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Lowell George – L’artista sequestrato

Sono trascorsi trentaquattro anni dacché un trentaquattrenne Lowell George ci lasciava. Colui che Jackson Browne definì l’“Orson Welles del rock’n’roll” non ha avuto eredi. Né molti cantori.

Questione di intempestività: questo uomo dal cuore grande quanto era grande e grosso un corpo arrivato a pesare centocinquanta chili da quel cuore, da cui troppo aveva preteso, si faceva tradire in un momento in cui il gruppo di cui era stato leader si trovava in animazione sospesa. Non più cocco della stampa e no, non c’entrava il riflesso condizionato che vuole che a un fiorire delle fortune commerciali spesso corrisponda uno sfiorire dei favori della critica. È che erano cambiati i tempi ed era cambiato il modo di muoversi in direzione ostinata e contraria rispetto ad essi dei Little Feat. Alle sfortune postume del protagonista di questo racconto contribuiva inoltre un’uscita di scena nel pieno di un tour promozionale per un album, il debutto da solista, troppo atteso e favoleggiato perché non paresse poi deludente oltre qualche demerito che pure ha. Gli eroi ci piace ricordarli giovani e belli e Lowell George se ne andava fatto e disfatto e a un nadir di ispirazione autoriale.

Ma soprattutto è una questione di irriproducibilità di un suono e un modo di scrivere di originalità assoluta. Tanto più rimarchevole perché a tale stile inconfondibile si perviene partendo da materiali che più codificati non si potrebbe: blues e country, folk e funk, soul, jazz e rock’n’roll. Ricombinati però con i crismi dell’unicità e al pari unico è un rapportarsi alla forma canzone che si potrebbe dire a schema libero, con ritornelli che non sbucano dove li aspetteresti e viceversa, strofe di misure diverse, scelte di accordi inusuali, un cantato dal fraseggio a tal punto peculiare che al concerto tributo organizzato dai superstiti per celebrare il caro estinto su trentaquattro canzoni eseguite solo sette recavano in calce la firma del celebrato: troppo spesso troppo difficile ricantare Lowell George, ebbene sì, e dire che sul palco c’era gente del calibro di Bonnie Raitt, Jackson Browne, Linda Ronstadt, Emmylou Harris, Nicolette Larson. I primi album dei Little Feat si vendettero all’epoca in non molte migliaia di copie, cifre paragonabili a quelle totalizzate dai Velvet Underground come dai Big Star o da Nick Drake, ma diversamente da questi nomi la loro influenza sull’odierno risulta modesta ai limiti dell’inesistente. Sto parlando dell’omonimo debutto, di “Sailin’ Shoes”, di “Dixie Chicken”, di “Feats Don’t Fail Me Now”, prodotti di un periodo ben delimitato, 1971-1974, nella vicenda di una band che in quei pochi anni rappresentò un distillato di Americana con un unico plausibile equivalente in quell’altra band lì, quella con la “B” maiuscola e l’articolo davanti. Molto più convenzionale però nel suo rapportarsi alla tradizione e non credo sia un caso che di Robbie Robertson e soci l’attualità risulti invece pregna come non mai.

Sono stati tre in realtà i gruppi chiamati Little Feat. Il primo l’ho appena inquadrato. Il secondo, con Lowell George ancora presente ma non più leader, pubblicava fra il ’75 e il ’79 altri tre album in studio che sono tutt’altra (e parecchio meno importante) cosa rispetto a quelli prima. Il terzo ha fatto rivivere la sigla a partire dall’88, ancora pubblica dischi (l’ultimo lo scorso anno), ancora gira per club, teatri e palazzetti d’America con apprezzabile successo. A mio parere del tutto legittimato a farlo dalla presenza non soltanto di Bill Payne, cui l’“idea Little Feat” appartenne sin da subito quanto a Lowell George, ma della totalità degli altri componenti storici ancora in vita. Però a me questi ultimi Little Feat quantomeno in questa sede non interessano. E i secondi interessano assai meno dei primi e ne riferirò dunque in proporzione.

Prosegue per altre 28.952 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.182/183, luglio/agosto 2013. Non se ne fosse andato a trentaquattro, oggi Lowell George compirebbe settantasei anni.

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Laura Nyro – Lady Sings The (Lonely) Blues

Fosse vissuta, Laura Nyro avrebbe festeggiato questo 18 ottobre i primi settant’anni. Se ne andava prima di arrivare a cinquanta ma vive ancora. E noi con lei, anche senza saperlo, nel mondo che ha creato.

