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La moderna musica devozionale degli Spiritualized

Ho scippato il titolo di questo articolo alla recensione del primo concerto degli Spiritualized, apparsa nel giugno 1990 sul “New Musical Express” a firma Dele Fadele. Non la ricordavo e l’ho riletta come fosse la prima volta. Si è rivelata eccezionalmente illuminante. Con penna e mente al solito acute (di non molti altri che hanno scritto nell’ultimo decennio su codesto foglio si può dire ciò), Fadele disegna un ritratto del neonato gruppo che delinea alla perfezione gli elementi di una cifra stilistica da subito inconfondibile: il groove minimale nel quale si muovono i musicisti, la precisione teutonica della sezione ritmica, il tessuto fitto di chitarre bloccate su giri ripetitivi con tendenza a intersecarsi, e infine l’organo di gusto liturgico e il ricorrere nei testi di frasi, come “lava via le mie lacrime” e “bisogna che tu torni al fiume”, che si richiamano all’immaginario legato al rito battesimale. Il primo frammento di testo citato nel breve pezzo è “Signore, ipnotizza la mia anima”. Fadele rileva che l’influenza gospel è evidente ma si sposa a semplici scansioni ritmiche prossime all’elementare ma efficacissimo drumming di Maureen Tucker (è il caso di dirlo? Velvet Underground). Annota che come con gli Spacemen 3 si tratta di musica “drogata” non solo per i numerosi riferimenti, obliqui ed espliciti insieme, nelle liriche. Prende atto che, sotto una superficie celestiale, si celano tormenti dell’anima agonici. Moderna musica devozionale, davvero. Del resto, la parola “spiritual” non è già nel nome del gruppo?

Quando gli Spiritualized debuttarono dal vivo c’era già nei negozi un loro disco. Il brano con cui scelsero di presentarsi al pubblico era una cover sorprendente soltanto sulla carta: un vecchio successo dei Troggs, Anyway That You Want Me. Come era sempre accaduto con gli Spacemen 3 il trattamento riservato al brano, che comunque di suo gli si prestava essendo in partenza proto-velvetiano e gonfio di violini romantici senza troppi sdilinquimenti, era tale da renderlo più originale e caratteristico degli originali: dilatato, sognante, struggente. Drogato.

Circolarono bizzarre voci al tempo. La più singolare era che Peter Kember aka Sonic Boom avesse sciolto il gruppo perché gli altri componenti non erano tossici quanto lui e ne – ahem – danneggiavano la reputazione. Jason Pierce aka J. Spaceman smentì. Uscì (era ancora il 1990) un LP degli Spacemen 3, “Recurring”, l’ultimo. Una facciata era occupata per intero da brani composti da Kember, l’altra monopolizzata da Pierce. Subito dopo Sonic Boom annunciò che gli Spacemen 3 non esistevano più e passò due settimane a sparare a zero sui gregari rivoltosi con qualunque esponente della stampa avesse un po’ di tempo da dedicargli. L’avesse deciso lui o loro, il fatto è che se n’erano andati tutti, restando insieme.

Ci volle esattamente un anno (se la prenderanno sempre comoda) perché gli Spiritualized dessero un seguito a Anyway That You Want Me. L’attesa fu ricambiata da una delle canzoni più memorabili di questo decennio. La convinzione, coltivata da tutti, che negli Spacemen 3 Sonic Boom fosse sempre stato il leader e il suo principale sodale al massimo una spalla iniziò a vacillare. Le uscite successive degli Spectrum e degli Spiritualized contribuiranno, in negativo e in positivo rispettivamente, a spazzarla via. Se così fu, da “Recurring” in avanti la stella di Messer Kember ha preso a calare e quella di Messer Pierce ad ascendere. Luminosissima sin dal principio.

Feel So Sad (di cui “Recurring” aveva offerto un assaggio) è una straordinaria sinfonia che partendo da un incipit clamorosamente gospel si dipana per tredici minuti (più i quasi sette del retro) fra ricami di piano, bordoni d’organo, vibrati d’archi, irruzioni di fiati fra jazz, musica bandistica e colonne sonore di film sulle giostre medioevali. Parte John Barry e parte Lou Reed, con come principale punto di riferimento non i Velvet ma lo stravolto minuetto postmoderno denso di violini di Street Hassle (un’influenza fondamentale già per gli Spacemen 3, che addirittura avevano scritto una Ode To Street Hassle).

