La Heavy Music del giovane Bob Seger

Bob Seger è in una relazione complicata con il suo passato remoto e non da oggi, che gli anni sono settantatré e la salute vacilla, tant’è che il tour che doveva promuovere l’ultimo e orrendo “I Knew You When” durava poche date prima di venire interrotto. Sta per riprendere, dovrebbe concludersi in maggio, sarà l’addio alle scene. Ma dicevo: l’uomo che fra il ’75 e l’84 contese a Springsteen il primato in materia di rock “blue collar” (“Against The Wind” andava al numero 1 USA a inizio 1980, “The River” capeggerà la graduatoria a fine anno; entrambi sono certificati quintuplo platino) ha rimosso quasi tutto quanto precedette l’exploit, artistico prima che commerciale (non entrava nemmeno nei Top 100, le vendite rilevanti le ha accumulate dopo), di “Beautiful Loser”, 1975. Dei sette LP che lo precedettero solo “Smokin O.P.’s” è in catalogo, tre sono stati ripubblicati un’unica volta in digitale e mai più ristampati e tre addirittura mai hanno goduto di una riedizione ufficiale in CD. E questo non per problemi con le case discografiche ma per volere dell’autore e dire che del lotto fanno parte lavori notevoli, se non capolavori, quali “Ramblin’ Gamblin’ Man” (1969), “Mongrel” (1970), “Seven” (1974).

Figurarsi l’opinione che può avere il nostro uomo della manciata di singoli che pubblicava fra il ’66 e il ’67, poco più che ventenne, per la Cameo. Non c’è lui dietro questa “Heavy Music” che è che la prima raccolta ad antologizzarli, ma perlomeno non l’ha bloccata. Dovrebbe essere più indulgente con se stesso, divertirsi come ci divertiamo noi con l’esilarante proto-punk già alla MC5 della traccia omonima, il garage all’LSD East Side Story, una formidabile mimesi di Dylan chiamata Persecution Smith, parodie di Beach Boys e James Brown come Florida Time e Sock It To Me Santa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, ottobre 2018. L’artista compie oggi settantaquattro anni.

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The Specials – Encore (UMC)

Probabilmente i più sbalorditi sono loro: esce il primo album degli Specials a diciotto anni dal precedente, ventuno dall’ultimo che non fosse una raccolta di cover e, soprattutto, trentanove – !!! – da quel “More Specials” che ne suggellava la breve epopea, tolta la stupenda postilla dell’84 “In The Studio”, che però vedeva il leader Jerry Dammers fare a meno di quasi tutti gli altri e usare una ragione sociale diversa (The Special A.K.A.), e che succede? Dritto al numero 1 della classifica UK. Quando fra il ’79 e l’80 i primi due, epocali LP – l’omonimo e “More” – si arrestarono al quarto e quinto posto e non vale notare che i tabulati delle vendite riportavano mediamente ben altri numeri rispetto agli odierni, che oggi per i conteggi valgono download e streaming e così via: la performance resta impressionante e forse e tanto conterà che il disco è uscito in un momento così particolare per un Regno Unito in ansia per una Brexit sui cui effetti c’è un’unica certezza: comunque vada sarà un insuccesso. E in tempi cupi cresce il bisogno di anticorpi, di voci positive. We Sell Hope, recita il titolo della decima e ultima traccia, pigro incantesimo, saluto ecumenico a uomini e donne di buona volontà.

È un disco riuscito, “Encore”, abbastanza da potersi definire il legittimo erede di “More”, smentendo dunque per la prima volta l’assunto che un gruppo senza Dammers non possa chiamarsi Specials. La voce di Terry Hall, la chitarra ritmica di Lynval Golding, il basso di Horace Panter (i tre membri originali presenti) e una scrittura di apprezzabili qualità e varietà, fra funk e rocksteady, dub poetry e languide ballate profumate di jazz e di soul lo qualificano come tale. Manca quasi all’appello lo ska e va bene lo stesso. Circola a € 3 in più una “Deluxe” con allegato un recente live: merita.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Audio Review n.408

È in edicola dall’inizio della scorsa settimana il numero 408 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album in studio di Finn Andrews, Daniel Blumberg & Hebronix, Cinematic Orchestra, Drums, Steve Earle & The Dukes, Howe Gelb, David Gray, Damien Jurado, Meat Puppets, Mekons, Panda Bear, Eli “Paperboy” Reed, Rustin’ Man e These New Puritans e di una ristampa di Fred Neil. Nella rubrica del vinile ho omaggiato il recentemente scomparso Scott Walker.

