Who Loves The Sun (Ra)

Il 30 maggio 1993 l’uomo venuto al mondo (o forse caduto sulla Terra, da Saturno) come Herman Poole Blount e meglio noto come Sun Ra ci lasciava. Da anni vagheggio di dedicargli un libro, o quantomeno un articolo extra – “Extra”! – large, se non altro per riprendermi almeno in parte i soldi spesi per acquistare decine di suoi album. Siccome però è altamente improbabile che qualcuno mi paghi mai per farlo, dubito possa arrivare il giorno in cui deciderò di cimentarmi nella titanica impresa. Per intanto lo ricordo ripubblicando su VMO in due puntate (la seconda domani) una scelta di mie recensioni uscite nell’arco di poco meno di un decennio. Piuttosto che rispettare l’ordine in cui furono scritte mi è sembrato più sensato sistemarle seguendo la cronologia dei materiali affrontati.

Sun Ra - Spaceship Lullaby

Spaceship Lullaby

Mai in vita Herman Blount deve aver visto nei negozi tutti insieme un quinto o forse un decimo dei suoi dischi che circolano oggi. Nei quasi undici anni trascorsi dacché l’uomo di Saturno ci ha lasciati non solo sono stati ristampati praticamente tutti i suoi album, compresi alcuni in origine venduti giusto ai concerti, ma una marea di registrazioni live ha ulteriormente contribuito a un processo di riscoperta che, da eretico fra gli eretici del jazz, lo ha trasformato in conclamato ancorché eccentrico gigante del genere. Oltre a ribadirlo nume tutelare di tanto rock di frontiera. Non bastasse: si sono aperti gli archivi e hanno cominciato a sortirne materiali sconosciuti pure ai discepoli di più stretta osservanza, ultimi quelli che declinano questa “ninnananna spaziale” che dobbiamo alla Atavistic come la “musica dal mondo di domani” uscita nel 2002.

In materia di Sun Ra archeologico non è da escludere che si possa andare anche più indietro nel tempo rispetto a queste incisioni che partono dal 1954 e arrivano al 1960 (spulcio nella mia spropositata collezione e le cose più antiche che vi rinvengo sono del ’57). Pare quasi impossibile però che si possano tirare fuori robine più oscure e curiose di queste ben trentasette canzoni che sfilano in un’ora e un quarto. Avete letto bene: canzoni. Se del Sun Ra innamorato di un jazz vocale pesantemente influenzato da pop ed exotica si erano avuti sinora solamente assaggi qui c’è da farne felicemente indigestione, né la raccolta si ferma lì: se le registrazioni con Nu Sounds e Cosmic Rays sono comunque inscrivibili in area jazz, quelle con gli sconosciuti Lintels non sono catalogabili che come doo wop. Peccato che una qualità tecnica dallo scadente all’abominevole rovini in parte il piacere dell’ascolto.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.244, marzo 2004.

Sun Ra - Music From Tomorrow's World

Music From Tomorrow’s World

Ha una deliziosa copertina da vecchio fumetto di fantascienza, del tutto adeguata al titolo, questo “Musica dal mondo di domani” che vede la luce nella collana “Unheard Music” della Atavistic e raccoglie nella prima metà estratti da concerti al Wonder Inn, club chicagoano di cui nel 1960 la Arkestra era la house band, e nella seconda una coeva e altrettanto dimenticata seduta in studio ai Majestic Hall. L’uomo di Saturno vi è colto in un momento di transizione dagli ellingtoniani (all’incirca) esordi, in bilico fra swing e bebop ma già non esenti da arditezze, alle avanguardistiche e psichedeliche esplorazioni nelle quali, con spirito molto funk, si inoltrerà nel successivo trentennio. Non è chiaramente questo il punto da cui partire per addentrarsi in una discografia sterminata e la qualità tecnica approssimativa scoraggerà oltretutto i fanatici dell’alta fedeltà. Per chi già è convertito è però un altro reperto preziosissimo, quasi irrinunciabile, a partire dalle foto in cui l’Arkestra (qui in versione ridotta) è agghindata come un complessino all’opera in qualche locale da danza del ventre nell’Egitto coloniale.

Fragranze exotiche si levano intense soprattutto dai nastri live, da una cartoonesca Spontaneous Simplicity da Duca in Arabia come da una felina It Ain’t Necessarily So, o da una China Gate che mantiene ciò che promette. Ma anche nella parte in studio, fra un’appuntitura di spigolo e un’altra ci sono sprazzi di romanticismo e passeggiate oniriche sul lato cinematografico della vita. Bello!

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.231, gennaio 2003.