Prosegue per altre 6.544 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.3, novembre/dicembre 1997.

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Questa proprio non me l’aspettavo. Sul numero attualmente in edicola di “Di più”, vendutissimo settimanale pubblicato da Cairo Editore (tanto per intenderci: in copertina c’è Maria De Filippi), una segnalazione per Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Che non so se cambierà la vita a chi acquisterà la rivista attirato/a più che altro dallo strillo che recita “La dieta mirata – Dalla vita in su”, ma per intanto mi fa ridere moltissimo. La mia prima volta sulla stampa periodica “mainstream”, dopo quasi quarant’anni di onorata professione. Ringrazio Oliviero Marchesi per il pensiero, la sorpresa, il buon umore che mi ha regalato.

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Giù al fiume con Syl Johnson

Che la mia pelle sia scura/non fa che aggiungere colore alle mie lacrime/…/E mi tocca nell’animo,/rievocando memorie passate,/chiedermi perché i miei sogni non si siano mai realizzati./Qualcuno mi dice cosa posso e non posso fare,/qualcosa mi frena./È perché sono nero?” (Is It Because I’m Black?)

In “The W”, l’ultimo ─ sorprendente per quanto è eccelso, quando dai Padrini newyorkesi nessuno si attendeva più nulla ─ album del Wu-Tang Clan, ci sono due momenti straordinariamente emozionanti, e non si tratta solo dell’emozione un po’ artefatta che viene, a chi sa di musica, dal riconoscere una citazione e dal ricontestualizzare in base a essa quanto ha ascoltato fino a quel momento, tracciando collegamenti, leggendo fra le righe, individuando discorsi dentro discorsi. No! È l’emozione genuina del brivido che corre sulla schiena e arriva al cuore prima che alla testa e lì si sofferma. Quando l’artista ti parla e siete soli, tu e lui, e per un attimo soltanto questo conta. Due momenti, dicevo. Uno si ha all’altezza della nona traccia, I Can’t Go To Sleep, quando dalle casse scende una slavina di archi che mozza il fiato come forse nessun’altra nel libro d’oro del soul: è quella su cui scorre Walk On By di Burt Bacharach, versione espansa e immane di Isaac Hayes, dall’epocale “Hot Buttered Soul”. Quando arriva la voce dello stesso Hayes, convocato per presenziare all’omaggio e apporvi il suo suggello benedicente, è quasi troppo. Uno di quegli istanti d’estasi che valgono il tormento di troppi dischi brutti ascoltati per senso del dovere. E l’altro?

Terzo brano. Una deflagrazione. Ritmo reggato che per un attimo mette fuori strada. Un vocalizzo struggente. E poi ecco il campionamento su cui gira tutto, inconfondibile. Una voce amatissima, una canzone simbolo per come ha saputo riassumere, in quella di un individuo, la vicenda di un popolo strappato alla sua terra, ridotto in schiavitù e poi in essa di fatto mantenuto dalle catene del pregiudizio. Per l’ennesima volta, il grido di Is It Because I’m Black? di Syl Johnson risuona e ci fa vergognare di essere bianchi.

1992. Per l’anagrafe è Christopher MacFarlane ma è assai più noto con uno pseudonimo: Macka B. È uno dei leoni della dancehall inglese. Sei anni prima, con la regia di quel Lee Perry britannico che è Neil Fraser, aka Mad Professor, ha dato alle stampe un piccolo capolavoro chiamato “Sign Of The Times”. Si supera adesso con “Jamaica, No Problem??”, album in cui risaltano il suo istinto melodico da killer e la padronanza assoluta delle tecniche del dub del Professore. Grandi i suoni, grandi le canzoni. Sul gradino più alto del podio salgono il duetto con Carroll Thompson di Where Is The Love (un classico, definitivamente) e Something Nuh Right, che gli va subito dietro. Gioco fra tirata polemica e riflessione dolente scatenato dall’assoluzione di William Kennedy ─ ricco e bianco e potente ─ da un’accusa di violenza carnale e dalla contemporanea condanna di Mike Tyson ─ ricco e nero e scomodo ─ per la medesima imputazione. Fra una cantilena ragga e la citazione estesa, affidata alla splendida voce di Earl Sixteen, di Is It Because I’m Black?.