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The Long Ryders – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)

I Long Ryders si scioglievano nel 1987, poco dopo avere pubblicato il terzo album, sicché il tour che promuoveva “Two Fisted Tales” era anche quello del congedo. Racconta il cantante e chitarrista Sid Griffin, portavoce del gruppo (leader no, nel quartetto tutti hanno sempre offerto un apporto compositivo oltre che strumentale), che in quell’ultimo valzer dava loro man forte e non per la prima volta Larry Chatman, quinto componente non ufficiale che si divertiva così tanto da promettere che “ragazzi, un giorno vi ripagherò”. Ci ha messo oltre trent’anni ma è stato di parola e che razza di modo ha trovato per sdebitarsi: una settimana con lo studio di registrazione di Dr. Dre, di cui Chapman è da lungi l’assistente personale, a totale disposizione della band, gratis. Come dire che è stato un multimilionario dell’hip hop a pagare il ritorno sulle scene discografiche (nel tempo c’erano state occasionali rimpatriate live) di questi padri fondatori dell’alt-country generati, nei primi ’80, da quella scena neo-psichedelica che andava sotto il nome di Paisley Underground. Buffo, no?

Come se “Two Fisted Tales” fosse una faccenda di due, e non trentadue, anni fa. Si riprende da dove ci si era interrotti, dai Byrds apocrifi (quelli che con “Sweetheart Of The Rodeo” canonizzavano il country-rock) con un surplus di energia di Greenville e fino al congedo con una traccia omonima che gira in Americana i Beatles di Tomorrow Never Knows non si segnala un brano sottotono. Le armonizzazioni di Let It Fly e lo stellare folk-rock Make It Real, il power pop What The Eagle Sees e una The Sound alla Born To Run appena prima che Walls omaggi Tom Petty inducono a un’affermazione forte: il migliore album dei Long Ryders dopo l’esordio dell’84 “Native Sons”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.406, febbraio 2019. I Long Ryders saranno da domani in Italia per un breve tour di tre date (19, 20 e 21, rispettivamente a Chiari, Sarzana e Ravenna).

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Vent’anni fa – Il Tom Waits di “Mule Variations”

L’attesa è stata lunga come mai in precedenza: sei anni, che diventano sette se si mette in conto l’atipicità di “The Black Rider”, colonna sonora per una produzione teatrale tedesca di Robert Wilson, e si elegge a vero predecessore di “Mule Variations” lo spigoloso, dolente, quasi apocalittico, “Bone Machine”, datato 1992. C’era in realtà da metterlo in preventivo. Già al precedente cambio di etichetta, dalla Asylum alla Island, Waits aveva fatto trascorrere tre anni fra l’ultimo disco di un ciclo e il primo di quello seguente, dando alle stampe nel frattempo una colonna sonora (quella del disastro coppoliano “One From The Heart”). Era più difficile, e anche poco sensato, aspettarsi una seconda rivoluzione alla “Swordfishtrombones” nell’universo waitsiano: evento probabilmente irripetibile per un artista sulla soglia dei cinquant’anni e con già tanti capolavori alle spalle. A patto di non cercare in esso, irragionevolmente, nuovi sommovimenti epocali, “Mule Variations” inaugura il contratto con la Anti- (succursale Epitaph) ripagando ampiamente la pazienza degli appassionati.

L’unica novità proposta è relativa: è questo un album che opera una sintesi inedita fra il Tom Waits romantico e scapigliato dei ’70 e quello sperimentale del decennio successivo. Tracce del primo sono individuabili in quelle romantiche ballate springsteeniane che sono Hold On e House Where Nobody Lives come pure, non fosse la voce da licantropo triste, in Georgia Lee. Altrove prevale il Waits sublimemente sgangherato degli ’80: un po’ Bo Diddley, un po’ (tanto) Captain Beefheart. In piena Mitteleuropa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 191, maggio 1999. Ricorre oggi l’esatto ventennale della pubblicazione dell’album.

