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Julian Cope – Never say carpe diem

Danzare di architettura

All’inizio era l’emozione. Il verbo è venuto in seguito per sostituire l’emozione, come il trotto sostituisce il galoppo, mentre la legge naturale del cavallo è il galoppo: lo si mette al trotto. Si è strappato l’uomo alla poesia emotiva per indurlo nella dialettica, cioè nella confusione, non è così?” (Louis-Ferdinand Céline)

Ciò che è ammirevole è inesplicabile.” (Ursula K. Le Guin)

La musica è il genere di arte perfetto. La musica non può mai rivelare il suo segreto più nascosto.” (Oscar Wilde)

È la vecchia questione, tante volte dibattuta e mai risolta: si può raccontare la musica? Si può spiegarne la magia o è impresa improba se non impossibile, come sarebbe descrivere il Partenone a passi di danza? Postulando che la risposta sia affermativa (se no che senso avrebbe che qualcuno ne scriva, di musica, e altri leggano? – insomma: perché perdere tempo a fare “Dynamo”? e a che pro stiamo dialogando?), sorge un altro quesito: come? Taluni, ricordando che la musica è una faccenda matematica e la matematica domanda (è) precisione, se la cavano riducendo tutto o quasi al dato tecnico: accordi, scale, tempi, vuoti e pieni, incastri, e via smontando, tentando di spiegare l’armoniosa bellezza dell’assieme con la perfezione della singola parte. Solo che tante parti perfette non necessariamente fanno un tutt’uno di valore. Solo che dilungarsi sulle strutture e trascurare la personalità dell’artista e lo spirito del suo tempo vuole dire mettere sullo sfondo il significato ultimo che intendeva trasmettere. È fare dell’atto amoroso un esercizio ginnico. È dimenticare che se la musica è la più universale delle arti è perché ha una capacità senza pari di toccare il cuore dell’uomo. Tanto per intenderci, che mai è lo stile sullo strumento di Chuck Berry? Un chitarrismo essenziale, ripetitivo, monotono, caratterizzato da “double stop” (due note suonate insieme in strisciato) e “bending” fatto contemporaneamente su due corde (di solito, Si e Sol), oppure la pietra angolare del Creato?

Se siete del partito dei primi, quelli che spiegano il Partenone partendo dai marmi, per voi Madmax, il secondo degli otto brani che compongono “Autogeddon”, album di Julian Cope ancora piuttosto recente (è uscito sul principio della scorsa estate) ma già raggiunto in discografia da un altro lavoro (di più, al riguardo, verso fondo corsa), non sarà che una cosuccia banale, una ballata costruita su una melodia folk già sentita e elementare, diosanto, quanto elementare. Spero non siate in molti a pensarla così e, nel caso, avete tutta la mia compassione. Per me, sono i tre LP di Nick Drake e i primi quattro di Tim Buckley fusi in 3’37”: un sogno e ancora di più, un miracolo. Come è tipico degli artisti grandi ma grandi davvero, l’opera di Julian Cope vale più della somma delle sue componenti. Per lui due più due, come minimo, fa otto.

 Prosegue per altre 14.185 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.5, marzo 1995. Julian Cope festeggia oggi il suo sessantatreesimo compleanno.

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Lavori in corso

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19 ottobre 2020 · 12:00

Pubblicità per me stesso (5)

Non c’è due senza tre. Dopo le recensioni di Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015 uscite su “Blow Up” e “Rumore” ne arriva anche una, a firma Antonio Bacciocchi, sul numero di “Classic Rock” da qualche giorno in edicola. Porto a casa e ringrazio.

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Tortoise. Ovvero: l’invenzione negata del post-rock

Il 19 febbraio, anticipato da un frastuono mediatico inaudito per un gruppo le cui vendite finora si sono misurate non in milioni ma nemmeno in centinaia di migliaia di copie a titolo, è infine arrivato nei negozi “Standards”, quarto o quinto (a seconda che si conti o meno la raccolta di remix “Rhythms, Resolutions & Clusters”) album dei Tortoise. Al solito prevedibilissimo il gioco delle parti inscenato dalla stampa nel Bel Paese (vanno diversamente le cose altrove: “The Wire” ha speso una copertina avendo ogni buona ragione per farlo): chi per primo, in tempi non sospetti, cantò le lodi della Tartaruga chicagoana fa ora mostra di schifarla un po’; chi quando debuttò quasi non si accorse della sua esistenza cerca di recuperare il tempo perduto per mantenersi à la page.  Aspettiamo che Daniel Givens arrivi pure lui al quarto disco adulto e ne riparleremo, volete? Per intanto il quesito è: merita, “Standards”, tutto questo bailamme? Sì e no. Sì se si tiene da conto la rilevanza dei suoi autori per il rock, “post-” ma non solo, dell’ultimo decennio: l’impressione è che, quando si potranno tirare le somme con il distacco indotto dal trascorrere degli anni, a simboleggiare i ’90 saranno chiamati, più che i Nirvana (o i Radiohead o i Nine Inch Nails o gli Oasis, o chi volete voi), proprio i Tortoise. No, se si considera che è opera che offre conferme, non sorprese. Solido classicismo piuttosto che rivoluzioni, che del resto sono faccenda irripetibile, come la perdita della verginità. La sua la Tartaruga l’ha smarrita sette anni or sono. Usciva allora, dopo un paio di prescindibili singoletti preparatori, un omonimo debutto in lungo a suo modo tanto innovativo da mutare le coordinate di ciò che si intende come rock. Da indurre addirittura a parlare di post-rock, etichetta peraltro mai accettata dalla compagine americana, che nel mentre supera definitivamente l’estetica del punk continua (si vedano tutte le recenti interviste) a richiamarsi alla sua etica.