Di ascendenze russe, polacche, italiane, parte ebrea, parte cattolica, Laura Nyro vedeva idealmente celebrate le sue esequie il 27 ottobre 1997, a sei mesi e mezzo dalla prematura dipartita. Naturalmente in quella New York che non aveva frequentato che occasionalmente dal ’72 in poi ma in cui era nata e che le era sempre rimasta dentro. Perché “sembri una città, ma per me sei come una religione”. Naturalmente con una liturgia laica: un concerto. Appropriatamente, in quel Beacon Theater tanto maestoso quanto fatiscente che l’aveva vista sette anni prima protagonista della cerimonia con la quale era stata introdotta nella New York Music Hall Of Fame. Lì in tempi molto più prossimi aveva assistito a uno spettacolo di Chaka Khan ed era stata l’ultima sua uscita mondana, poche ore di spensieratezza sottratte alla malattia che la stava divorando. Per ricordarla si avvicendavano sul palco collaboratori e collaboratrici di una vita e qualche cantante in rappresentanza delle tante incamminatesi sulle strade che lei per prima aveva percorso. L’amica Alice Coltrane eseguiva insieme al figlio Ravi un brano del marito John, After The Rain, ed era uno dei momenti più toccanti. Ma emozionava ancora di più Rickie Lee Jones, rileggendo due delle canzoni scavate più in profondità da Laura nella miniera della sua anima. Prima You Don’t Love Me When I Cry, quindi quella Been On A Train scritta in irosa, sconfortata memoria di un cugino morto ventunenne di eroina. “No, no, damn you mister!”, scagliava al cielo Rickie Lee fra guaito e ruggito e in quell’attimo ─ testimonia chi c’era ─ fu come se un’altra figura si materializzasse lì, piegata dal dolore sui tasti di un pianoforte.

Conclamata allieva, dell’oggetto di questo panegirico la Jones dice: “la più grande autrice americana di sempre”. Giudizio sul quale sostanzialmente concorda quell’unica altra che potrebbe contenderle lo scettro. Persona notoriamente con un’altissima (giustificata, eh?) opinione di sé, poco propensa a riconoscersi educata da nulla di meno alto di Mozart o di Picasso, in un’intervista del 1998 al mensile britannico “Mojo” Joni Mitchell dichiarava che “Laura Nyro è l’unica artista donna con cui avverto una qualche affinità. Non è sbagliato collocarci una accanto all’altra, era una che seguivo e cui qualche volta sono andata dietro”. Se ogni singola leva di cantautrici “al femminile” susseguitasi dai tardi ’60 ─ forse più di tutte quella che prendeva il potere con Suzanne Vega e Tracy Chapman ─ si è in qualche misura formata alla sua scuola (questione di attitudine e di argomenti più che di spartiti, che restano di inimitabile peculiarità), sono andate a lezione da lei pure figure in apparenza distantissime come Kate Bush o Courtney Love. Facile coglierne l’eredità, magari malriposta, in una Tori Amos che ne è spesso parsa la versione cheap, meno ─ considerando quanto poco ebbe a che fare con il rock ─ nella generazione delle riot grrrls. Nelle Sleater-Kinney come nelle Luscious Jackson. Ma, giusto pochi mesi prima che Laura ci lasciasse, Jill Cunniff, cantante e bassista di queste ultime, ricordava come fosse stata una presenza formativa fondamentale: “La gente parla di lei e di Joni Michell con superficialità, ‘ah, sì, quelle cantautrici confessionali’, intendendo sminuirle con quell’etichetta, ma per quanto mi riguarda ringrazio Dio che ci fosse qualcuna che aveva qualcosa da confessare, perché è di quelle esperienze condivise che mi sono nutrita”.

Se Michael Stipe ha raccontato che la sua vita fu cambiata per sempre dall’incontro con la Patti Smith di “Horses”, Peter Buck rivela che da adolescente era ossessionato da Laura Nyro: “Quei primi quattro album sono un qualcosa di incredibile. Nessuno ha mai prodotto musica così. Non credo che sia mai stata guardata con il rispetto che avrebbe meritato”. Opinione che Elton John sottoscrive: “La idolatravo. L’anima, la passione, l’audacia con cui passa da un ritmo a un altro o con cui modifica una melodia mi sembrarono inaudite”. Lo affermava nel corso di una chiacchierata in uno studio televisivo con Elvis Costello, che annuiva entusiasta. Essendo pure per lui la Nyro una delle autrici e interpreti più ingiustamente neglette negli annali di un pop troppo colto per essere popolare davvero. Mentre dal canto suo Todd Rundgren ha sempre detto che ascoltarla per la prima volta ebbe su di lui un tale effetto da segnare il destino dei Nazz, “perché da un giorno all’altro smisi di comporre canzoni illudendomi di essere gli Who e cominciai a scriverne fantasticando di essere Laura Nyro”.

Prosegue per altre 56.498 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.221, ottobre 2017. A oggi sono trascorsi ventiquattro anni dalla scomparsa di Laura Nyro.

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5 pezzi facili per Scott Walker, americano a Londra