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The Lemonheads – Varshons II (Fire)

A un certo punto lo ha capito pure lui: meglio quando fa l’interprete chi a metà ’90 era la rockstar più desiderata di America, il sex symbol della generazione del grunge, che non come autore. Delle… cinque?.. incisioni più memorabili di un gruppo che fu tale solo per un paio di anni e un album, per poi farsi un marchio, già tre erano delle cover – “Luka” di Suzanne Vega, “Different Drum” di Mike Nesmith e “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel – prima che nel 2009 Evan Dando desse alle stampe il primo “Varshons”, collezione tutta di materiali altrui. Era appena il secondo lavoro in studio del secolo nuovo a nome Lemonheads dopo che tre anni prima la ragione sociale era stata riesumata, a sorpresa, per un album omonimo, il primo dal ’96 e dopo che Evan Dando aveva provato a giocarsi, tre anni prima ancora, la carta della carriera solistica.  Senza tornare il divo che sarebbe stato non avesse ceduto di schianto a certe pessime abitudini.

Oggi il quasi cinquantaduenne bostoniano, barbone grigio a celare in parte lineamenti meno rovinati di quanto non ci si aspetterebbe per la vitaccia che ha menato troppo a lungo, porta ancora in giro la sigla Lemonheads e se lo becchi nella serata giusta il divertimento, oltre alla lacrimuccia nostalgica, è assicurato. Buona fortuna a chi ci proverà nelle due date italiane fissate per fine febbraio. Licenziato a dieci anni dal primo, il secondo “Varshons” è al pari piacevole e prescindibile. Convincente sia quando trasfigura country gli Yo La Tengo di Can’t Forget che quando si mantiene più aderente agli originali, si tratti del Bevis Frond in fissa con gli Hüsker Dü in fissa con i Byrds di Old Man Blank o dello scanzonato beat’n’roll di Magnet degli NRBQ. Chiude con Take It Easy degli Eagles ed è invito che rivolge a se stesso come a noi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 406, febbraio 2019.

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Tutto chiacchiere e niente più distintivo

Lo scorso 15 marzo ricevevo dal Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte notifica dell’avvio di un procedimento nei miei confronti. Quale la mia colpa? Non essermi mai prestato, come tanti dei colleghi che conosco (quasi tutti, a dire il vero) e che sono iscritti all’Albo (diversamente da altri che chiamo colleghi perché come me in qualche modo e misura esercitano la professione giornalistica ma senza – saggiamente – essersi mai iscritti a un ordine eccelso soprattutto nel tutelare sempre e soltanto i già tutelati), alla farsa della cosiddetta “formazione continua”. Farsa che prevede che si seguano, di persona o anche on line, corsi per lo più di spettacolare inutilità al fine di accumulare crediti che certifichino che, per l’appunto, ti stai mantenendo aggiornato. Corsi talvolta gratuiti e talvolta non proprio, come avrete modo di apprendere proseguendo nella lettura, e che da quando sono stati istituiti hanno avuto più che altro la funzione di creare un notevole indotto in un ambito in cui è normale che il redattore di un quotidiano nazionale percepisca mensilmente uno stipendio di varie migliaia di euro, con tredicesima, quattordicesima, ferie pagate e assortiti bonus mentre il ragazzino, che magari tanto ragazzino non è, che lavora non assunto per il medesimo giornale viene pagato dieci euro a pezzo. Indovinate, fra i due, chi si preoccupa maggiormente di tutelare il pregiato Ordine Nazionale dei Giornalisti.

Era da un bel po’ che meditavo di smettere di versare annualmente il mio obolo a un’istituzione nella quale da tempo non ripongo più alcuna fiducia (finirò per dare ragione a chi sostiene che sia il caso di abolirla: perché giornalista è chi giornalista fa e per tutto il resto ci sono, o dovrebbero esserci, i sindacati) e l’invito cortesemente fattomi a prestarmi a un simulacro di processo che si sarebbe probabilmente concluso, farsa nella farsa, con la radiazione dall’Albo mi ha spinto ad anticipare il prevedibile finale, dimettendomi io. Con questa lettera, inviata ieri con raccomandata a.r. al presidente del Consiglio di Disciplina di cui sopra. Ci tenevo a condividerla con chi mi fa la cortesia di leggermi: da poco, qualche mese o anno, avendomi scoperto proprio grazie a questo blog, o magari sin dal lontanissimo 1983. O, chissà, forse oggi per la prima volta.

P.S. – In realtà il distintivo ho deciso di tenermelo, col cazzo che glielo restituisco con tutti i soldi che stoltamente ho dato all’Ordine dacché mi iscrissi, ventisette anni fa, ma sono uno che non ha mai saputo resistere alla tentazione di un titolo a effetto.

