Per i sessantaquattro anni di John (fu Cougar) Mellencamp

Un collage di recensioni per celebrare l’uomo di Jack & Diane e di tante altre canzoni indimenticabili. Ripescate oggi che compie gli anni: sessantaquattro e, sì, lo amiamo ancora.

Big Daddy

Big Daddy (Mercury, 1989)

Ultimo album per John Cougar, nel senso che a partire dal successivo “Whenever We Wanted” Mellencamp si sarebbe sbarazzato per sempre dell’odiato soprannome, “Big Daddy” suggellava nel 1989 un decennio lastricato d’oro per il Nostro e non soltanto grazie al disco appena citato, un numero uno nella classifica statunitense degli LP con un primo e un secondo posto in quella dei singoli a corredo: essendoci poi stati altri tre album di platino e un’impressionante sequela di Top 40 con canzoni tratte da quelli, addirittura cinque dal solo “Scarecrow”. Conquistato il pubblico giovanile con il rock asciutto e muscolare di Jack & Diane, Mellencamp se lo conservava in un prosieguo di carriera che se non si negava l’inno hard con il pugno levato verso il cielo gli affiancava brani dalla scrittura ben più raffinata, intrisi di country come di rhythm’n’blues, di folk e anche di gospel. Percorso di crescita con forse al centro un nucleo di dispetto per una critica che lo guardava con benevolenza ma pur sempre come uno Springsteen di seconda schiera. Con “Scarecrow”, e ancora di più con il campagnolo “The Lonesome Jubilee”, gli applausi si facevano però più convinti.

Di “The Lonesome Jubilee” questo disco, appena ristampato con l’aggiunta di una Jackie Brown acustica, era una sorta di “parte seconda”, uguale la strumentazione – con mandolini e dobro, fisarmoniche e violini fra il resto – ma meno ispirata la scrittura. Intorno allo stentoreo hit Pop Singer, una corte di canzoni gradevoli ma formulaiche, con le squisite eccezioni di una spumeggiante Jackie Brown, di una To Live da chiesa negra nel ritornello, di una Mansions In Heaven dalla bella melodia spiegata. Non è il “Nebraska” di cui con scarsa o forse troppa fantasia si scrisse.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.259, luglio/agosto 2005.

Rough Harvest

Rough Harvest (Mercury, 1999)

A volte i dischi più belli sono figli del caso. Questo “Rough Harvest”, ad esempio: registrato da Mellencamp in un momento di pausa fra un impegno e un altro senz’altro obiettivo che potere verificare a posteriori lo stato di salute del gruppo. In formissima, rilassato, disposto a un tono elegiaco come a un indiavolato swing rurale. Assodata la bontà dei nastri, poco a poco si è fatta strada l’idea di confezionarci questa sorta di “Greatest Hits”. “Unplugged”. O almeno così ce l’hanno raccontata.

Abile mossa di marketing o felice improvvisazione che sia, “Rough Harvest” è un’introduzione al Mellencamp-non-più-Cougar quasi ideale, con una scelta di brani che copre tutti gli album dall’85 a oggi tranne, curiosamente, “The Lonesome Jubilee”, che tanti considerano il capolavoro del Nostro. Soddisfatti i neofiti, i cultori di vecchia data sono blanditi con due inedite ed eccellenti cover dylaniane, In My Time Of Dying e Farewell Angelina, una versione in concerto della Wild Night di Van Morrison e una Under The Boardwalk che sa più di Ben E. King che di Drifters.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.17, ottobre 1999.

Words & Music

Words & Music (Island, 2004)

Mettiamola così: mai stati i titoli il forte di John Mellencamp. Sentite questo: R.O.C.K. In The U.S.A. E quest’altro: Pop Singer. Ma se vogliamo ci va anche coraggio a chiamare così delle canzoni e sperare di farla franca, perché insomma devono essere delle grandi canzoni. Tanto. Almeno quanto ce n’è voluto al nostro uomo per operare gradualmente un clamoroso cambio di identità senz’altri esempi (Prince lo contiamo?) nella storia dell’industria dello spettacolo. Battezzato John Cougar da chi (Tony DeFries, già manager di David Bowie) voleva farne un secondo Springsteen con un’improbabile sovrastruttura glam, non appena agguantato il successo il giovanotto tornava a usare il nome vero affiancandogli per qualche tempo, compromesso accettato a malincuore di fronte alle proteste di datori di lavoro tremebondi al pensiero di vedere subito chiusa la miniera d’oro appena scoperta, l’odiato pseudonimo. Riuscirà infine ad accantonarlo e i discografici non si sarebbero dovuti preoccupare: ai cinque milioni di copie venduti nei soli Stati Uniti da “American Fool”, l’album più gettonato del 1982 da quelle parti, se ne sarebbero aggiunti un’abbondante ventina nei due decenni seguenti, più quindici o giù di lì nel resto del pianeta. Popolarissimo, Mellencamp non ha tuttavia mai goduto di pari fortuna giornalistica, anche se non si può dire gli sia mancata la buona stampa. Ma a parte qualche delirio apologetico (un pallino di Guccione Jr, per dire) si è continuato a guardare a lui come a un Bruce un po’ burino, un campagnolo senza le frequentazioni altolocate e il tocco raffinato di un Tom Petty, un Van Morrison con la trascendenza smarrita nel tragitto dall’Irlanda all’Indiana. Ci sono due brani nuovi in “Words & Music” e tanto la sincopata ballata Walk Tall che il blues-cum-fiddle Thank You dichiarano che la pensione può essere rinviata. Il resto del generoso programma (viaggiamo verso le due ore e venti) oltre a imporre la trattazione qui in “Classic Rock”, e non fra le recensioni “normali”, certifica una carriera da semiglobale (gli esordi rinnegati del resto dallo stesso artista) rivalutazione.