“Ne morirà di gente nel frattempo!”: così, con impagabile umorismo nero, Noel Scott Engel, in arte Scott Walker, rispondeva all’intervistatore di “Mojo” che nel 2000 gli domandava quando avrebbe concesso all’umanità la grazia di un nuovo album. Non che se ne stia con le mani in mano, spiegava, ma scrivere è divenuto per lui con il tempo un processo sì tormentoso nel suo tendere alla perfezione che possono volerci “un paio di mesi perché io metta assieme la metà della metà di una canzone”. Si potrebbe dire che ha tenuto fede alla promessa, visto che siamo arrivati a inizio 2004 e ancora aspettiamo il successore del fosco e sublime “Tilt”, una faccenda del 1995 doverosamente inserita nei “500 dischi fondamentali” designati dalla nostra succursale “Extra” a rappresentare la storia del rock, termine da intendere nell’accezione più ampia e vaga possibile se si fa riferimento a capolavori come il suddetto. D’altro canto, fra “Tilt” e il predecessore “Climate Of Hunter” il nostro uomo di anni ne aveva messi undici e per ora siamo appena a nove. Pazientiamo. Ci aiuterà alla bisogna un cofanetto di cinque CD uscito in prossimità delle feste natalizie, con griffe Mercury/Universal, e beffardamente chiamato “5 Easy Pieces”. Naturalmente, anche nei suoi momenti più populisti, un prolungato esercizio dell’uneasy listening più uneasy che si possa immaginare. Naturalmente, ché sarebbe stato se no troppo banale, organizzato non cronologicamente ma tematicamente. Naturalmente comprendente materiale dei Walker Brothers, il complesso con il quale l’oggi sessantenne Scott soggiornò a lungo in cima al mondo in altri anni ’60, ma altrettanto naturalmente orbo della canzone per la quale tutti li ricordano, vale a dire The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (con il senno di poi, quel che si dice un titolo programmatico). Infine (a tirare l’ultima riga sulla lista delle iconoclastie prevedibili): fornito di un libretto, di eleganza e austerità somme, che ben si guarda dall’offrire all’acquirente informazioni biografiche su un soggetto che da un quarto di secolo sfugge le luci della ribalta, dopo essere stato personaggio di visibilità immane: l’annuncio dello scioglimento dei Walker Brothers provocava nel 1967 reazioni, in particolare fra il predominante pubblico adolescenziale femminile, di un’infima frazione meno estreme di quelle che causerà tre anni più tardi la fine dei Beatles. A parte l’elenco dei brani (novantatré) e una-foto-una del soggetto, il tascabile e smilzo volume non si compone che di citazioni citabili di celebri colleghi che esprimono ammirazione prossima all’idolatria per il Nostro. Ne pilucco qualcuna qui e là e vediamo se vi impressiono.

Per noi Captain Beefheart e Scott Walker sono l’epitome di ciò che davvero vuol dire punk, artisti che seguono la loro strada senza curarsi di nulla e di nessuno.” (Nick Power, The Coral)

Lo sai che ‘Tilt’ è stato registrato nello stesso studio e nello stesso periodo di ‘The Bends’? Ma non ci siamo mai incrociati. Non è stato che al Meltdown Festival che abbiamo avuto finalmente l’occasione di conoscerlo… Fondamentalmente, è stato per lui che abbiamo suonato. Ero lì sul palco e non facevo che pensare: ‘C’è Scott Walker fra il pubblico e non mi frega niente di chiunque altro possa esserci’.” (Thom Yorke, Radiohead)

Ha avuto un’enorme influenza su di noi…” (Damon Albarn, Blur)

Prosegue per altre 7.327 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.562, 20 gennaio 2004. Scott Walker ci lasciava due anni fa a oggi, settantaseienne.

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Velvet Underground – Una minacciosa innocenza

Nella sua esilarante carriera di candido truffatore, sorta di idiot savant dell’arte moderna, Andy Warhol ha fatto un sacco di cose. Le tre per cui è più ricordato sono: i quadri (che tutti conoscono); i film (che nessuno sano di mente ha mai guardato per intero); l’avere scoperto i Velvet Underground (tanto universalmente noti ormai che qualche tempo fa si poté sentire un loro brano ridotto a musichetta per un consiglio per gli acquisti). L’Andy pittore incontrò i Velvet (è ragionevole affermare che la copertina con la banana sia oggi la sua opera più celebre; più del ritratto di Marilyn o della lattina Campbell). L’Andy cineasta, purtroppo, mai. Oh, certo, Lou Reed e sodali suonavano all’“Exploding Plastic Inevitable” galleggiando nello scorrere di pellicole warholiane come un feto nel liquido amniotico. Ma, per quanto incredibile possa sembrare, al regista autore di alcuni dei lavori più leggendariamente provocatori e inutili della storia del cinema ─ qualche esempio: Blow Job (un’inquadratura fissa di trenta minuti, sopra la cintola; Sleep (sei ore e mezza con John Giorno che dorme); Empire (otto ore con la camera puntata su un grattacielo in cui non succede nulla) ─ mai venne in mente che avrebbe potuto più proficuamente usare un po’ di celluloide per immortalare almeno uno spettacolo dei suoi protetti. Così, non avendo a disposizione una macchina del tempo possiamo solo cercare di immaginare concerti che i testimoni raccontano molto più estremi dei dischi (compreso il disco più estremo, “White Light/White Heat”; compreso il brano più estremo, Sister Ray), destrutturate orge di feedback fra abbandono e violenza. Né ci vengono in soccorso i tanti live postumi, tutti accomunati, legali e non, da una qualità sonora variamente disdicevole. Nemmeno “1969”, che pure si fa immaginare come uno dei più grandi doppi dal vivo del suo o di qualunque altro tempo, ci aiuta, ritraendo un gruppo trattenuto e talvolta persino alla ricerca del bell’intarsio. Meglio sotto questo punto di vista il recente primo tomo della collana “Bootleg Series”, che quantomeno ammannisce tre Sister Ray discretamente toste (una di trentotto minuti) e un altro tot di distorsioni in raga, ma non ci siamo ancora. Sei stato imperdonabile, Andy.