Risalgo più indietro nel tempo, a un anno imprecisato nei ’70 giamaicani (quando si tratta di cronologia spicciola, anche l’autorevolissima Rough Guide To Reggae di Steve Barrow e Peter Dalton deve talvolta arrendersi all’impossibilità di ricostruire nei dettagli una storia su cui troppo poco è stato scritto finora). Si chiama Ken Boothe ed è il Sam Cooke della battuta in levare. Seriche corde vocali, fraseggio di eleganza somma e sentimento che avvince oltre ogni dire. Ascoltatelo ─ in una raccolta Trojan, “Eighteen Classic Songs”, che per quanto mi riguarda è uno dei tre dischi reggae da avere (Marley escluso) volendone avere tre (essendo gli altri due “Liberation” di Bunny Wailer e “Time Boom X De Devil Dead” di Lee Perry) ─ alle prese con You Send Me. Vale l’interpretazione originale di Cooke. E, sempre lì, sentite come attorciglia su un cantato tremulo ma intimamente forte il dramma di Is It Because I’m Black?. La lettura più memorabile dopo l’insuperabile prima.

Ci sono arrivato infine, a Syl Johnson, l’oggetto del sesto di questi miei esercizi devozionali mensili, e so che molti di voi avranno detto “Syl chi?”. Ma rasserenatevi: non è mai tardi per rifarsi una vita degna di essere vissuta.

Prosegue per altre 6.147 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.33, febbraio 2001. Syl Johnson ci ha lasciato tre mesi fa a oggi, lo scorso 6 febbraio. Aveva ottantacinque anni.

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Altra recensione per Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop, questa sulle pagine di “Rumore” (che già aveva dato spazio ai precedenti Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015 e Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune). La firma Carlo Bordone e se avessi dovuto riassumere io in un migliaio scarso di battute il senso dell’esistenza di un libro così in nessun modo sarei riuscito a fare di meglio. Grazie.

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Sul numero di “Blow Up” appena giunto in edicola Marco Sideri firma una bella recensione (bella non perché positiva – e lo è – ma perché ben coglie il senso del libro) di Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Ringrazio e porto a casa, con la strana sensazione che mi regala sempre il venire giudicato quando sono quasi quarant’anni che il mio lavoro è scrivere – quindi giudicandola – dell’opera altrui.

