Audio Review n.393

È in edicola il numero 393 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di Antibalas, Church, William Patrick Corgan, David Crosby, Fink, Four Tet, Chris Hillman, Ibeyi, Lali Puna, Orchestral Manoeuvres In The Dark, Pere Ubu, Linda Perhacs, Stephen Stills & Judy Collins, Kamasi Washington e Lucinda Williams e di una ristampa di Jon Hassell. Nella rubrica del vinile ho scritto di Etta James e Miles Davis.

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Chelsea Wolfe – Hiss Spun (Sargent House)

Siamo continuamente bombardati da cattive notizie, la gente viene abusata e uccisa per ragioni insensate, o senza nessun motivo, e si direbbe che il mondo abbia passato gli ultimi mesi a piangere. Ma poi ci rifletti su e concludi che il mondo è un fottuto casino da molto tempo, se non da sempre. È una sensazione dalla quale mi sono scoperta sopraffatta e l’unica reazione possibile è scriverne.” Così (solo, in un linguaggio un po’ più colorito) la trentatreenne californiana Chelsea Wolfe nelle note che accompagnano il suo settimo o ottavo o nono (a seconda che si contino o meno uno ufficialmente mai pubblicato, ma che a cercarlo si trova, e una – per lei curiosa – raccolta di session acustiche) album. Nello stesso comunicato dice “escapista” la musica contenuta in “Hiss Spun”, ma il termine va inteso nell’accezione non certo disimpegnata e divertita di una che ha intitolato un suo disco “Apokalypsis”, quello dopo “Pain Is Beauty” e l’ultimo prima di questo “Abyss”. Recensendo il quale avvertivo che “non è una tazza di thè che può piacere a tutti” e vale ancora di più per il successore.

Insomma: pensatela (pur senza quei mezzi – e quelle sperimentazioni – vocali) come una Diamanda Galas con come padre un cantante country (vero!) e cresciuta, oltre che a folk e indie rock, a metal del più torpidamente estremo. Intimidente il trittico iniziale: a una Spun stridula, lenta e massiccia vanno dietro la psicantropa 16 Psyche e la tambureggiante e ansiogena (la voce in territori grind) Vex. Se riuscite a superare questo test di ammissione dopo l’oscuro, pulsante siparietto Strain potrete… ahem… godere di altri otto brani appena meno estremi, con l’occasionale affacciarsi alla ribalta anche di una chitarra acustica e qualche sprazzo onirico invece che incubotico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Tricky – Ununiform (False Idols)

Suo tredicesimo album oppure decimo da solista (escludendo dal conto il progetto Nearly God e un paio di collaborazioni con altri artisti) “Ununiform” è in ogni caso presentato dallo stesso autore come la prima realizzazione “vera” dacché tre anni fa si trasferì a Berlino. Trasloco niente affatto dettato dalla fama della capitale tedesca di attuale mecca europea del nightclubbing. Anzi! Città nuova, vita nuova. “Mi piace qui perché non conosco nessuno. Mangio cibo sano, faccio lunghe passeggiate, vado in bici. Ho smesso di bere, la mattina mi alzo alle nove e la sera alle undici sono a letto. A qualcuno potrà sembrare una vita noiosa, ma non sto facendo altro che prendermi cura di me stesso.” Fermamente intenzionato a invecchiare (il traguardo del mezzo secolo è vicino), ora che è venuto a patti con il fatto che il primo ricordo da bambino sia quello del corpo della madre (suicida quando lui aveva quattro anni) adagiato nel feretro. Di “Ununiform” (inciso maggioritariamente a Berlino, tranne quattro tracce registrate a Mosca con ospiti vari protagonisti della scena hip hop locale), Tricky è soddisfatto: “È il mio primo disco da molto tempo in qua che non ho fatto per pagare dei debiti, niente più tasse arretrate ed ecco perché è così rilassato”, racconta. Ove quel “rilassato” va naturalmente inteso nell’accezione trickiana del termine, cioè in rapporto all’artista titolare del downtempo (stile di cui fu, con i Massive Attack, fra gli ideatori) più luciferino di sempre.