Ho pubblicato il mio primo articolo su un mensile a diffusione nazionale nel febbraio 1983. Solo dopo averne firmato molte centinaia di altri decisi, nel febbraio 1992, di iscrivermi all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Elenco Pubblicisti. Lo feci, conscio che la cosa non mi avrebbe procurato nella pratica beneficio alcuno, unicamente perché persuaso – all’epoca; nel tempo mi avete dato non poche occasioni di dubitare di questo mio convincimento – della giustezza dell’esistenza di un ordine professionale a tutela di quanti fanno della professione giornalistica un’occupazione, principale o secondaria che sia.

Da quel febbraio 1992 gli articoli firmati, su una ventina fra riviste diffuse in edicola e siti internet, sono diventati parecchie migliaia. Tolto un periodo di cinque anni durante i quali, su richiesta della proprietà, assunsi l’incarico di direttore responsabile di una piccola testata locale nella quale già facevo funzione di direttore editoriale, avere in tasca il tesserino dell’ordine non mi è mai servito a niente. Quando si è trattato di sollecitare editori che ritardavano eccessivamente i pagamenti, o si dimenticavano proprio di effettuarli, ho fatto ricorso ai servigi di un legale mio amico e mai a quelli che l’Ordine eventualmente offre. E in trentasei anni mai ho ricevuto una querela per un qualcosa da me firmato.

Trentasei anni che includono i ventisette durante i quali sono stato iscritto all’Ordine, e di conseguenza all’Associazione Stampa Subalpina, continuando a versare ogni anno il mio obolo a questo e a quella per – posso dirlo adesso – stupido idealismo. Meditai di dimettermi una prima volta proprio quando qualcuno pensò bene di stabilire un obbligo di aggiornamento professionale continuo per gli iscritti all’Albo, per tramite di corsi per lo più a pagamento e di utilità per lo più nulla, eccetto per l’indotto che si è così creato e che permette a molti di lucrarci su. Io mi occupo di critica musicale. Recensisco dischi, scrivo articoli monografici, ho pubblicato a oggi diciassette libri e offerto contributi a una mezza dozzina di altri. Vorrei proprio trovarmi davanti uno che mi insegna come si scrive una recensione: così, tanto per farmi due risate. O che prova a migliorare il mio più che decente inglese con un corso di lingua specializzato per giornalisti, del valore di 16 crediti e al modesto costo di € 380, per ben trenta ore di tempo che posso usare facendo altro e gratis, o persino facendomi pagare io. Offerta casualmente pervenutami – come quella a imparare a usare Instagram (come se un qualunque imbecille non fosse perfettamente in grado di fare da sé), a € 162 per giorni due e crediti 16 – nei giorni immediatamente successivi al ricevimento della vostra cortese missiva.

Confesso che un po’ ero tentato di presentarmi – magari assistito da un legale di fiducia, come mi informate essere mio diritto – alla convocazione fattami per lunedì prossimo 15 aprile presso il Consiglio di Disciplina per offrire “motivazioni plausibili che giustifichino la mancata osservanza dell’obbligo formativo nel triennio 2014-2016”. O quantomeno di scrivere, sempre come da indicazioni vostre, una memoria difensiva. Ma si dà il caso che il mio amico avvocato sia ormai felicemente in pensione e io non voglia disturbarlo. Si dà altresì il caso che il sottoscritto non abbia tempo da perdere, e magari voi nemmeno, per una questione tanto risibile. Sul perché non abbia mai frequentato un corso formativo credo di essere stato abbastanza esplicito. Non mi presenterò e mi rimarrà dunque la curiosità di sapere a quale pena terribile sarei andato incontro, se all’amputazione di una mano, a una fustigazione, a una banale multa. O se vi sareste limitati a chiedermi di fare solenne ammenda e magari recuperare il tempo perduto – che so? tre anni in uno, come certi studenti un po’ pigri o tardi di comprendonio – frequentando corsi dopo corsi, qualcuno persino gratuito e gli altri ai prezzi di cui sopra. Chissà. I miei dieci centesimi li avrei comunque scommessi su una radiazione e allora vi anticipo.

Prima che procediate voi a espellermi mi dimetto io, con questa lettera, dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Solo, non chiedetemi di restituire il tesserino. Quello me lo tengo, in commosso ricordo delle migliaia di euro che vi ho versato nell’arco di ventisette anni in cambio, nei fatti, di un bel niente. E vorrà dire che dal 2020 (dandosi il per me sfortunato caso che per il 2019 già abbia pagato quanto dovuto) risparmierò quei 170 euro all’anno. Avrei dovuto tagliare questo inutile costo già tanto tempo fa, ma pazienza. Mi è di consolazione sapere che in tanti si comporteranno come me.

Distinti saluti.

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