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Ice-T ─ Lingua letale

L’intervistatore e l’intervistato sono da diversi anni molto amici, ma il primo non aveva ancora messo piede in casa del secondo. Si accomoda su un divano, sbircia la magnifica vista su uno dei quartieri più eleganti di Los Angeles che si gode da un’ampia vetrata, osserva ammirato il gusto con cui è stata arredata la stanza. “Ti sei rivolto a un professionista?”, chiede. “No, ho fatto tutto da solo.” “Davvero?”, è l’incredula replica. “Certo. Ho svaligiato abbastanza case da imparare come se ne arreda una”, dice l’intervistato ridacchiando.
Da questo fulminante scambio di battute fra Jello Biafra, inviato davvero speciale che in pieno ciclone Cop Killer il mensile “Spin” spedì a dibattere il caso con il principale interessato, e Ice-T emergono in pieno due caratteristiche del secondo ─ intelligenza e spacconaggine ─ che molto hanno contribuito all’edificazione del suo mito, un mito che regge con disinvoltura le tante contraddizioni del personaggio, dell’artista, dell’uomo in forza di un carisma straordinario. Tracy Marrow (questo il vero nome del Nostro) sa essere davvero sconcertante. Per dire: in chiusura di Power, il brano che dà il titolo al suo secondo album, un lavoro ormai vecchio sette anni, affermava che “il denaro controlla il mondo e questo è un fatto/e una volta che ce l’hai puoi dire il cazzo che vuoi!/È potere!”. Dichiarazione alquanto berlusconiana nello spirito ma purtroppo incontestabile. Solo che pochi minuti dopo, in Radio Suckers, il rapper nativo del New Jersey e californiano di adozione sibila: “Faccio dischi per amore della musica, non per i soldi”. Il pezzo successivo si chiama I’m Your Pusher, “Sono il tuo spacciatore”, ed è tutto costruito su un campionamento della leggendaria Pusherman di Curtis Mayfield, dalla colonna sonora di Superfly. Bisogna seguire il testo con molta attenzione per accorgersi che Ice, lungi dal glorificare la figura dello spacciatore (aberrazione sovente praticata in ambito gangsta rap), la condanna e dipinge se stesso come un “pusher”, sì, ma di buona musica. L’insieme è parecchio ambiguo, ma mai quanto quello di un altro brano ancora su “Power”, Girls L.G.B.N.A.F., ove l’acronimo sta per Like Get Butt Naked And Fuck: vale a dire che “alle ragazze piace mettersi a culo nudo e scopare”. Non granché “politically correct”, eh? Be’, veramente sul finale si fa campagna anti-AIDS invitando a usare le dovute precauzioni nei rapporti sessuali. E comunque… “suck my motherfucking dick”, si sentirebbe probabilmente dire il contestatore di turno.
Senza carisma, non basterebbe la carica di simpatia (gli intervistatori sono unanimi al riguardo) a evitare a Ice-T di venire travolto dalle sue contraddizioni. Senza carisma, i suoi limiti artistici gli avrebbero impedito di raggiungere i traguardi che ha raggiunto. Perché, diciamolo chiaro, se il rapping che esibisce è più che discreto le basi non sono niente di speciale: né stilose come quelle dei Gang Starr né innovative come furono a suo tempo quelle dei De La Soul, e nemmeno terroriste nel solco dei Public Enemy. Quanto al suo gruppo rock, i Body Count, raramente nella storia del genere una band così mediocre era stata tanto glorificata.
Ma più di qualunque altro rapper, con le eccezioni giusto di Chuck D e di KRS-One (le cui fortune paiono però declinanti), questo ex-soldato nonché ex-ladruncolo è un leader naturale, e in un tempo in cui la gioventù afroamericana non ha alcun rappresentante politico degno di nota la sua rilevanza in quella comunità è enorme. Quando dice che potrebbe presentarsi alle elezioni presidenziali e raccogliere una valanga di voti non è un’uscita smargiassa la sua. La visibilità datagli dalla polemica su Cop Killer e dai furenti attacchi cui fu fatto bersaglio dall’allora presidente George Bush ha reso Ice-T una figura la cui notorietà travalica il mondo della musica, e non soltanto in patria.
 
Prosegue per altre 9.259 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.6, aprile 1995. A oggi sono trascorsi, stando alla pagina di Wikipedia 1992 In Music, trent’anni esatti dalla pubblicazione di “Body Count”. Nella scheda dedicata all’album Wikipedia stessa però si smentisce, dandolo per uscito il 10 marzo. Secondo il sito AllMusic arrivò invece nei negozi il 30. A prestar fede a RYM il 27. Sia come sia: resta una schifezza di disco. Cop Killer eccettuata.

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Pagina 4 (posizione strategica, proprio accanto al sommario) del numero di marzo di “Blow Up“, in edicola ancora per pochissimi giorni, prima di venire sostituito da quello di aprile. A Stefano Isidoro Bianchi un grande “grazie”, perché sponsorizzare gratuitamente un amico specialmente in tempi come questi in cui la carta è arrivata a prezzi talmente folli da mettere a rischio la sopravvivenza stessa dei giornali è tanta roba. A chi ancora non ha acquistato “Super Bad!” (fra quanti mi leggono in questo momento ovviamente la grande maggioranza) ricordo sommessamente che “chi non compra i libri di Eddy Cilìa è…”.

Ma, soprattutto, non stimola il Venerato Maestro a metterne in cantiere altri. E non vi dico che “the best is yet to come”, ma insomma…

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Il favoloso 1992 di Arrested Development e Disposable Heroes Of Hiphoprisy