Mancando i film, tocca accontentarsi delle fotografie e qui a noi posteri va parecchio meglio. Ce n’è arrivata un’apprezzabile quantità e non poche di eccezionale potenza iconografica. La primissima formazione (quella con Angus MacLise) su un tetto di una New York che sembra Quarto Oggiaro. Nico verginea e sexy che percuote il tamburello fra luttuosi Caronte scappati dall’Ade. Moe Tucker che leva alto il mazzuolo su un tamburo. Sterling Morrison in studio, chitarra distrattamente a tracolla, magrissimo. John Cale e Lou Reed a una festa con Warhol, John impossibilmente giovane e fico e con un calice in mano. Lou sonnecchiante su un divano, una mano di Andy sul pacco. Ancora Lou e Andy e in mezzo in effige un Elvis cowboy, pistola in pugno. I Velvet al completo fra la folla della Factory, confusi e inconfondibili. La più triste e cool di tutte: Lou Reed al Max’s Kansas City il 23 agosto 1970, la sua ultima notte con la band, postura rigida e sguardo allucinato perso nel vuoto.

Mi sono accostato ai Velvet Underground, durante un’adolescenza sciatta parzialmente redenta dalla scoperta della musica e da poco altro, grazie a un album non loro e a una fotografia. L’album è “Rock’n’Roll Animal”, fumigante live in cui Lou Reed rileggeva hard quattro classici della sua vellutata gioventù. Ventiquattro anni dopo rammento ancora il momento in cui la Intro è trafitta dal riff di Sweet Jane come un’epocale epifania. La foto è una delle più famose e utilizzate (l’ho ritrovata qualche tempo fa in copertina di un libretto di Peter Hogan per la Omnibus Press) dell’archivio dei Nostri. Vista casualmente su una qualche rivista che non ho conservato, mi catturò con irresistibile magnetismo. Sulla destra John Cale, giacca scura, girocollo pece, barba di qualche giorno, capelli lisci spioventi sulle spalle, sguardo che si intuisce fisso in camera ma è celato, come quelli di Morrison e Reed, da impenetrabili lenti nere nelle quali si riflette la strada. Grandi indossatori di occhiali da sole i nostri eroi. Utili la sera per proteggersi dall’abbagliante parco luci del circo warholiano, tornavano comodi di giorno, oltre che per tirarsela e stabilire en passant un dettato estetico del rock, per celare pupille fatte a spillo dagli stravizi chimici. Non a caso, anche in questo scatto Maureen, l’unica sobria della compagnia, è la sola a non portarli. Se i lineamenti raccontano più anni di quanti non avesse l’espressione è da bambina, tenerissima. Pure Lou, ovviamente al centro e che al contrario degli altri non guarda in macchina, sorride. È però un sorriso birbante (più smaliziato, posso ora dirlo: quasi certamente un ghigno da anfetamina) da ragazzetto che ha appena ordito una carognata e ne pregusta gli effetti. Labbra ancora sporche di latte e di innocenza nondimeno. Ecco: quello che mi colpì e tuttora mi colpisce è il misto di innocenza e di minaccia che traspare. Cattive compagnie di cui faresti bene a non fidarti. Quindi da frequentare assolutamente.

Prosegue per altre 36.240 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.4, inverno 2001. Non se ne fosse andato il 27 ottobre 2013, settantunenne, Lou Reed compirebbe oggi settantanove anni.

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Nuntio vobis gaudium magnum

Da oggi Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune è disponibile anche in formato eBook per Kindle. Nel caso non possediate il lettore in questione, potrete comunque leggerlo (con apposita applicazione scaricabile gratuitamente) su qualunque tablet e pure su PC e smartphone. € 9,99. Qui.

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Out Of The Blue – La prima vita dei Dream Syndicate, all’alba della seconda

Saranno in tour in Europa nei giorni in cui questo numero di “Blow Up” raggiungerà le edicole, i Dream Syndicate. Fa strano apprenderlo, guardare il calendario e vederci scritto 2013, non 1986.

Più o meno all’altezza di quando diedero alle stampe il singolo album, “Medicine Show”, che li iscrive alla storia maggiore del rock, Steve Wynn osservava in un’intervista che i Dream Syndicate non erano un gruppo bensì minimo cinque, parecchio diversi l’uno dagli altri: da qualche parte, fra i Dream Syndicate capaci di lanciarsi in improvvisazioni prevalentemente chitarristiche di tre quarti d’ora cadauna e quelli professionalissimi esecutori di se stessi, se ne potevano rintracciare – a seconda del luogo, dell’ora, dell’umore – di hard, di sentimentali, di psichedelici. Impossibile incrociarli tutti nella stessa serata ma, dove cascavi, cascavi bene. La più grande live band della sua generazione? Probabilmente, e una pur pressoché impeccabile, e in più punti esaltante, discografia in studio non li racconta che in parte. Logico allora che questa storia, prima ancora che fra album in diversa misura classici, sia da incorniciare fra due concerti. Al primo presenziarono poche decine di persone perché il luogo, uno stanzone in un club (il Vex) di East L.A., poche decine poteva contenerne. Della data non ho certezza ma doveva essere la primavera dell’83, siccome il complesso era reduce da due mesi passati ininterrottamente “on the road” e che avevano messo a tal punto a dura prova la bassista Kendra Smith da indurla a lasciare. Era insomma un’ultima replica e l’ultima canzone dell’ultimo bis era quell’unica in repertorio cantata da Kendra, Too Little, Too Late, una gemma di ballata dell’innocenza perduta con la quale – chissà se essendone consapevoli – a congedarsi per sempre erano anche quei Dream Syndicate che avrebbero potuto essere “i nuovi Velvet Underground”. Al secondo gli spettatori si calcoleranno fra le quaranta e le cinquantamila unità, era il 5 luglio 1986 e all’annuale festival di Roskilde, in Danimarca, ai nostri eroi toccava l’improbo compito di sostituire – e senza che nessuno in platea ne avesse avuto sentore fino all’annuncio dal palco – l’attrazione principale in cartellone, ossia i Cult, niente di meno. Sfida che vincevano a mani basse, facendo impazzire un pubblico che in massima parte manco li aveva mai sentiti nominare, e il giorno dopo i giornali locali ne riferivano facendo paralleli con il debutto americano a Monterey di tal Jimi Hendrix, AD 1967. Ci sarà bene qualche universo parallelo nel quale, partendo da lì, Steve Wynn e soci sono divenuti le stelle che avrebbero meritato di diventare, anticipando il grunge invece che venendone – a posteriori – obnubilati. Sicuro che lì sono più popolari dei Pearl Jam, sicuro che lì dei Pearl Jam si parlò, al loro apparire alla ribalta, come dei novelli Dream Syndicate e hanno durato fatica a togliersi l’etichetta. Dalle nostre parti le cose sono andate alquanto differentemente. All’incirca così.

