Audio Review n.449

È in edicola “Audio Review” di gennaio. Contiene mie recensioni degli ultimi album di Black Lips, Broken Bells, Alela Diane, Essential Logic, Gilla Band, Micah P. Hinson, Leftfield, Orielles, Phoenix, Plains, Dawn Richard & Spencer Zahn, Rival Consoles, L.A. Salami, Skullcrusher e Indigo Sparke e di una ristampa di Neil Young. Nella rubrica del vinile ho dedicato una pagina ai Soul Asylum.

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I migliori album del 2022 (11): Dehd – Blue Skies (Fat Possum)

Amor ch’a nullo amato amar perdona induceva nel 2015 Emily Kempf e Jason Balla a porre le basi per un futuro condiviso artistico oltre che domestico. Lasciavano allora le band in cui suonavano (due a testa!) rispettivamente basso e chitarra per fondarne una loro che completavano chiedendo al comune amico Eric McGrady di sistemarsi dietro una batteria (strumento di cui per inciso era completamente a digiuno) costituita unicamente da un timpano e un rullante. Catalogabile alla voce surf-punk, l’omonimo debutto del 2016 sarebbe potuto restare il loro unico album se i due avessero deciso, quando l’anno dopo si separavano, di sciogliere contestualmente il gruppo. Optavano invece per (come si suol dire) “restare amici” e fare di dolore e rimpianto, tenerezza e rabbia il carburante emotivo nel 2019 di “Water”. Buon per loro e per noi, siccome quel disco li promuoveva da un’onesta serie B a un’ideale Major League dell’indie USA.

Lei cita come influenze James Brown, Roy Orbison e Dolly Parton, lui Cocteau Twins, Broadcast e Cate Le Bon, ma tolta quest’ultima bravo chi riesce a trovarne pur minime tracce in un album sulla falsariga del precedente (2020) “Flower Of Devotion”. A parte che l’asticella si alza ancora e il peculiare sound del trio, apparentemente sgangherato e al contrario sublime meccanismo a orologeria in cui ogni ingranaggio contribuisce al moto perpetuo dell’assieme, raggiunge la perfezione. Immaginate di fondere il minimalismo ritmico e ultra-melodico degli Young Marble Giants e la psichedelia post-punk dei Soft Boys, shakerate e otterrete un distillato della leggendaria classe dell’86 UK. Non ascolterete quest’anno una canzone più irresistibile di Bop, in tutti i suoi novanta cretinissimi e gloriosi secondi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

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I migliori album del 2022 (12): Fantastic Negrito – White Jesus Black Problems (Storefront)

Ha due livelli di lettura il quarto album di Xavier Amin Dphrepaulezz, in arte Fantastic Negrito. Uno più superficiale, che vale soprattutto per noi non di madrelingua che ai testi badiamo meno che agli spartiti e che bomba di disco è, musicalmente? Di fruizione ancora più immediata del precedente “Have You Lost Your Mind Yet?”. Epidermico – e nondimeno cresce con gli ascolti: a dismisura – persino in un brano di grande complessità quale l’iniziale Venomous Dogma: che è tre canzoni in una, serenata per archi che dopo un paio di minuti si trasforma in un vibrante spiritual salvo infine virare rock-blues. Figurarsi in Highest Bidder o Trudoo, funkissime; nel festoso doo wop Nibbadip; in quella novella On The Road Again (Canned Heat) che è Oh Betty; in una Man With No Name di afflato liturgico come la conclusiva Virginia Soil. La traccia numero nove di tredici (tre sono però interludi che fungono da raccordi nella vicenda messa in scena) sembra arrivare dal manuale della perfetta ballata da FM anni ’70, completa di (s)folgorante ritornello. Si chiama You Better Have A Gun e basta il titolo a indurre il sospetto che sotto il vestito pop la società statunitense sia messa a nudo.

E già… È un concept, “White Jesus Black Problems”, e la storia che racconta romanzandola è quella di due avi di Fantastic Negrito che nella Virginia coloniale del Settecento riuscivano a formare una famiglia nonostante lui fosse uno schiavo nero, lei una serva bianca a contratto. I figli che nascevano dall’unione appartenevano così alla prima generazione di afroamericani liberi. Un secolo prima della guerra di secessione, il che rende tanto più formidabile una parabola di orgoglio razziale che parlando dell’America di tre secoli fa si rivolge in realtà a quella di oggi. Laddove lo showbiz è disposto a rinunciare a far soldi pur di non farli con un nero che non le manda a dire.