Il post-rock, allora. Con significativa coincidenza temporale, il critico inglese Simon Reynolds usava per la prima volta tale definizione proprio nel 1994, in maggio per essere precisi, in un concettuoso articolo uscito sul già menzionato mensile “The Wire”. Non in riferimento ai Tortoise, che non poteva conoscere, né a una scena di Chicago ancora tutta in nuce, ma per dire di una serie di gruppi britannici – Seefeel, Bark Psychosis, Main, Stereolab, Pram, Moonshake, Scorn i più noti – che, pur suonando con la strumentazione del rock, ne rifiutavano le pietre angolari del riff e della forma canzone, optando invece per una sperimentazione tendente a una libertà di forme derivante dal jazz elettrico davisiano come dal dub, dalla psichedelia più espansa come dal minimalismo, dal krautrock come dalla no wave e dal noise più destrutturato, dalla ambient, dalla musica concreta. Stile con nel DNA la propensione a un constante divenire, che se traeva ispirazione da un canone ormai accettato in ambito rock (antesignani conclamati, tedeschi a parte: Velvet Underground, Pink Floyd, Cabaret Voltaire, P.I.L., Joy Division, Jesus And Mary Chain, My Bloody Valentine) contemporaneamente lavorava al suo superamento. Annotava Reynolds tirando le somme: “Per i gruppi post-rock, l’idea dei Sonic Youth di ‘reinventare la chitarra’ significa in realtà eliminare il rock dalla musica con le chitarre; in alcuni casi, il passo successivo è eliminare le chitarre”. Post-rock come nemesi dell’imperante grunge, dunque. Fra le tante altre cose.

Non era – vale ripeterlo – dei Tortoise che stava parlando ma, aggiungendo al quadro l’assenza del cantato e l’uso dello studio di registrazione come vero e proprio strumento, e includendo fra le influenze l’astratto folk di John Fahey (presenza pure più vistosa nei lavori dei Gastr Del Sol), quanto scrisse descrive perfettamente il sound che il gruppo dell’Illinois espose nel suo prodigioso esordio (su Thrill Jockey, label cui i Nostri sono rimasti fedeli).

Prosegue per altre 7.495 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.431, 27 febbraio 2001.

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Pubblicità per me stesso (4)

Anche “Rumore”, sul numero in edicola da qualche giorno, ha recensito Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015. E che recensione! E che recensore! Con mia grandissima sorpresa, del libro si è occupato Mario Ruggeri, firma ben nota a quanti in Italia seguono l’heavy metal e in particolare quello più estremo. Non ci siamo mai incrociati, o se l’abbiamo fatto è successo a reciproca insaputa, e solo in questo momento – mentre sto scrivendo, in tempo reale – scopro di averlo fra i cosiddetti “amici” su Facebook, dove peraltro è pochissimo attivo.  Proprio per tramite di FB mi contattava nel lontano 2012, dichiarandosi un mio fan, ma onestamente non lo ricordavo. Forse al tempo non mi resi neppure conto che trattavasi di quel Mario Ruggeri lì. In ogni caso: grazie.

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Blow Up. n.268

È fresco di arrivo in edicola il numero settembrino di “Blow Up”.  Laddove fra il tantissimo succosissimo resto trovate anche una mia recensione in cui tesso meritatissimo panegirico di un libro del mio scrittore di cose musicali italiano preferito. Ah… c’è anche chi tesse panegirico (decidete voi se meritato o meno) del mio Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015. Sentitamente ringrazio.

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Quello che sta oltre – Il 1969 di Miles Davis

Non suonare quello che ti piace. Suona quello che sta oltre.

Istruzioni per la registrazione: impartite da Miles Davis a Dave Holland un imprecisato giorno del 1969, probabilmente in agosto, probabilmente durante una delle tre epocali sedute in sala d’incisione che fruttarono “Bitches Brew” – ma il contrabbassista non ne è certo. Ricorda in compenso altre frasi al pari perentorie e sibilline di colui che per due anni, dall’estate 1968 a quella del 1970, fu il suo datore di lavoro: “Non suonare quello che c’è ma quello che non c’è”, e ancora: “Non suonare dove ti cascano le dita”. Il fiatista Dave Liebman, che con il Man With The Horn incrociò la strada dal gennaio 1973 al marzo 1974, rincara la dose con “non completare la tua idea, lascia che la finiscano gli altri” e “termina il tuo assolo prima di finirlo”. Mentre a un John McLaughlin già nervosissimo, all’esordio in studio con Davis il 18 febbraio 1969 e impegnato nell’ardua reinvenzione dello spartito di In A Silent Way, Miles intimava, gettandolo nel panico: “suona come se non sapessi suonare”.

