Il capolavoro di Wayne Shorter?

Uno dei più grandi sassofonisti – ma anche e forse in special modo uno dei più grandi compositori – della storia del jazz compie oggi ottantadue anni. Ne sono trascorsi cinquanta dacché, nel pieno di una stagione creativa eccezionale, pubblicava quello che in tanti considerano il suo capolavoro.

Wayne Shorter - Speak No Evil

Nella tarda estate del 1964 il trentunenne sassofonista Wayne Shorter, reduce da un quadriennio trascorso suonando con i Jazz Messengers di Art Blakey, si univa a Miles Davis. Sarebbe rimasto con il trombettista per sei anni, offrendo al periodo forse più cruciale della carriera di costui un inestimabile contributo, sia come strumentista che (soprattutto) come autore: e basti a tal riguardo citare titoli come ESP, Dolores, Nefertiti, Pinocchio, Sanctuary, divenuti con il tempo degli standard ripresi all’infinito. Formidabile attore non protagonista nella prima stagione del jazz elettrico, sarebbe stato al centro della ribalta nella seconda con i Weather Report, ma questa è un’altra storia. Qui si vuole invece attirare l’attenzione sull’incredibile esplosione di creatività che innescò giusto all’ingresso nel gruppo di Davis. In poco più di quattrocento giorni, fra il 3 agosto 1964 (giorno in cui incise “JuJu”) e il 15 ottobre 1965 (“The All Seeing Eye”) Shorter registrava da leader qualcosa come cinque LP per la Blue Note, uno più superlativo dell’altro. Dovendo proprio scegliere, i più fra gli enciclopedisti indicano in questo secondo, in bilico fra hard bop, jazz modale e avanguardia, l’indispensabile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.13, primavera 2004.

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2 commenti

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2 risposte a “Il capolavoro di Wayne Shorter?

  1. Antonio P.

    Anche per me uno dei dischi più belli degli anni sessanta (per ribadire l’ovvio) e probabilmente il suo più bello. Sarei curioso di sapere che ne pensi del periodo successivo ai Weather report (che a me hanno sempre lasciato tiepido, anche se apprezzo abbastanza i primi dischi) che al contrario dei giustamente glorificati album dei sessanta vennero massacrati abbastanza indistintamente, mentre per me almeno un disco come High life al netto di quei suonacci e di una sezione ritmica mediocre (maledetto Marcus Miller) resta un disco fantastico e probabilmente il mio preferito di Shorter assieme a Speak no evil.

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