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Blue Notes – Il pop del crepuscolo

Ve ne siete accorti? Sono immerse, le ultime cose buone del pop inglese (quelle non frutto dei consueti hype, non costruite/immaginate/esaltate oltre ogni limite da una stampa sempre pronta a entusiasmarsi, anche quando non sarebbe il caso; quelle, insomma, nate e impostesi senza sponsor), in un’atmosfera crepuscolare, impregnata di una sensualità torbida. Inquietante. Eppure, straordinariamente fascinosa. Varrebbe la pena di provare a metterle insieme anche se ad accomunarle fosse solo questo (e non sarebbe poco: cos’è il pop se non una faccenda di atmosfere, stereotipi, melodie?), ma a collegarle vi è una fitta serie di rimandi incrociati che, sebbene non evidentissima a un primo sguardo, le avvolge tutte in una rete inestricabile. Seguirne le maglie si è rivelata impresa suggestiva come di rado sono le investigazioni nel mondo della musica.

Yeovil, Somerset

“Sei quasi brutta, priva di lusinga/nelle tue vesti quasi campagnole”: non fossero i capelli di Polly Jean Harvey corvini come quelli della protagonista ideale di un racconto di Edgar Allan Poe, la tentazione di tracciare un parallelo con la signorina Felicita di gozzaniana memoria sarebbe ancora più irresistibile. Ma quella aveva “bei capelli di color di sole” che la facevano “un tipo di beltà fiamminga”, e Polly Jean è il Calimero del pop. Quella, sotto la faccia “buona e casalinga”, celava un’anima semplice, e aveva modi ingenuamente civettuoli, ove la nostra eroina ostenta un sentire contorto come un’esplosione para-jazz beefheartiana. Infine, risulta arduo immaginare Polly Jean compiere “quel romantico gesto d’educanda” che tanto fece godere l’animo di Gozzano. Non la stessa Polly Jean che ha intitolato una canzone a Sheela-Na-Gig, una figura femminile che ricorre nei bassorilievi celtici e che, accovacciata, ride in modo sguaiato e si divarica la vagina con le mani.

Anche se, leggendo il Gozzano che a scuola non ti fanno leggere, si scopre che la signorina Felicita vera, non il personaggio letterario dunque, avrebbe potuto benissimo esclamare, come la Harvey in Rid Of Me, “leccami fra le gambe, sono infoiata”. E forse lo fece.

A parte le comuni origini agresti, Polly Jean Harvey fa venire in mente Felicita perché, come quella era una figura inedita e freschissima in un panorama letterario in cui la donna veniva da sempre idealizzata, lei è un tipo di personaggio che il rock non ha mai conosciuto: tanto per cominciare, viene appunto dalla campagna e il rock’n’roll del dopo Sun, del dopo Elvis, del dopo Jerry Lee è sempre stato urbano, prevalentemente quando non esclusivamente; poi è una ragazza che affronta le questioni del sesso con una franchezza che, essendo quasi maschile, produce sovente un effetto di imbarazzo totale nell’ascoltatore uomo. Quella spudoratezza che le fa cantare, in Man Size, “fammi abbassare gli occhi e le mutande” è altra cosa rispetto alla sensualità fra il sofisticato e lo sfrontato di Madonna, o anche a quella, già peculiare, da Peter Pan in gonnella di Björk. Il sospetto è che se Polly Jean fosse bella (per i canoni classici non vi è dubbio che non lo sia, con quel suo corpo magro tutto spigoli e le sopracciglia ispide che schiacciano verso il basso l’ovale del volto, e però a suo modo intriga: “fa tipo”, come si suol dire) non muterebbe comunque nulla nel suo approccio all’altro sesso.

La ragazza mascolina, chiodo e Doc Martens ai piedi, i capelli raccolti all’indietro, dei tempi dell’esordio su singolo, nel 1991, l’anno dopo si faceva immortalare a seno nudo (mai seno nudo fu meno provocante) sul retro di copertina del suo primo album e nel ’93 scioglieva i capelli e si mostrava in due pezzi in camera da letto. Oggi è sacerdotessa pagana, ninfa di sepolcrale beltà (torna Poe) come quella del celebre quadro di Millais che la copertina di “To Bring You My Love” (il quadro più ricorrente nelle vicende grafiche del rock: lo usarono già Pearls Before Swine, Christian Death ed Electric Peace) omaggia. Cambia tutto e non cambia niente.

Prosegue per altre 16.849 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.8, giugno 1995.