Ma si vada a riascoltarli quegli stupefacenti quattro minuti e quindici secondi a firma (e poco di più) Josef Zawinul prestando un’attenzione speciale alla chitarra. L’eleganza di tocco e la limpidezza di suono usuali per McLaughlin sono ben presenti ma si accompagnano a un senso come di esitazione, a una timidezza che è esattamente ciò che rende memorabile una melodia in transito da lì al sassofono soprano, quindi alla tromba. Il contrabbasso disegna un bordone, due pianoforti traslucidi gli intrecciano attorno danze colpite al cuore da una chitarra fattasi ora dissonante – però con gentilezza. A finire su disco fu la prima take e i musicisti ne restarono sbalorditi, convinti com’erano che non si trattasse che di una prova. Un ennesimo incantesimo riuscito per il Mago – “Sorcerer”, aveva ammiccantemente battezzato un album due anni prima; “Dark Magus” sarà il titolo di un altro.

C’è chi fa cose straordinarie e nondimeno è una persona in apparenza ordinaria. Miles Davis ha fatto cose straordinarie – determinante come pochi nella complessiva storia musicale del Novecento, non una, non due, non tre ma quattro volte ha deciso dove dovesse andare il jazz – senza mai fingere di essere uno qualunque. Carismatici si nasce e lui, modestamente, lo nacque, “a puzzle wrapped in an enigma” secondo la celebre definizione di Michael Zwerin. Si stupirà allora il lettore se dico che per costui il 1969 non cominciò il 1° gennaio né finì il 31 dicembre, come per tutti i comuni mortali? Senza neppure forzare troppo, si potrebbe azzardare che il 1969 di Miles Davis inizi oltre un anno prima, il 4 dicembre 1967. È il giorno in cui, negli studi di New York della Columbia, sulla Trentesima Strada, il quintetto classico si allarga a sestetto con l’aggiunta per la prima volta di un chitarrista, Joe Beck – presenza invero transitoria. Si registra Circle In The Round e ci vorranno dodici anni perché una casa discografica che non sa più che inventarsi per riempire il silenzio del trombettista lo pubblichi, su un omonimo doppio. Bizzarramente, un brano assolutamente cruciale (non solo perché introduce una chitarra amplificata, anche per le inedite influenze indiane) per l’evoluzione dell’arte davisiana sfuggirà ai radar per l’intero primo periodo per così dire “fusion”, anello la cui mancanza finirà per falsare tante analisi.

Il 28 sempre di dicembre la medesima formazione imprime su nastro Water On The Pond, ed è una seconda gemma a lungo perduta che marca un’altra “prima volta”: Herbie Hancock seduto a una tastiera elettrica, un Wurlitzer, non il Fender Rhodes che adotterà, in forza di una timbrica più varia, da lì a breve. Non il 15 febbraio 1968 quando, alle prese con quella Sanctuary di Wayne Shorter che sarà designata due anni dopo a suggellare “Bitches Brew”, suona acustico ed è allora George Benson a regalare fremiti di corde sotto tensione, non elettrizzanti però quanto avrebbe desiderato il padrone di casa.

Slabbrando di meno il calendario, non l’evidenza, il 1969 davisiano potrebbe essere invece fatto cominciare l’11 oppure il 27 novembre del 1968.

Prosegue per altre 20.438 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta in 1969 – Da Abbey Road a Woodstock, Giunti, 2009.

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The First Cat (Stevens) Is The Deepest

