Muddy Waters: un poeta americano

Il dato certo è che Muddy Waters nacque un 4 di aprile, ma se l’anno fosse il 1915 (come sta scritto sulla sua tomba) o il 1913 (come ultimi e accurati studi sostengono) è diventato oggetto di dibattito. Dando buona la prima, come è stato fino a pochi anni fa, ricorrerebbe oggi il centesimo anniversario della nascita di colui che è stato forse il più grande – per certo il più influente – dei bluesmen elettrici.

Muddy Waters 1977

Non solo un bianco può essere un gentiluomo… Puoi essere nero, marrone, di qualunque colore, e ciò che conta sarà come ti comporterai. Magari diranno di me che non sapevo suonare, o che non sapevo cantare, ma mi piace pensare che quando morirò scriveranno che sono stato un gentiluomo”: così diceva nel 1971 McKinley Morganfield, meglio noto come Muddy Waters, a James Rooney, che lo stava intervistando per il suo libro Bossmen. Dodici anni più tardi, Dave Marsh intitolerà il coccodrillo in memoria di un artista che sistemava nel pantheon dei più influenti musicisti e cantanti americani del Novecento, ponendolo nella categoria degli Hank Williams, degli Elvis Presley, dei Miles Davis, Let’s Say He Was A Gentleman. Pagina straordinaria, pubblicata sul mensile “Record”, che ho recuperato per l’occasione, ricorrendo proprio nei giorni in cui questo numero di “Blow Up” raggiungerà le edicole il ventennale della morte del bluesman elettrico per antonomasia. Così Marsh si congedava dal lettore: “Il volume di Mike Rowe Chicago Breakdown offre foto di un giovane Waters che fanno intuire quanto fosse seducente: pelle del colore del bronzo, zigomi da pellerossa, occhi quasi da orientale, abbigliamento sempre impeccabile. Invecchiando si appesantirà ma rimarrà un bell’uomo. L’ultima volta che lo vidi su un palcoscenico, un pensiero mi balenò improvviso: che quella testa massiccia sarebbe potuta essere il quinto volto scolpito sulle pendici del Monte Rushmore. Ma la musica che ci ha lasciato è di gran lunga un monumento più imponente, e assai meno soggetto agli oltraggi del tempo”. Parole facilmente profetiche. Era un’emozione vivissima (di poche altre così intense e diffuse sono stato testimone) quella che scuoteva il mondo della musica alla notizia della scomparsa il 30 aprile 1983, a sessantotto anni appena compiuti, di questo figlio del Mississippi adottato da Chicago. Omaggio seguiva omaggio. A contorno di un articolo redatto con acutezza e partecipazione dal critico Robert Palmer (uno andatosene troppo presto; della sua penna aguzza provo nostalgia), “Rolling Stone” convocava una piccola folla di mentori e scolari del caro estinto fra cui spiccavano Eric Clapton (“Lo consideravo un padre e dal canto suo lui mi trattava come un figlio. Che immenso onore è stato”), Mick Jagger, Keith Richards. Peter Wolf, cantante della J. Geils Band, ricordava la trepidazione con cui apprese, poco più che adolescente, che Muddy Waters si sarebbe esibito al bostoniano Club 47. Eccitatissimo, si appostava davanti al locale sin dalla mattina e quando arrivava la vetusta Cadillac, seguita da uno scassato furgoncino, su cui viaggiavano i musicisti e la strumentazione, si precipitava a fare sapere al leader che non vedeva l’ora di osservarlo all’opera. Al che Waters, compitissimo, lo ringraziava e, indicatigli alcuni amplificatori, gli faceva: “Non stare con le mani in mano, giovanotto, tirane su uno”. Molti anni dopo, la rockstar che era stata un ragazzino in ginocchio di fronte a un idolo, e da questi prontamente sollevato, rammentava come il giorno più bello della sua vita quello in cui poté fare da guardia all’auto di Muddy Waters e poi invitarlo a casa sua, con tutti i gregari (ciascuno dei quali ha lasciato un segno indelebile nella vicenda del blues), per “rilassarsi un po’ prima del concerto”. Ebbe così modo di constatare che James Cotton con i fornelli sapeva cavarsela quanto con l’armonica. E altrettanto vividamente ricordava la vergogna che lo colse quando, dopo che ebbero suonato, portò Waters e i suoi in albergo e lo scoprì una cadente stamberga ai margini del quartiere a luci rosse. Quanto l’America bianca riservava a questi artisti immani, ma neri. E con queste parole chiudeva: “T.S. Eliot, Ezra Pound, William Carlos Williams, Robert Frost sono reputati dei grandi poeti americani – e chi può dire altrimenti? Ma per me i veri poeti americani sono stati Muddy Waters e i suoi pari, e i giganti di colore del jazz, che hanno sacrificato tutto per la musica e l’hanno fatto conservando stile e dignità in tempi in cui ciò era molto difficile. La morte di Muddy segna la fine di un’era, come fu con Louis Armstrong, o con Duke Ellington”.