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Per amore della canzone – La ballata triste di Townes Van Zandt

Forse deve solo cantare per amore della canzone/e chi sono io per decidere che sbaglia?” (For The Sake Of The Song)

Il Van Gogh della canzone americana.” (“Billboard”)

“Townes Van Zandt è il migliore autore di canzoni al mondo e lo direi anche a casa di Bob Dylan, salendo su un tavolo con i miei stivali da cowboy.” (Steve Earle)

Doveva essere il 1995 (la memoria non è più quella di una volta) quando ebbi occasione di toccare con mano il Mito. Ideale il luogo dell’incontro: lo stanzone di quel torinese Folk Club abituato a vedere il suo palco calpestato da piccole e grandi leggende, attorniate da cento spettatori o poco più, medesima capienza di quel bar di Houston in cui il nostro uomo registrò uno dei più memorabili doppi dal vivo di sempre. Andai lì pieno di aspettative.  Nello stesso tempo, con il timore che in nessun modo un concerto avrebbe potuto darmi le emozioni regalatemi, una vita prima, da “Flyin’ Shoes”. Un colpo da cui il mio cuore non si è mai ripreso, quell’album, che fra l’altro non è nemmeno il più bello (come ebbi pian piano modo di scoprire) nella discografia del Texano. Ma in un amore è il primo incontro quello che permane nel ricordo, anche quando i successivi si rivelano più soddisfacenti. Poco dopo i miei vent’anni lo consumai quel vinile, che difatti si è rivelato assai scrocchiante quando sono andato a riascoltarlo, scoprendo di riconoscerne ancora ogni dettaglio. Rammento che lo comprai per posta, pagandolo 1.900 lire. Avrei dovuto essere più furbo e acquistarne cinque copie. Ma sto divagando. Il Folk Club, dicevo.

Townes Van Zandt si presentò da solo, come mi attendevo. Pur essendo stato avvisato riguardo alla qualità altalenante delle sue performance, ciò che non mi aspettavo era che risultasse… patetico. Per interminabili quarti d’ora biascicò con voce impastata e mani non meno incerte sulla chitarra facendo a pezzi un brano meraviglioso dopo l’altro. Uno spettacolo imbarazzante. Uno spettacolo da incazzarsi fino a mettergli le mani addosso, non fosse che nello sguardo perso nel vuoto si leggevano una tristezza e una gentilezza infinite. E poi d’un tratto fu come se scattasse un interruttore. La schiena si raddrizzò, le dita si mossero più sicure, la voce acquistò calore e confidenza e addirittura qualche sorriso inciampò sulle labbra cadendo fra gli astanti. La seconda metà del concerto si rivelò indimenticabile in positivo. Chissà cosa era successo, all’improvviso, in quella testa matta.

Vivere è volare/in alto e in basso/e allora scuoti la polvere dalle tue ali/e il sonno dagli occhi/…/e le lacrime…” (To Live Is To Fly)

Townes Van Zandt aveva un idolo: Hank Williams. Townes Van Zandt ha avuto una vita di merda. Townes Van Zandt è morto un capodanno, proprio come Hank Williams.

Prosegue per altre 16.936 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.32, gennaio 2001. Townes Van Zandt lasciava questa terra il 1° gennaio 1997. Aveva cinquantadue anni.

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Scrivere è riscrivere

Numero tondo: fra settimanali, mensili, bimestrali, trimestrali, semestrali e siti web e buttandoci dentro anche un paio di fanzine alle quali pure altri professionisti davano una mano, ho collaborato in vita mia a venti diverse testate giornalistiche. Ho scritto di musica di chiunque e per chiunque e tranne la prima, quando come raccontavo nella prefazione alla raccolta di articoli brevi Venerato Maestro Oppure mi proposi ventunenne a “Il Mucchio Selvaggio”, incasinandomi l’esistenza per sempre, non ho cercato una sola di queste collaborazioni. Mai mandato in giro un curriculum. È sempre stato un editore, un direttore, un caporedattore a contattarmi e chiedermi se poteva interessarmi avviare un rapporto, che si è poi avviato se la risposta alla domanda lasciata cadere casualmente “quanto a cartella?” era di mio gradimento. A pensarci bene, un’unica altra volta fui io a mettermi sulla piazza. Mi dissero OK, mi assegnarono tre recensioni, non le pubblicarono. Vabbé, arrivederci e grazie. Quel giornale è scomparso da un pezzo, io sono ancora qui. E adesso vi rivelerò un paio di cose che non tutti sanno. Una è che occasionalmente ho scritto sotto pseudonimo, o articoli apparsi come redazionali e quindi non firmati (e sotto i quali non avrei comunque messo il mio nome manco mi avessero pagato il doppio o il triplo): trattavasi in un caso di intemerate che forse un giorno tirerò fuori sul mio blog, anche se a rileggerle oggi non sono quasi mai d’accordo con me stesso e probabilmente non lo ero neanche allora, ma mi andava di provocare; in precedenza mi era capitato di fare da ufficio stampa in rigoroso incognito per un festival jazz; un bel po’ più avanti e più ignobilmente mi ritroverò (sponsorizzava una nota compagnia telefonica e credo di non essere mai stato retribuito così tanto per scrivere così poco) a tracciare brevi profili di partecipanti a un altro festival, quello di San Remo (mi astenni dall’esprimere le mie vere opinioni al riguardo). Un’altra è che per un attimo fuggente (2005: le rate del mutuo andavano impennandosi a un ritmo preoccupante) mi sono ritrovato a lavorare nel dorato mondo della pubblicità e cito fra i marchi cui ho prestato ben remunerati servigi As Do Mar, Deutsche Bank, Sigma-Tau. Non era fico come raccontare dei Flamin’ Groovies ma pecunia non olet e quando serve, serve.

