Shemekia Copeland – Uncivil War (Alligator)

“Mia mamma diceva che attiri più api con il miele che con l’aceto. Per catturare l’attenzione di qualcuno devi offrire in primo luogo un messaggio di pace e speranza. Solo così potrai avere l’opportunità di cominciare a cambiarlo”: così Shemekia Copeland sul brano che intitola il suo decimo album e lo ha anticipato di diversi mesi. Canzone magnifica attorniata da altre undici non meno memorabili ma che, in un programma comunque assai variegato, fa storia a sé: ballata sul filo del bluegrass con le voci della Orphan Brigade controcanto a quella accorata di questa stupenda matrona del blues e due virtuosi di mandolino e dobro quali Sam Bush e Jerry Douglas a tesserci sotto un tappeto strumentale da perderci la testa per gli innamorati di certa vecchia America. Ivi compresi tanti che alla tornata elettorale che ha portato alla Casa Bianca come vicepresidente una donna di origini indiana per parte di madre e giamaicana di padre hanno votato altrimenti. Si comincia anche così a provare a risanare le ferite inferte negli ultimi anni alla più antica delle democrazie. Auspicabilmente. Uno vorrebbe crederci. Vorrebbe.

Parlando di musica: l’ennesima grande prova di questa figlia d’arte (il chitarrista Johnny Copeland) che come nel precedente “America’s Child” omaggia papà con una cover, a questo giro una Love Song gioiosamente ammiccante. Che se lì trasformava I’m Not Like Everybody Else dei Kinks in una novella Respect qui fa spettrale Under My Thumb degli Stones nel contempo rovesciandone l’approccio misogino. Altre vette di un disco di soli apici: una Walk Until I Ride da Ry Cooder alle prese con gli Staple Singers; l’omaggio a Dr.John Dirty Saint; una She Don’t Wear Pink in cui risuona l’inconfondibile twang della chitarra di Duane Eddy.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Out Of The Blue – La prima vita dei Dream Syndicate, all’alba della seconda

Saranno in tour in Europa nei giorni in cui questo numero di “Blow Up” raggiungerà le edicole, i Dream Syndicate. Fa strano apprenderlo, guardare il calendario e vederci scritto 2013, non 1986.

Più o meno all’altezza di quando diedero alle stampe il singolo album, “Medicine Show”, che li iscrive alla storia maggiore del rock, Steve Wynn osservava in un’intervista che i Dream Syndicate non erano un gruppo bensì minimo cinque, parecchio diversi l’uno dagli altri: da qualche parte, fra i Dream Syndicate capaci di lanciarsi in improvvisazioni prevalentemente chitarristiche di tre quarti d’ora cadauna e quelli professionalissimi esecutori di se stessi, se ne potevano rintracciare – a seconda del luogo, dell’ora, dell’umore – di hard, di sentimentali, di psichedelici. Impossibile incrociarli tutti nella stessa serata ma, dove cascavi, cascavi bene. La più grande live band della sua generazione? Probabilmente, e una pur pressoché impeccabile, e in più punti esaltante, discografia in studio non li racconta che in parte. Logico allora che questa storia, prima ancora che fra album in diversa misura classici, sia da incorniciare fra due concerti. Al primo presenziarono poche decine di persone perché il luogo, uno stanzone in un club (il Vex) di East L.A., poche decine poteva contenerne. Della data non ho certezza ma doveva essere la primavera dell’83, siccome il complesso era reduce da due mesi passati ininterrottamente “on the road” e che avevano messo a tal punto a dura prova la bassista Kendra Smith da indurla a lasciare. Era insomma un’ultima replica e l’ultima canzone dell’ultimo bis era quell’unica in repertorio cantata da Kendra, Too Little, Too Late, una gemma di ballata dell’innocenza perduta con la quale – chissà se essendone consapevoli – a congedarsi per sempre erano anche quei Dream Syndicate che avrebbero potuto essere “i nuovi Velvet Underground”. Al secondo gli spettatori si calcoleranno fra le quaranta e le cinquantamila unità, era il 5 luglio 1986 e all’annuale festival di Roskilde, in Danimarca, ai nostri eroi toccava l’improbo compito di sostituire – e senza che nessuno in platea ne avesse avuto sentore fino all’annuncio dal palco – l’attrazione principale in cartellone, ossia i Cult, niente di meno. Sfida che vincevano a mani basse, facendo impazzire un pubblico che in massima parte manco li aveva mai sentiti nominare, e il giorno dopo i giornali locali ne riferivano facendo paralleli con il debutto americano a Monterey di tal Jimi Hendrix, AD 1967. Ci sarà bene qualche universo parallelo nel quale, partendo da lì, Steve Wynn e soci sono divenuti le stelle che avrebbero meritato di diventare, anticipando il grunge invece che venendone – a posteriori – obnubilati. Sicuro che lì sono più popolari dei Pearl Jam, sicuro che lì dei Pearl Jam si parlò, al loro apparire alla ribalta, come dei novelli Dream Syndicate e hanno durato fatica a togliersi l’etichetta. Dalle nostre parti le cose sono andate alquanto differentemente. All’incirca così.