Sono passati quattro decenni dacché Cat Stevens esordiva a 45 giri con un onorevole piazzamento (ventottesimo) nella graduatoria britannica. Ventisette sono invece gli anni trascorsi dacché si ritirava a vita privata dopo così tanti successi che a elencarli si riempirebbe di numeri una colonna. “Numeri”, come recitava il titolo del nono dei suoi undici LP in studio, edito trentun anni fa e cioè due prima che si facesse musulmano. Dodici ulteriori anni dopo, alcuni dj americani avrebbero organizzato un falò di suoi dischi, mentre a testimoniare un dissenso meno gridato ma al pari significativo i 10,000 Maniacs annunciavano che avrebbero eliminato dalle ristampe di “In My Tribe” la sua Peace Train. Simili gesti di intolleranza sarebbero sempre da deprecare, ma era quello un rogo con poco a che vedere con quelli appiccati oltre Atlantico molto prima, quando John Lennon dichiarò i Beatles “bigger than Jesus”. Era un protestare, forse contraddittorio, contro l’intolleranza anziché un propugnarla: Yusuf Islam, nome assunto dopo la conversione da Steven Demetre Georgiou in luogo dell’alias da popstar, aveva appena dichiarato di appoggiare la fatwa emessa nei confronti dello scrittore Salman Rushdie dall’ayatollah Khomeini e grande in Occidente era l’indignazione. Dirà in seguito di essere stato frainteso e manipolato, ma una chiara abiura di quelle frasi sciagurate non l’ha mai pronunciata e la macchia, su una vita altrimenti specchiata, resta. Così come la sorpresa, dolorosa, per un’esibizione di fanatismo fra l’altro in totale contrasto con una fama di uomo mite e caritatevole. Piace pensare che intimamente se ne sia pentito e che sia solo per non innescare nuove polemiche che non è mai tornato sull’argomento. Piace pensare, e più che indizi in tal senso ci sono frasi nette, pronunciate nel 2000 in un’intervista a “Mojo” (la prima a un giornale musicale dopo oltre vent’anni!) e ulteriormente messe nero su bianco nel 2001 nel libretto di un box quadruplo, intitolato semplicemente “Cat Stevens”, che abbia fatto da allora pace con se stesso. E che con la maggiore tolleranza nei confronti del giovane che fece cantare milioni di giovani sia tornata la comprensione, magari l’empatia, rispetto a chi in materia di religione ha convinzioni diverse. Nel frattempo quello di Cat Stevens è un nome che non soltanto rifiuta di sparire dagli annali del pop-rock ma ogni tanto vi si riaffaccia. Valgano come esempi del fascino immutato di canzoni dall’appeal universale e transgenerazionale due cover del suo brano più celebre, Father And Son, realizzate da personaggi che non potrebbero essere più distanti fra loro: i fatui Boyzone la riportavano in cima alle classifiche nel 1995, il compianto Johnny Cash qualche anno dopo ne registrava una straordinaria, intensissima versione (inclusa nel 2003 nel cofanetto “Unearthed”) in duetto con Fiona Apple.

Prosegue per altre 7.038 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.628, novembre 2006.

Matthew & Son (da “Matthew & Son”, Deram, 1967)

Here Comes My Baby (da “Matthew & Son, Deram, 1967)

The First Cut Is The Deepest (da “New Masters”, Deram, 1967)

Father & Son (da “Tea For The Tillerman”, Island, 1970)

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Perché il mio primo libro autoprodotto è un’esclusiva Amazon (e lo saranno anche i successivi)

Come spiegato nell’introduzione a Venerato Maestro Oppure (se non lo avete acquistato, potete recuperarla qui), quando il 31 dicembre 2011 diedi vita a questo blog l’idea era di mettere un piede in Rete per instaurare un dialogo diretto con chi ancora mi leggeva sulle riviste e insieme ricordare la mia esistenza a chi, pur restando appassionato di musica, le riviste non le comprava più, o solo occasionalmente, o non quelle su cui scrivevo/scrivo io. Una platea che si rivelò discretamente folta (parla chiaro in tal senso un contatore che certifica a oggi quasi due milioni di pagine viste e questo senza includere le centinaia di abbonati che ricevono i post via mail) e cui cominciai a offrire gratuitamente una piccola percentuale dei miei immensi archivi. Mi cito: “Era pubblicità a costo zero a parte il tempo dedicatogli, era un regalare con l’idea che un giorno da quell’archivio avrei potuto cavarci dei libri. Essere finalmente l’editore di me stesso…”. Fu pure a ragione di questo progetto in nuce (di più al riguardo nell’introduzione alla seconda antologia, che conto di fare uscire in novembre) che i miei rapporti con la Stemax, che all’epoca mandava in edicola il mensile “Il Mucchio” e vari supplementi fra cui il semestrale “Extra”, da già non idilliaci quali erano si fecero pessimi. Accadde quando colei che si era issata ai vertici della cosiddetta (molto cosiddetta) cooperativa ventilò una ristampa in formato digitale di tutti i numeri di “Extra”. Ipotizzando un prezzo di vendita ridicolo e chiarendo che non pensava minimamente a compensare – neppure con una cifra simbolica! – gli autori che pure, ai sensi delle vigenti normative in materia, detenevano ogni diritto su quei materiali. Per una parte rilevantissima il mio catalogo di articoli lunghi si sarebbe così trovato a non valere più nulla. Non la presi bene, ma – ripeto – è vicenda che affronterò più estesamente in altra sede e giusto perché non lo si può evitare, senza trarne piacere alcuno e men che meno con intenti vendicativi, giacché il tempo è stato galantuomo e la farina del diavolo è andata in crusca.

