Never Say Dio! I Black Sabbath di Ronnie James

Ronnie James Dio con i Black Sabbath

Reduci da un tour del decennale in cui i supporter Van Halen li hanno fatti a pezzi e da tre LP di fila – “Sabotage”, “Technical Ecstasy” e “Never Say Die!” – uno più scadente dell’altro, in caduta libera di consensi critici (non che la stampa sia mai stata tenera con loro) e, quel che è peggio, di pubblico, i Black Sabbath di inizio 1979 sono una sorta di manicomio nel quale la convivenza fra due cocainomani e due alcolizzati si va facendo sempre più difficoltosa. Alla fine impossibile. Nell’attesa di venire a sua volta allontanato, a uno dei due alcolizzati, il batterista Bill Ward, viene dato l’incarico di comunicare all’altro, il cantante Ozzy Osbourne, che è licenziato. Dà un tocco surreale alla triste vicenda che a ispirare la mossa sia in primis Sharon Arden, figlia del manager Don e futura moglie proprio di Ozzy. Serve a quel punto un nuovo cantante e viene ingaggiato all’uopo l’italo-americano Ronnie James Dio, uno gnometto dalla voce duttile, lirica, baritonale. Che tecnicamente sia superiore al dimissionato, nemmeno c’è discussione. Che i fan possano accettarlo – figurarsi amarlo – e che proprio il suo innesto possa istigare una rinascita, be’, è una doppia scommessa che pare impossibile da vincere.

Sorpresa! Pubblicato nell’aprile 1980, acclamato e vendutissimo, “Heaven And Hell” è il disco che nessuno si aspetterebbe da un gruppo che dal 1973 non ne azzecca una: energico e variegato come i Nostri forse mai nemmeno nell’epoca eroica, con un lieve calo di tensione giusto in Wishing Well e per il resto solo canzoni di vaglia. Come Neon Knights e Lonely Is The Word, agli estremi opposti di velocità (che si incontrano nella traccia omonima) del tipico riffarama sabbathiano. Come una Lady Evil che potrebbe essere degli AC/DC e una Walk Away quasi sudista. Soprattutto, come una elettro-acustica Children Of The Sea che subito si iscrive fra i grandi classici del gruppo di Birmingham. Suo perfetto controaltare in “Mob Rules”, che esce nel novembre ’81 con Vinny Appice in luogo di Ward, è la fors’anche più epica The Sign Of The Southern Cross. L’album ha due evidenti difetti e un pregio: ricalca troppo smaccatamente il predecessore (identica la struttura) e lo fa con ispirazione meno vivida ma potendo godere, a parziale compensazione, delle affinate capacità (da ringraziare gli Iron Maiden, con cui ha lavorato nel frattempo) del produttore Martin Birch. E poi va di nuovo tutto a puttane e il finale per gli ultimi Sabbath da avere è da Spinal Tap, con la giovane guardia fatta fuori dalla vecchia con l’accusa di essersi introdotta nottetempo nello studio dove venivano mixati i nastri del comunque ottimo “Live Evil” per alzare i volumi di voce e batteria.

A parte bei libretti e suoni migliori, queste “Deluxe Edition” non offrono aggiunte imprescindibili. Ai due dischi in studio sono state accoppiate altrettante raccolte di incisioni in massima parte dal vivo. Il doppio live presenta una scaletta identica all’originale e francamente sfugge in cosa consista il suo essere Deluxe: in qualche scambio di battute e/o applauso in più?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.670, maggio 2010.

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8 commenti

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8 risposte a “Never Say Dio! I Black Sabbath di Ronnie James

  1. Marco Prandini

    Sono molto d’accordo con il tuo giudizio, che mi sembra equilibrato e distante dal solito nugolo di recensioni enfatiche ed entusiastiche delle riviste di settore (nello specifico di quelle che per semplificare chiamiamo “metal”). Ho letto, negli scorsi anni, pareri positivi persino su quella porcheria conclamata e solenne di “13”. Un disco che fa rimpiangere le incisioni con Ian Gillan.

  2. Rusty

    Visto giusto ieri su Sky uno speciale su Ozzy. Incredibile la quantitá e la varietá di sostanze che ha introdotto nel suo corpo. Pellaccia dura se mai ve ne fu una.

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