Ora: per essere uno che si è sempre guadagnato da sopravvivere scrivendo, non è che scrivere mi piaccia così tanto. In questo preciso momento farei volentieri tutt’altro. Che so? Guardare la neve che cade o una puntata di Better Call Saul. Mettere su un CD del box che documenta una residenza di Sun Ra in un locale di Detroit che ho in casa da minimo dieci anni durante i quali credo di non essere ancora arrivato ad ascoltare il decimo dischetto (sono ventotto; a questa media spero di non trovarmi pure io su Saturno prima di aver finito). Prestare ascolto al saggio consiglio che Tom Petty impartisce nel ritornello di You Don’t Know How It Feels. Perché lo so bene, io, come mi sento quando si tratta di attaccare il trecentesimo o su di lì giro di recensioni, di porre mano a una rubrica, a un articolo. Magari di quelli lunghi. Mi sento da schifo. Fatto è che, diversamente da alcuni colleghi di mia conoscenza che accumulano cartella su cartella come se avessero una vocina in testa che detta, io non sono per niente un natural born writer. Pensavo di esserlo ai tempi del liceo. Quando scrissi quasi di getto i primi pezzi e ancora per alcuni anni, con l’entusiasmo del neofita a sorreggermi e nonostante si trattasse di un processo di un macchinoso oggi inconcepibile, che passava per la redazione di una brutta e una bella copia scritte a mano e una terza, definitiva, battuta a macchina. Nulla mi ha mai cambiato in meglio la vita come passare nel 1991 a usare un pc e, di conseguenza, un word processor. E però, paradossalmente, il potere tornare su un paragrafo o una singola frase, un sostantivo, un aggettivo, e rimodellare fino a essere davvero soddisfatto dell’assieme, o fino alla telefonata o alla mail di minacce di chi sta aspettando ch’io partorisca, ha paurosamente diminuito la mia media di battute per ora. Per quanto virtuale il foglio bianco mi è sembrato sempre più minaccioso e si è riempito con lentezza via via più esasperante, perché ogni cosa che scrivo la scrivo enne volte. Se sono alle prese con una recensione o la scheda di un’opera enciclopedica risulta relativamente faticoso e di norma il tempo che dedico a tagliarla per ridurla alla lunghezza richiesta (una cosa che ho così imparato è che una parola in meno è quasi sempre meglio di una in più; sfrondare migliora) è più di quello che ho impiegato a scriverla. Se è un articolo, be’, la faccenda può farsi estenuante. Quanto? Tipo da farti dire, pregare, sognare “mai più”.

Però rileggersi alla fine è fantastico. Un attimo prima di inviare al committente. Quando ti arriva la rivista e sfogli le pagine su pagine frutto del tuo patire. Ma, soprattutto, se ti capita di farlo a distanza di anni o persino decenni e tutto risulta nuovo, come fosse opera di un altro. Uno bravo, e scusate l’immodestia, e credetemi se vi dico che sono il giudice più severo di me stesso. Se no, non passerei più tempo a riscrivere che a scrivere.