Tornando all’argomento del titolo… Quando nacque il blog stampare in proprio aveva ancora costi, se non proibitivi, alti e in ogni caso non alla portata delle mie tasche. In compenso l’eBook era in piena fioritura, i più ipotizzavano addirittura che avrebbe relegato il libro su carta in una sorta di riserva indiana simile a quella in cui era stato confinato il disco in vinile (e invece…), ed era dunque a quel formato a esborso zero che pensavo. Solo che sono uno che impiega ere geologiche a mettersi in moto (per dire: quando iniziai a vagheggiare venerato-maestro-oppure.com doveva essere il 2005). Solo che volevo vedere se sul serio l’eBook si sarebbe preso la più parte del mercato librario e i dati italiani lasciavano molti dubbi al riguardo. Solo che i casi della vita a un certo punto si sono messi di mezzo e ho dovuto preoccuparmi di ben altro dal novembre 2015 all’estate 2016. Solo che nel frattempo i costi tipografici di un’autoproduzione erano scesi tantissimo e maturava sempre più forte in me la convinzione (i fatti l’hanno suffragata) che la stragrande maggioranza della platea cui mi rivolgo sia affezionata alla carta e consideri l’eBook al massimo un (più economico) ripiego. Nel 2018 prendevo allora a considerare seriamente la possibilità di fondare una casa editrice. Per autopubblicarmi, per cominciare. Con il sogno, se fosse andata bene, di offrire in un secondo momento ad alcune persone che stimo la possibilità di aggregarsi, ricevendo per farlo royalties di alcuni ordini di grandezza più alte di quelle che offre (quando le offre) l’editoria ufficiale. E fu a quel punto che fra il progettare e il fare si misero di mezzo burocrazia e balzelli. Si trattava (ovvio!) di fondare una società, una s.a.s. per la precisione, che può anche avere un unico socio ma nel mio caso ne avrebbe avuti due. Le società si fondano davanti a un notaio ed ecco il primo costo. Modesto e una tantum, giusto qualche centinaio di euro. La contabilità della società sarebbe stata delle più semplici ma per non correre rischi è sempre meglio affidarsi a un commercialista, giusto? Aggiungete un 5-600 euro all’anno. Ci si può stare ancora. Poi però mettetene 3.500 che vanno versati forfettariamente all’INPS se anche non hai avuto un centesimo di guadagno. E dal primo centesimo di guadagno i soci pagano l’Irpef. Come è giusto sia, ma forse un po’ troppo rispetto a quello che sarebbe giusto per chi vorrebbe provare a fare impresa. Sommate i costi di stampa da anticipare alla tipografia e poi e anzi soprattutto considerate che i libri occupano spazio e a un certo punto devi per forza affittarlo, a meno di non ristampare mai quando una tiratura va esaurita oppure, se non va esaurita, se vuoi tenerti delle copie per quelli che potrebbero chiedertele a distanza di anni. Mettici il dovere preparare un pacco (non ho mai considerato – MAI – una distribuzione in libreria: sommare quel costo ai già menzionati per una casa editrice minuscola significa condannarsi alla morte per fame e punto) e fare la coda in posta ogni volta che ricevi un ordine. Insomma: una fatica pazzesca per andare forse pari, con le vendite che ipotizzavo tenendomi saggiamente basso, dopo due anni, se non tre. Ne valeva la pena? Stavo scoraggiandomi.

Poi, grazie a un collega che non ringrazierò mai abbastanza, ho scoperto che da qualche tempo Amazon offre la possibilità di pubblicare in proprio non solo eBook ma pure libri “veri”, con la formula del “print on demand”. Fornisci un pdf e, ogni volta che qualcuno lo ordina, una singola copia viene stampata e spedita. Stabilisci tu (entro determinati parametri) il prezzo, Amazon sottrae un costo di stampa prefissato e la sua quota di guadagno e ti versa, mensilmente e al netto delle tasse, il resto. Una volta all’anno ti rilascia la relativa certificazione fiscale. Rischio di impresa: zero. Non puoi perderci altro che il tempo che ci hai dedicato. Che avreste fatto al posto mio? Avreste avviato l’insensato ambaradan di cui sopra pur di non mettervi, per così dire, in società con Jeff Bezos? Cosa che avrei in ogni caso fatto a suo tempo, non essendoci alternativa vera, se avessi cominciato a pubblicare eBook. Che NESSUNO distribuisce in proprio.

Capisco che a qualcuno non piaccia il sistema Amazon. Capisco benissimo chi i libri preferisce acquistarli in libreria, visto che è così anche per il sottoscritto. Ma Venerato Maestro Oppure non sarebbe comunque mai andato in libreria. Senza Amazon, me lo sarei pubblicato e distribuito da solo, salvo magari poi constatare che il gioco non valeva la candela e allora non avrebbe avuto i successori che invece avrà. Grazie ad Amazon, piaccia o meno. Di nuovo: che avreste fatto al posto mio?

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Scrivere è sempre meglio che lavorare

L’introduzione della mia prima raccolta antologica di scritti sul rock, Venerato Maestro Oppure. Che potete acquistare qui in formato cartaceo e qui come eBook.