Nuovo atto della rinascita inscenata negli anni ’10 dopo un inizio di millennio opaco, l’album sciorina il consueto campionario di voci femminili da urlo, un sound spesso alla “Maxinquaye” e due sorprese: la electro schiacciasassi Dark Days e una cover delle Hole, Doll Parts.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Il Prince Jammy che si fece King

Anni cinquantanove portati più che discretamente, faccia paciosa e simpatica (nelle foto con baffetti marcata la somiglianza con Richard Pryor), pancetta esibita, Lloyd James non si fa problemi ad ammetterlo e anzi, confessandolo, scoppia in una risata: pur avendone firmato la produzione (e chi sa di reggae è conscio dell’importanza che ha il produttore in quella musica: spesso più rilevante del cantante stesso), col cavolo che si ricordava di tutte ma proprio tutte le – udite, udite – centocinquantanove canzoni che sfilano nei quattro doppi volumi di “King Jammy’s Selector’s Choice” freschi di stampa per i tipi della VP. Sovente ha dovuto rinfrescargli la memoria Johnny Wonder, vale a dire colui che, con Joel Chin, si è assunto il titanico compito di selezionare, rimasterizzare, porre in sequenza tutto questo bendiddio scegliendolo fra una messe immane di materiali, svariate centinaia di LP, forse migliaia di singoli. E questo, si badi bene, saltando a pie’ pari il periodo – la seconda metà dei ’70 – in cui Jammy era Prince e non ancora King e trafficava con il dub piuttosto che con la dancehall. Stavo per usare l’espressione “rimettere ordine” ma mi sono reso conto che, se adoperata come di solito la si usa per similari operazioni in ambito rock, sarebbe stata decisamente fuori luogo. Visti con gli occhi dello studioso di musica popolare questi otto CD (poco sotto le nove ore e mezza la durata complessiva) sono, se non un’occasione sprecata, perlomeno una possibilità che l’etichetta si è giocata male. Si sarebbe tanto per cominciare potuto radunarli in un box e l’appiglio commerciale ne sarebbe stato (Zorn insegna) incrementato esponenzialmente. Buona cosa sarebbe poi stata affiancare loro il consueto librettone, zeppo di foto e con quel paio di approfonditi saggi storico-critici a corredo. Sistemare il tutto nell’esatta sequenza cronologica. Oppure accostando l’un l’altra le varie interpretazioni degli innumerevoli nomi ricorrenti, un impressionante “who’s who” della battuta in levare degli anni ’80 e primi ’90: da Wayne Smith a Tenor Saw, da Half Pint a Shabba Ranks, da Dennis Brown a Cocoa Tea passando per Johnny Osbourne, Frankie Paul, Pinchers, Gregory Isaacs, Tiger, Sister Charmaine, Chaka Demus, Ninjaman, Sanchez… oltre a vecchi leoni e marpioni come Horace Andy e John Holt e per non citare che alcuni fra i più celebri. Anche se, intendiamoci, per gli standard giamaicani la precisione comunque esibita è più unica che rara, con le canzoni radunate a blocchi di riddim (ovverossia sono state messe in fila quelle che usano la medesima base), i crediti puntigliosamente elencati per ogni brano e qualche ulteriore notizia aggiunta. Però mancano una visione e un’interpretazione d’assieme. Però, scendendo più terra terra, non si trova a pagarla una data che sia una. Però ’sti cazzi.

Visti con gli occhi del semplice appassionato di musica popolare, ascoltati con i fianchi e le gambe almeno quanto con gli orecchi, questi otto CD sono una festa pazzesca in cui non ci si stanca mai di immergersi, roba che ti mette addosso un’allegria tale che ti sorprendi a cantare facendo le vocine più assurde come il cretino che sei, roba che ti scopri sudato senza magari avere alzato il culo dalla poltrona. È giusto quando ormai sei stremato, e pure i woofer reclamano pietà, che magari rientri per qualche attimo nei panni del posato critico e inizi a porre in relazione le informazioni sparse, che sono tante, a ricostruire vicende, a fare ragionamenti. Ce n’è eccome per lo studioso. Chi desiderasse tracciare una storia sociale della Giamaica dell’ultimo quarto di secolo non dovrebbe che tirare giù i testi di questo centinaio e mezzo di canzoni e fra un peana sessuale e un’istantanea di povertà dal ghetto, una serenata e un’invettiva politica ne avrebbe da analizzare, ne avrebbe. Fra l’altro scoprendo subito che la dottrina rasta non è affatto maggioritaria nell’isola, che gli argomenti cosiddetti “culturali” sono finiti in retroguardia. Ove il musicologo potrebbe sottilmente disquisire sullo stile più… ecologico che si ricordi, la dancehall, un ambito dove non si butta mai via nulla, dove con un’idea buona si confezionano a volte cinquanta brani, dove sono una pratica comune gli album costruiti per intero su un solo riddim. Fra l’altro scoprendo che la svolta elettronica sanzionata per il reggae nell’85 dal clamoroso successo di Under Mi Sleng Teng, canzone trovata praticamente per caso da Wayne Smith pasticciando con un pattern di batteria e una linea di basso pre-registrati in una tastierina Casio da quattro soldi, non ha assolutamente cancellato quanto c’era stato prima. Tant’è che non è raro – il contrario! – che il riciclaggio coinvolga basi che risalgono nel tempo fino all’epoca dello ska e addirittura più in giù, fino a mento e calypso.