Come appuntavo all’inizio ho accumulato sudate carte per una ventina di giornali. Quelli cui resto maggiormente legato sono quattro. Naturalmente al defunto “Il Mucchio”, di cui sono stato in assoluto il secondo collaboratore di più lungo corso nell’arco di due differenti periodi, dal febbraio 1983 al luglio 1988 e poi dal novembre 1999 al dicembre 2012. È stata una grande storia d’amore (l’ho sempre detto: alle altre riviste collaboravi, nel “Mucchio Selvaggio” militavi) sfortunatamente finita malissimo. Poi a “Velvet”, che fondavo nell’estate del 1988 con Federico Guglielmi e un’altra persona che non mi va nemmeno di nominare e chiudeva i battenti nel giugno di quattro anni dopo. Dentro “Blow Up”, pur con qualche momento di pausa per varie ragioni, ci sono orgogliosamente dal numero 0, quello che veniva distribuito aggratis nei negozi di dischi nel marzo 1997. In questo momento ho sulla scrivania il numero 271 e ogni volta che mi trovo quello nuovo nella buca delle lettere mi sale un moto di incredulità per il fatto che un mensile da sempre assemblato in casa da un’unica persona non soltanto vada avanti da ventitré anni (che diventano venticinque contando i due da fanzine) ma non sia uscito una singola volta con un giorno di ritardo. Non fateglielo sapere, ché già ha un ego delle dimensioni del Granducato di Toscana, ma Stefano Isidoro Bianchi (con il quale ho avuto alcune delle più accese discussioni della mia vita) è uno dei miei eroi. Mi ha sempre dato più o meno carta bianca e tre dei sedici articoli radunati in questo libro (altri tre figureranno fra i diciassette di un secondo volume che ho in animo di dare alle stampe fra esattamente un anno) sono usciti in origine su “Blow Up”. La prima testata musicale italiana a pubblicare anche monografie lunghe, lunghissime, talvolta di decine di pagine e a puntate, all’inizio più sull’attualità che sul passato e oggi giocoforza viceversa. La parola chiave nella frase che avete appena letto è “anche”. Perché nel Bel Paese c’è stata un’unica rivista che scelse invece di dedicarsi (tolte alcune rubriche e una sezione recensioni) “solo” all’approfondimento e quella rivista fu “Extra”, diramazione del “Mucchio” per trentotto (mi spiace: per me già il 39 non conta e figurarsi i pochi e imbarazzanti successivi) memorabili numeri, con frequenza prima trimestrale e poi semestrale, dalla primavera 2001 all’estate 2012. Su quei trentotto numeri firmai complessivamente trenta articoli, ventuno dei quali ebbero l’onore di essere quello di copertina.

Professionalmente parlando “Extra” (sulla cui genesi mi spenderò magari nella prefazione di Extraordinaire Vol.2; qualche argomento debbo ben tenerlo da parte) è stato il mio incubo più bello. Ognuno dei trenta articoli di cui sopra ha richiesto almeno tre settimane di ricerche, letture e riascolti e quanto alla scrittura si è portato via minimo cinque giornate lavorative di dieci, dodici, quattordici ore cadauna. Conservo ancora quadernoni formato A4 fitti di appunti, naturalmente a penna, di decine di pagine per pezzo. E insomma ciascuno degli articoli che state per leggere, invariabilmente affrontato sapendo che era la sola occasione per dire tutto quanto avevo da dire sul solista o il gruppo preso in esame (escluderei che scriverò mai più in maniera così estesa degli anni ’60 di Bob Dylan o se no dei Doors, di Randy Newman o di Patti Smith), mi è costato un mese di vita durante il quale ho dovuto naturalmente dedicarmi anche al resto, a un’ordinaria amministrazione che era rappresentata da qualche pezzo più breve, una o due rubriche e pacchi di recensioni per altri giornali. Più varie ed eventuali e insomma una roba da morirci e non in metafora. Però mi rileggo e mi dico che ne è valsa la pena. Però con questa pletora di materiali adesso ho confezionato un libro e nel 2021, se tutto va bene, ce ne farò un altro.

Come Venerato Maestro Oppure, anche Extraordinaire Vol.1 (il lettore avrà notato che si occupa di artisti tutti americani; su Gran Bretagna e un po’ di resto di mondo ci si spenderà nella seconda puntata) segue un suo percorso logico oltre che cronologico, andando a comporre nell’insieme uno scorcio di storia del rock. Diversamente da quello si presta meno, per la lunghezza dei pezzi, a venire piluccato, ma nulla lo vieta. Partite da dove vi pare. Buon viaggio.

Torino, 4 dicembre 2020

Tratto da Extraordinaire 1 ─ Di musiche e vite fuori dal comune. Se non l’avete già ordinato ormai non vi arriverà più in tempo per trovare collocazione sotto l’albero di Natale. Però secondo me la calza della Befana la riempirebbe proprio bene. Al posto vostro, ed è un consiglio naturalmente del tutto disinteressato, un pensierino ce lo farei. Potete acquistarlo qui.