Adattato da Fantastic Negrito: l’artista che visse due volte. Potete leggere l’intero articolo qui.

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“Il” classico di Jeff Beck (24/6/1944-10/1/2023)

Lasciati gli Yardbirds nel novembre ’66, Jeff Beck pubblica alcuni singoli da solista prima di dare vita all’inizio del 1968 al fenomenale gruppo con il quale registrerà questo LP e (con un aggiustamento minimo di formazione) il seguente “Beck-Ola”: Rod Stewart alla voce, Nicky Hopkins al piano, Ron Wood al basso e Micky Waller alla batteria. Pur premiato da un buon riscontro di pubblico (negli USA è quindicesimo ed è certificato disco d’oro) “Truth” in retrospettiva appare opera sottovalutata (nuocerà alla sua fama postuma la qualità ondivaga e i frequenti cambi di direzione della successiva produzione del chitarrista) e non premiata per i suoi meriti nemmeno da vendite comunque modeste se paragonate a quelle di Cream e Led Zeppelin. Resta uno dei migliori esempi di un hard primevo immerso nel blues e capace di maneggiare con gusto folk e psichedelia.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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I migliori album del 2022 (13): Regina Spektor – Home, Before And After (Sire)

Non solo l’ottavo album di Regina Spektor è quello che si è fatto attendere più a lungo ─ sei anni: quanti impiegò a pubblicare i primi quattro ─ ma almeno tre delle sue dieci canzoni sono da una vita in repertorio: Becoming All Alone (echi di Janis Ian) dal 2014; Raindrops (una delizia di girotondo pianistico) e Loveology (ballata orchestrale fra il solenne, il solare e lo stralunato) addirittura da prima che “Begin To Hope” nel 2006 la promuovesse allo stardom  in forza di un programma di rara perfezione e di uno dei singoli più geniali e irresistibili dell’ultimo paio di decenni, o della storia del pop intera. Best seller ma soprattutto long seller, Fidelity, visto che nelle classifiche USA non saliva più in alto di un modesto numero 51 ma a un anno dall’uscita aveva venduto mezzo milione di copie, entro tre settecentomila. Quanto sarà orgoglioso Nick Hornby del fatto che Regina la scrisse mentre guardava in TV l’adattamento cinematografico di… ahem… High Fidelity? Regina di cuori, vien da dire con gioco di parole troppo facile apprendendo sbalorditi che quel vecchiaccio di Robert Christgau, uno che sulla stroncatura non argomentata ha costruito sin dal ’67 molta della sua discutibile fama, ha speso per “Home, Before And After” un rarissimo “A-” e parole al miele.

Non saranno più i tempi in cui una allora ventenne fresca di studi al conservatorio, pazza per Billie Holiday e iscritta alla scuola del cosiddetto anti-folk scriveva una canzone alla settimana, ma che ne scriva una all’anno ci basta fintanto che la qualità resterà questa: uniformemente stratosferica. Si tratti di una Up The Mountain fra Björk e Kate Bush, di una Sugarman da prestare a St. Vincent o una What Might’ve Been pronta per Broadway. Per dire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.445, settembre 2022.

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I migliori album del 2022 (14): Alvvays – Blue Rev (Polyvinyl)

Più che stupirsi per il fatto che questo disco si sia fatto attendere cinque anni, mancando di cavalcare l’onda del successo di “Antisocialites”, alla cui uscita non vi era chi non pronosticasse un futuro da rockstar per gli Alvvays, c’è da essere sorpresi che i Canadesi siano alla fine riusciti a metterlo insieme un terzo album. Giacché e tanto per cominciare a Molly Rankin ─ fondatrice, cantante, chitarrista, leader della band di Toronto ─ rubavano il laptop sul quale aveva archiviato idee sparse e demo completi per il disco. Poi la strumentazione del gruppo veniva in gran parte irreparabilmente danneggiata da un allagamento del magazzino che la ospitava. Dopo di che la sezione ritmica originale dava le dimissioni e se n’era appena trovata una nuova quando il Covid prendeva il mondo in ostaggio. Che saltassero i concerti necessari a una formazione rinnovata per due quinti per testarne l’amalgama era il meno a fronte delle difficoltà semplicemente a provare insieme. A confrontarsi sulle nuove canzoni che nel frattempo Molly e l’altro chitarrista, Alec O’Hanley, avevano comunque scritto, al solito a quattro mani. “Blue Rev” ne mette in fila quattordici e non si rinuncerebbe a cuor leggero a nessuna.