A otto anni ero un lettore compulsivo di fumetti. Topolino. Un pomeriggio mia madre arrivò dal lavoro con un valigione di quelli che stipavamo all’inverosimile quando si partiva per le vacanze estive zeppo di fascicoli Disney. Saranno stati minimo cinquanta. Chissà chi glieli aveva regalati. Provvide a nasconderli, con l’idea di concedermene la lettura due o tre numeri per volta, di farli durare insomma, ma naturalmente scoprii subito dove e trascorsi la notte barricato nello sgabuzzino divorando un numero dopo l’altro, fin quando mi accorsi che mio padre stava alzandosi e quatto quatto me ne tornai a letto. La mattina mi addormentai a scuola con la testa sul banco. La maestra mi diede una scossetta gentile per farmi tornare fra i vivi. Al ritorno a casa mi fu subito chiaro che mamma mi aveva sgamato. I preziosi albi erano ammucchiati in camera mia in bella vista. A metà del pomeriggio del giorno dopo avevo già letto l’ultimo e mi annoiavo. A nove anni passai di categoria: Bonelli. Tex, Zagor, Il Comandante Mark, Il piccolo ranger¸ che naturalmente era il mio preferito perché il protagonista aveva poco più della mia età, anche se vuoi mettere Tex Willer e i suoi pard contro Mefisto? Roba da avere gli incubi la notte. Figo. Li leggevo cavandomi gli occhi (ecco come sono diventato miope; non si accettano tesi alternative al riguardo) alla luce fiochissima di un’unica lampadina nello scantinato della villetta di una mia coetanea con un fratello molto più grande, tanto che già lavorava ed era andato a vivere per conto suo lasciandosi dietro un armadio colmo di quel ben di dio. Un giorno la mia amichetta, che a ripensarci era molto carina e parecchio più scafata di me ma non aggiungerò altro perché sono un gentiluomo, mi strappò a forza ai panorami desertici dell’Arizona, mi portò nella sua stanza e tutta orgogliosa mi mostrò alcuni 45 giri. “Sono innamorata di Paul”. Al mio sguardo evidentemente interrogativo mi chiese “li conosci, vero?”. E io: “Ma certo. Chi è che non conosce i Beatles?”. Lo dissi proprio così: Beatles. Come si scrive. Prima scoppiò a ridere, poi mi scrutò come si guarda un alieno che ti ha appena cagato in salotto e mi rispedì in cantina, senza farmeli ascoltare. Il mio primo incontro con il rock veniva così tristemente rimandato.

A scuola andavo piuttosto bene. Ero il secondo della classe, bravissimo in italiano e storia, era l’aritmetica a fregarmi. Colpa di un biondino paffuto che lì mi dava le piste e per forza che ci sapeva fare coi numeri, era figlio di un tabaccaio e in negozio lo piazzavano alla cassa a prendere i soldi e dare il resto. Avendo già capito, nonostante del calcio non mi fregasse ancora nulla (con il pallone ero una pippa; strano, visto che mentre gli altri si allenavano tirando contro un muretto in cortile per la gioia dei condomini io me ne stavo per conto mio a leggere Salgari, Jules Verne, L’isola del tesoro, I ragazzi della via Pal), che vincere non è importante, è l’unica cosa che conta, un giorno per vendicarmi del suo essere primo gli tirai via la sedia da sotto. Lui fece un bel ruzzolone e tutti giù a ridere a parte la maestra. Per punizione finii nell’ultimo banco e il mio rendimento peggiorò drasticamente, visto che da lì in fondo non decifravo una cippa di quello che veniva scritto sulla lavagna. Mi fecero mettere gli occhiali e di conseguenza oltre che “terrone” divenni “quattr’occhi e due stanghette”, però la pagella tornò subito tutta nove e dieci, a parte un otto in condotta (con il sette ti bocciavano) e naturalmente in matematica. Con il biondino feci pure le medie e lì lo massacrai. A livello di voti, intendo, io sempre in lotta per lo scudetto, lui inopinatamente quasi in zona retrocessione. Non l’ho mai più visto.