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Lotta impari

Stavolta non ce la posso proprio fare. A conquistare la vetta della classifica di settore e quasi monopolizzarla per due mesi filati, con anche qualche successivo ritorno di fiamma. Ubi Liga, VM cessat.

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Disponibile

Ordinabile a partire da oggi e se lo fate entro fine questa settimana/inizio prossima vi arriverà in tempo per il Santo Natale. E volete non avere sotto l’albero la mia prima antologia di articoli lunghi (quelli lunghi davvero)? Qui, integrando con tre pezzi pubblicati in origine su “Blow Up” fra il 2003 e il 2017, raccolgo le monografie dedicate a solisti e gruppi americani che scrissi per “Extra” fra il 2001 e il 2012. In “Extraordinaire 1” potrete leggere di Elvis Presley e degli anni ’60 di Bob Dylan, dei Velvet Underground e della Summer of Love, di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Doors, Tim e Jeff Buckley, Creedence Clearwater Revival, Lowell George, Bruce Springsteen, Randy Newman, Laura Nyro, Patti Smith, R.E.M., Savage Republic. 270 pagine, € 23. Solo su Amazon.

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Last Gang In Town – Il rock ai tempi di Internet degli Arctic Monkeys

Nel momento in cui scrivo mancano tre giorni alla pubblicazione europea di “AM” (“L’abbiamo intitolato così in onore dei Velvet Underground, l’omaggio è naturalmente a ‘VU’”: Alex Turner dixit), album numero cinque per gli Arctic Monkeys, da Sheffield come gli Smiths erano da Manchester. Naturalmente, non c’è sulla faccia della terra una singola persona interessata a questo quartetto di tuttora under 30 (ricordate quando il rock era musica giovane? se sì, avete i vostri begli anni) che già non l’abbia ascoltato. Un po’ perché il gruppo stesso ne ha concesso lo streaming in anteprima. Un po’ perché lo stabilire date di uscita differenti per differenti mercati fa sì che, un minuto dopo che il disco ha visto la luce nel primo, diventi ovunque di pubblico dominio. Cosa che poi succederebbe comunque, anche senza la collaborazione degli artefici, giacché è ormai una rarità assoluta un disco minimamente atteso che non fa capolino in Rete con più o meno ampio anticipo sull’effettiva pubblicazione. Essendo ragazzi di mondo, gli Arctic Monkeys certi meccanismi li conoscono e li sfruttano. Hanno fatto circolare la copertina già lo scorso luglio, un primo singolo era stato dato alle stampe addirittura in febbraio, un secondo gli è andato dietro a giugno, un terzo a metà agosto e un altro paio di canzoni ancora sono state disvelate in popolari programmi televisivi o radiofonici. Disvelate per modo di dire, siccome un tour promozionale di ben sessanta date fra Nordamerica e Vecchio Continente ha preceduto “AM” in luogo che seguirlo ed ecco, nessuno nemmeno fra i luddisti che ne auspicherebbero un’inverosimile scomparsa si è mai spinto, nelle giaculatorie sui danni che sarebbero venuti alla musica da Internet, ad asserire che pure alla musica dal vivo faccia del male. Essendo evidente a chiunque che quantomeno alla musica dal vivo Internet ha fatto, fa e farà, sempre di più, un sacco di bene.

Va da sé che non può essere questa la sede per dibattere di come la Rete abbia mutato il nostro rapporto con la musica o il cinema, i libri o i giornali, cambiamento epocale, tumultuoso, copernicano che non ha mancato di lasciare sul campo morti e feriti, non troppo diversamente da come ce li lasciarono l’invenzione della stampa o del motore a scoppio. Mi limiterò ad annotare ciò che parrebbe ovvio ma per tanti sembra non esserlo: che ogni volta che l’umanità va avanti chi resta fermo viene lasciato indietro e si condanna da solo all’irrilevanza, all’estinzione; che, quando l’onda monta, se ti opponi ne verrai sommerso, se la cavalchi ne sarai salvato. Trovatisi in acqua senza manco rendersene conto, i debuttanti Arctic Monkeys impararono subito a nuotare. Prontezza di riflessi e intelligenza ne hanno fatto in fretta surfer provetti.

Non c’era mai stata una storia di successo come quella di questi giovanotti semplicemente perché, prima di loro, non esistevano condizioni atte a propiziarla, uno scenario simile in cui ambientarla.

Prosegue per altre 11.756 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013. Degli Arctic Monkeys è appena uscito un “Live At The Royal Albert Hall” registrato nel 2018.

