Archivi del mese: dicembre 2016

Angel Olsen – My Woman (Jagjaguwar)

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Racconta la cantautrice americana più “hot” del momento che questo che è il suo terzo (o quarto, a seconda che si conti o no un esordio reperibile dapprima solo in cassetta e poi ristampato solo in vinile) album in studio è stato concepito come si usava un tempo con i 33 giri: come un disco di due metà, nel caso specifico chiaramente distinte l’una dall’altra. Se in effetti “My Woman” cambia di passo all’altezza della sesta delle dieci tracce in programma, va però annotato che la versione in formato LP presumibilmente fa iniziare il secondo lato (questione di minutaggio; non mi è stato possibile verificare ma sono certo che sia così) con la settima canzone: e come la mettiamo, allora? Resta in realtà valido il discorso della Olsen: quello che è a oggi il suo lavoro più variegato – e maturo, nel senso classico del termine – si propone puntando ad allargare una platea che fino a ieri era quella tipicamente indie, salvo poi alzare il livello di attenzione richiesto per una sua fruizione piena. Sorta di paradossale selezione alla porta attuata all’uscita invece che in ingresso.

Stupore anche per la scelta dei singoli designati a promuovere l’opera. Passi il folk che trasmuta in rock piuttosto aggressivo Shut Up Kiss Me, ma come si spera di catturare un pubblico nuovo con la liquida grana elettronica di Intern e i quasi otto minuti di acidume alla Mazzy Star di Sister? Tant’è. Io avrei puntato sul folk-rock di ottimo “pop appeal” Never Be More, su una Give It Up quasi R.E.M., su una Heart Shaped Face dal pigro twang alla Norah Jones. Per quanto, dovendo scegliere due apici, candiderei piuttosto l’epopea peregrinante da una tastiera chiesastica a una chitarra pinkfloydiana della quasi traccia omonima Woman e una drammatica Pops per piano e voce distorta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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Audio Review n.382

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È in edicola il numero 382 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di A Tribe Called Quest, Paolo Conte, Lee Fields & The Expressions, Howe Gelb, Albert Hammond, Damien Jurado & Richard Swift, Lambchop, NxWorries, Silver Apples,  Kathryn Williams & Anthony Kerr e Wolf People, di una raccolta di Robbie Robertson e di recenti ristampe di James Brown, DJ Shadow e Yoko Ono. Nella rubrica del vinile ho scritto diffusamente di Eugenio Finardi e dei suoi “40 anni di musica ribelle” e più in breve del Tom Tom Club.

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Teenage Fanclub – Here (PeMa)

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L’unione fa la forza e amicizia e talento fanno il resto nel caso dei Teenage Fanclub, con questo undici lavori in studio e non si rinuncerebbe a cuor leggero a uno. Curiosa parabola quella del gruppo fondato nell’89 da Norman Blake, Raymond McGinley e Gerard Love. Con un primo album – “A Catholic Education”, del 1990 – caotico e fragoroso, e poco rappresentativo di quel che sarà, si ritrovavano a cavalcare l’onda del grunge e sembrava che sarebbero diventati famosissimi quando il successivo “Bandwagonesque” capeggiava la playlist di “Spin” nell’anno, fra il resto, di “Nevermind” e “Loveless”. Vendeva anche discretamente, ma da lì sarebbe stata discesa di consensi – pure critici: assurdo – mentre per pochi fortunati la band scozzeze diventava un culto, una collezione via l’altra di power pop che in un mondo più sensato dovrebbe essere ovunque. E invece…

Architrave di un canone formidabile è che tutti e tre i membri fondatori siano compositori di vaglia che si dividono in armonia il repertorio. Scrivo in anticipo sull’uscita fisica di “Here”, con a disposizione solo i file audio e pochissime altre informazioni, e non ho dunque idea di chi abbia firmato cosa. Quel che so è che Darkest Part Of The Night – melodia sontuosa che più che ai Big Star (eroi dei nostri eroi, al punto che chiamavano un loro disco “Thirteen”) rimanda ai Fleetwood Mac di “Rumours” –  è una delle canzoni insieme più stilose e irresistibili ch’io abbia ascoltato da molto tempo in qua. Da chiunque. E che valgono pochissimo di meno la sentimentale con vivacità I’m In Love, la dolente I Have Nothing More To Say (avrebbe potuto scriverla Gram Parsons), una The First Sight degna dei primi CS&N, una malinconica e dolcissima With You. Oh… le tracce in programma sono dodici e avrei potuto citarle tutte.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.379, settembre 2016.

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Gli anni selvaggi di Tom Waits (con successive variazioni sul mulo)

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Swordfishtrombones (Island, 1983)

OK, mancano i sax, come fece notare l’autore presentandolo come una conquista, e però in compenso ci sono trombe e tromboni, corni e cornamuse. E poi, predominanti sugli arnesi consueti del rock, harmonium, banjo, coppe di vetro, percussioni di ogni tipo: anche africane, anche industriali. Il cambiamento posto in atto dal primo LP per la Island dopo i sette su Asylum è evidenziato già dall’elenco degli strumenti usati per declinare una musica caleidoscopica e sapientemente disarticolata, coacervo di folk improbabili e cabaret, marcette circensi, blues sciamanico, ballate come incantesimi che fermano il tempo.