Sun Ra - The Heliocentric Worlds Of

The Heliocentric Worlds Of

Si dimentica spesso, di fronte a colui che è stato l’eccentrico fra gli eccentrici del jazz, che Herman Blount – nome terrestre dell’uomo di Saturno noto come Sun Ra – affondava salde radici nella tradizione nera che più tradizione non si può, tant’è che i suoi primi impegni professionali di rilievo furono, nell’immediato secondo dopoguerra (aveva già passato i trenta, oscuro l’apprendistato), come pianista per l’orchestra swing di Fletcher Henderson e per un maestro del rhythm’n’blues quale Wynonie Harris. E si dimentica ancora più spesso, abbagliati dalla pazzesca coreografia nei concerti (fra antico Egitto e fantascienza, prima che ci pensasse quell’altro matto di George Clinton), che nella sua Arkestra hanno militato strumentisti di primissima schiera e influenti di loro (John Gilmore su John Coltrane, ad esempio). E poi: che la sua preparazione tecnica era solida e lui e i suoi accoliti viaggiarono nel futuro non solo nella finzione scenica. Poterono proprio perché lo sguardo al passato era limpido. Via di mezzo fra Hines e Taylor, via Ellington e con un tocco di Monk, Sun Ra è stato il primo a usare tastiere elettroniche nel jazz, ere geologiche prima di Hancock. Il primo a usare due bassisti, molto prima che venisse in mente a Ornette Coleman. Fra i primi a confrontarsi con certo classicismo di stampo impressionista. Sempre avanti.

In una discografia sterminata, e che dopo la morte – alla soglia degli ottant’anni, nel 1993 – ha invaso i negozi come mai era accaduto con l’artista vivente, individuare uno o due titoli che rappresentassero i vertici dell’arte di Sun Ra e per intero la racchiudessero – con il suo incredibile spaziare fra swing e avanguardia, doo wop e funky, exotica e bebop, free e psichedelia, cameristica ed errebì – era impresa non improba ma impossibile: semplicemente, non esistono (solo la doppia raccolta di “Singles” su Evidence ci va vicina, ma il livello è ineguale). Fra i tanti capolavori abbiamo allora optato per il secondo e ultimo album in studio per la ESP, datato 1965: uno dei più magmatici in assoluto e forse il più cupo, dal funereo e indimenticabile attacco di The Sun Myth a un buco nero che inghiotte universi chiamato Cosmic Chaos.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.13, primavera 2004.

Sun Ra - Monorails And Satellites

Monorails And Satellites

Eccentrico per antonomasia in una storia, quella del jazz, in cui di norma agli eccentrici la si è fatta trovare lunga, a una dozzina di anni dalla morte Herman Poole Blount risulta accettato pure dagli ambienti più conservatori. Prossimo alla canonizzazione, se non già fatto santo, da quanti, rifuggendo nei limiti del possibile la tendenza al pregiudizio che alligna in ognuno di noi, si sono accostati con curiosità sempre più entusiastica all’immane messe di dischi tornati in circolazione, o entrativi per la prima volta, nell’ultimo decennio. Ma tanto a questi, che in genere lo approcciano arrivando dal rock, che a quelli dell’uomo di Saturno sfuggono spesso un paio di aspetti basilari, sfaccettature importanti del prisma di una personalità multiforme: uno che la tradizione la conosceva bene e la amava, Fletcher Henderson un personale mentore e Duke Ellington un riferimento costante; un pianista provetto, sebbene non un virtuoso. Sarà anche, per la seconda che ho detto, perché di Sun Ra assiso solitario alla tastiera ve n’è ben poco? Howard Mandel, che firma le note di questa ristampa di una rarità fra i dischi rari, ne ricorda giusto un altro – “Solo Piano”, del ’77 e “zuppo di blues e tendente al sentimentalismo” – e in più un lavoro in coppia con il vibrafonista Walt Dickerson.

“Monorails And Satellites” è del 1966 o forse del ’67, comunque di uno dei periodi più visionari della visionaria carriera del Nostro, quello che lo vide accasato alla ESP ed esploratore di mondi “eliocentrici”. Qui certe dissonanze si sciolgono in pacificate meditazioni, swing e melodia prendono il centro del proscenio senza per questo fare smarrire all’artista una specificità assoluta. Questione di calore. Questione di colori. Un album delizioso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.256, aprile 2005.

Sun Ra - Black Myth Out In Space

Black Myth/Out In Space

Fra gli applausi che salutano la fine di ogni brano in questo doppio CD, poco più di due ore di musica sopravvissute alle oltre cinque dei concerti originali (le altre tre sono state, letteralmente, cancellate dai responsabili della stazione radio che li registrò), fanno capolino fischi e urla di dileggio. Come stupirsene? Il Sun Ra che si presentò al pubblico di due importanti festival jazz tedeschi nell’autunno del 1970 risulta tuttora un alieno: cosa dovette sembrare al tempo ai jazzofili più paludati? Cosa poterono mai capire dell’isterico dialogo di fiati che punteggia Journey Through The Outer Darkness? Del caos palingenetico dell’estenuante Out In Space dal quale emerge, poco prima della fine, un piano in struggente assolo? Del puro rumorismo di We’ll Wait For You? Di quei suoni di synth stridenti che stuprano ovunque trame musicali la cui perfezione formale è celata da affastellamenti di materiali che vanno da Billie Holiday (Walkin’ On The Moon) alla New Thing (Discipline Series)? E tutta quella gente sul palco poi, abbigliata con costumi da antico Egitto, a offendere anche visivamente il loro educato buon gusto…

La MPS, che nel 1971 pubblicò un più concentrato riassunto dei due concerti (cinquanta minuti circa) sul raro “It’s After The End Of The World”, non lascia e anzi raddoppia. Della qual cosa le siamo grati. Cercate le musiche del 2000? Ne troverete molte in questi nastri di quasi trent’anni fa.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.10, marzo 1999.

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