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Ci siamo quasi

Il primo volume di Extraordinaire (nonché secondo della EncicloCilia – copyright Stefano “Bizarre” Quario) è al momento in seconde bozze. Pagine 270, € 23. Stay tuned.

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It’s a sad and beautiful world – La magia di Nick Drake

Il tempo mi ha detto/che sei una rara scoperta/una cura problematica/per una mente problematica” (Time Has Told Me)

È una stupenda mattina di inizio luglio, il cielo così terso da far temere che possa andare in frantumi come cristallo, la ferocia del sole ingentilita da una brezza lieve e insomma tutto è disegnato dalla luce con contorni tanto netti da dare alle cose un che di allucinato. A Nick Drake sarebbe piaciuta, lui che adorava l’estate e morì al limitare di un inverno, trenta tondi anni fa, dopo averne vissute appena ventisei di belle stagioni. E mi pare una buona ragione, a parte il fatto che è appena uscita l’ennesima raccolta (“Made To Love Magic”) che cerca di offrire improbabili epifanie frugando in cassetti purtroppo vuoti, per starmene seduto alla scrivania a discettare, una volta di più, di un irrisolvibile enigma. Invece che andarmene a passeggio in un parco spiando pigramente innocenze e amori. Mi gingillo in cerca di un titolo, mentre nel mio studio risuonano quei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach che furono l’ultima musica che Drake ascoltò, la sera che per errore o per scelta esagerò con il Tryptizol. Un antidepressivo, a riprova che ogni tragedia cela una qualche ironia. Sul comodino Il mito di Sisifo di Albert Camus, un saggio sul suicidio e sull’assurdità della vita. E mi domando quale l’ultimo disco, quale l’ultimo libro invece di Ian MacDonald, che certamente di sua volontà ci ha lasciati una notte dell’ultimo agosto e del ragazzo di Tanworth-In Arden (vedete voi: persino il luogo in cui visse evoca il bucolico) era coetaneo. Si conobbero anche, entrambi studenti a Cambridge nell’anno accademico 1968-69, e colui che sarebbe diventato il Vate della critica musicale britannica poté, in tutti i sensi stupefatto, ascoltare il giovane Nick eseguire nella sua stanza, per un modesto pubblico di ragazzi ammirati e fanciulle immediatamente innamorate, Time Has Told Me, sei mesi prima dell’uscita di “Five Leaves Left”. Parecchio di memorabile firmerà Ian MacDonald ma fra quanto mi è capitato di leggere niente sorpassa Be Here Now, una lunghissima analisi dell’esistenza breve e tormentata, della psicologia e naturalmente dell’opera di Nick Drake pubblicata su “Mojo” nel gennaio 2000.

Mi ci sono reimmerso ieri, scoprendola ancora più grande che nel ricordo. Intimidito, risfoglio quelle pagine e un possibile titolo mi viene da lì: Man of constant sorrow, come il classico proto-country. Ma sarebbe tradire MacDonald, che appunto nega che tutto in Drake sia sempre stato male di vivere, razionalizzato – perché (dice lui che per sua disgrazia se ne intendeva) “depression can be rational” – in un approccio romantico all’esistenzialismo. Aggiungerci un punto interrogativo? Un’altra idea fa capolino, riflettendo su come ciascuno dei tre LP che compongono quasi per intero il corpus drakiano si rapporti a una stagione: potrebbe allora essere, parafrasando uno strambo e poetico film coreano appena visto, Estate, autunno, inverno… e basta. E poi chissà quale sinapsi scatta e mi viene in mente Roberto Benigni, in Down By Law. Perfetto così.

Prosegue per altre 6.933 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.588, 20 luglio 2004. A oggi sono trascorsi quarantasei anni dacché Nick Drake ci lasciava. Ne aveva ventisei.

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Gli anni rumorosi di Graham Parker

Oggi come oggi è l’unico cantante per il quale pagherei volentieri un biglietto.” (Bruce Springsteen, 1978)

