Lavori in corso

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3 febbraio 2020 · 12:00

Blow Up n.261

Nel nuovo “Blow Up” racconto perché e percome il pub-rock fu molto, molto più che “soltanto” la scena che fece da apripista al punk.  L’articolo consta di un’introduzione al fenomeno e venti schede di album classici nell’ambito (qualcuno classico e basta) e occupa diciotto pagine. Have fun.

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Battles – Juice B Crypts (Warp)

Benché sia a oggi il loro lavoro più succinto (40’39”) c’è così tanto da dire sul quarto album dei newyorkesi Battles che non si sa da dove partire. Da un’annotazione spicciola?  È il primo che incidono nella loro città e un po’ si coglie.  Poi è senz’altro più rilevante che si tratti del primo che li vede ridotti a duo, con il chitarrista e tastierista Ian Williams e il batterista John Stanier soli superstiti di quello che, per il tempo di un esordio nella storia maggiore del rock, “Mirrored”, del 2007, era un quartetto, con alla voce Tyondai Braxton e al basso il più recente dimissionario, Dave Konopka. Per “Gloss Drop”, del 2011, il trio rimediava alla defezione di Braxton sostituendolo con un poker di ospiti: Gary Numan, Matias Aguayo, Kazu Makino dei Blonde Redhead e Yamantaka Eye dei Boredoms. Laddove in “La Di Da Di”, del 2015, si rinunciava alle voci. “Juice B Crypts” è metà cantato e metà strumentale e fa sinossi, naturalmente al modo di un gruppo di prodigiosa capacità strumentale e solito affastellare idee e influenze che ad altri non verrebbe mai di mettere assieme, dei due lavori precedenti. Incredibile come l’assenza di Konopka non sembri pesare.

Il vero scarto di lato fu nel passaggio da un debutto che si inventava un nuovo prog partendo da math e avant-rock a un secondo e soprattutto un terzo post-rock nel senso di andare proprio oltre, con elementi di elettronica da ballo, tocchi latini e influenze afro a insinuarsi in un sound densissimo e insieme agilissimo. Qui si sperimenta addirittura (felicemente) con l’hardcore hip hop, in IZM, quando nella cavalcata krautrock Sugar Foot sporge un cameo Jon Anderson degli Yes. Presenza che finisce per risultare plausibile quanto quella di Salvatore Principato dei Liquid Liquid in una Titanium 2 Step discoide.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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15 ristampe e antologie imperdibili uscite nel 2019

1) Prince – 1999 (NPG/Warner, 5CD+DVD/10LP+DVD)

2) Marvin Gaye – You’re The Man (Tamla, CD/2LP)

3) Prince – Originals (NPG/Warner, CD/2LP)

4) Peter Laughner – Peter Laughner (Smog Veil, 5CD/5LP+7”)

5) Gene Clark – No Other (4AD, 2CD/LP)

6) Professor Longhair – Live On The Queen Mary (Capitol, CD/LP)

7) James Brown – Live At Home With His Bad Self (Republic, CD/2LP)

8) Flamin’ Groovies – Gonna Rock Tonite! The Complete Recordings 1969-71 (Cherry Red, 3CD)

9) Television Personalities – Some Kind Of Happening (Singles 1978-1989) (Fire, 2CD/2LP+7”)

10) The Springfields – Singles 1986-1991 (Slumberland, CD/LP)

11) Jim Sullivan – Jim Sullivan (Light In The Attic, CD/LP)

12) Bobbi Humphrey – Blacks & Blues (Blue Note, LP)

13) Townes Van Zandt – Sky Blue (Fat Possum (CD/LP)

14) Lee Moses – How Much Longer Must I Wait? Singles & Rarities 1965-1972 (Future Days, CD/LP)

15) Norma Tanega – Walkin’ My Cat Named Dog (New Voice/Real Gone, LP)

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2019: il meglio del resto

16) Aldous Harding – Designer (4AD)

17) The Long Ryders – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)

18) Swans – Leaving Meaning (Young God)

19) Vampire Weekend – Father Of The Bride (Columbia)

20) The Comet Is Coming – Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery (Impulse!)

21) Robert Forster – Inferno (Tapete)

22) Solange – When I Get Home (Columbia)

23) C’mon Tigre – Racines (BDC/!K7)

24) Devendra Banhart – Ma (Nonesuch)

25) Weyes Blood – Titanic Rising (Sub Pop)

26) Pere Ubu – The Long Goodbye (Cherry Red)

27) Kim Gordon – No Home Record (Matador)

28) The Dream Syndicate – These Times (Anti-)

29) Filthy Friends – Emerald Valley (Kill Rock Stars)

30) Peter Perrett – Humanworld (Domino)

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I migliori album del 2019 (1): Purple Mountains – Purple Mountains (Drag City)