È il 1978 quando Steve Wynn e Kendra Smith – entrambi classe 1960, il primo losangeleno, la seconda originaria del Minnesota – si incrociano per la prima volta a Davis, cittadina di sessantamila abitanti di cui mediamente il 10% allievi, come all’epoca i Nostri, della locale University Of California. Sono a quanto pare gli unici a sapere chi siano i Jam e tanto basta a farli simpatizzare ed entro breve a fare loro condividere un gruppo. Si chiamano Suspects e oltre a Kendra alla voce e a Steve alla chitarra ritmica schierano Russ Tolman alla solista, Steve Suchil al basso e Gavin Blair alla batteria. Apprendendo che Tolman e Blair saranno poi nei True West il lettore potrebbe immaginare chissà quali meraviglie dell’unico e rarissimo singolo autoprodotto nel ’79 da costoro, It’s Up To You/Talking Loud. È in realtà poppetto acerbo, senz’arte né parte e che lo stesso principale artefice – Wynn, da subito il songwriter della compagnia, di qualunque compagnia – dice peggio che scadente, orribile.

Prosegue per altre 17.767 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.181, giugno 2013.

1 Commento

Archiviato in Hip & Pop

Bootsy Collins – The Power Of The One (Bootzilla)

Autentica leggenda vivente Bootsy (al secolo William Earl) Collins: bassista fenomenale (nasceva in realtà chitarrista, primo modello Jimi Hendrix) con James Brown per undici pazzeschi mesi durante i quali imprimeva il suo marchio su brani epocali quali Sex Machine, Super Bad, Soul Power, Talkin’ Loud And Said Nothing e subito dopo e per un decennio capitano in seconda dell’astronave Funkadelic/Parliament. Invero favolosi i suoi anni ’70. Inoltrandosi nella loro seconda metà avviava anche una carriera da leader con la Rubber Band e pure con quella confezionava album formidabili, collezionando classici e successi uno via l’altro. Leggenda per fortuna ancora praticante il nostro uomo, la cui produzione diversamente da quella del comandante il vascello spaziale di cui sopra, George Clinton, si è sempre mantenuta su livelli di ispirazione minimo accettabili. Quando non buoni. O persino ottimi, come in larga parte di questo “The Power Of The One” con il quale a fine ottobre ha, con qualche giorno di anticipo, festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno.