Atlanta, Georgia

Sembrerebbe a prima vista la realizzazione perfetta del Sogno Americano, Atlanta. È a detta di molti la municipalità meglio amministrata degli Stati Uniti ed è prospera di una prosperità che si è dimostrata a prova di recessione. Si direbbe senza fine il suo boom economico, che la fa fiera di sé, in superficie almeno, e l’ha resa ricca al punto di consentirle di chiedere (e ottenere) l’assegnazione dei Giochi Olimpici del 1996. È la città della Coca Cola e alzi la mano chi riesce a immaginare qualcosa di più intrinsecamente a stelle e strisce e ottimista della suddetta bevanda. È anche un esempio per il resto del paese in materia di integrazione razziale, un esempio, oltretutto, che viene offerto dal Sud: qui sono neri governatore, sindaco e capo della polizia. Da qui prese le mosse il movimento per i diritti civili e questa ne fu, negli anni ’60, la capitale. Qui ebbe i natali Martin Luther King. Ma, insegna la saggezza popolare, ogni medaglia ha il suo rovescio e se luccica non è detto che sia d’oro. Sì, Atlanta era la città del grande leader nero ma è pure il luogo dove egli è sepolto, e morì assassinato. E la sua tomba è circondata da un fossato che ha la funzione di impedire alla teppa razzista di lordarla con scritte ingiuriose. Anche ad Atlanta ci sono stati disordini dopo il noto verdetto che ha mandato assolti i poliziotti che avevano pestato Rodney King. Quanto ai politici neri…

Un uomo politico di colore spesso non può aiutare la sua gente quanto un bianco. Perché se si impegna troppo per quelli che hanno la pelle come lui viene automaticamente etichettato ‘radicale’ e non sarà più appoggiato dai bianchi, che avranno la tendenza a vederlo come un nemico. Mentre invece se è un politico bianco a battersi per i neri lo voteranno sia questi che i bianchi. E vivranno tutti felici e contenti. Tranne il sottoscritto, che è persuaso che il sistema sia sbagliato già dalle fondamenta.

Questo il pensiero di Todd Thomas, meglio noto come Speech, autore di larga parte del repertorio, rapper e portavoce, leader insomma, della posse che per prima ha posto Atlanta sotto i riflettori della scena hip hop e che è forse la più chiacchierata fra quelle salite alla ribalta quest’anno. Hanno avuto la prestigiosa copertina di “Echoes”, gli Arrested Development, e articoli su “New Musical Express”, “Melody Maker”, “Vox” e tante altre testate ancora. Meritano in pieno, i Nostri, questa fresca fama: “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of…” (Chrysalis) è un LP splendido e freschissime sono l’immagine e l’attitudine che esprime.

Tanto per cominciare, degli Arrested Development fanno parte sia donne che uomini e questo miscuglio di sessi è cosa che non si era mai vista nell’hip hop. Al massimo, finora, una donna poteva essere ospite di un gruppo maschile, o viceversa (pensiamo a Queen Latifah e ai suoi scambi di favori con De La Soul, Jungle Brothers e Naughty By Nature). Vi è poi fra loro, con mansioni di “consigliere spirituale”, tale Baba Oje, un signore di sessant’anni, altra cosa mai vista. È infine inedita la loro immagine: tanto la copertina dell’album che il video di Tennessee, il singolo che è stato scelto per fargli da apripista, li colgono in ambiente campagnolo, sparsi per un campo o radunati sulla veranda di una casa colonica: dichiarazione esplicita di riconoscimento delle radici sudiste e rurali della loro musica del tutto nuova per il rap americano. Se c’è un aggancio con il passato (non soltanto per la musica ma pure a livello di look) è con un passato remoto, con Sly Stone e la sua Family, che tanto piacquero alla nazione di Woodstock.

Prosegue per altre 8.158 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Dance Music Magazine”, settembre 1992. A oggi ricorre il trentesimo anniversario della pubblicazione di “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of…”. L’album di esordio dei Disposable Heroes Of Hiphoprisy, “Hypocrisy Is The Greatest Luxury”, aveva raggiunto i negozi tre esatte settimane prima, il 3 marzo 1992.