Ma ne ho abbastanza di fare il critico. Dura mantenere l’aplomb mentre Dominic (volume 3) si lamenta di quanti gli dicono che somiglia a Boy George, negando con sdegno l’evidenza. Durissima quando (volume 4) Shabba Ranks applica la metafora biblica della cruna dell’ago non ai ricchi che non entreranno nel regno dei cieli, bensì alle ragazze che non ti faranno – ahem – entrare. Impossibile quando (traccia successiva) Admiral Bailey prende a rantolare, su una scansione irresistibilmente saltellante, “give me punaany, want punaaany… any punanny is the same”. Sapendo che la “punanny” è quella cosina che da sempre fa girare il mondo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

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Randy Newman – Dark Matter (Nonesuch)

È talmente irresistibile Putin – “quando si toglie la camicia fa impazzire le signore/quando si toglie la camicia mi fa desiderare di essere una di loro”: cantato con dietro un’orchestrina che tratteggia una melodia folk di gusto ovviamente russo – che per un attimo il dispiacere che Newman abbia deciso di cancellare dalla scaletta quella What A Dick il cui bersaglio invece è Trump (“il livello del dibattito è già abbastanza basso e non volevo abbassarlo ancora”) si fa veramente… troppo. Anche perché mentre continua a comporre una colonna sonora via l’altra il nostro quasi settantaquattrenne uomo resta assai avaro quando si tratta di donarci canzoni nuove. Proprio come questo, il precedente “Harps And Angels” si era fatto aspettare nove anni (il disco ancora prima, “Bad Love”, undici!) e se quello conteneva dieci tracce di cui nove inedite con questo, espunto il brano di cui sopra, siamo a nove e le inedite sono otto. Giacché la depistantemente gioiosa It’s A Jungle Out There è stata il tema conduttore di otto delle nove stagioni di Monk. Insomma: ogni canzone a firma Randy Newman è preziosa.

Però forse va bene così, siccome un altro pezzo satirico avrebbe spostato gli equilibri di un lavoro che si apre con la clamorosa sinfonietta americana contrappuntata di gospel di The Great Debate (ove si dibatte, scoprendosi impotenti contro il fanatismo, con creazionisti, antivaccinisti e così via) e si congeda con la scarna e toccante Wandering Boy, laddove un padre si macera sulla sorte di un figlio perduto. Meglio così, perché stavolta più che nei numeri politici (Brothers, sulla crisi cubana), il genio di Newman rifulge in vignette struggenti come la storia di amore senile She Chose Me o l’addio di una donna morente al suo uomo ridotto alla demenza di Lost Without You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Black Grape – Pop Voodoo (Universal)

È tornata la banda di tossici di Trainspotting e potevano non tornare quei debosciati di Shaun Ryder e Paul Leveridge, in arte Kermit? Fra l’altro: a pensarci fa strano che nella colonna sonora (epocale quanto le immagini che commentava) del film di Danny Boyle i Black Grape (assenti anche nel sequel) non figurino. O mancarono i tempi tecnici per inserirveli – il travolgente “It’s Great When You’re Straight… Yeah” (fresco di ristampa Deluxe – AR 383) usciva nel 1995, mentre la pellicola era in fase avanzatissima di realizzazione – o il regista ne ritenne il sound troppo caldo rispetto alle altre musiche scelte. In tal caso, sbagliando. Per molti ha sbagliato anche a dare un seguito a quel capolavoro di gioioso nichilismo. Bell’ossimoro, eh? I Black Grape nichilisti non lo sono mai stati, gioiosi sempre. E diversamente da Boyle hanno fatto bene – o non hanno fatto male – a rivisitare il luogo del delitto. Se “Pop Voodoo” non vale (nessuno poteva ragionevolmente chiederglielo) il formidabile debutto summenzionato, si fa preferire e di gran lunga all’artefatto “Stupid Stupid Stupid”. Datato 1997. Il sodalizio si scioglieva poco dopo e quanto è in carattere con questi figuri simpatici e loschi che discograficamente siano riemersi lo scorso anno firmando l’inno per la spedizione inglese agli Europei di calcio. Come sempre fallimentare.