È quanto di meglio abbia pubblicato in questo secolo, da una traccia omonima super Parliament e con George Benson (primo in una lista di illustri ospiti che comprende fra i tanti Snoop Dogg, Branford Marsalis e Larry Graham) sugli scudi e proseguendo con una Creepin’ che gira invece funkadelica ed hendrixiana, una Bewise dritta da un’ideale “Best Of” degli Arrested Development e una travolgente Club Funkateers. Detto del riuscito omaggio a Sly & The Family Stone di WantMe2Stay, non resta che annotare che se il lavoro ha un difetto che gli impedisce di esser capolavoro è una lunghezza che alla fine lo fa dispersivo. Di troppo almeno un paio di ballate zuccherine.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Pubblicità per me stesso (6)

A suo tempo il mio primo libro con marchio Hip & Pop, Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015, ha beneficiato di una più che soddisfacente copertura da parte della stampa specializzata. Come era normale che fosse del secondo, Extraordinaire 1 ─ Di musiche e vite fuori dal comune, si è scritto meno. È dunque con particolare soddisfazione che segnalo una benevola recensione a firma Alessandro Besselva Averame, che ringrazio, sul numero di “Rumore” attualmente in edicola. A chi volesse fidarsi del recensore in questione, che secondo me è uno che ci capisce, faccio in ogni caso presente che, diversamente da altri possenti tomi pubblicizzati a spron battuto su Facebook, i miei libri non contengono né illustrazioni di alcun tipo (no, nemmeno una figura) né “copia e incolla” di materiali altrui. Pare anche che siano scritti in un italiano passabilmente corretto, ma di questo chiedo conferma a chi li ha letti.

3 commenti

Archiviato in Hip & Pop

Fuzztones – NYC (Cleopatra)

Non fossero i tempi quelli che sono il consiglio sarebbe di non farvi sfuggire i Fuzztones se dovessero passare dalle vostre parti: lo stagionato Rudi Protrudi e i suoi variabili e invariabilmente più giovani soci/socie sanno ancora regalare divertimento ed emozioni e non necessariamente solo a chi negli ’80 si prese una sbandata per quella scena che celebrava un altro decennio, i ’60, che oggi appare paradossalmente meno lontano di quanto non sembrasse allora. Essendo purtroppo i tempi quelli che sono, passare da un quarantennale a una quarantena è un attimo. Il 2020 avrebbe dovuto essere un anno di celebrazioni per la band, ufficialmente fondata nel 1980 anche se non arrivò a esordire discograficamente che nell’84. Erano in programma un libro fotografico, una raccolta di classici (che poi sono perlopiù brani di altri sui quali la Protrudi & Co. ha impresso il suo marchio), un nuovo album in studio a ben nove anni da “Preaching To The Perverted” e ovviamente tanti, tantissimi concerti.

Giusto “NYC” è sopravvissuto di tutto ciò ed è anche per gustarsele dal vivo queste quindici cover che omaggiano la Big Apple, percorso che da Sinatra giunge a Patti Smith, che non si vede l’ora di tornare alla normalità. Fatto è che, con l’eccezione del debutto “Lysergic Emanations”, i Fuzztones in studio mai hanno saputo avvicinare il proprio formidabile live act. Complice una produzione non all’altezza, queste versioni paiono per la maggior parte poca e smorta cosa (Dancing Barefoot imbarazzante per quanto è piatta). Discrete eccezioni: una 53rd & 3rd memore di quanto i Ramones amassero i Byrds; una Skin Flowers che gira garage-pop i Fugs; una Babylon e una You Gotta Lose che riprendono rispettivamente New York Dolls e Richard Hell senza far danni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Il 1976 magico e tragico degli Earth, Wind & Fire

