Walk Away Renée: il pop-barock dei Left Banke

The Left Banke - Walk Away Renée Pretty Ballerina

Un successo in Gran Bretagna non per gli interpreti originali bensì (con due anni di ritardo) per i Four Tops, riletta da Rickie Lee Jones come da Billy Bragg, da Southside Johnny e dai Lotion, da Marshall Crenshaw ma pure da Eric Carmen, eseguita dal vivo da Tori Amos come da Bon Jovi, omaggiata indirettamente dai Boston e direttamente dai Belle And Sebastian (mai avrei immaginato di citarli nella stessa frase), Walk Away Renée è un incantesimo senza tempo di centosessantadue secondi che lascia immancabilmente stupefatti, al centesimo ascolto più che al primo. Naturalmente si può provare a sezionarlo. Notando la raffinatezza di archi ben presenti ma mai straripanti, lodando lo struggente quanto essenziale assolo di flauto che ne occupa il centro, esaltando il modo in cui l’harpsichord caratterizza memorabilmente l’arrangiamento dall’inizio alla fine, evidenziando il ruolo giocato dal basso con una melodia discendente che ha anch’essa del sublime. Ma nessuna analisi musicologica potrà mai davvero spiegare ciò che appartiene all’ineffabile, l’emozione che attanaglia trasmettendo, al di là delle parole, che non di una serenata si tratta ma di un addio. A un ideale di donna angelicata e dunque per definizione irraggiungibile. All’innocenza dell’infanzia. Quando la scrisse Michael Lookofsky Brown, che dei newyorkesi Left Banke provò a essere il Brian Wilson e rischiò di divenire – ante litteram – il Syd Barrett, aveva sedici anni. Accoppiata a un lato B frizzante di tribalismi beatlesiani quale I Haven’t Got The Nerve (carinissimo, ma che nel confronto viene sotterrato), Walk Away Renée raggiungeva i negozi in forma di 45 giri griffato Smash (una succursale Mercury) nel luglio 1966. Quando qualche settimana più tardi entrava nei Top 10 USA (la sua ascesa si arresterà alla quinta posizione) i ragazzi venivano sollecitati a tornare in studio da un’etichetta ansiosa di monetizzare ulteriormente con un altro singolo e un album. Appena rientrato assolutamente nolente da una fuga californiana e ancora stravolto di frustrazione amorosa, il giovane Mike non si faceva pregare per riprendere in mano la penna. Melodia lieve quanto è svelto il passo e orchestrazione sofisticata per la quale di nuovo dobbiamo ringraziare un geniale John Abbott, atmosfera sapientemente incantatoria, Pretty Ballerina verrà rifatta dagli Eels, da Alice Cooper, da John Mellencamp, dai Bluetones e pure dai Dickies (immancabilmente un sigillo di grandezza). Era un numero 15 a inizio ’67, nelle settimane in cui si poneva mano a un LP furbescamente intitolato dalla Smash mettendo assieme i titoli dei due brani portanti.

E però non credete a chi racconta “Walk Away Renée/Pretty Ballerina” come un album di due canzoni favolose e nove di contorno. Chi lo sostiene è sordo o non vuole intendere. Per quanto monumentali quei due brani là, li si togliesse il disco resterebbe una gemma, forte del beat che riesuma il doo wop di She May Call You Up Tonight e di una Barterers And Their Wives più prossima a Purcell che a Elvis; della pepperiana prima del Sergente Let Go Of You Girl e di una What Do You Know da prestare ai Byrds country; di una Shadows Breaking Over My Head spendibile come outtake di “Forever Changes” ma pure, e forse soprattutto, delle spiazzantemente garagistiche Evening Gown e Lazy Day. Quest’ultima (retro di Pretty Ballerina!) da sottoporre a quelli che nella migliore delle ipotesi catalogano i Left Banke sotto “pop-baroque” (o “baroque’n’roll”) e nella peggiore li schifano, confondendoli con quell’effimera voga della bubblegum music con la quale niente ebbero mai a spartire. Né dovreste prestare troppa fede (l’invito naturalmente è a verificare di persona l’infondantezza di tale tesi) a quanti dicono che i Left Banke del secondo LP, già praticamente orfani dell’estro sofferente di Brown, vadano derubricati a curiosità d’epoca o poco più. Dato alle stampe sempre dalla Smash nel novembre 1968, “Too” è a mio giudizio da promuovere senza riserve, pur essendo quantitativamente modesto il contributo che gli offriva Brown. Sono due canzoni su nove – una Desirée colpita al cuore da archi ostinati; una circense In The Morning Light – e sono belle ma non le più belle: almeno, non più del valzer Sing Little Bird Sing e non quanto una Goodbye Holly non banalmente alla maniera di “Pet Sounds”, una Bryant Hotel degna dei Kinks più stellari, un’onirica Dark Is The Bark (da urlo l’inserto di corno) e specialmente una There’s Gonna Be A Storm superacida e super British. Tant’è che gli XTC travestiti da Dukes Of Stratosphear saranno persino sfacciati nell’eleggerla a modello. Ai cori in quattro episodi, Steve Tallarico-non-ancora-Tyler degli Aerosmith faceva qui il suo esordio discografico e si stenta a crederlo. “Too” vendeva qualcosa meno di nulla e dei Left Banke non si tornerà a parlare che in pieni anni ’80, in epoca di Sixties revival, dapprima con qualche riserva per via dell’impiego massiccio di turnisti sul primo album (peccato peraltro addebitabile pure a Byrds e Chocolate Watchband, per non fare che due nomi), poi con entusiasmo crescente, non minato da un orribile terzo LP semi-apocrifo e dell’86 intitolato “Strangers On A Train”.

Chissà che la benemerità Sundazed – catalogo prodigo di meraviglie per gli amanti dei ’60 e stampe capaci di soddisfare il più esigente degli audiofili a prezzi vivaddio che qualunque portafoglio può permettersi – non riediti un giorno in sacro vinile l’unico, omonimo 33 giri (datato 1969) del gruppo successivo di Mike Brown, i Montage: disco tagliato dalla medesima stoffa neoclassica delle due canzoni più celebri del leader. Per intanto ha da circa un anno reso disponibili i due Left Banke, facendo una volta di più cosa buona e giusta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.341, marzo 2013.

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