Non falliscono i Black Grape. Che non si faranno eliminare dalla prima Islanda che passa è chiaro sin da una Everything You Know Is Wrong che elastica starnazza funk secondo i tipici dettami della casa. Nei quarantacinque minuti successivi andranno ancora a rete minimo con una Set The Grass On Fire latineggiante ed esplosiva, con la jam cosmic funk Money Burns, con una spumeggiante traccia omonima, con la disco-jazz-lounge (!) Sugar Money.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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No more rock and rollin’ with Fats Domino

Fats Domino se n’è andato così come aveva vissuto negli ultimi decenni, dai primi ’80 in poi: con discrezione. Tant’è che la notizia della sua scomparsa, alla comunque bella età di ottantanove anni, è arrivata in lieve differita. È stato un bonario signore fino all’ultimo e forse anche per questo le storie del rock mediamente lo valutano meno di quanto dovrebbero. Sul suo valore, Elvis la pensava altrimenti.

This Is Fats Domino!/Rock And Rollin’ With (Imperial, 1957 e 1955; ristampa Hoodoo, 2011)

Quel che si dice pagare i propri debiti… Paul McCartney modellava Lady Madonna su un artista parimenti idolatrato da Lennon (che qualche anno più tardi coverizzerà Ain’t That A Shame) ed era proprio riprendendola al volo che Fats Domino nel 1968 entrava per la sessantasettesima (avete letto bene!) e ultima volta nei Top 100 della classifica pop USA. Non accadeva però dal ’64 e a quel punto l’incredibile teoria di hit (nessun numero uno assoluto ma ben nove nella graduatoria R&B) inaugurata nel 1949 da The Fat Man cominciava a impallidire nel ricordo del pubblico. E però tuttora chi non riconosce almeno Reeling And Rocking, la già citata Ain’t That A Shame, Blueberry Hill? Come minimo in quanto ascoltate in un film o un telefilm. Enorme il successo riscosso da uno che Elvis definiva “il vero re del rock’n’roll” e, per quanto siano passati molti decenni, un’eco ancora si ode. Sempre un piacere tornare sul repertorio di un pianista meno “cattivo” di un Jerry Lee, meno debosciato di un Little Richard (la bonomia un tratto distintivo non solo caratteriale) ma travolgente quanto questo e quello. Classe innata, gioia di vivere invincibile. Ne offre un’ottima selezione questo CD, che accoppia due LP a loro volta classici e già semiantologici e aggiunge otto ulteriori tracce alle ventiquattro di partenza. Come primo approccio, e pur con qualche inevitabile buco, vale le migliori antologie in circolazione.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011.

Here Stands/Let’s Play (Imperial, 1957 e 1959; ristampa Hoodoo, 2014)

Diversamente dal non molto più anziano Chuck Berry, che si ostina a procurare imbarazzo a se stesso facendo concerti a un’età troppo avanzata persino per un Buena Vista Social Club, il buon Antoine Domino Jr. è in ogni evidenza uno che seppe gestirsi bene e di conseguenza ha poi potuto godersi la vita. Immensamente popolare in un quindicennio ’49-’64 che ci pare tanto lontano per come lo declinò lui da appartenere a un altro mondo, quando già si affacciava sugli anni di Dylan e della beatlemania, piazzava svariate decine di brani nei Top 100 USA vendendone milioni e milioni di copie. Per poi diradare parecchio uscite discografiche e tour nei tre lustri seguenti e infine, al crepuscolo dei ’70, ritirarsi pressoché completamente dalle scene e vivere di rendita e diritti d’autore nella sua adorata New Orleans. L’ultimo hit di colui che Elvis Presley definiva “il vero re del rock’n’roll”? Una versione di Lady Madonna praticamente contemporanea (1968) di quella dei Beatles e del resto Paul McCartney l’ha sempre detto di averla scritta con in testa il vecchio Fats. Da lì a sei anni anche John Lennon provvederà a saldare i debiti, rifacendo da par suo Ain’t That A Shame.

Questi due album ora messi insieme (con ulteriori sei bonus d’epoca) su un solo CD e usciti in origine rispettivamente nel ’57 e nel ’59 si raccomandano particolarmente a chi, avendo già la tipica raccolta di successi, volesse approfondire. Più blues ed errebì in questi solchi che non rock’n’roll. In particolare nel primo, assemblato a suo tempo perlopiù con registrazioni del biennio ’49-’50 rimaste fino ad allora in un cassetto. Recupero adesso duplicemente benvenuto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.196, settembre 2014.

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