Italian Music Club – I primi passi dei Perturbazione

Alla fine, o per meglio dire all’inizio, ci avevo visto giusto con i Perturbazione: un gruppo cui gli abiti dell’underground sono sempre stati stretti e lo scrivevo già all’altezza dell’ormai lontano esordio, datato ’98 e cantato quasi per intero in inglese. Nella settimana in cui ragazza e ragazzi approdano a Sanremo e no, non al Tenco, fa uno strano effetto ripescare queste recensioni d’epoca e trovarci dentro l’oggi. Riguardo alla loro partecipazione al Festival nazional-popolare non mi dilungo. Mi pare c’entrino poco, pochissimo, quasi nulla, e dunque gli auguri glieli faccio non per l’Ariston (che darà loro comunque la possibilità di farsi ascoltare da un pubblico che non li conosce e chissà…) ma più in generale: buona vita. Se la meritano.

Non ho trovato nei miei archivi recensioni di “In circolo” (2002), del quale conservo comunque un ottimo ricordo al di là del fatto che contiene la loro canzone più memorabile, Agosto. I successivi “Pianissimo fortissimo” (2007), “Del nostro tempo rubato” (2010) e “Musica X” (2013) fra molte luci e qualche ombra hanno sostanzialmente mantenuto le promesse formulate in una giovinezza corrucciata e splendida.

Perturbazione - Waiting To Happen

Waiting To Happen (On/Off, 1998)

Sembra che l’unico fra i tredici titoli che sfilano in “Waiting To Happen” cantato in italiano, Happy New Age, sia l’articolo più recente del catalogo dei Perturbazione e sia stato aggiunto all’ultimo momento. Benché il gruppo stesso, a quanto pare, lo consideri poco più che uno scherzo, di rado ripensamento fu tanto proficuo: è una canzoncina fatta di niente – voce, chitarra e (una melodia) scacciapensieri – ma nondimeno irresistibile e pone in una diversa prospettiva il resto di questo debutto e forse l’avvenire dei Perturbazione. Finora oscuro gruppo di culto, in forza di un delizioso 45 giri, per americanofili impenitenti e in futuro, se la scelta dell’italiano dovesse venire confermata, formazione in grado di raggiungere un pubblico ben più vasto.

Per intanto “Waiting To Happen” è un disco destinato a far breccia nei cuori di quanti amano i R.E.M. più bucolici come i  Rex, gli American Music Club come i Walkabouts, i Jack e  Lisa Germano. È folk-rock chiaroscurale e romantico ciò che suonano i Torinesi, generoso di melodie memorabili (come quella, disegnata da una chitarra arpeggiata e dal violoncello e subito doppiata da un’armonica, di Caspiriñha) ma non scevro di accensioni ritmiche fulminanti: Magik Mulatto ad esempio, splendido incrocio fra Feelies, Gang Of Four e B-52’s.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.76, maggio 1998.

Perturbazione - 36

“36” (Beware!, 1998)

Tutti a dire, all’indomani dell’uscita del precedente “Waiting To Happen”, che la canzone più memorabile era la sola cantata in italiano, Happy New Age, e ad auspicare che i Perturbati passassero senza indugi all’idioma di Dante. Manco a farlo apposta (l’avessero fatto apposta?), la canzone più bella del purtroppo breve programma di “36” è l’unica in inglese: un gioiellino per voce (mai così suadente), percussioni, plettri e violoncello (mai così struggente) chiamato Fake B-Movie Star. Siccome il resto della scaletta suffraga comunque l’impressione che al sestetto il passaggio all’italiano giovi e dacché i testi (invero notevoli) si inseriscono a meraviglia nelle consuete trame strumentali American Music Club + Rex + R.E.M. + Lisa Germano, il consiglio è di perseverare. Da qualche parte qui si nasconde (nemmeno troppo) un gruppo in grado di attirare un pubblico ben più vasto di quello dell’underground. In un altro decennio con un brano come Lontano da qui (e vicino al primo Banco del Mutuo Soccorso) si sarebbe andati in classifica. Perché non ora?

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.10, marzo 1999.

Perturbazione - Canzoni allo specchio

Canzoni allo specchio (Mescal, 2005)

Piccoli gruppi (giudizio non di merito in questo caso e fanno fede precedenti recensioni su queste stesse pagine; intendo dire: di culto) crescono e potrebbero presto fare il botto. Tanto prima se si libereranno da un retaggio indie che fa forse ancora guardare al successo con diffidenza: una trappola, un tradimento, tutti e due. A un passaggio importantissimo, probabilmente decisivo della loro vicenda, siccome partiti dalla minuscola On/Off e transitati per la media Santeria approdano ora a quella Mescal già trampolino per i Subsonica (e dalla distribuzione major), i torinesi Perturbazione incomprensibilmente scelgono come singolo apripista per il terzo album Chiedo alla polvere. Intendiamoci: gran bella canzone, scintillante folk-beat che il violoncello di Elena Diana (l’elemento più caratterizzante, con l’inconfondibile voce di Tommaso Cerasuolo) illumina e slancia. Ma quanto avrebbe funzionato meglio alla bisogna Se mi scrivi! Passo sincopato, un ritornello clamoroso, un’istantanea generazionale che a mandarla in rotazione su MTV non te ne liberi più.

Affari loro, in ogni caso. Quel che conta per l’ascoltatore è la crescita lenta ma costante di una formazione che partì già da discretamente in alto. Sorta di American Music Club dal senso della melodia più spiccato, o se preferite di R.E.M più introversi e disposti all’intarsio neocameristico o alla comunella con gli Stereolab (Dieci anni dopo e Il materiale immaginario rimandi abbastanza evidenti al gruppo franco-britannico), i Perturbazione raggiungono la maturità senza negarsi la possibilità di ascese verso empirei anche più rarefatti. Lo provano – ancora – la languida Spalle strette e l’aggraziata, struggente danza di Quattro gocce di blu.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.255, marzo 2005.

2 commenti

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2 risposte a “Italian Music Club – I primi passi dei Perturbazione

  1. Gian Luigi Bona

    Gente in gamba questi Perturbazione. Spero che il festival serva a farli conoscere. Almeno questo !

  2. Non so se ci saranno o meno eliminazioni quest’anno al carrozzone (giàsochelovedròperpoiamaramentepentirmenemanonriescoafarneameno…respiro) ma se queste dovessero esserci gli auguro di venir buttati fuori subito che porta bene.

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