Racconta Graham Parker di avere incrociato un’unica volta in vita sua Joe Strummer. Era il giugno del 1976 quando, al termine di uno spettacolo al Marquee di Londra, gli si parò davanti nei camerini un giovanotto che l’allora manager Dave Robinson gli presentò come “Joe, il cantante degli 101ers”. Invece di commentare il concerto appena visto, o di parlargli di sé, il futuro (a brevissimo, questione di giorni) frontman dei Clash domandava se gli fosse già capitato di vedere i Sex Pistols. Alla risposta negativa il suo commento era “sono tutta un’altra faccenda loro, la roba più nuova che ci sia in giro”. “Ehi! Aspetta un momento!”, dice di avere pensato e solo pensato il nostro uomo. “Sono io la roba più nuova che ci sia in giro.” Avendo appena dato alle stampe il primo album, un debutto salutato da una critica pressoché unanime come una boccata di aria fresca, l’eroe di questa storia si scopriva prematuramente obsoleto. Avrà agio, negli oltre tre decenni e mezzo trascorsi, di rendersi conto di come fosse sì un danno dal punto di vista mercantile ma in assoluto non un male: le mode passano, la Canzone resta. La sua prima dozzina di canzoni memorabili era a quel punto già in catalogo. Se ne aggiungeranno innumerevoli altre: belle e qualcuna bellissima, agre ma con un cuore romantico, sovente eccitanti, talvolta commoventi. L’ultima dozzina si è disvelata poche settimane fa e ha fatto in fretta a diventare un’ossessione – piacevole – e un rimpianto: per tutti i dischi, anche i più riusciti, licenziati dopo il 1980 nei quali i Rumour con ci sono, o al massimo ve n’è uno o due. Incensato nello scorso numero di questo giornale, “Three Chords Good” ribadisce un paio di verità inoppugnabili delle quali ci si andava scordando: che i Rumour stanno a Graham Parker come gli Heartbreakers a Tom Petty, o la E Street Band a Springsteen; e che continua a essere questo il podio dei più grandi gruppi di classic rock da metà anni ’70 in qua. Gioiose, invincibili macchine da guerra.

Ci sono amori che cominciano con un colpo di fulmine, altri che sbocciano dopo lunghe frequentazioni. Gli appuntamenti al buio sono il rifugio dei disperati e più facile che fruttino, al meglio, uno strofinamento piuttosto che una storia importante. Questa vicenda comincia con un appuntamento al buio. A parte che Dave Robinson – che non ha ancora fondato la Stiff e per intanto gestisce un locale, l’Hope & Anchor, cruciale ritrovo per quanti nella capitale britannica remano contro la deriva prog – gliene ha detto un gran bene, i Rumour non hanno idea di chi sia quel venticinquenne basso, smilzo e nervoso che si trovano di fronte in sala prove. Sono appieno giustificati. È un Signor Nessuno la cui fama, e si fa sul serio per dire, non ha mai valicato i confini del villaggio del Surrey nel quale ha vissuto sin da bambino. Avrà un bel favoleggiare nella prima intervista di peso, pubblicata dal mensile “Zigzag” nel gennaio ’77, di complessini capeggiati sin dalla verde età di tredici anni, prima tali Deep Cut Three (dal nome del borgo) devoti ai Beatles e poi talaltri Black Rockers in una vena di rhythm’n’blues urbano à la Stones. Per carità: può pure darsi che sia tutto vero e nondimeno più ci si inoltra in una narrazione picaresca – con tanto di soggiorni fra ’60 e ’70 a Guernsey e Gibilterra e peregrinazioni marocchine a capo di tali Narziss, descritti come un gruppo space rock con influenze sia di folk acido alla Incredible String Band che black – e più vengono in mente (anche perché in altre versioni del medesimo racconto il gruppo si chiama Pegasus) le mirabolanti panzane di un altro maestro sicuro, il Giovane Dylan. Quel che è certo è che, dopo avere flirtato con la cultura Mod e consumato ingenti quantitativi di sostanze psichedeliche (ne farà sempre propaganda, sconcertando qualcuno fra gli esegeti del suo rock operaio), il ragazzo si è guadagnato il pane e un tetto con una successione di lavori precari e lo farà sempre ridere la definizione che gli appiccicheranno di ex-benzinaio (“Un caso. Avrei potuto benissimo essere ‘l’ex-panettiere di Deepcut’.”). Quel che è certo è che c’è un sacco di America nelle sue corde e nei suoi accordi e che – in ritardo sull’ondata cantautorale alla James Taylor come sul glam, in anticipo sul punk – nessuno in Gran Bretagna in quel momento scrive musica così. Bravo Robinson a coglierlo nei demo un po’ raffazzonati che gli sono giunti fra le mani. E quello che infine è indiscutibile è che, benché la cittadina dalla quale proviene non disti che qualche decina di chilometri da Londra, il Nostro sarebbe perfetto per la parte del tipico villico ignorante. Lui dovrebbe difatti sapere sì chi ha dinnanzi. Il tastierista Bob Andrews e il chitarrista Brinsley Schwarz provengono dal complesso che prendeva il nome da quest’ultimo, stupenda combriccola americanofila con all’attivo sei LP uno più sapido dell’altro, dapprincipio sorta di propaggine nel Regno Unito di Crosby, Stills & Nash come dei Grateful Dead riconvertitisi al country e a fondo corsa apripista power pop per i Dr. Feelgood come per Eddie & The Hot Rods. L’altro chitarrista, Martin Belmont, arriva dagli stilisticamente affini e non meno strepitosi Ducks Deluxe e quanto alla sezione ritmica – al basso Andrew Bodnar, alla batteria Stephen Goulding – è stata quella dei Bontemps Roulez. Insomma: una sorta di supergruppo pub rock e questo peserà naturalmente nella sistemazione nella suddetta casella di colui che per un lustro sarà il capobanda. Parker ne sarà sempre e da subito, e con più di qualche ottima ragione, infastidito, ma tant’è: prezzo modesto da pagare per l’intesa alchemica che immediatamente si crea.