È il 1978 quando Steve Wynn e Kendra Smith – entrambi classe 1960, il primo losangeleno, la seconda originaria del Minnesota – si incrociano per la prima volta a Davis, cittadina di sessantamila abitanti di cui mediamente il 10% allievi, come all’epoca i Nostri, della locale University Of California. Sono a quanto pare gli unici a sapere chi siano i Jam e tanto basta a farli simpatizzare ed entro breve a fare loro condividere un gruppo. Si chiamano Suspects e oltre a Kendra alla voce e a Steve alla chitarra ritmica schierano Russ Tolman alla solista, Steve Suchil al basso e Gavin Blair alla batteria. Apprendendo che Tolman e Blair saranno poi nei True West il lettore potrebbe immaginare chissà quali meraviglie dell’unico e rarissimo singolo autoprodotto nel ’79 da costoro, It’s Up To You/Talking Loud. È in realtà poppetto acerbo, senz’arte né parte e che lo stesso principale artefice – Wynn, da subito il songwriter della compagnia, di qualunque compagnia – dice peggio che scadente, orribile.

Prosegue per altre 17.767 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.181, giugno 2013.

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Pubblicità per me stesso (6)

A suo tempo il mio primo libro con marchio Hip & Pop, Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015, ha beneficiato di una più che soddisfacente copertura da parte della stampa specializzata. Come era normale che fosse del secondo, Extraordinaire 1 ─ Di musiche e vite fuori dal comune, si è scritto meno. È dunque con particolare soddisfazione che segnalo una benevola recensione a firma Alessandro Besselva Averame, che ringrazio, sul numero di “Rumore” attualmente in edicola. A chi volesse fidarsi del recensore in questione, che secondo me è uno che ci capisce, faccio in ogni caso presente che, diversamente da altri possenti tomi pubblicizzati a spron battuto su Facebook, i miei libri non contengono né illustrazioni di alcun tipo (no, nemmeno una figura) né “copia e incolla” di materiali altrui. Pare anche che siano scritti in un italiano passabilmente corretto, ma di questo chiedo conferma a chi li ha letti.

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Blue Notes – Il pop del crepuscolo

Ve ne siete accorti? Sono immerse, le ultime cose buone del pop inglese (quelle non frutto dei consueti hype, non costruite/immaginate/esaltate oltre ogni limite da una stampa sempre pronta a entusiasmarsi, anche quando non sarebbe il caso; quelle, insomma, nate e impostesi senza sponsor), in un’atmosfera crepuscolare, impregnata di una sensualità torbida. Inquietante. Eppure, straordinariamente fascinosa. Varrebbe la pena di provare a metterle insieme anche se ad accomunarle fosse solo questo (e non sarebbe poco: cos’è il pop se non una faccenda di atmosfere, stereotipi, melodie?), ma a collegarle vi è una fitta serie di rimandi incrociati che, sebbene non evidentissima a un primo sguardo, le avvolge tutte in una rete inestricabile. Seguirne le maglie si è rivelata impresa suggestiva come di rado sono le investigazioni nel mondo della musica.

Yeovil, Somerset

“Sei quasi brutta, priva di lusinga/nelle tue vesti quasi campagnole”: non fossero i capelli di Polly Jean Harvey corvini come quelli della protagonista ideale di un racconto di Edgar Allan Poe, la tentazione di tracciare un parallelo con la signorina Felicita di gozzaniana memoria sarebbe ancora più irresistibile. Ma quella aveva “bei capelli di color di sole” che la facevano “un tipo di beltà fiamminga”, e Polly Jean è il Calimero del pop. Quella, sotto la faccia “buona e casalinga”, celava un’anima semplice, e aveva modi ingenuamente civettuoli, ove la nostra eroina ostenta un sentire contorto come un’esplosione para-jazz beefheartiana. Infine, risulta arduo immaginare Polly Jean compiere “quel romantico gesto d’educanda” che tanto fece godere l’animo di Gozzano. Non la stessa Polly Jean che ha intitolato una canzone a Sheela-Na-Gig, una figura femminile che ricorre nei bassorilievi celtici e che, accovacciata, ride in modo sguaiato e si divarica la vagina con le mani.

