quando mai, nella sua vita post-Spacemen 3, Kember ha tratto dai forzieri, piuttosto che bigiotteria, una gemma così? Cosmic raga sul lato più sobriamente prog del folk-rock. Vi interessa?

Prima di questo Wexler aveva prodotto un omonimo mini nel 2005 e nel 2007 un primo album vero e proprio, “Sun Wheel”, che ancora non ho recuperato. Se ne parlava a quanto pare in circoli poco più che iniziatici e il momento di maggiore fortuna del freak folk, o se preferite della New Weird America, passava senza che su costui si fossero accese più che tremolanti lampadine, altro che dei riflettori. A riaffacciarsi alla ribalta dopo così lungo silenzio, ma avendo già attirato molte più attenzioni che non al primo giro, il nostro uomo rischia di ritrovarsi appiccicata l’etichetta (un filo prematuro cercarne già un secondo, ma tant’è) di “nuovo Jonathan Wilson”. Più fuorviante che calzante, se date retta a me, e al di là del fatto che quegli è quintessenzialmente californiano e questi un newyorkese innamorato dell’Europa, dovendosi subito aggiungere a Jansch, nel pantheon di influenze, una Germania indecisa se essere kraut o kosmische. Entrambi very psych, la discriminante è che Wilson punta di più sulla forma-canzone, pur curando puntigliosamente i suoni, quando Wexler segue il tragitto opposto. Come se un pittore scegliesse i colori e poi in base a quelli il soggetto. Più concreto il Jonathan, il Mike opta per la sfuggente impalpabilità dei sogni, voce da Robyn Hitchcock androgino alle prese con architetture spesso spaced out. Ascoltate per prima l’ultima traccia, Liminal: parte come un aggrovigliarsi a maglie larghe di DNA Roy Harper e Talk Talk, arriva in terre pinkfloydiane, dalle parti di “A Saucerful Of Secrets”. Se vi cattura, anche il resto vi farà impazzire. Quietamente.

8 commenti

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8 risposte a “Mike Wexler – Dispossession (Mexican Summer)

  1. Orgio

    Signor Cilìa,
    Stimo molto i Suoi lavori per Giunti, che mi hanno spinto sulla strada del giornalismo musicale.
    Proprio perché La stimo, volevo renderLe noto questo intervento del blogger Pasquale Rinaldi sul sito de Il Fatto Quotidiano: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/07/viaggio-negli-anni-novanta-lepopea-grunge/37527/
    Come certo noterà, più di metà dell’ “articolo” è composto di frasi del Suo libro “Grunge” copiate pari pari, e talvolta decontestualizzate (es. “Ragazzotto viziato e accecato dal mito della rockstar debosciata o uomo che sotto la dorata scorza di virile dio del rock presenta una eccessiva sensibilità d’animo?” usato a proposito di Kurt Cobain, frase che Lei aveva invece, e giustamente, riferito agli Alice In Chains, essendo evidente a chiunque sia minimamente competente l’impossibilità di riferire un simile dubbio al leader dei Nirvana), oppure mal parafrasate (es. “Gli Alice in Chains nel panorama musicale di Seattle sono quelli più metal; dal genere Punk a differenza di altre band non hanno tratto nulla.”, a fronte della sua “I più metal del lotto. Quelli che dal punk non hanno preso nulla, ma proprio nulla.”)
    RicordandoLe, come certo saprà, che la Sua posizione sarebbe passibile di tutela legale nei confronti dell’autore dell’articolo, mi auguro che Lei voglia perlomeno segnalare a Rinaldis l’inopportunità, a tacer d’altro, di tale modus operandi, e che gli chieda una doverosa rettifica, o perlomeno di essere citato come autore dell’articolo.
    Con stima
    Marco De Giorgio (sognojamaica@hotmail.com)

    • Mah… Che Rinaldi abbia quel libro in casa è evidente, ma nella mia vicenda professionale ho subito appropriazioni indebite ben più estese e clamorose. Lascerei perdere, trattandosi di articolo di quotidiano e a questo punto oltretutto parecchio vecchio. Grazie comunque per la segnalazione.

  2. Giancarlo Turra (Discepolo)

    Sarebbe curiosa una galleria di “appropriazioni” del Maestro… ;D

    • Estate ’83, credo, o al più tardi inverno ’83-’84. Con mio immenso gaudio la Rai ha preso a trasmettere in diretta concerti dalla Germania e mi fiondo davanti alla TV per godermene uno degli Stray Cats. Devi sapere che, incredibile a dirsi, sono concerti con telecronaca. Dopo un po’ mi rendo conto – ahem: sconcertato – di sapere esattamente cosa sta per dire il cronista. Posso COMPLETARE le sue frasi. Penso per un attimo a un inesplicabile fenomeno di percezione extrasensoriale. E poi capisco. Sta facendo la telecronaca leggendo un mio articolo.

  3. Giancarlo Turra

    Favolosamente amarognola, ma storia da 10+…

  4. Bel disco… questo mood tra la psichedelia, i raga e i drone sembra essere una delle costanti di questo anni.

    • Secondo me lui è particolarmente interessante perché alla cura per il suono unisce un gran lavoro sulla forma canzone, laddove altri hanno un grande impatto ma non riescono a costruire brani un minimo memorabili.

      • Al di là dei miei problemi con la lingua italiana… 🙂
        Condivido l’osservazione sul songwriting. Che poi è quello che ti fa riascoltare un disco, al di là dei suoni (bellissimi). Se poi il songwriting è di spessore senza essere paraculo, allora dopo qualche mese il disco resta negli ascolti giornalieri, come successo appunto a Wilson.

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