È che davvero impressiona sentire di fila trentacinque successi e non uno da buttare. E se questo è populismo trovatene di pari livello, che valga il luccicante country negro di Jackie Brown o l’epicità con il cuore in gola di Rain On The Scarecrow, la collisione di gospel ed errebì di When Jesus Left Birmingham e il pugno levato al cielo di R.O.C.K. In The U.S.A., gemello più incazzoso della festa sfrenata di Rumble Seat. Per non parlare di Jack & Diane: il più poetico e tragico ritratto di adolescenza uccisa dal diventare adulti su questo lato di The River.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.596, 19 ottobre 2004.

On The Rural Route 7609

On The Rural Route 7609 (Mercury, 2010)

Il prezzo stavolta è robusto – cento euro: altro che quei quaranta ormai norma per i quadrupli antologici! – ma robusto è anche l’oggetto e oltretutto esteticamente superbo: non l’usuale scatolone/scatoletta bensì un librone 28,6 x 23,2, copertina bella spessa e carta stupenda. A lasciarlo “distrattamente” in giro per casa, su un tavolino in salotto o nello studio, farete sempre la vostra porca figura. Idem a regalarlo. E poi – che ve lo dico a fa’? – ci sta la musica. La cui scelta, trattandosi di un eccentrico a dispetto dei milioni di dischi venduti e di un agire in un ambito di rock americano classico, è tutt’altro che banale. Bene saperlo subito: chi è alla ricerca della raccolta definitiva del John “fu Cougar” Mellencamp non la troverà qui. La tipica collezione “alla carriera” del Nostro ancora non esiste e a questo punto forse non esisterà mai. Chi desidera avere in casa i suoi grandi successi continui a rivolgersi al doppio del 2004 “Words & Music”, che ne mette in fila tre buone dozzine. “On The Rural Route 7609”, titolo esplicito per quanto attiene un concentrarsi sul Mellencamp più campagnolo e criptico nel dire gli anni coperti (dal ’76 al 2009), è rispetto a quello insieme complementare e alternativo. Alla consueta sfilata di canzoni celebri si è preferito un percorso a latere fra brani meno fortunati, ma ritenuti dall’autore particolarmente rappresentativi, versioni differenti, inediti. In tutto cinquantaquattro tracce, organizzate come si trattasse di quattro diversi album.

Dedicato solo agli estimatori più accaniti? È il costo a stabilirlo, non un ritratto d’artista sorprendentemente, per le premesse, a tutto tondo: da qualche parte fra Bruce Springsteen, Van Morrison, Tom Petty, John Fogerty. E Woody Guthrie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.314, settembre 2010.

No Better Than This

No Better Than This (Rounder, 2010)

Lo si annotava un mese fa su queste stesse pagine riferendo del quadruplo antologico “On The Rural Route 7609”: un eccentrico, John Mellencamp, a dispetto dei milioni di dischi venduti e di un agire in un ambito di rock a stelle e strisce classico. Uno che banale cerca di non essere mai e quando quelle righe venivano scritte già si sapeva delle inusuali modalità di realizzazione di questo nuovo album: registrato utilizzando un Ampex del 1955 e un unico microfono, in presa diretta (pure i pezzi con il gruppo!) e ovviamente senza né missaggi né sovraincisione alcuna. Non bastasse: inciso in una sorta di tour di una serie di luoghi americani mitologici quali la prima chiesa battista per gente di colore in Georgia, gli studi della Sun a Memphis, la stanza d’albergo a San Antonio, Texas, in cui tre quarti di secolo prima fu Robert Johnson a eternare pezzi della sua leggenda. Tutto molto intrigante, sulla carta, e si trattava di andare poi a verificare come il disco suonasse e se il programma fosse all’altezza tanto di un progetto così suggestivo che di un catalogo di primissimo ordine.

Per cominciare: a livello di puro piacere d’ascolto, “No Better Than This” (si noti l’immodestia del titolo, del resto in tema con il personaggio) è una delizia. Caldo e terrigno, corposo, in un metaforico bianco e nero virato seppia. E poi ci sono le canzoni, stilisticamente “antiche” come era scontato vista la cornice e nondimeno freschissime. Più fuori dal tempo che di un tempo “altro” rispetto al nostro, con echi del Bob Dylan tendente all’Arcadia e di Johnny Cash, di Carl Perkins come dell’Elvis primevo o di Johnny Burnette. Con ad aprire una Save Some Time To Dream che sa tanto di novella Jackie Brown. Va da sé: disponibile anche in vinile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.315, ottobre 2010.

5 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

5 risposte a “Per i sessantaquattro anni di John (fu Cougar) Mellencamp

  1. paolo

    il tipo è un po’ scorbutico, visto almeno in Italia.
    ricordo un entusiasta Labianca su un concerto svizzero del nostro e paragoni con Zurigo 81. forse era il tour di “big daddy”.
    chi aveva scritto la recensione di “Scarecrow” sul mucchio a suo tempo? Zambellini forse?
    secondo Dylan (all’epoca neotradizionalisti, oggi americana?) la cosa migliore era il canto della nonna.
    saluti

  2. Lo preferisco di gran lunga a quello di cui dovrebbe essere l’emulo, quello Sprginsteen che non sono mai riuscito a digerire. Ha un groove che a Bruce manca del tutto.

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