Anche se, leggendo il Gozzano che a scuola non ti fanno leggere, si scopre che la signorina Felicita vera, non il personaggio letterario dunque, avrebbe potuto benissimo esclamare, come la Harvey in Rid Of Me, “leccami fra le gambe, sono infoiata”. E forse lo fece.

A parte le comuni origini agresti, Polly Jean Harvey fa venire in mente Felicita perché, come quella era una figura inedita e freschissima in un panorama letterario in cui la donna veniva da sempre idealizzata, lei è un tipo di personaggio che il rock non ha mai conosciuto: tanto per cominciare, viene appunto dalla campagna e il rock’n’roll del dopo Sun, del dopo Elvis, del dopo Jerry Lee è sempre stato urbano, prevalentemente quando non esclusivamente; poi è una ragazza che affronta le questioni del sesso con una franchezza che, essendo quasi maschile, produce sovente un effetto di imbarazzo totale nell’ascoltatore uomo. Quella spudoratezza che le fa cantare, in Man Size, “fammi abbassare gli occhi e le mutande” è altra cosa rispetto alla sensualità fra il sofisticato e lo sfrontato di Madonna, o anche a quella, già peculiare, da Peter Pan in gonnella di Björk. Il sospetto è che se Polly Jean fosse bella (per i canoni classici non vi è dubbio che non lo sia, con quel suo corpo magro tutto spigoli e le sopracciglia ispide che schiacciano verso il basso l’ovale del volto, e però a suo modo intriga: “fa tipo”, come si suol dire) non muterebbe comunque nulla nel suo approccio all’altro sesso.

La ragazza mascolina, chiodo e Doc Martens ai piedi, i capelli raccolti all’indietro, dei tempi dell’esordio su singolo, nel 1991, l’anno dopo si faceva immortalare a seno nudo (mai seno nudo fu meno provocante) sul retro di copertina del suo primo album e nel ’93 scioglieva i capelli e si mostrava in due pezzi in camera da letto. Oggi è sacerdotessa pagana, ninfa di sepolcrale beltà (torna Poe) come quella del celebre quadro di Millais che la copertina di “To Bring You My Love” (il quadro più ricorrente nelle vicende grafiche del rock: lo usarono già Pearls Before Swine, Christian Death ed Electric Peace) omaggia. Cambia tutto e non cambia niente.

Prosegue per altre 16.849 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.8, giugno 1995.

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Per amore della canzone – La ballata triste di Townes Van Zandt

Forse deve solo cantare per amore della canzone/e chi sono io per decidere che sbaglia?” (For The Sake Of The Song)

Il Van Gogh della canzone americana.” (“Billboard”)

“Townes Van Zandt è il migliore autore di canzoni al mondo e lo direi anche a casa di Bob Dylan, salendo su un tavolo con i miei stivali da cowboy.” (Steve Earle)

Doveva essere il 1995 (la memoria non è più quella di una volta) quando ebbi occasione di toccare con mano il Mito. Ideale il luogo dell’incontro: lo stanzone di quel torinese Folk Club abituato a vedere il suo palco calpestato da piccole e grandi leggende, attorniate da cento spettatori o poco più, medesima capienza di quel bar di Houston in cui il nostro uomo registrò uno dei più memorabili doppi dal vivo di sempre. Andai lì pieno di aspettative.  Nello stesso tempo, con il timore che in nessun modo un concerto avrebbe potuto darmi le emozioni regalatemi, una vita prima, da “Flyin’ Shoes”. Un colpo da cui il mio cuore non si è mai ripreso, quell’album, che fra l’altro non è nemmeno il più bello (come ebbi pian piano modo di scoprire) nella discografia del Texano. Ma in un amore è il primo incontro quello che permane nel ricordo, anche quando i successivi si rivelano più soddisfacenti. Poco dopo i miei vent’anni lo consumai quel vinile, che difatti si è rivelato assai scrocchiante quando sono andato a riascoltarlo, scoprendo di riconoscerne ancora ogni dettaglio. Rammento che lo comprai per posta, pagandolo 1.900 lire. Avrei dovuto essere più furbo e acquistarne cinque copie. Ma sto divagando. Il Folk Club, dicevo.

Townes Van Zandt si presentò da solo, come mi attendevo. Pur essendo stato avvisato riguardo alla qualità altalenante delle sue performance, ciò che non mi aspettavo era che risultasse… patetico. Per interminabili quarti d’ora biascicò con voce impastata e mani non meno incerte sulla chitarra facendo a pezzi un brano meraviglioso dopo l’altro. Uno spettacolo imbarazzante. Uno spettacolo da incazzarsi fino a mettergli le mani addosso, non fosse che nello sguardo perso nel vuoto si leggevano una tristezza e una gentilezza infinite. E poi d’un tratto fu come se scattasse un interruttore. La schiena si raddrizzò, le dita si mossero più sicure, la voce acquistò calore e confidenza e addirittura qualche sorriso inciampò sulle labbra cadendo fra gli astanti. La seconda metà del concerto si rivelò indimenticabile in positivo. Chissà cosa era successo, all’improvviso, in quella testa matta.

Vivere è volare/in alto e in basso/e allora scuoti la polvere dalle tue ali/e il sonno dagli occhi/…/e le lacrime…” (To Live Is To Fly)

Townes Van Zandt aveva un idolo: Hank Williams. Townes Van Zandt ha avuto una vita di merda. Townes Van Zandt è morto un capodanno, proprio come Hank Williams.