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Rain Dogs (Island, 1985)

Avendo sparato alla luna con quello che in molti tuttora percepiscono come un secondo esordio, Tom abbassa il tiro recuperando, fra contorsionismi ed elegie, una forma più classica di canzone. Classicissima in un tris di brani (Hang Down Your Head, Time, Downbound Train) da Springsteen al top. È il disco newyorkese (ma c’è dentro pure tanta New Orleans) dell’artista californiano, cui dà man forte un parterre de rois di musicisti da non crederci. Basti dire che le chitarre sono affidate a Marc Ribot, Chris Spedding, G.E. Smith, Keith Richards.

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Franks Wild Years (Island, 1987)

Tesi, antitesi, sintesi: quella che finisce per delinearsi come una trilogia con protagonista quel Frank Leroux che compariva per la prima volta in scena per l’appunto in “Swordfishtrombones” trova qui compimento e un insuperabile punto di equilibrio. Lavoro che mischia scampoli sinatriani e ballate western, gite sul Bosforo e music hall surrealista, rumbe e siparietti felliniani, ninnananne e jazz da freaks nell’accezione Tod Browning del termine.

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Bone Machine (Island, 1992)

È il disco più percussivo e sperimentale del Nostro, il più frenetico, rumoristico, atonale, con punte di autentica cacofonia. Nondimeno tutto si tiene, in forza di una teatralità spinta come non mai e di una scrittura capace di piegare ai suoi scopi la forza primordiale del suono. Opera ansiogena e persino apocalittica con nei risvolti però un lirismo che punta il cuore e la giugulare con pari precisione. Grammy Award come “Best Alternative Music Album”.

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Mule Variations (Anti-, 1999)

Sette anni dopo, e alla prima uscita per un’etichetta che più “alternative” non si potrebbe, Tom vince un secondo Grammy, stavolta come “Best Contemporary Folk Album” ed è come dichiarare che nessuno sa davvero dove incasellarlo. Atteso sei anni, “Mule Variations” si fa perdonare con il minutaggio più corposo (70’42”) dell’intero catalogo e con il suo essere a sua volta catalogo di un po’ tutti i Tom Waits ascoltati fino a quel punto. Non il disco più bello del nostro uomo, però uno dei più rappresentativi.

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Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards (Anti-, 2006)

Cinquantaquattro brani (trenta mai sentiti, i restanti presenti giusto nelle collezioni degli esegeti terminali) distribuiti su tre CD e divisi fra pezzi di ascendenze blues e rock, ballate e composizioni più sghembe o spoken. Negli annali della popular music solamente il Bruce Springsteen di “Tracks” può vantare un’antologia di “scarti” di paragonabile livello.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011. Waits festeggia oggi il suo sessantaseiesimo compleanno.

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Wop bop a loo bop a lop bam boom! E sono ottantaquattro per Little Richard

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Che il Diavolo faccia le pentole, si sa. Che ai coperchi provveda talvolta il Dirimpettaio è evenienza rara, ma si danno dei casi in cui è accaduto e mai tanto clamorosamente come con l’uomo nato Richard Wayne Penniman e infinitamente meglio noto come Little Richard. La storia è uno degli episodi cardine dell’aneddotica del rock primigenio ma tant’è, c’è sempre qualcuno da istruire o cui rinfrescare la memoria e allora rieccola, in brevissimo. Nel 1957, nel pieno di un tour australiano e all’apice del successo (tredici le hit consecutive nella classifica R&B di “Billboard”, undici delle quali replicate in quella pop), l’uomo che in quel momento contende a Elvis il titolo di re del rock’n’roll è colto da crisi mistica e si ritira in Alabama, per dedicarsi a studi biblici. Immaginarsi le lodi a Domine Iddio dei suoi discografici che, speranzosi che non sia che una delle tante mattane del performer più colorato, irriverente e sessualmente ambiguo (ehm… si fa per dire) che mai abbia calcato palcoscenico, per un paio di anni si arrabattano svuotando i cassetti e ricavandone ancora quei quattro o cinque successi nemmeno tanto minori, per poi inevitabilmente arrendersi. Messo assieme in questo modo e pubblicato nel marzo 1959, “The Fabulous” risulta a quel punto il terzo LP in studio dell’artista di Macon e, antologie e live esclusi, resterà l’ultimo di musica secolare fin quasi alla fine del decennio successivo. È un disco gradevole ma inevitabilmente un po’ raffazzonato, cui non giovano i cori femminili aggiunti a posteriori e nei cui solchi l’esplosivo rock’n’roll che ha già consegnato il Nostro agli annali della popular music si prende a tratti qualche pausa. Non si tratta di mera curiosità per completisti, ma insomma…

