Presi per il culto (28): Status Quo – Picturesque Matchstickable Messages From The Status Quo (Pye, 1968)

Status Quo - Picturesque Matchstickable Messages From The Status Quo

Qualcuno ce la fa a essere profeta in patria e sfogliando gli annali del rock uno degli esempi più clamorosi in tal senso nei quali ci si possa imbattere è quello di un complesso che assumeva il nome con cui diverrà celebre nell’estate ’67 ma che, con una formazione appena diversa, era insieme già da cinque anni e aveva pubblicato quattro singoli, con due diverse ragioni sociali. Numero sette nel Regno Unito, Pictures Of Matchstick Men scalava pure la graduatoria USA dei 45 giri, fino a una rispettabilissima dodicesima posizione. Qualche mese dopo Ice In The Sun si arresterà alla settantesima. Si stenta a crederlo: da allora a Francis Rossi e soci non è mai più riuscito di violare le classifiche statunitensi. Nello stesso periodo in Gran Bretagna ci sono entrati, fra singoli, album e antologie, quel centinaio di volte. Né finiscono qui le anomalie della vicenda, siccome l’unico hit americano di costoro e la loro sola canzone indiscutibilmente degna di menzione in qualunque storia maggiore della popular music coincidono. Capolavoro di pop psichedelico scolpito a distorsori nel corpo di una melodia di formidabile immediatezza, Pictures Of Matchstick Men vanta un numero di tentativi di imitazione sorprendente (dalle belle cover che ne fecero Camper Van Beethoven e Slickee Boys all’opera dei Dukes Of Stratosphear pressoché in toto) per un brano a sua volta assai derivativo. È però proprio il suo essere distillato perfetto di suoni e senzazioni della Summer Of Love londinese a vidimargli il passaporto per un’eternità spicciola. I più con gli Status Quo la finiscono qui e lo si dica tranquillamente che quello che è forse il gruppo più dileggiato di sempre dalla critica le ironie e le stroncature se l’è immancabilmente meritate (peraltro consolandosi con conti in banca sontuosi e chi è patetico quindi?). I più, fra quanti mi stanno leggendo, degli  Status Quo avranno in mente piuttosto altri due titoli – quella Whatever You Want che da trentatré anni ci tormenta dalla radio; la pedestre resa della Rockin’ All Over The World di John Fogerty – particolarmente esemplari di un hard boogie ripetutosi per decenni uguale a se stesso. In tanti, a questo giro, a leggermi non avranno nemmeno cominciato. Nel caso: hanno fatto male, avvertiteli.

A un ascolto non prevenuto il debutto adulto degli allora giovincelli Francis “Mike” Rossi (voce e chitarra), Rick Parfitt (all’anagrafe Richard Harrison; chitarra), Roy Lynes (organo), Alan Lancaster (basso) e John Coghlan (batteria) si rivela qualcosa più che una canzone celebre con undici a mero contorno e anzi prologo. Sebbene senza regalare altre illuminazioni d’immenso. Tanto ottimo artigianato in compenso, a partire dalla già citata Ice In The Sun, giocosa marcetta facilmente inseribile in un “Sgt. Pepper’s” apocrifo, e da una Paradise Flat giocata sul contrasto fra corde squillanti e un organo solenne. Continuando con l’acid-barock ancora in zona Fab Four di Elizabeth Dreams, con una Technicolour Dreams ai profumi d’Oriente, con le riletture lisirgidescenti, e una spanna sopra gli originali, di Spicks And Specks (Bee Gees) e Green Tambourine (Lemon Pipers). Anche negli episodi più trascurabili “Pictures Matchstickable Messages From The Status Quo” si conserva come minimo gradevole curiosità antiquaria da cui si toglierebbe giusto (ma solo per l’eccessiva somiglianza alla canzone che aveva appena lanciato il quintetto) l’iniziale Black Veils Of Melancholy, salvando serenamente viceversa una scampanellante When My Mind Is Not Live e la spensieratezza beat con un tocco favolistico di Gentleman’s Joe Sidewalk Cafe, la circolare Sheila  e l’ipnotico vaudeville Sunny Cellophone Skies.

Chi si fosse fatto convincere sappia che è la “Deluxe Edition” del 2009 la stampa da puntare. Non tanto perché offre il disco sia in mono che in stereo (e chi sa di musica sixties non ignora che in certi dettagli si cela tanta sostanza), quanto perché lo ingrassa con un gruzzoletto di incisioni per la BBC comprendente due gemme inedite: il garage-pop Things Get Better; una Judy In Disguise che si scommetterebbe presa in prestito da Question Mark & The Mysterians quando sono invece John Fred & The Playboys. E si fanno ancora apprezzare, fra il resto, una Make Me Stay A Bit Longer al tempo solo su singolo e in zona Procol Harum e alcuni brani tratti dai repertori di Spectres e Traffic Jam, palestre di beat e garage con un retrogusto di errebì bianco nelle quali i non ancora Status Quo si erano allenati. Sfortunatamente, se ne dimenticheranno.

14 commenti

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14 risposte a “Presi per il culto (28): Status Quo – Picturesque Matchstickable Messages From The Status Quo (Pye, 1968)

  1. albertogallo

    Quand’ero piccolo avevo ereditato da non so chi un’audiocassetta che, tra un Electric Light Orchestra e un Eagles decadente (credo fosse “One of these nights”) annoverava anche “In the army now” degli Status Quo. Terribile. Non conoscevo questo loro passato glorioso, rimedierò.
    Ciao!
    Alberto

  2. giuliano

    niente da fare, neanche la versione mono mi convincerà a prendere un cd degli status quo, purtroppo (per fortuna).
    C’è da dire che i cd non li compro più, ma credo che neanche se lo trovassi in vinile a porta portese a 5 euro lo farei. Est modus in rebus (A tutto c’è un limite).