A quanto pare non ne aveva mai abbastanza degli Earth, Wind & Fire il pubblico americano nel magico biennio 1975-’76, breve arco di tempo in cui il gruppo di Maurice White (e del fratello Verdine, e di Philip Bailey) si inerpicava per la prima volta fino al numero uno della classifica degli LP di “Billboard” con “That’s The Way Of The World”, replicava prontamente l’impresa con il live “Gratitude” e di nuovo la sfiorava, fermandosi al secondo posto, con “Spirit”. Magico ma anche tragico, siccome proprio nel pieno delle registrazioni di quest’ultimo veniva a mancare prematuramente ─ quarantacinquenne, per un infarto ─ il produttore Charles Stepney, uno cui dobbiamo (fra il tanto resto) una mezza dozzina di album dei Rotary Connection e un paio di capolavori di Terry Callier. Per il maggiore degli White un’ispirazione e come un fratello più grande ed era insomma un rapporto, al di là dei tanti brani pure cofirmati da Stepney, che andava molto oltre quello che può essere normale fra un produttore e un musicista. Sapendolo in uno stato di salute precario Maurice aveva scritto per lui il brano di grandissimo pathos che intitola questo 33 giri fresco di ristampa su Speakers Corner e ne chiude la prima facciata. Non arriverà mai ad ascoltarlo. Dopo “Spirit” la qualità (il successo no, ancora a lungo) dei dischi del combo di Chicago declinerà, ma qui siamo ancora a un top di ispirazione, dal funky-pop di Getaway (a 45 giri faceva sfracelli) che inaugura prefigurando il Michael Jackson di “Thriller” all’elegante midtempo soul, con un profumo di jazz, Burnin’ Bush, che suggella. La languidissima Imagination e una Biyo strumentale e dall’attacco esplosivo a marcare i confini di un suono capace di spaziare dalla ballata sentimentale al ballabile secco, di evocare New Orleans nel mentre lancia ponti verso l’Africa. Rimasterizzazione impeccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017. Maurice White ci lasciava cinque anni fa a oggi, settantaquattrenne.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Allison Run – Walking On The Bridge (Spittle)

Prendessero esempio, le nostre major, su come si valorizza il catalogo dalla romana Spittle. Che, pur potendo contare su una frazione delle loro risorse, lungi dall’imbastire operazioni troppo spesso sciatte e meramente speculative come le suddette (a ogni appassionato ne sarà venuta in mente qualcuna) da anni si dedica alla storicizzazione di ciò che furono punk, new wave e neo-psichedelia in Italia. Buona, ottima cosa ovviamente rimasterizzare “comme il faut”, ma trattasi del minimo sindacale. Fondamentale, come da decenni si fa all’estero, è anche offrire un adeguato apparato informativo e iconografico a corredo. Cosa cui provvede, nel caso di “Walking On The Bridge”, un libretto di ventiquattro pagine che vi racconterà quanto avete bisogno di sapere su chi furono i brindisini di natali e bolognesi di adozione Allison Run.

In poche parole: una delle band più peculiari all’opera nel Bel Paese nei secondi ’80. Che se solo fosse stata inglese oggi una citazione, un paragrafetto nelle storie del rock lo avrebbe senz’altro invece di essere patrimonio di chi a suo tempo, e quasi solo in Italia, ascoltò e ne rimase incantato. Psichedelici senza “se” e senza “ma”, Amerigo Verardi e soci non si limitarono mai tuttavia al semplice revival. Rivisitandoli avverti chiari echi dei Pink Floyd barrettiani e dei Kaleidoscope, dei Beatles sotto LSD come dei Kinks, ma ci senti dentro pure Julian Cope, Robyn Hitchcock, gli XTC, Echo & The Bunnymen. Altissimo il livello della scrittura, pubblicavano prima di sciogliersi un mini, un 12” e un LP che vengono qui raccolti nel primo di tre dischi. Quello indispensabile, a fronte di un secondo di ritagli e performance live e un terzo di demo che i cultori in ogni caso apprezzeranno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

4 commenti

Archiviato in archivi, ristampe

Tom Petty – Wildflowers & All The Rest (Warner)