Sorpresa! A fare consigliare l’acquisto di questo CD griffato Hoodoo e distribuito Egea è il secondo dei due lavori che contiene, un “It’s Real” datato 1961 e talmente misconosciuto da venire ignorato da diverse discografie e dalla pur chilometrica scheda che Wikipedia dedica all’autore. Incredibile a dirsi e tanto di più considerando che ad accompagnare il titolare nei suoi dodici brani sono Quincy Jones e la sua orchestra, niente di meno. Premesso che non è ovviamente questo virato gospel il Little Richard destinato all’immortalità (quella degli uomini, dell’altra non possiamo sapere), l’album è interessante, intenso, non formulaico nemmeno alle prese con i titoli più consunti dall’uso.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014. La Regina del rock’n’roll festeggia oggi il suo ottantaquattresimo compleanno.

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The Rolling Stones – Blue & Lonesome (Polydor)

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Dicono che non sarà l’ultimo album dei Rolling Stones e un po’ è un peccato. Non che io nutra sfiducia nella loro capacità di dare un degno successore a “A Bigger Bang”, che già di suo come congedo dagli studi (di congedarsi dagli stadi non ci hanno proprio pensato negli undici anni trascorsi da allora) non sarebbe stato malaccio. Il punto non è quello e chi vivrà ascolterà. Il punto è che una raccolta di cover (primo loro disco, in oltre mezzo secolo, a non contenere nemmeno una canzone autografa) di blues sarebbe stata un modo perfetto per chiudere un cerchio iniziato provando a suonarlo, il blues. Non gli riusciva benissimo e per fortuna, visto che era quell’inettitudine innocente e smargiassa a generare ciò che sono stati. Oggi sì che sono bluesmen provetti e qui ci sono le prove. Dodici.

Dicono che “Blue & Lonesome” sia nato per caso. Erano in sala d’incisione a provare a buttar giù un po’ di tracce per l’album che sarà il successore “vero” di quello dianzi nominato e per scaldarsi cominciavano a pasticciare con qualche pezzo che suonavano quando, monelli imberbi, si esibivano poco distante da quelli che sono oggi i British Grove Studios, di proprietà di tal Mark Knopfler. Ci prendevano gusto e Jagger faceva un salto a casa a scovare nella sua collezione di dischi qualcosa di meno sentito, che i ragazzi potessero trovare fresco e divertirsi a suonare. Dicono che tutto quanto sia stato registrato in tre giorni appena, che per gli standard odierni è nulla ma quando gli Stones cominciarono lo registravi in sei ore un LP. Praticamente dal vivo in studio, senza quasi sovraincisioni, wham bam & thank you ma’am. Dicono. E che sia andata davvero così a noi non dovrebbe importar sega. Ciò che conta è che “Blue & Lonesome” suoni proprio come un disco che chi lo ha messo insieme si è divertito assai a incidere. E che sia un divertimento che si trasmette a chi lo ascolta.

Non aspettatevi gli Stones sgangherati (fantasticamente, eh?) degli esordi. Forse giusto una scintillante Just Like I Treat You (da Willie Dixon) potrebbe plausibilmente confondersi nel primo repertorio. Ma nemmeno quelli che affrontavano le dodici battute con una rilassatezza – come dire? – chimica della prima metà del decennio seguente. Pur essendo capaci di piccole grandi raffinatezze, questi picchiano come dannati. Le chitarre sono aguzze e sferzanti, la batteria punta parimenti la giugulare e tutto quanto – anche il piano, anche e di più la voce – è come avvolto da un alone di distorsione. Benché Clapton vi figuri come ospite (in due brani), questa riedizione di British Blues più che Slowhand fa venire in mente i Black Keys: ascoltare una cazzutissima Ride ’Em On Down per credere. Dirla “moderna” sarebbe magari troppo, “attuale” è abbastanza.

Ci credereste? Molto più che di Keith Richards, “Blue & Lonesome” è l’album di Mick Jagger. Che riesce nel contempo nel miracolo di non mostrar rughe nella sua voce di settantatreenne e di farci intendere che ora sì che l’ha capito cosa significhi cantare il blues. Non solo: in una collezione in cui un terzo della scaletta proviene dal repertorio di Little Walter, suona l’armonica con un piglio e un gusto da urlo. Così in un’esplosiva Just Your Fool, nella vorticosa I Gotta Go, in un’accorata Hate To See You Go. Laddove vocalmente è al top in particolare in una title track possente e insieme pigra. I due apici assoluti del lavoro: un malevolissimo Hoo Doo Blues (Lightning Slim); una Little Rain (Jimmy Reed) sospesa e strascicata.

Diranno che “Blue & Lonesome” in fondo nulla aggiunge alla leggenda dei Rolling Stones. Lasciateli dire.

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