La cospirazione di Willard Grant (in memoria di Robert Fisher, che ci ha lasciati tre giorni fa)

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Regard The End (Glitterhouse, 2003)

D’accordo: ci sono in circolazione i Grandaddy che – ehi! – non sono mica male. Ma è dalla lontanissima epoca in cui fecero capolino alla ribalta gli ZZ Top che un barbone non si affacciava con tanta autorevolezza sulla storia del rock. Acquisizione che si suppone recente, visto che nelle foto circolate all’altezza dell’album in studio precedente (“Everything’s Fine”, AD 2000) non ve n’era traccia, il foltissimo pelo dona non poco alla faccia quadrata di Robert Fisher e viene qui chiamato in causa non oziosamente, siccome mi pare si possa farlo assurgere a simbolo di un’attitudine estetica squisitamente démodé di cui “Regard The End” è prodotto esemplare. Piccolo capolavoro fuori dal tempo e che per questo non invecchierà, degno erede di una tradizione cui fa capo la Band immortale di “Music From Big Pink” e che ha avuto in anni più recenti degni epigoni in Walkabouts e Giant Sand, Wilco e Nick Cave. Di quest’ultimo, gettando ponti fra “Kicking Against The Pricks” e “Murder Ballads” (disco più interessante nel concetto che nella resa: tutt’altri esiti qui), risuonano echi evidenti perlomeno in una The Ghost Of The Girl In The Well in cui PJ Harvey si chiama Kristin Hersh e nel blues minaccioso e dolente insieme di Another Man Is Gone. Dei primi citati c’è in carne e ossa Chris Eckman, amico di vecchia data di Fisher (quasi svanito quello che finora era stato l’unico altro Cospiratore fisso, vale a dire Paul Austin), che di The Trials Of Harrison Hayes, della malinconica ossessione di Fare Thee Well, del passo strascicato e dell’innervarsi di elettricità, in un apocalittico salire da puritana fine del mondo, di The Suffering Song sarà stato probabilmente pure un po’ geloso. Roba forte, roba che un Greil Marcus d’antan potrebbe allestirci un altro capitolo dell’indagine sull’America (se Melville, Thoreau, Mark Twain fossero arrivati a scrivere di rock’n’roll) imbastita in Mystery Train. E chissà.

Valgo poco io al confronto e comunque ci vorrebbero altri spazi. Approfitto di quello che mi resta per dire della poetica raffinatezza di impianti strumentali in cui, per creare questo country alternativo sul serio (la crepuscolare giostrina di Day Is Passed And Gone sarebbe stata perfetta per l’ultimo Johnny Cash), si rincorrono archi, plettri e piano, melodica, basso, percussioni, ogni tanto uno sbuffo di tromba (Dennis Cronin) esalato dall’anima perduta di Chet Baker. Per annotare che Beyond The Shore è una canzone che avrebbe potuto scrivere Bob Dylan fosse stato Leonard Cohen. Che in un mondo migliore la solare parentesi di Soft Hand, ritmo squadrato ed elastico e coretti irresistibili, sarebbe presenza fissa su qualsiasi radio. Un classico, fatto della materia dei classici.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003.

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There But For The Grace Of God (Glitterhouse, 2004)

Se Bob Dylan diventasse Leonard Cohen, ma si facesse pur sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra omicide ballate alla Nick Cave e più distesi (ma pur sempre di norma malinconici) folk-rock alla Walkabouts, ecco, il risultato potrebbe chiamarsi Willard Grant Conspiracy: cinque album finora, via via più acclamati e con dunque un apice di applausi per l’ultimo (2003) “Regard The End”. E adesso, per coloro che se li fossero incredibilmente persi nonostante la frequentazione di queste pagine (che diamine! di Fisher e sempre variabili soci abbiamo persino pubblicato un live, allegato a uno degli ultimi “Extra”: perché li amiamo sul serio), un utile e cospicuo (un solo CD, ma pochi secondi meno di ottanta minuti) riassunto. Ci sono molti classici, ma magari in versioni diverse da quelle già note, qualche rarità, qualche gemma ben scelta di cui non si era colta del tutto, al primo giro, la luccicanza. Racconta Robert Fisher che quando portò alla Ryko il demo di quell’epopea chiamata The Trials Of Harrison Hayes gli dissero: “Stai cominciando a scrivere canzoni sul serio senza tempo”. Avevano ragione ma avevano torto. Aveva iniziato da un po’.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.606, gennaio 2005.

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Ghost Republic (Loose Music, 2013)

La cospirazione di Willard Grant tesse le sue trame dal 1995 (allora a Boston, dal 2006 nel deserto californiano) e uno e sempre uno è il congiurato principale: il cantante Robert Fisher, nel cui faccione quadrato il tempo va scavando rughe come canyon, mentre la barba ormai completamente candida da lungi ha assunto dimensioni da ZZ Top. Non aspettatevi la stessa musica, per quanto con i Texani il nostro uomo condivida certamente non poche radici, musicali e più in generale culturali. Per quanto con il primo complice importante, il chitarrista Paul Austin, dividesse in precedenza un gruppo, tali Flower Tamers, da catalogare alla voce “noise”. E i Willard Grant Conspiracy? Diversi anni fa, scrivendone su altre colonne, li raccontavo come un’ipotesi di Bob Dylan che diventa Leonard Cohen ma si fa sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra ballate omicide alla Nick Cave e più rilassati, ma comunque malinconici, folk-rock alla Walkabouts. Descrizione che resta valida, moltissimi fiancheggiatori – trattasi di collettivo nel quale sono arrivati a ruotare anche venti componenti – e molti album dopo. Può però saltuariamente capitare che un collaboratore emerga e diventi un equivalente di ciò che fu Austin (oggi un membro proprio dei Walkabouts). È da qualche tempo il caso del violista David Michael Curry, in “Ghost Republic” anche qualcosa più che un semplice braccio destro.

Lavoro nato dall’invito rivolto a Fisher a contribuire a un volume di versi con come oggetto la città fantasma di Bodie, si è fatto in corso d’opera un film oltre che un libro e un disco capace di vivere tranquillamente da solo: collezione di canzoni (anche alcuni strumentali) austere quanto raffinate, ora cupe, ora semplicemente arrese a una crepuscolare tenerezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.346, settembre 2013.

3 commenti

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3 risposte a “La cospirazione di Willard Grant (in memoria di Robert Fisher, che ci ha lasciati tre giorni fa)

  1. Ciao, in che senso il disco citato da te di N. Cave è più interessante che nella resa?

    • Riportare in auge le cosiddette “murder ballads”, sottraendole agli archivisti del folk e inserendole in un contesto pop-rock, fu opera meritoria, ma sulla resa avrei molto da ridire. L’ho sempre trovata un po’ troppo istrionica. Di solito Nick Cave è uno che si mette a nudo. Lì invece è solo un bravo attore.

  2. Grazie per aver trovato il tempo per rispondere, ho capito cosa pensi.

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