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Il mio color che non va

Ehi, ehi, ehi, dimmi Wilson Pickett,/ehi, ehi, ehi, dimmi tu James Brown,/questa voce dove la trovate?/Signor King, signor Charles, signor Brown,/io faccio tutto per poter cantar come voi/ma non c’è niente da fare, non ci riuscirò mai./Penso che sia soltanto per il mio color che non va./Ecco perché io vorrei,/vorrei la pelle nera,/vorrei la pelle nera.” (Nino Ferrer, Vorrei la pelle nera, 1967)

Come già raccontavo nella prefazione a Venerato Maestro Oppure, il volume con il quale nella primavera 2020 ha preso le mosse un progetto di parziale antologizzazione degli immensi archivi accumulati dacché nell’83 decisi di provare a vivere scrivendo di musica (a ventun anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età), cominciai a comprare dischi quindicenne. Era il 1977. Era il tempo del punk e della disco. Nel primo inciampai casualmente quasi subito e fu amore a primo accordo: di White Riot. La seconda era ovunque: impossibile scansarla, un dovere per un rocker per di più simpatizzante per il PCI (era pure un tempo di tribù che non si parlavano, quando non si combattevano) schifarla, o quantomeno dare a intendere di farlo. Con formidabile equivoco quella che nella terra di origine era fra il tanto resto la colonna sonora della comunità gay qui da noi fu adottata dai giovani di destra, che ne colsero solo l’aspetto edonista, laddove a sinistra veniva squalificata come degenerazione commerciale di una gloriosa tradizione che affondava le radici nel blues e aveva avuto come sviluppo ultimo il free jazz. Che poi nel segreto delle proprie camerette Archie Shepp (se c’era) restasse intonso e un giro a certi singoli passati da insospettabili amici (nel mio caso un allievo del conservatorio che in quella stessa prestigiosa istituzione finirà per insegnare violino) lo si facesse invece fare (ricordo ancora con imbarazzo il giorno in cui mia madre mi sorprese ad agitarmi inconsultamente sulle note di Daddy Cool delle Boney M ─ o era qualcosa dei Village People? ─ e sorrise indulgente) restava, per l’appunto, un segreto. D’altronde: negli Stati Uniti di certi dischi certi rocker (che però detestavano pure il punk) organizzavano roghi. Il reggae invece, in quanto forma di espressione indiscutibilmente ribelle nonché colonna sonora per le prime canne, era ok, anche se oltre a Bob Marley e Peter Tosh non si andava. Anche se naturalmente il primo reggae lo ascoltai dai Clash: Police And Thieves (la versione originale di Junior Murvin mi entrerà in casa un dodici o tredici anni dopo). E sempre a Strummer, Jones, Simonon e Headon fui, come tanti, debitore della prima disco music che era legittimo farsi piacere, perché erano loro: The Magnificent Seven. Inaugurava nel dicembre 1980 il triplo “Sandinista!” e nell’aprile dell’anno dopo usciva pure a 45 giri, precedendo di sette mesi This Is Radio Clash. Che è la ragione, quest’ultima, per la quale posso serenamente rivendicare che mentre della disco illo tempore capii poco, per non dir nulla, con l’hip hop fui viceversa profondamente sintonizzato sin dai suoi primordi. Ma converrà che faccia ora un piccolo, piccolissimo passo indietro.

L’inizio della mia grande storia d’amore con una black declinata in praticamente ogni sua accezione, ma per cominciare con il soul e l’errebì dell’era aurea, data proprio 1980. All’epoca possedevo forse un centinaio di LP (collezione che mi sembrava sterminata) e fra essi appena un minimo sindacale di blues (Muddy Waters e Willie Dixon, cui ero arrivato per tramite dei Rolling Stones; Bo Diddley, comprato perché era andato in tour come spalla indovinate di chi) e una raccolta di Otis Redding. Cui se ne aggiungeva allora una seconda, “Gonh Be Funky” di Lee Dorsey, acquistata senza avere la minima idea di chi fosse costui soltanto perché a firmare le note letteralmente autografe sul retro di copertina era Joe Strummer, ed era un mondo che mi si spalancava davanti. Ma a cambiarmi per sempre la vita era un film, non una canzone o un album: The Blues Brothers. James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin, John Lee Hooker (e Cab Calloway, Steve Cropper, Chaka Khan…) li ho conosciuti grazie a John Landis. Per un bel po’ (un bel po’ misurato con il metro di un non ancora ventenne) per me Sweet Home Chicago resterà legata all’interpretazione di John Belushi. Il che renderà incredibilmente emozionante sentirla infine da Robert Johnson. Nel frattempo mi ero messo a studiare. Non ho mai smesso. Non smetterò mai. Sarà che ho scritto tanto, per un sacco di anni e una quantità di testate, dalle più autorevoli alle più improbabili, di musiche afroamericane; sarà che nel 2003 Riccardo Bertoncelli mi affidava la redazione, per la collana Atlanti musicali della Giunti, del tomo dedicato a Soul e rhythm’n’blues – I classici, che mi risulta sia stato uno dei più venduti della serie (il che rende un mistero che un seguito dedicato ai moderni non  mi sia mai stato commissionato, nonostante avessi dato la mia disponibilità): fatto è che godo di una fama, che so essere immeritata, di superesperto in materia. In realtà conosco un tot di persone (non necessariamente colleghi; anzi: di colleghi pochini) che ne sanno parecchio più di me. In realtà non passa mese in cui non faccia una piccola o anche clamorosa scoperta, o non mi renda conto che un pregiudizio era in parte o completamente ingiustificato. Il rovescio della medaglia, quello bello, è che sapendo di non sapere continuo a scavare e rinvenire tesori. Magari un giorno a dio (che se esiste è per forza di colore) piacendo metterò in cantiere un altro libro per riferirvi di cosa ho imparato negli ultimi dieci-quindici anni o su di lì.