Ecco: quello che innanzitutto mi preme sottolineare in questo succinto e inadeguato apologo è la grandezza umana di Muddy Waters, prima ancora di quella artistica, il ruolo fuori dal comune giocato nel dare dignità alla sua gente in un paese profondamente razzista. È stato uno di coloro che, semplicemente esistendo, hanno contribuito al riscatto dell’Afroamericano. Fu a suo modo rivoluzionario quanto un Malcolm X o un Alì, o un Miles Davis. Cordialità innata come un portamento regale che si accompagnava alla semplicità nel porgersi del contadino che era stato, scelse però la sorridente maniera di un Satchmo, adattandola a situazioni che erano, seppure infinitesimamente, progredite. E anche soltanto questo dovrebbe bastare a rendercelo caro. E poi c’è la musica. Stiamo parlando dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito all’elettrificazione del blues, rendendolo (come canterà nel 1977 in uno spassoso brano contenuto nell’album “Hard Again”) il papà del rock’n’roll; stiamo parlando di un uomo con un catalogo di classici autografi che in materia di dodici battute ha pari forse solo nel sodale Willie Dixon e in Robert Johnson; stiamo parlando dell’uomo una cui canzone, Rolling Stone, ha dato il nome a uno dei gruppi rock più importanti di sempre e alla prima seria rivista di musica e cultura giovanili, nonché ispirato a Bob Dylan il copernicano rivolgimento di quella musica e quella cultura; stiamo parlando dell’uomo che portò Chuck Berry alla Chess; stiamo parlando dell’uomo la cui band è stata una fucina di talenti senza eguali. Da lì sono passati, per non citare che i principali, il già incontrato James Cotton, Sunnyland Slim, Jimmy Rogers, Little Walter, Otis Spann, Earl Hooker, Junior Wells, Walter Horton, Pinetop Perkins, Buddy Guy. Stiamo parlando di un uomo che ha traversato quarant’anni di blues.