Se sia il migliore dei tre album pubblicati a oggi (il primo, omonimo, nel 2014) da costoro lo stabiliranno gusti e ascolti. Per certo regge il confronto con predecessori brillanti nel loro amalgamare indie di ascendenza UK (scuola C86) e college rock, synth-pop e shoegaze. Una via l’altra piazza a un certo punto tre canzoni che potrebbero davvero far svoltare ragazza e ragazzi: il power pop Velveteen, una soffice Tile By Tile, una Pomeranian Spinster che è quasi una nuova It’s The End Of The World As We Know It.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

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I migliori album del 2022 (15): Horsegirl – Versions Of Modern Performance (Matador)

In un mondo che sempre più velocemente va a ramengo tocca aggrapparsi alle poche buone nuove e una è che hanno ripreso a vendersi le chitarre elettriche e gli acquirenti sono giovani, spesso giovanissimi. Nel caso delle Horsegirl, da Chicago, giovanissime (ecco: un’altra ottima notizia è che cresce la presenza femminile nel rock). A malapena adolescenti Nora Cheng, Penelope Lowenstein e Gigi Reece (le prime due per l’appunto chitarra e voce, la terza alla batteria) quando nel 2019 pubblicavano in Rete il primo brano, oggi che esordiscono in lungo per un marchio storico dell’indie USA quale è la Matador due di loro si sono appena iscritte all’università e l’altra sta finendo il liceo. A sommarne le età non arrivano a pareggiare i sessantasei anni di Lee Ranaldo e nemmeno i sessanta di Steve Shelley, gli ex-Sonic Youth che si sono prestati con entusiasmo a dar loro una mano per due dei dodici brani (tre sono interludi strumentali, nessuna traccia arriva ai quattro minuti) che sfilano in “Versions Of Modern Performance”. Inciso presso l’Electrical Audio Studio di Steve Albini (anni sessanta pure lui quando leggerete queste righe) e con la produzione di John Agnello, un cv che occuperebbe tre colonne e basti dire che oltre che con i Sonic Youth stessi ha spesso lavorato con altri evidenti numi tutelari delle ragazze, i Dinosaur Jr. Si saranno emozionate?

Ci emozioniamo noi all’ascolto di un disco di travolgente freschezza che evidenzia come le artefici abbiano sì mandato a memoria le lezioni di My Bloody Valentine, Pavement e Yo La Tengo (ma pure Gang Of Four benché spesso il basso non ci sia e Stereolab pur mancando quasi sempre le tastiere), per poi però intrecciarle in un sound che è già solo loro. Giovani favolose.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

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Da qualche parte bisognava pur cominciare (Grunge For Dummies)

Perché almeno a questo Aranzulla non aveva ancora pensato. Perché OK gli algoritmi, ma avere ascoltato gli album che consigli e, oltre a quei dieci, alcune decine di migliaia di altri conserva il suo peso. Perché mi piace giocare a tutto campo e dopo quarant’anni ho ancora voglia di mettermi in discussione. Perché la carta è bella, bellissima, però anche un sito ben fatto e – rarità assoluta – originale ha una sua ragion di essere. Perché chi già sa trarrà piacere da un ripassino e chi non sa scoprirà (essere principianti assoluti ha i suoi vantaggi). Perché naturalmente salterà sempre fuori qualcuno che mi rinfaccerà che nel ’97 avevo scritto altro a proposito di questo o quel disco: come se cambiare idea non fosse lecito e magari e persino indice di intelligenza, di consapevolezza dei propri limiti. Perché ogni lista genererà discussioni e contestazioni. Perché le basi, santiddio, le basi! Perché se qualcuno ha la pazienza di corteggiarmi e aspettarmi per mesi finisce che amor che a nullo amato amar perdona.

