The Rolling Stones – Blue & Lonesome (Polydor)

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Dicono che non sarà l’ultimo album dei Rolling Stones e un po’ è un peccato. Non che io nutra sfiducia nella loro capacità di dare un degno successore a “A Bigger Bang”, che già di suo come congedo dagli studi (di congedarsi dagli stadi non ci hanno proprio pensato negli undici anni trascorsi da allora) non sarebbe stato malaccio. Il punto non è quello e chi vivrà ascolterà. Il punto è che una raccolta di cover (primo loro disco, in oltre mezzo secolo, a non contenere nemmeno una canzone autografa) di blues sarebbe stata un modo perfetto per chiudere un cerchio iniziato provando a suonarlo, il blues. Non gli riusciva benissimo e per fortuna, visto che era quell’inettitudine innocente e smargiassa a generare ciò che sono stati. Oggi sì che sono bluesmen provetti e qui ci sono le prove. Dodici.

Dicono che “Blue & Lonesome” sia nato per caso. Erano in sala d’incisione a provare a buttar giù un po’ di tracce per l’album che sarà il successore “vero” di quello dianzi nominato e per scaldarsi cominciavano a pasticciare con qualche pezzo che suonavano quando, monelli imberbi, si esibivano poco distante da quelli che sono oggi i British Grove Studios, di proprietà di tal Mark Knopfler. Ci prendevano gusto e Jagger faceva un salto a casa a scovare nella sua collezione di dischi qualcosa di meno sentito, che i ragazzi potessero trovare fresco e divertirsi a suonare. Dicono che tutto quanto sia stato registrato in tre giorni appena, che per gli standard odierni è nulla ma quando gli Stones cominciarono lo registravi in sei ore un LP. Praticamente dal vivo in studio, senza quasi sovraincisioni, wham bam & thank you ma’am. Dicono. E che sia andata davvero così a noi non dovrebbe importar sega. Ciò che conta è che “Blue & Lonesome” suoni proprio come un disco che chi lo ha messo insieme si è divertito assai a incidere. E che sia un divertimento che si trasmette a chi lo ascolta.

Non aspettatevi gli Stones sgangherati (fantasticamente, eh?) degli esordi. Forse giusto una scintillante Just Like I Treat You (da Willie Dixon) potrebbe plausibilmente confondersi nel primo repertorio. Ma nemmeno quelli che affrontavano le dodici battute con una rilassatezza – come dire? – chimica della prima metà del decennio seguente. Pur essendo capaci di piccole grandi raffinatezze, questi picchiano come dannati. Le chitarre sono aguzze e sferzanti, la batteria punta parimenti la giugulare e tutto quanto – anche il piano, anche e di più la voce – è come avvolto da un alone di distorsione. Benché Clapton vi figuri come ospite (in due brani), questa riedizione di British Blues più che Slowhand fa venire in mente i Black Keys: ascoltare una cazzutissima Ride ’Em On Down per credere. Dirla “moderna” sarebbe magari troppo, “attuale” è abbastanza.

Ci credereste? Molto più che di Keith Richards, “Blue & Lonesome” è l’album di Mick Jagger. Che riesce nel contempo nel miracolo di non mostrar rughe nella sua voce di settantatreenne e di farci intendere che ora sì che l’ha capito cosa significhi cantare il blues. Non solo: in una collezione in cui un terzo della scaletta proviene dal repertorio di Little Walter, suona l’armonica con un piglio e un gusto da urlo. Così in un’esplosiva Just Your Fool, nella vorticosa I Gotta Go, in un’accorata Hate To See You Go. Laddove vocalmente è al top in particolare in una title track possente e insieme pigra. I due apici assoluti del lavoro: un malevolissimo Hoo Doo Blues (Lightning Slim); una Little Rain (Jimmy Reed) sospesa e strascicata.

Diranno che “Blue & Lonesome” in fondo nulla aggiunge alla leggenda dei Rolling Stones. Lasciateli dire.

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5 commenti

Archiviato in recensioni, Rolling Stones

5 risposte a “The Rolling Stones – Blue & Lonesome (Polydor)

  1. Sonica

    Ho sentito il singolo in radio ed oggi ne parlavo con entusiasmo a pranzo con i colleghi. E’ incredibile come gente che non abbia più niente da dimostrare nella musica riesca a suonare blues sporco con questa bravura, si sente proprio il loro divertimento e la voce di Jagger è irriconoscibile. Comprerò sicuramente il disco e lo ascolterò con mio padre, grande estimatore di jazz & blues perchè sicuramente sarà un regalo strepitoso.
    Chi l’avrebbe mai detto che tirassero fuori simili perle a 70 anni passati?!

  2. Gian Luigi Bona

    Sono veramente contento anche se devo dire che non avevo dubbi che sarebbero riusciti a fare un disco valido e anche più che valido. Adesso li aspetto in concerto al più presto.

  3. DOMENICO MONOPOLI

    mi chiedo : se un disco del genere non l’avessero fatto i Rolling Stones avrebbe avuto tanta “attenzione” mediatica ? Quanti dischi di “blues” simili se non migliori, pubblicati da altri artisti e band, sono considerati molto meno o ignorati?

    • La domanda è retorica, nel senso che non tiene conto del vissuto degli Stones, che è ciò che dà rilevanza all’album al netto del suo essere comunque un ottimo lavoro. E’ ovvio che un ipotetico disco identico fatto da dei perfetti sconosciuti passerebbe inosservato o, al massimo, attirerebbe l’attenzione solo degli specialisti della materia.

  4. Domenico qui sopra non ha tutti i torti. Però il disco sembra eccellente, e tanto basta, a mio avviso.
    Grazie Eddy.

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