Presi per il culto (11): A Certain Ratio – To Each… (Factory, 1981)

Precursori: ben prima che Manchester diventasse Madchester da quelle parti qualcuno aveva già pensato a unire punk e funk. Qualcuno non aveva avuto bisogno di millantare che “c’è sempre stato un elemento dance nella nostra musica”, perché tale dichiarazione sarebbe stata pletorica, l’evidenza dei fatti sotto gli occhi (le orecchie) di tutti. E quel qualcuno furono A Certain Ratio. Tantopiù precursori appaiono da quando si sono riportati Talking Heads e Gang Of Four al posto di loro competenza nelle disamine del rock degli ultimi trenta-trentacinque anni, ossia al centro. Nel mentre torme di gruppi nuovi (i nomi li sapete tutti) prendevano a fare proseliti ripetendo pari pari le lezioni redatte da codesta triade in triangolazione Manchester-Leeds-New York. Mentre i ’70 sfumavano negli ’80. Mentre il punk da un lato tradiva il suo spirito per fedeltà alla lettera, divenendo la nuova ortodossia, e dall’altro più sensatamente accantonava la lettera per rimanere invece fresco, propositivo, rivoluzionario. La chiamarono new wave.

Ma tornando ai Mancuniani: si può dire che esordirono in lungo due volte, la prima nel febbraio 1980 con quello che era un vero e proprio album ma non veniva pubblicato che su cassetta, sfuggendo così a quasi tutti i radar. Ristampato in CD un paio di volte e dunque non impossibile a trovarsi è ascolto caldamente consigliato, sebbene non imprescindibile quanto quello che è iscritto a registro come il debutto “vero”.  Il gruppo era a quel punto in circolazione già da due anni, formazione iniziale comprendente Simon Topping (voce e tromba), Martin Moscrop (chitarra), Peter Terrell (marchingegni elettronici) e Jeremy Kerr (basso). Niente batterista, avrete notato. Il nero Donald Johnson si univa alla compagine solamente nell’agosto 1979 e dopo che già aveva esordito a 45 giri con l’acerba accoppiata All Night Party/The Thin Boys. Fondamentale il suo arrivo. Fanatico dei Funkadelic, contribuirà in maniera decisiva ad aggiungere elasticità e possenza a un sound che da lì a due mesi impressionerà assai i Talking Heads, che arrivavano a Londra per suonare all’Electric Ballroom e come spalla avevano proprio A Certain Ratio. Nella sua versione originale “The Graveyard And The Ballroom” si divide a metà (sette pezzi a testa) fra una facciata incisa in studio e una in occasione del concerto suddetto. Non male il lato dal vivo, con la programmatica e rutilante All Night Party ad aprire e nel prosieguo, fra il resto, una The Fox particolarmente svelta e perentoria e una rara gemma come Suspect, bell’anticipo di New Order. Meglio però quello in studio, ove i ragazzi andando avanti e rodandosi (diciamo da “Sextet”, 1982) persuaderanno sempre in misura maggiore negli spettacoli. Particolarmente convincenti risultano la mitragliante innodia di Do The Du (Topping identico a Ian Curtis), una Crippled Child all’incrocio fra Joy Division stessi e Cure e la vertiginosa I Feel. Però…

Però è di un’altra lega “To Each”, del quale affermo tout court: la bellezza degli spartiti è direttamente proporzionale alla bruttezza della copertina. Capolavoro! Tornano in più matura versione canzoni già udite al Ballroom: una Choir a rotta di collo, una The Fox dall’agilità se possibile incrementata, l’adeguatamente liquida e gotica (la voce una litania) Oceans. Esaltano ancora di più il sibilante ascendere di Felch, una Forced Laugh sulla quale soffiano venti gelidi, una Back To The Start nella cui trama percussiva iniziano a scorgersi influenze latine e la marziale e chilometrica (tredici minuti) Winter Hill, a suggello. Rispetto a Gang Of Four, A Certain Ratio hanno maglie più larghe, influenze più variegate (parecchio jazz nella tromba di Topping) e nessuna sovrastruttura ideologica. Rispetto ai Talking Heads, il loro funk è meno fluido e più freddo, ha più spigoli. Immortalato da Martin Hannett in una sala del New Jersey a tempo di record (tant’è che A Certain Ratio potevano permettersi il bel gesto di regalare i giorni avanzati alle ESG e non potremo mai ringraziarli abbastanza per questo), “To Each…” rimane il classico di una compagine che inoltrandosi negli ’80 farà comunque altre ottime cose, assorbendo latinità nei soggiorni americani e concedendosi senza più ritegno a smanie disco, sempre più rilassata e genuinamente festaiola. E sempre meno considerata da una critica talebana. Il brusco declino artistico coinciderà con l’abbandono a fine ’86 della Factory e la firma per la A&M.

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