Questa lista di dieci classici del grunge (da qualche parte bisognava pur cominciare e mi andava così) è la prima di una serie auspicabilmente lunghissima di cui, nella settimana iniziale di ogni mese, Humans vs Robots pubblicherà una puntata. Lo schema sarà sempre lo stesso: una breve introduzione seguita dalle schede di dieci album, ciascuna preceduta dalla copertina e seguita da un video. Buona lettura e, nel caso, mirate al petto e risparmiate il viso.

https://hvsr.net/post/2023/grunge-for-dummies

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Saluti da Bruce Springsteen, Asbury Park, N.J.

In ‘Greetings From Asbury Park’ ho fatto venire fuori un numero incredibile di cose tutte in una volta. Un milione di cose in ogni canzone. Le avevo scritte in quindici minuti, mezz’ora. Non so da dove venissero. Su alcune ho lavorato per circa una settimana, ma la maggior parte erano dei lampi, una situazione di autentica energia. Scrivevo come in preda a una febbre. Non avevo un centesimo, un posto dove andare, niente da fare. Era inverno, faceva freddo e scrivevo.

“Greetings From Asbury Park” è figlio di un equivoco e due inesperienze. L’equivoco fu quello che indusse Hammond ─ che, ricordate, era il signore che aveva scoperto l’originale ─ a credere di avere fra le mani il primo “nuovo Dylan” che non fosse un falso allarme, il primo in grado di non uscire distrutto da un confronto con il Maestro. Non avendolo visto dal vivo con la E Street Band scorse in lui soltanto il folksinger, che è uno dei tanti aspetti di una personalità artistica multiforme ma certo non era allora il prevalente e non lo sarà che all’altezza di “The Ghost Of Tom Joad”, oltre vent’anni più tardi. Le inesperienze quelle di Appel, che dopo essersi inventato manager si inventò produttore e oltretutto tirando a risparmiare, e di Springsteen stesso che lo assecondò. E fu così che il disco d’esordio di colui che diverrà il rocker per antonomasia fu prodotto ─ con esiti pessimi al di là delle intenzioni: il gruppo è troppo sullo sfondo rispetto a una voce prevaricatrice, la batteria pare di cartone, il basso manca di profondità, il piano è poco brillante, il sassofono uno starnazzare abulico, la dinamica da demo ─ come se si fosse trattato di lanciare un cantautore. Esito: un flirt con il disastro. Eppure, stanno qui alcuni degli articoli migliori del catalogo del Nostro.

Uno dei più memorabili lo inaugura. Appel aveva portato in Columbia un nastro con le prime canzoni completate e il lavoro era piaciuto, ma gli era stato chiesto qualcosa di più immediato da pubblicare a 45 giri. Girò la richiesta a Springsteen, che scrisse Blinded By The Light e Spirit In The Night. Uscirono entrambe in quel formato, senza peraltro riscuotere alcun successo (riprese nel ’76 dalla Manfred Mann Earth’s Band saranno due brani da Top 10 e la prima addirittura un numero uno), e costituiscono, con Growin’ Up, For You e la già citata It’s Hard To Be A Saint In The City, la metà di “Greetings” degno prologo a una vicenda artistica unica nel rock americano degli ultimi tre decenni. Benché la produzione ignobile e un testo torrenziale dalla dizione confusa (man mano che i testi si faranno più lineari anche la pronuncia si farà più intelligibile) tentino di annegarne il piglio funk, Blinded By The Light ha l’agile vigoria tipica già allora dei gruppi di Springsteen. È gioiosa e guascona. Se gli allucinati flash che la aprono sono dylaniani fino alla parodia, i cinque fulminanti versi conclusivi (“Accecato dalla luce/Mamma mi ha sempre detto di non/fissare il sole/ma mamma è lì che sta/il divertimento”) sono difficili da immaginare cantati dal menestrello di Duluth. Così come quelli a proposito dell’alzarsi quando è richiesto di stare seduti e del trovare la chiave dell’universo nel motore di una vecchia auto parcheggiata in Growin’ Up, euforico inno di passaggio fra adolescenza e giovinezza scandito da un pianoforte che ha accenti boogie.