Prosegue per altre 20.145 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013. Graham Parker compie oggi settant’anni.

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The Boy With A Thorn In His Side – Una piccola esegesi di Mark Eitzel

Ciò che mi appassiona è scrivere di esseri umani: omosessuali, normali, bianchi, neri; di vita, morte e salvazione.” (ME, 1996)

Mi sia consentito iniziare con un’annotazione personale: qualche mese fa sono diventato, in quanto critico, maggiorenne. Nel senso che sono trascorsi diciotto anni da quando pubblicai, proprio su queste pagine, il mio primo articolo. Ci sono giorni in cui sono felice del mestiere che mi è toccato in sorte. In altri, indirizzo improperi a chi guardò con occhio tanto benevolo i primi pezzi che gli spedii, accompagnati da una letterina arrogante mica male che avrebbe dovuto illuminarlo sul mio caratteraccio. Mi accade soprattutto, a parte quando mi arrivano gli estratti conto dalla banca (un consiglio da amico: se volete diventare ricchi non datevi al giornalismo musicale), quando le scadenze incalzano e fra i cumuli immani di CD frugo alla ricerca di qualcosa di degno di nota e piombo nello sconforto per la pochezza di emozioni vere che la sovrabbondante produzione discografica odierna mi trasmette. Sarà che quando in vita tua hai scrutinato all’incirca un venti-venticinquemila album tendi a essere un po’ più esigente di quanto non fossi a vent’anni, sarà che l’ascolto coatto (come tutte le cose cui si è costretti) di per sé non predispone bene, fatto sta che ci sono giorni in cui a scrivere di dischi mi vengono in mente quelle parole di Cobain nel suo addio al mondo, riguardo (vado a memoria) al sentirsi falsi. Ma per fortuna (mi deciderei a cambiare lavoro, se no) non è sempre così. Perché prima o poi dal mucchio (eh eh…) sbuca sempre quell’album che ti colpisce al cuore e ti ricorda all’improvviso perché un bel dì vagheggiasti di imbrattare carta da giornale. Per la stessa ragione per cui Mark Eitzel si è messo a comporre canzoni: perché è appassionante scrivere di esseri umani, vita, morte e salvazione.

Eitzel ha saputo spesso toccarmi nell’intimo, con la commovente discrezione che fu di uno dei suoi eroi, Nick Drake. Sarebbe potuto diventare il Morrissey della sua generazione e invece no, siano dannati gli dei che così hanno disposto. Devono averlo fregato l’onnipresente pizzetto che confonde sull’età, il mancato arresto dello sviluppo a una situazione mentale di eterno adolescente e soprattutto il passaporto americano, anche se va detto che in Gran Bretagna divenne oggetto di culto molto prima (e di più) che a casa sua. A quanto pare, essere l’Oscar Wilde del rock’n’roll (insomma…) è/era più chic che non esserne il Raymond Carver. Sia come sia, mi pare evidente che fra il Nostro e lo Stephen degli Smiths qualche affinità ci sia. Intento a scrutare le scalette dei suoi lavori, prima da leader degli American Music Club, quindi da solista, alla ricerca di un titolo per questo pezzo, ho improvvisamente realizzato che il catalogo smithsiano si prestava assai meglio alla bisogna. Sono arrivati al ballottaggio due titoli e avete visto quale ho scelto. Quale fosse il secondo, lo scoprirete prima di giungere alla fine.

Sebbene sia mediamente di una malinconia che sconfina talvolta nell’angoscia, ho trascorso una giornata bellissima (ri)passando al vaglio l’opera omnia di Mark Eitzel. Si sa, la musica triste ha qualità redentrici, rasserenanti.

Prosegue per altre 12.576 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.442, 15 maggio 2001.

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