    • Fammi capire… se uno ha fatto dischi pessimi per quarant’anni ma, a inizio carriera, ne aveva fatto uno più che degno quell’unico più che degno andrebbe ignorato? Il primo Status Quo non va bene solo perché c’è scritto sopra “Status Quo” e invece i Dukes Of Stratosphear sono fighi a prescindere perché “ehi! sono gli XTC!”? Anche se poi ascolti “Pictures Of Matchstick Men” e i Dukes vi sono già contenuti per intero o quasi? Prima ascoltare e poi giudicare… no?

      • giuliano

        ma certo, prima ascoltare e poi giudicare, ci mancherebbe.
        ma lasciami esprimere (magari la prossima volta in forma un pochino più articolata di quella un po’ stupidina che ho usato) le mie antipatie musicali, che sono quasi altrettanto forti delle simapatie. Non avendo purtroppo il tempo a disposizione per ascoltare musica che hai tu, che di mestiere fai il critico, da qualche parte una linea la devo tirare. E di tempo per ascoltare gli status quo davvero non ne ho (pur non mettendo in dubbio che il disco in questione sia valido, per carità).
        Ancora non sono riuscito a sentire come si deve l’ultimo di Fiona Apple per decidere se sia meglio di quello di Sharon Van Etten, che al momento si aggiudica il primo posto – assieme a ty segall/white fence (e damien jurado?) – nella mia personale classifica 2012.
        E comunque, sì: che fighi i dukes of stratosphear!

        ps: comunque grazie. Una parte dei titoli che ho amato quest’anno (non proprio esaltante per il rock, mi pare) li ho presi -laddove possibile in vinile- per ispirazione blogghesca (questo blog, chiaramente)

  3. Orgio

    E’ difficile credere che li abbia effettivamente ascoltati chi bolla tutti gli album degli Status Quo, da quarant’anni a questa parte, come pessimi; sembra, invece, che si sia limitato a ripassare solo i due hit che menziona. In tutta onestà, e con tutto il rispetto, mi pare un pezzo scritto apposta per il gusto di essere “contro a tutti i costi”, atteggiamento poco commendevole in un critico.
    E poi, almeno gli Status Quo hanno il pregio di non prendersi troppo sul serio, altrimenti come si spiega un titolo e una copertina del genere? http://2.bp.blogspot.com/-THZqFF-zt4c/UJg7l3UQvSI/AAAAAAAAEuE/a0-nBuEPiWU/s1600/ISO.jpg

    • Mi è lecito pronunciare un giudizio – che so? – su Julio Iglesias o magari su Justin Bieber senza avere ascoltato per intero le rispettive discografie, comprensive di singoli e partecipazioni a raccolte di autori vari? Posso farlo senza che arrivi subito qualcuno, che forse ma forse non le ha ascoltate manco lui, e si senta autorizzato a spaccare i marroni con utensili da fabbro? Posso? Posso?

      • giuliano

        eddy, non ti arrabbiare… dovresti sapere che noi malati di rock spesso siamo degli spaccamaroni al cubo. “Non mi toccare quello, non scrivere di quell’altro, perché hai dato 4 stelle a tizio e poi 3 a caio…”
        Prendici così, scassacazzi ma appassionati di quella cosa che chiamiamo rock (e che poi non sapremmo neanche dire bene cosa sia).

  4. Mork

    sì, però questo atteggiamento a volte sembra anche da persone poco intelligenti. Bisognerebbe smettere di giustificare il cosiddetto “appassionato” del rock, soprattutto quando cerca di difendere i propri idoli – magari indefendibili – a tutti i costi. E’ un atteggiamento infantile, insomma.

    • Orgio

      Beh, visto che il giudizio sull’arte è inevitabilmente soggettivo, è difficile tracciare la linea di confine tra tentativo di difesa a tutti i costi e spiegazione delle ragioni per cui una determinata proposta piace e/o ha un valore. Quindi, perché impedire alla gente di esporre un’opinione (come Eddy generosamente ci concede, anche a costo di trovarsi le gonadi triturate)? Non esisterebbero i critici, altrimenti.
      Ad ogni modo, e in linea generale, avere ascoltato i dischi prima di giudicarli senz’altro aiuta a pronunciarsi più autorevolmente.

      • Mork

        Ok, ritengo però che sia innanzitutto sbagliato credere che il giudizio sull’arte sia inevitebilmente soggettivo. Questo perché esiste una differenza, non solo stilistica o formale, ma soprattutto qualitativa fra Julio Iglesias e i Grateful Dead o fra Klaus Schulze e Justin Bieber. E’ ovvio. Altrimenti i critici NON esisterebbero, perché a questo punto chiunque potrebbe fare il critico. Cioè, spero che il suo ruolo futuro non si limiterà al saper mettere due frasi insieme. Una volta però si diceva “Non l’ho ascoltato, e non mi piace”. Ecco, sarebbe giusto tornare a cose così, anche solo per uscire dalla condizione di relativismo totale di oggi

  5. Nicholas

    Buongiorno Eddy, ho appena ascoltato “Green Tambourine” nella versione dei Lemon Pipers, mi sembra un pezzo davvero niente male, che mi dici di loro? Meritano sulla lunga distanza?

  6. Nicholas

    Sintetico e lapidario!
    grazie

  7. “Green Tamburine”! Ho il 45 giri italiano su etichetta Buddah-Ricordi! Lo regalarono a mio padre come omaggio intorno al 1970 in un negozio di dischi di Savona presso il quale si riforniva di musica classica.
    Evidentemente se lo volevano togliere dai coglioni.

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