Prosegue per altre 16.936 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.32, gennaio 2001. Townes Van Zandt lasciava questa terra il 1° gennaio 1997. Aveva cinquantadue anni.

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Scrivere è riscrivere

Numero tondo: fra settimanali, mensili, bimestrali, trimestrali, semestrali e siti web e buttandoci dentro anche un paio di fanzine alle quali pure altri professionisti davano una mano, ho collaborato in vita mia a venti diverse testate giornalistiche. Ho scritto di musica di chiunque e per chiunque e tranne la prima, quando come raccontavo nella prefazione alla raccolta di articoli brevi Venerato Maestro Oppure mi proposi ventunenne a “Il Mucchio Selvaggio”, incasinandomi l’esistenza per sempre, non ho cercato una sola di queste collaborazioni. Mai mandato in giro un curriculum. È sempre stato un editore, un direttore, un caporedattore a contattarmi e chiedermi se poteva interessarmi avviare un rapporto, che si è poi avviato se la risposta alla domanda lasciata cadere casualmente “quanto a cartella?” era di mio gradimento. A pensarci bene, un’unica altra volta fui io a mettermi sulla piazza. Mi dissero OK, mi assegnarono tre recensioni, non le pubblicarono. Vabbé, arrivederci e grazie. Quel giornale è scomparso da un pezzo, io sono ancora qui. E adesso vi rivelerò un paio di cose che non tutti sanno. Una è che occasionalmente ho scritto sotto pseudonimo, o articoli apparsi come redazionali e quindi non firmati (e sotto i quali non avrei comunque messo il mio nome manco mi avessero pagato il doppio o il triplo): trattavasi in un caso di intemerate che forse un giorno tirerò fuori sul mio blog, anche se a rileggerle oggi non sono quasi mai d’accordo con me stesso e probabilmente non lo ero neanche allora, ma mi andava di provocare; in precedenza mi era capitato di fare da ufficio stampa in rigoroso incognito per un festival jazz; un bel po’ più avanti e più ignobilmente mi ritroverò (sponsorizzava una nota compagnia telefonica e credo di non essere mai stato retribuito così tanto per scrivere così poco) a tracciare brevi profili di partecipanti a un altro festival, quello di San Remo (mi astenni dall’esprimere le mie vere opinioni al riguardo). Un’altra è che per un attimo fuggente (2005: le rate del mutuo andavano impennandosi a un ritmo preoccupante) mi sono ritrovato a lavorare nel dorato mondo della pubblicità e cito fra i marchi cui ho prestato ben remunerati servigi As Do Mar, Deutsche Bank, Sigma-Tau. Non era fico come raccontare dei Flamin’ Groovies ma pecunia non olet e quando serve, serve.

Ora: per essere uno che si è sempre guadagnato da sopravvivere scrivendo, non è che scrivere mi piaccia così tanto. In questo preciso momento farei volentieri tutt’altro. Che so? Guardare la neve che cade o una puntata di Better Call Saul. Mettere su un CD del box che documenta una residenza di Sun Ra in un locale di Detroit che ho in casa da minimo dieci anni durante i quali credo di non essere ancora arrivato ad ascoltare il decimo dischetto (sono ventotto; a questa media spero di non trovarmi pure io su Saturno prima di aver finito). Prestare ascolto al saggio consiglio che Tom Petty impartisce nel ritornello di You Don’t Know How It Feels. Perché lo so bene, io, come mi sento quando si tratta di attaccare il trecentesimo o su di lì giro di recensioni, di porre mano a una rubrica, a un articolo. Magari di quelli lunghi. Mi sento da schifo. Fatto è che, diversamente da alcuni colleghi di mia conoscenza che accumulano cartella su cartella come se avessero una vocina in testa che detta, io non sono per niente un natural born writer. Pensavo di esserlo ai tempi del liceo. Quando scrissi quasi di getto i primi pezzi e ancora per alcuni anni, con l’entusiasmo del neofita a sorreggermi e nonostante si trattasse di un processo di un macchinoso oggi inconcepibile, che passava per la redazione di una brutta e una bella copia scritte a mano e una terza, definitiva, battuta a macchina. Nulla mi ha mai cambiato in meglio la vita come passare nel 1991 a usare un pc e, di conseguenza, un word processor. E però, paradossalmente, il potere tornare su un paragrafo o una singola frase, un sostantivo, un aggettivo, e rimodellare fino a essere davvero soddisfatto dell’assieme, o fino alla telefonata o alla mail di minacce di chi sta aspettando ch’io partorisca, ha paurosamente diminuito la mia media di battute per ora. Per quanto virtuale il foglio bianco mi è sembrato sempre più minaccioso e si è riempito con lentezza via via più esasperante, perché ogni cosa che scrivo la scrivo enne volte. Se sono alle prese con una recensione o la scheda di un’opera enciclopedica risulta relativamente faticoso e di norma il tempo che dedico a tagliarla per ridurla alla lunghezza richiesta (una cosa che ho così imparato è che una parola in meno è quasi sempre meglio di una in più; sfrondare migliora) è più di quello che ho impiegato a scriverla. Se è un articolo, be’, la faccenda può farsi estenuante. Quanto? Tipo da farti dire, pregare, sognare “mai più”.