Un giorno del 1994 Tom Petty porta in Warner i nastri di quello che sarebbe stato formalmente il suo secondo lavoro da solista, primo in assoluto da tre anni a quella parte, primo con Rick Rubin in regia, primo per l’etichetta californiana. Schiaccia “play” e parte lo squisito folk-rock destinato a intitolare il disco. Sguardi soddisfatti e cenni di approvazione da parte dei discografici, si può immaginare. E figurarsi l’entusiasmo all’ascolto del secondo pezzo, You Don’t Know How It Feels, ritmica squadrata e un ritornello micidiale e pazienza (“let me get to the point/let’s roll another joint”) se è un po’ birichino. Nessuno in quella stanza ha il minimo dubbio che sarà una hit. Solo che seguono altre ventitré canzoni e, per quanto siano una più incredibile dell’altra, mica saranno troppe? Per una volta in vita sua il nostro uomo scende a un compromesso. Rinuncia al potenziale doppio CD che aveva in testa e si persuade a pubblicare un album di “sole” quindici tracce e “soli” 62’48”, lui che fino a quel punto non aveva mai superato i tre quarti d’ora. Fino alla prematura scomparsa rimpiangerà però di avere ceduto e vagheggerà di ripubblicare un giorno l’opera in versione estesa. Eccola. E anche di più.

Disco straordinario già in partenza per il suo racchiudere praticamente per intero sound e poetica dell’autore, fra mosse ballate elettro-acustiche e duri rock, power pop e Americana, incursioni nel blues come nella psichedelia, apocrifi dylaniani come beatlesiani, “Wildflowers” assurge a magnum opus con il recupero sul secondo CD dei dieci brani scartati, un terzo dischetto con quindici demo casalinghi e un quarto catturato live. Per chi si accontenta c’è pure una versione “ridotta” di due CD o tre LP, ma al posto vostro non mi accontenterei.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

1 Commento

Archiviato in archivi, ristampe

15 ristampe e antologie imperdibili uscite nel 2020

1) Prince – Sign O’ The Times (NPG/Warner, 8CD+DVD/13LP+DVD)

2) Tom Petty – Wildflowers & All The Rest (Warner, 4CD/7LP)

3) Roberta Flack – First Take (Atlantic, 2CD)

4) Trees – Trees (Earth, 4CD/4LP)

5) Lou Reed – New York (Rhino/Sire, 3CD+2LP+DVD)

6) Iggy Pop – The Bowie Years (UMC, 7CD)

7) Wilco – Summerteeth (Rhino/Warner, 4CD/5LP)

8) Joni Mitchell – Archives Volume 1: The Early Years (1963-1967) (Rhino, 5CD)

9) Young Marble Giants – Colossal Youth (Domino, 2CD+DVD/2LP+DVD)

10) Neneh Cherry – Raw Like Sushi (Virgin, 2CD/3LP)

11) Gaznevada – Sick Soundtrack (Italian/Disordine, LP)

12) Randy Holden – Population II (Riding Easy, CD/LP)

13) Bobbie Gentry – The Delta Sweete (Capitol, 2CD/2LP)

14) Allison Run – Walking On The Bridge (Spittle, 3CD)

15) Apple – An Apple A Day… (Grapefruit, CD)

9 commenti

Archiviato in dischi dell'anno, ristampe

2020: il meglio del resto

16) Mourning [A] BLKstar – The Cycle (Don Giovanni)

17) Run The Jewels – RTJ4 (Jewel Runners/BMG)

18) The Heliocentrics – Infinity Of Now & Telemetric Sounds (Madlib Invazion)

19) Shabaka & The Ancestors – We Are Sent By History (Impulse!)

20) Moses Boyd – Dark Matter (Exodus)

21) Perfume Genius – Set My Heart On Fire Immediately (Matador)

22) Matt Berninger – Serpentine Prison (Book)

23) Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca)

24) Jonathan Wilson – Dixie Blur (BMG)

25) Daniel Blumberg – On & On (Mute)

26) Protomartyr – Ultimate Success Today (Domino)

27) Public Practice – Gentle Grip (Wharf Cat)

28) Brigitte Fontaine – Terre neuve (Verycords)

29) Wire – Mind Hive (Pink Flag)

30) Bob Mould – Blue Hearts (Merge)

5 commenti

Archiviato in dischi dell'anno