Muddy Waters 1960

Il lettore non addentro all’argomento (solamente la giovane età è considerata una valida scusante) che sia nondimeno desideroso di applicarsi, faccia la cosa giusta: cominci dal principio. Che in questo caso, discograficamente, è una fine. Risale infatti ad appena dieci anni fa la pubblicazione del favoloso “The Complete Plantation Recordings”, integrale delle registrazioni del Nostro effettuate da Alan Lomax fra il 1941 e il 1942 per la Library Of Congress, tredici brani, alcuni dei quali proposti in più versioni, e quattro brevi interviste. Sorta di Santo Graal del blues, in attesa che qualcuno scopra un inedito di Robert Johnson, dacché di tutto questo bendiddio in precedenza erano note soltanto le prime due canzoni, edite originariamente su un 78 giri, una Country Blues chiaramente ricalcata su Walkin’ Blues di Robert Johnson (ma in uno dei frammenti di intervista si sente Waters osservare che My Black Mama di Son House è il modello alla base di entrambi i pezzi) e quella I Be’s Troubled che fungerà da prototipo per la di sette anni successiva – e seminale – I Can’t Be Satisfied. Insomma: per più di mezzo secolo le orecchie di Lomax sono state le ultime ad avere gustato questa manciata di sublimi capolavori di blues rurale parecchio distanti dal Muddy Waters universalmente noto. Perché iniziare da qui, allora? Perché trattasi di incisioni di valore non solo storico ma musicale altissimo, nel loro ambito fra le migliori di chiunque e di sempre. Il McKinley Morganfield che si presentò a piedi nudi di fronte a un Lomax che si era inoltrato nelle campagne del Mississippi alla ricerca degli eredi di Robert Johnson aveva ventisei anni e da diciassette lavorava la terra per nutrire il corpo e suonava la chitarra per nutrire l’anima. Ma pur esibendosi in giro non aveva mai pensato seriamente di fare della musica il suo mestiere fintanto che non gli arrivò un pacchetto con dentro due copie del disco, venti dollari e una lettera del mentore: “Credo che dovresti tenerti in esercizio, perché sono sicuro che un giorno o l’altro avrai l’occasione che meriti”. Parole incoraggianti, ma non determinanti per Muddy Waters (soprannome affibbiatogli dalla nonna da piccino per l’irresistibile pulsione a pacioccare il fango) quanto l’ascoltare per la prima volta la propria voce registrata e pensare “Questo ragazzo sa davvero cantare il blues”. Un anno dopo era nella Windy City, dove avrebbe presto scoperto che con una chitarra acustica era dura farsi sentire nei bar del South Side. Ancora un anno e si sarebbe procurato un’elettrica. Si accingeva a cambiare per sempre la musica popolare del XX secolo. Approdato alla Chess quando nemmeno si chiamava Chess ma Aristocrat, ne avrebbe fatto un singolo dopo l’altro, a partire dall’aprile ’48 (il cambio di ragione sociale avverrà nel 1950), un’etichetta chiave per la diffusione del blues urbano e, indirettamente, del rhythm’n’blues e dell’infante rock’n’roll. Lo strumento perfetto per indagare gli abbondanti cinque lustri da costui trascorsi là domiciliato è il cofanetto triplo “The Chess Box”, formidabile successione di momenti epocali che va da Gypsy Woman, del 1947, a Can’t Get No Grindin’, che è del ’72. Lunghissima la fila delle pietre miliari: I Can’t Be Satisfied (si noti l’assonanza con I Can’t Get No Satisfaction), Rollin’ And Tumblin’, Rolling Stone, Honey Bee, She Moves Me, Baby Please Don’t Go, I Just Want To Make Love To You, I’m Ready (entrambe di Willie Dixon), Mannish Boy, Got My Mojo Working, Country Boy. La sistemazione cronologica permette di seguire passo passo l’evoluzione di uno stile che, contrariamente a quello che è il sentire comune, non nacque perfettamente formato e fu sempre mobile, a costo di pasticciare con un rock vagamente psichedelico, come capitò nei ’60, ed eccedere in decibel, come successe nei ’70. Uniche cose uniformi, nella loro eccezionalità, la qualità di una voce capace di transitare dal falsetto al ruggito e di una chitarra che cantava pur’essa, di una precisione e una ricchezza emozionale senza confronti. Scriveva bene Palmer quando annotava che nessuno ha saputo rendere le sfumature del sentimento, la sottile differenza che c’è ad esempio fra l’essere disperato e l’essere triste ma determinato a non arrendersi, come Muddy Waters. In ogni caso: uno che nel blues ha infuso soprattutto una guascona gioia di vivere.

Mettetevi negli scaffali anche un paio di live, cominciando con “At Newport”, testimonianza della partecipazione a un festival jazz nel 1960. Per un certo pubblico fu la prima esposizione al blues amplificato e oltre quattro decenni dopo suona ancora incredibilmente elettrizzante. L’album da procurarsi per completare una discografia minima ma adeguata del nostro eroe è “Muddy ‘Mississippi’ Waters Live”, un Blue Sky del 1979 prodotto (come gli altri tre LP per quell’etichetta) da Johnny Winter, che ci suona pure: tellurico.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.60, maggio 2003. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

4 commenti

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4 risposte a “Muddy Waters: un poeta americano

  1. Chissà se è vero l’episodio narrato da Keith Richards nella sua biografia: racconta di essere certo di averlo trovato a imbiancare le pareti della Chess Records, la prima volta che la visitò.

  2. Rusty

    Secondo me nella Vita di Keef (a scanso di equivoci: imperdibile) c’è da fare la tara a parecchie cose. Come anche nelle Cronache di Bobby. Nel Sogno di Neil, invece, stramaledire la sua passione per quei fottuti trenini e per quelle carcasse di auto d’epoca.

  3. marco

    rovescerei la prospettiva : il simbolo del riscatto non si discute,ma l’uomo era probabilmente un bel figlio di puttana. il che era inevitabile,nella dura Chicago dei primi anni 50,sopratutto se eri un “terrone”del Delta.
    figli sparsi,risse, pare qualche sparatoria:chi se ne frega,
    Quel che consegna Muddy Waters all’eternità è la sua musica.
    Il mio bluesman preferito…e ne ho ascoltati molte centinaia….

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