Per intanto ripropongo. Il volume che avete fra le mani nasce come ristampa, integrata con alcuni articoli che all’epoca per ragioni che mi risultano oggi oscure non inclusi e pochi altri di successiva redazione, di uno che vedeva la luce nel 2007 per i tipi di Tuttle Edizioni e prendeva il titolo, Scritti nell’anima, da una rubrica dedicata a blues e soul, funky ed errebì di cui fui titolare, per un totale di cinquantasei puntate pubblicate fra il settembre 2000 e il dicembre 2005, per il mensile “Blow Up”. Già allora non mi limitavo a una semplice raccolta in ordine di uscita. Rimescolando il tutto provavo, aggiungendo all’uopo pezzi apparsi precedentemente sempre sul giornale in questione e una manciata di altri usciti sul bimestrale “Bassa Fedeltà”, sull’allora settimanale “Il Mucchio” e sul trimestrale “Extra”, a disegnare una scaletta in grado di tracciare (per quanto naturalmente con enormi lacune: una pur tascabile enciclopedia l’avevo in ogni caso già firmata) una mappatura della black music da Robert Johnson a Prince per tramite del racconto delle vicende biografiche e artistiche di alcune decine dei suoi protagonisti. Scritti nell’anima è esaurito dal 2010 (il suo autore da molto prima) e da allora non si contano quanti mi hanno chiesto se mi crescesse una copia da vendergli (no, ne ho giusto una) o se sarebbe mai stato ripubblicato. Eccolo qui.

Però a un certo punto ho capito e di conseguenza deciso che a rimetterlo fuori limitandomi a ingrassarlo con una dozzina di articoli avrei fatto sì cosa gradita a chi voleva leggerlo, ed era arrivato in ritardo, ma che nel contempo avrei perso per sempre l’occasione di trasformarlo in un qualcosa di decisamente altro e più significativo. Peggio: ne avrei tradito lo spirito. Avrei implicitamente dato ragione a quelli che nel 1977 non intesero ─ e io, incolto sciocco, con loro ─ come la disco, lungi dall’essere uno svilimento di quanto l’aveva preceduta nell’ambito delle musiche di ascendenze afroamericane, si ponesse rispetto a esse come uno sviluppo in perfetta continuità. Nel solco ─ into the groove ─ di una tradizione che parte dagli schiavi che cantavano e percuotevano i loro tamburi a Congo Square, nella New Orleans degli anni ’50 del XIX secolo. In maniera non dissimile da quei Last Poets che in un parco della Big Apple il 19 maggio di un 1968 fatidico pure a ragione di ciò ponevano le basi, proiettando nel XX secolo la figura del griot africano da cui discendevano in linea diretta, di ciò che da allora si chiama rap e da lì a qualche anno, e sempre nei parchi newyorkesi, si sarebbe evoluto in hip hop.