Quando avevo undici anni mia madre portò a casa, stavolta a puntate, un altro tesoro. Annate su annate del mensile “Storia Illustrata”, che credo arrivassero dalla biblioteca di un parente defunto del mio padrino di battesimo. Trip totale. Da grande sarò un archeologo, oppure scriverò sui giornali, e insomma avevo già capito come non si diventa ricchi. Per le superiori chiesi ai miei di farmi fare il liceo linguistico. A Torino ce n’erano soltanto tre (uno solo femminile) ed erano tutti privati. Mia madre faceva la domestica, mio padre era operaio, la retta costava un botto e sanno solo loro, che non ci sono più, i sacrifici che dovettero fare per accontentarmi. Va da sé che se mi avessero imposto un istituto tecnico, dove si imparano mestieri veri e l’inglese non è esattamente una priorità, tu non mi staresti leggendo. Del calcio adesso mi importava eccome (e di una squadra in particolare), mentre la musica continuava invece a essermi estranea e se può parere curioso a chi sa come in quegli anni (sto parlando di metà ’70) fosse il principale elemento aggregante (e insieme divisivo, tribù l’una contro l’altra armate) generazionale rispondo che il mio ambiente di studi era particolare. Gente proveniente in massima parte da famiglie della medio-alta borghesia, la politica tenuta fuori (e chi si schierava era in genere di destra), alle feste ci si strusciava ascoltando Baglioni o Battisti o si ballava la disco, a parte chi se ne restava in un angolo cioè io. Però a un certo punto la scintilla in qualche modo scoccò e nell’anno giusto, il 1977, anche se fra i primi dieci album che acquistai risparmiando mille lire su mille lire c’era roba tremenda, da vergognarsi come un cane, della quale comunque mi sbarazzai tempo pochi mesi. Tempo di tornare a casa un giorno con sotto braccio una copia di “Rock’n’Roll Animal” di Lou Reed prestatami da un amico di un amico, accendere la radio e – boom! – White Riot dei Clash. Ho assistito a spettacoli mica male nell’ultimo anno di liceo, tutti al Palasport, che raggiungevo cambiando più di un autobus e con il rischio di perdere le ultime corse e dovermi poi fare un sacco di chilometri a piedi: Ramones, Police con i Cramps di supporto, Peter Gabriel con ad aprire i Simple Minds, De Andrè con la PFM, mi pare pure i Weather Report (nel senso che ricordo una loro performance meravigliosa ma dell’anno non sono sicuro). Però la musica era ancora soltanto una (divorante) passione, che avrei potuto renderla in qualche modo un lavoro non mi passava per l’anticamera del cervello (anche perché ci provai a suonare, la chitarra, e scoprii che facevo ancora più pena che con un pallone). Mi restava il sogno di scrivere, quello sì, e continuavo a leggere tantissimo (per dire: l’opera omnia di Joseph Conrad in un’estate). Prendo la maturità (mi perdo Bob Marley allo Stadio Comunale perché ho gli orali due giorni dopo; rimpianto eterno) e mi iscrivo a Lingue e Letterature Straniere Moderne senza chiedere il rinvio del servizio di leva perché sono sicuro (da abile di terza) che tanto non mi chiameranno mai. Mi chiamano prima ancora che abbia fatto in tempo a dare un esame. Se penso ai concerti che non ho visto nel 1981/inizio ’82 per servire la patria (suonavano sempre tutti il giorno prima o la settimana dopo di quando mi toccava una licenza) a cinquecento chilometri da casa ancora mi girano tipo pale degli elicotteri americani in fuga da Saigon. In compenso in ufficio amministrazione con me, in quel buco di culo del mondo di Tauriano di Spilimbergo, provincia di Pordenone, c’è un romagnolo simpaticissimo e pazzo per la new wave. Spariamo Bauhaus, Joy Division, Siouxsie & The Banshees, Echo & The Bunnymen, Ludus, Circus Mort (il Pati era uno che la sapeva lunga) a palla fintanto che la pazienza del maresciallo e/o del capitano non si esaurisce e ci pregano quantomeno di abbassare il volume.

Mi congedo, mi concedo un viaggio a Parigi e a Londra (ultimo giorno a digiuno per potermi comprare ancora quei due LP) con il quale con insuperabile tempismo mi gioco i Rolling Stones sempre al Comunale e i festeggiamenti per un mondiale di calcio vinto quando i più pensavano che non avremmo passato il girone, fra estate e autunno do i primi esami all’università ed è a quel punto che mi viene l’idea che mi salverà la vita, oppure me la rovinerà: continuo a volere fare il giornalista (la carriera accademica mi attira poco), spendo tutti i miei soldi in dischi e riviste musicali e allora perché non provare a scriverci su una di quelle riviste? “Ciao 2001” e “Rockstar” sono troppo commerciali e in ogni caso le percepisco come inavvicinabili, “Rockerilla” è più roba mia ma un po’ troppo settoriale. “Il Mucchio Selvaggio” ha invece, oltre che uno spirito guascone che condivido, il pregio di parlare di molte più musiche diverse. OK, tolte due o tre firme l’italiano lascia mediamente a desiderare, si va dal compitino allo scritto direttamente con il culo, e però in quello che era un difetto scorgo un’opportunità. Butto giù un paio di articoli e li spedisco accompagnandoli con una letterina in cui scrivo che sì, il giornale non è granché ma ultimamente è molto migliorato ed è infine all’altezza del sottoscritto. Giuro. Incredibilmente, invece che ignorarmi o mandarmi a stendere il direttore mi risponde a stretto giro di posta dicendomi che i pezzi gli sono piaciuti molto e di mandargli altre cose, se mi va, compresi quei due stessi articoli un po’ accorciati perché così sono troppo lunghi. Provvedo. È il dicembre 1982. Un giorno di metà febbraio ’83, di ritorno da una lezione di storia e critica del cinema dell’immenso Gianni Rondolino (uno dei pochi autentici Venerati Maestri con i quali ho avuto la fortuna di avere a che fare di persona; un altro è Riccardo Bertoncelli, che deferentemente saluto), mi trovo nella buca delle lettere copia del numero del “Mucchio” non ancora in edicola. A pagina 53 c’è un mio (imbarazzante, a rileggerlo oggi) pezzo. Firmato Eddy Cilìa perché, ecco, Salvatore Cilia non mi è mai sembrato un cazzo rock’n’roll come nome. Per un paio di giorni cammino a un paio di metri da terra. Poi mi informo su quando arriverà il primo stipendio e a quanto ammonterà e ci resto malissimo quando apprendo che no, non c’è nessuno stipendio, che i pezzi sono pagati 20.000 lire a cartella (mi sembra una miseria ma non lo è; oggi sarebbero circa cinquanta euro e nessuno ti paga così tanto) e che tocca a me decidere se continuare o meno la collaborazione, però da lì in poi concordando gli argomenti. Decido di continuare, immaginando che presto verrò comunque inondato di dischi gratis (falso; per buoni cinque anni scriverò recensioni per potermi pagare i dischi che recensivo e con quei soldi comprarmi altri dischi), mi faranno entrare gratis ai concerti (abbastanza vero; a un certo punto il Big Club mi diede un pass che valeva per ogni evento e Hiroshima seguì a ruota) e quanto alle ragazze avrò l’imbarazzo della scelta (lasciamo perdere, dai). E comunque scrivere è sempre meglio che lavorare, no?