Però rileggersi alla fine è fantastico. Un attimo prima di inviare al committente. Quando ti arriva la rivista e sfogli le pagine su pagine frutto del tuo patire. Ma, soprattutto, se ti capita di farlo a distanza di anni o persino decenni e tutto risulta nuovo, come fosse opera di un altro. Uno bravo, e scusate l’immodestia, e credetemi se vi dico che sono il giudice più severo di me stesso. Se no, non passerei più tempo a riscrivere che a scrivere.

Come appuntavo all’inizio ho accumulato sudate carte per una ventina di giornali. Quelli cui resto maggiormente legato sono quattro. Naturalmente al defunto “Il Mucchio”, di cui sono stato in assoluto il secondo collaboratore di più lungo corso nell’arco di due differenti periodi, dal febbraio 1983 al luglio 1988 e poi dal novembre 1999 al dicembre 2012. È stata una grande storia d’amore (l’ho sempre detto: alle altre riviste collaboravi, nel “Mucchio Selvaggio” militavi) sfortunatamente finita malissimo. Poi a “Velvet”, che fondavo nell’estate del 1988 con Federico Guglielmi e un’altra persona che non mi va nemmeno di nominare e chiudeva i battenti nel giugno di quattro anni dopo. Dentro “Blow Up”, pur con qualche momento di pausa per varie ragioni, ci sono orgogliosamente dal numero 0, quello che veniva distribuito aggratis nei negozi di dischi nel marzo 1997. In questo momento ho sulla scrivania il numero 271 e ogni volta che mi trovo quello nuovo nella buca delle lettere mi sale un moto di incredulità per il fatto che un mensile da sempre assemblato in casa da un’unica persona non soltanto vada avanti da ventitré anni (che diventano venticinque contando i due da fanzine) ma non sia uscito una singola volta con un giorno di ritardo. Non fateglielo sapere, ché già ha un ego delle dimensioni del Granducato di Toscana, ma Stefano Isidoro Bianchi (con il quale ho avuto alcune delle più accese discussioni della mia vita) è uno dei miei eroi. Mi ha sempre dato più o meno carta bianca e tre dei sedici articoli radunati in questo libro (altri tre figureranno fra i diciassette di un secondo volume che ho in animo di dare alle stampe fra esattamente un anno) sono usciti in origine su “Blow Up”. La prima testata musicale italiana a pubblicare anche monografie lunghe, lunghissime, talvolta di decine di pagine e a puntate, all’inizio più sull’attualità che sul passato e oggi giocoforza viceversa. La parola chiave nella frase che avete appena letto è “anche”. Perché nel Bel Paese c’è stata un’unica rivista che scelse invece di dedicarsi (tolte alcune rubriche e una sezione recensioni) “solo” all’approfondimento e quella rivista fu “Extra”, diramazione del “Mucchio” per trentotto (mi spiace: per me già il 39 non conta e figurarsi i pochi e imbarazzanti successivi) memorabili numeri, con frequenza prima trimestrale e poi semestrale, dalla primavera 2001 all’estate 2012. Su quei trentotto numeri firmai complessivamente trenta articoli, ventuno dei quali ebbero l’onore di essere quello di copertina.

Professionalmente parlando “Extra” (sulla cui genesi mi spenderò magari nella prefazione di Extraordinaire Vol.2; qualche argomento debbo ben tenerlo da parte) è stato il mio incubo più bello. Ognuno dei trenta articoli di cui sopra ha richiesto almeno tre settimane di ricerche, letture e riascolti e quanto alla scrittura si è portato via minimo cinque giornate lavorative di dieci, dodici, quattordici ore cadauna. Conservo ancora quadernoni formato A4 fitti di appunti, naturalmente a penna, di decine di pagine per pezzo. E insomma ciascuno degli articoli che state per leggere, invariabilmente affrontato sapendo che era la sola occasione per dire tutto quanto avevo da dire sul solista o il gruppo preso in esame (escluderei che scriverò mai più in maniera così estesa degli anni ’60 di Bob Dylan o se no dei Doors, di Randy Newman o di Patti Smith), mi è costato un mese di vita durante il quale ho dovuto naturalmente dedicarmi anche al resto, a un’ordinaria amministrazione che era rappresentata da qualche pezzo più breve, una o due rubriche e pacchi di recensioni per altri giornali. Più varie ed eventuali e insomma una roba da morirci e non in metafora. Però mi rileggo e mi dico che ne è valsa la pena. Però con questa pletora di materiali adesso ho confezionato un libro e nel 2021, se tutto va bene, ce ne farò un altro.

Come Venerato Maestro Oppure, anche Extraordinaire Vol.1 (il lettore avrà notato che si occupa di artisti tutti americani; su Gran Bretagna e un po’ di resto di mondo ci si spenderà nella seconda puntata) segue un suo percorso logico oltre che cronologico, andando a comporre nell’insieme uno scorcio di storia del rock. Diversamente da quello si presta meno, per la lunghezza dei pezzi, a venire piluccato, ma nulla lo vieta. Partite da dove vi pare. Buon viaggio.

Torino, 4 dicembre 2020

Tratto da Extraordinaire 1 ─ Di musiche e vite fuori dal comune. Se non l’avete già ordinato ormai non vi arriverà più in tempo per trovare collocazione sotto l’albero di Natale. Però secondo me la calza della Befana la riempirebbe proprio bene. Al posto vostro, ed è un consiglio naturalmente del tutto disinteressato, un pensierino ce lo farei. Potete acquistarlo qui.

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