Va da sé che se alla stragrande maggioranza dei solisti e dei gruppi affrontati in Scritti nell’anima sono arrivato quando erano ormai da decenni storia, e spesso leggenda, di una parte importante dell’epopea dell’hip hop ho invece avuto la fortuna di essere, sebbene giocoforza da lontano, testimone in presa diretta. Ebbi l’occasione preziosa di occuparmene da cronista piuttosto che da studioso. Assai meno di quanto mi sarebbe piaciuto ma abbastanza da potere allestire, con una scelta di pezzi diversi dei quali d’epoca, quella che è ben più che una mera appendice al libro del 2007. In Super Bad! il filo rosso, o se preferite nero, che lega dalla prima all’ultima le vicende che vi sono narrate ─ dal 1927, quando Blind Willie McTell incideva le sue prime quattro facciate, al 2003, anno in cui gli OutKast pubblicavano il monumentale “Speakerboxxx/The Love Below” ─ è ben visibile a chi non sia cieco più di colui che (ipse dixit Bob Dylan) cantò il blues come nessuno mai.

Più che un filo, sono trame su trame. Robert Johnson che dà appuntamento a un crocicchio al demone della mitologia vudù Papa Legba per vendergli l’anima in cambio di una prodigiosa abilità chitarristica e autoriale sa cosa sta facendo esattamente quanto Flavor Flav che, da lì a mezzo secolo, assumerà sul palco l’iconografia e le mosse di Ghede, in quel medesimo pantheon guardiano delle ossa dei defunti e governatore di sesso, morte e bambini. Billie Holiday apre inconsapevolmente la stagione delle lotte per i diritti civili con Strange Fruit e l’America la ripagherà vessandola (ci provava pure con Ray Charles) come farà con James Brown, colpevole più di avere alzato la testa che di averla persa. Jerry Butler entra in politica, Ice-T e Tupac Shakur (da rubricarsi alla voce “curiosità”: identiche le ambientazioni ultraterrene di un video di costui e della canzone con cui senza saperlo Johnnie Taylor si congedava) vagheggeranno di farlo. E a proposito di quest’ultimo: come somiglierà tragicamente la sua uscita di scena a quelle altrettanto premature di Sam Cooke, Malcolm X, Dyke Christian; se vogliamo, di Marvin Gaye. Se di “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” dei Public Enemy Chuck D dirà che “volevo fosse il ‘What’s Going On’ di questa generazione”, stessa impresa felicemente arrischiata dal Gil Scott-Heron di “Reflections”, la copertina di “Stankonia” degli OutKast citerà quella di “There’s A Riot Goin’ On” di Sly & The Family Stone. Di Atlanta gli OutKast, proprio come quegli Arrested Development che di Sly e sodali si erano presi carico di una parte dell’eredità. “Qualcuno mi dice cosa posso e non posso fare, qualcosa mi frena./È perché sono nero?” cantava Syl Johnson in Is It Because I’m Black? e in “The W” i Wu-Tang Clan lo campioneranno, laddove nel suo ultimo album il menzionato poco più su, e loro antesignano in quanto pioniere del rap, Gil Scott-Heron coverizzerà Robert Johnson provvedendo così a chiudere un cerchio. L’ennesimo. Cosa accomuna, ad esempio, sempre Gil Scott-Heron, Charley Patton, Lead Belly, R.L. Burnside, Ted Hawkins, Billie Holiday, Ray Charles, Little Willie John, James Brown, Miles Davis, Ol’ Dirty Bastard, Coolio, il solito Tupac? Facile: l’essere stati tutti ospiti, chi per qualche giorno e chi per anni, delle patrie galere. Potrei andare avanti per pagine e pagine. Rilevando, per dire, che la pratica delle scherzose gare di vanterie che i bianchi scoprivano con Bo Diddley fu fra gli elementi fondanti del rap. Che quella della jam riguarda il jazz come l’hip hop. Eccetera.

Ma di pagine da leggere ne avete già quattro abbondanti centinaia. Doveste mai annoiarvi, sarà solamente colpa mia. Non certo delle cento storie che ho provato a raccontare.

Torino, 8 dicembre 2021

Tratto da Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop.

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Ultima chiamata per il Santo Natale

Amazon mi segnala che chi vuole ricevere il mio ultimo libro (ma pure i due precedenti, eh? Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015 e Extraordinaire 1- Di musiche e vite fuori dal comune) ha a disposizione fino alle 15 di oggi per effettuare l’ordine. Oh, a me del Santo Natale dagli undici-dodici anni in su è sempre importato il giusto (cioè nulla) e non stiamo parlando di roba che scade. Fate vobis, io però ve l’ho detto.

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