In Mary Queen Of Arkansas la E Street Band, scalpitante nei primi due brani nonostante la briglia sia tenuta da Appel cortissima, abbandona il proscenio. Restano una chitarra acustica e una voce dolente. L’atmosfera si rischiara con il vivace folk-rock di Does This Bus Stop At 82nd Street? e torna claustrofobica con il piano melò di Lost In The Flood, raggiunto solo piuttosto avanti dal resto del gruppo. È una canzone notevole più che altro per il testo, susseguirsi di istantanee dai bassifondi multietnici della Big Apple degne di un film di gangster di Scorsese o di De Palma. L’immagine del delinquentello ispanico ferito a morte da un poliziotto e il cui corpo “ha colpito la strada con un tonfo così bello” resta nella memoria assai più a lungo della melodia fragile che la accompagna.

Fragile fino all’inconsistenza è anche l’apertura della seconda facciata, The Angel, una ballata piano e voce con un tocco di violino non redentore, troppo “qualunque” pure per questo Springsteen incerto su cosa fare da grande. Da lì alla fine è però un crescendo. In For You, una Like A Rolling Stone depurata di ogni acredine, il folk-rock si sposa al suono che farà della E Street Band la macchina più rodata che abbia mai corso sulle autostrade del rock’n’roll. Spirit In The Night, esaltata ed esaltante celebrazione di amori e vagabondaggi adolescenziali, è uno dei brani più belli pubblicati dal Nostro e sarà per anni un punto fermo nelle variabilissime scalette dei concerti. It’s Hard To Be A Saint In The City, infine: sfrutta schemi blues ma non è blues, sa di giovane Dylan ma non è un’imitazione, è scarna ma arrangiata con una raffinatezza (quel piano rock’n’roll che si colora di jazz!) che anticipa gli album a venire. John Hammond la ascoltò solo chitarra e voce e se ne invaghì lo stesso perdutamente.

Un giorno ero al telefono con Appel e gli chiesi ‘Come sta andando il disco?’ E lui: ‘Non bene. Ne avremo vendute un ventimila copie’. E io: ‘Ventimila copie? È favoloso!’.

Tratto da Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.7, autunno 2002. Il primo album di Bruce Springsteen compie oggi cinquant’anni.

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Dry Cleaning – Stumpwork (4AD)

L’album con il quale i londinesi Dry Cleaning danno un seguito all’acclamato debutto datato aprile 2021 “New Long Leg” è abbastanza diverso da quello da far parlare di un’evoluzione e anche maturazione del quartetto, abbastanza simile da risultare rassicurante per chi già apprezzò il predecessore, troppo per conquistare nuovi cultori a Florence Shaw e soci. È che per chi non è di madrelingua la posizione che resta preminente nel missaggio della voce di costei (di grandissima lunga l’elemento di maggior spicco nella cifra stilistica del gruppo) rappresenta un intralcio rispetto all’apprezzamento pieno di spartiti pure interessanti, non banali. E se anche il tuo inglese è buono a sufficienza da consentirti di decifrare all’ascolto i torrenziali testi (o anche soltanto quanto basta da apprezzarli ─ e lo strameritano ─ leggendoli) sovente ti sorprendi a cercare di ignorare la voce e concentrarti su quanto sta sotto. A maggior ragione perché Florence praticamente mai canta, al più canticchia. Recita, invece. Un sempiterno monologare che all’inizio intriga, alla lunga stanca, alla fine ti fa pensare che sarebbe bello se i dischi dei Dry Cleaning venissero offerti in versione raddoppiata/sdoppiata. Le canzoni, che poi canzoni in senso tecnico non sono, su un primo CD o vinile, le sole basi strumentali sul secondo.

Tant’è. Concentrandosi molto si riesce a cogliere una maggiore varietà di atmosfere rispetto al debutto. Come uno scivolare (ma senza che sparisca del tutto dal quadro, anzi; vedasi una Conservative Hell joydivisioniana) dal post-punk al post-rock, nel contempo concedendosi ganci pop, scorci quasi psichedelici (la chitarra in scia a Tom Verlaine di Driver’s Story; Hot Penny Day), aperture cinematografiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

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