Quante volte me lo sono sentito dire, spesso da avvocati, medici, architetti, agenti assicurativi o immobiliari, bancari o comunque gente con il posto sicuro, tredici o quattordici mensilità e le ferie pagate, persone che guadagnavano cifre per me impensabili ma “beato te che fai qualcosa che ti piace”. Quante volte me lo sono detto io stesso, prendendomi in giro da solo, perché la scrittura se la eserciti come mestiere oltre che sottopagata è roba dura, emotivamente prosciugante. Sono arrivato a tenere in piedi fino a sei o sette collaborazioni contemporaneamente per mettere insieme qualcosa che somigliasse vagamente allo stipendio di uno sfigato, sono arrivato a scrivere otto, dieci, dodici ore al giorno per settimane di fila e ciò nonostante c’è stato un momento in cui ho rischiato di finire in mezzo a una strada perché il principale datore di lavoro mi pagava a fine anno (salvo “anticiparmi” qualcosa in estate) e arrivarci a fine anno era sempre più un’impresa. Mi salvò un’inattesa e non cercata consulenza per Radio Rai 3, se no ciao. Però in fondo ho più o meno sempre fatto quello che volevo. Però in fondo (in fondo in fondo, a sinistra, dove ci sono i bagni) in qualche modo fino ad oggi me la sono cavata. Sono ancora qui, trentasette anni dopo, e in giro un po’ di gente che mi apprezza c’è. Ogni tanto qualcuno mi scrive, o mi avvicina a un concerto, e mi dice che ha in casa scaffali di roba comprata dopo avermi letto. Addirittura, ogni tanto qualcuno mi scrive o mi dice che questo o quell’articolo, o seguirmi nel tempo, gli ha cambiato l’esistenza e a me pare un filo esagerato, ma ci fosse un decimo di verità allora la mia di vita non l’ho sprecata, come mi viene da pensare nei giorni in cui butta male. Una volta dopo uno spettacolo dei Dream Syndicate un tizio invece di andare da Steve Wynn, che era a due passi, a farsi firmare un disco mi ha sporto un mio articolo, sui Dream Syndicate, e mi ha chiesto di autografarglielo. Ero basito.

In questi quasi quattro decenni ho accumulato un archivio immane, e a partire dal 1991 tutto informatizzato, che dal 2012 ho cominciato in piccolissima parte (eppure i post messi su finora sono buoni millesettecento) a ripubblicare su un blog che si chiama come questo volume. L’idea era che fosse importante essere presente su Internet, che diversamente da tanti miei colleghi ho sempre visto come un’opportunità da cogliere e non soltanto come la fine del mondo come lo avevamo conosciuto fino alla sua comparsa: per fare presente al mio piccolo pubblico – quelli che mi leggevano magari sin dagli esordi ma poi hanno smesso di comprare riviste; però la musica la ascoltano ancora – che, ehi, sono qua. Scrivo ancora. Era pubblicità a costo zero a parte il tempo dedicatogli, era un regalare con l’idea che un giorno da quell’archivio avrei potuto cavarci dei libri. Essere finalmente l’editore di me stesso, però stavolta senza responsabilità nei confronti di terzi come dall’88 al ’92, quando fui fra quelli che portarono in edicola “Velvet”. Ci ho impiegato un po’ più che nei programmi, ma eccomi qui.

Faccio prima a dirvi cosa c’è in questo primo “Best Of” che cosa manca. C’è una scelta di articoli lunghi a sufficienza da darmi agio di raccontare una vicenda artistica per sommi capi e con qualche dettaglio ma non le monografie lunghe sul serio, che raccoglierò su altri due volumi. Non c’è nulla degli anni pre-word processor, un po’ perché è un periodo che ritengo formativo, un po’ perché era scomodo rimetterci mano (se siete interessati, fatevi un giro sul blog e gli articoli, in forma di scansioni, li troverete quasi tutti; invoco la clemenza della corte).  Mancano i pezzi su protagonisti della storia del soul, del blues e del jazz che vennero radunati nel 2007 in un’antologia su Tuttle, Scritti nell’anima, che è mia intenzione ristampare verso fine 2020-inizio 2021 in un’edizione ampliata oltre che riveduta e corretta. Mancano inoltre svariate decine di articoli con come argomento il garage e la psichedelia USA anni ’60 che pubblicai su “Blow Up”, con cadenza mensile, fra il 2006 e il 2011 e pure con quelli ci farò un libro. E non ci sono recensioni. Non ho idea di quanti dischi ho scritto in vita mia, azzarderei intorno ai diecimila. Recuperare pure quelle (magari non tutte) è molto più che una tentazione, ma datemi il tempo. Mettetevi comodi.

Buona lettura.

Pubblicato per la prima volta su Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015, Hip & Pop, 2020.

 

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