Diversamente dalla telefonata di una vecchia pubblicità, una buona recensione evidentemente non allunga la vita. Neanche molte buone recensioni – collezione impressionante: le migliori di una carriera lunga formalmente un quarto di secolo ma in realtà interrottasi dieci anni prima dell’uscita di un disco che da ripartenza, com’era stato inteso fors’anche dall’autore, si è tragicamente trasformato in addio – hanno potuto. E chissà se David Berman ne ha letto qualcuna nei ventisei giorni trascorsi fra la pubblicazione dell’album e quando si è tolto la vita. Si è impiccato il 7 agosto scorso, tre giorni prima dell’inizio di un lungo tour americano (vi ricorda qualcuno?) cui avrebbe dovuto andarne dietro, fra febbraio e marzo di quest’anno, uno europeo. Deve essere stato l’impulso sfortunatamente irreversibile di un momento a indurre al gesto fatale chi ore prima, in un’intervista via e-mail, aveva scritto all’interlocutore di resilienza, mostrandosi a tratti scherzoso, concludendo addirittura pronosticando al giornalista, che gli aveva confessato soffrire di depressione, che certamente un bel giorno si sarebbe scoperto capace di essere di nuovo felice. “Che razza di sorpresa sarà, vedrai.” Già.

Sarò sincero. Ho in casa mezza discografia dei Silver Jews ma non ne sono mai stato un gran cultore. Ne recensii pure un paio di quei sei album, tiepidamente. Mi piacevano all’inizio, quando furono scambiati per una costola dei Pavement nonostante si fossero formati prima, e mi piacque (abbastanza) il congedo del 2008 “Lookout Mountain, Lookout Sea”: lontanissimo dallo sgangherato lo-fi degli esordi, una buona prova di cantautorato alt-country ma, insomma, i capolavori sono un’altra cosa. Tipo “Purple Mountains”, un esorcismo trasformatosi in testamento. Disco cui il nostro uomo lavorava sin dal 2014 (risale ad allora la stesura della torpida I Loved Being My Mother’s Son, in memoria della madre appena scomparsa) e ci aveva provato più volte a dargli forma, invano. Una versione con Dan Bejar dei Destroyer nel per lui inedito ruolo di produttore veniva accantonata e questo più o meno all’altezza (2016) dell’incisione di un album con i Black Mountain pure esso scartato. Giungevano in soccorso prima Stephen Malkmus, poi Jeff Tweedy, infine Dan Auerbach, e nemmeno con loro Berman trovava la quadra. A rivelarsi decisivo era l’incontro con Jeremy Earl e Jarvis Taveniere dei Woods e il resto è – sarà – Storia.

Perché che si sia in presenza di un classico è evidente sin dalle prime battute di That’s Just The Way That I Feel, honky tonk dove un organo chiesastico incongruamente e sublimemente pesa quanto il pianoforte tipico del genere. È mai parsa più seducente che in una orecchiabilissima All My Happiness Is Gone l’infelicità? È mai stato il naufragare fra gli oscuri marosi dell’esistenza più dolce che in Darkness And Cold? È o non è Snow Is Falling In Manhattan la più bella canzone che Leonard Cohen non ha scritto? È la quarta delle dieci tracce in scaletta e, conversando con Andrew Male di “Mojo”, l’autore sosteneva essere soddisfatto di quelle e basta. Quando Margaritas At The Mall, con i suoi fiati mariachi e tanto altro ancora che rimanda a Townes Van Zandt, una She’s Making Friends, I’m Turning Stranger degna del miglior Gram Parsons e la confidenziale Nights That Won’t Happen (che ne avrebbe fatto Sinatra!) se non appartengono appieno all’Ineffabile quantomeno bussano alla sua porta. Dopo una Storyline Fever sull’orlo dell’euforia (!) “Purple Mountains” saluta con la scintillante ballata Maybe I’m The Only One For Me: una lezione riguardo all’imparare ad amarsi di cui David Berman non ha saputo fare – purtroppo per lui e per noi – tesoro.

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I migliori album del 2019 (2): Michael Kiwanuka – Kiwanuka (Polydor)

Quel pazzo criminale di Idi Amin qualcosa di buono ha fatto. Il dittatore ugandese costringeva i Kiwanuka a rifugiarsi in Gran Bretagna ed era a Londra, nel quartiere di Muswell Hill eternato negli annali del rock da un LP dei Kinks, che Michael vedeva la luce, nel 1987. Erano due band agli opposti quali Radiohead e Nirvana a farlo innamorare del rock, a fargli prendere in mano una chitarra scegliendo come palestra di apprendimento alcune cover band nel mentre studiava jazz, per un breve periodo, presso la Royal Academy Of Music. Provvedeva poi l’Otis Redding di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay a instradarlo sulla via del soul e non tornerà più indietro, ma senza negarsi lo studio delle proprie radici africane e nel contempo del folk della patria adottiva. Notato da Paul Butler dei Bees e messo sotto contratto dall’etichetta dei Mumford & Sons, che gli pubblicava i primi due EP, si ritrovava nel suo primo vero tour a fare da spalla ad Adele, niente di meno, attirando l’attenzione mediatica che potete immaginare. Già famoso prima di debuttare in lungo nel 2012 con “Home Again”, lavoro accolto benissimo sia dal pubblico (un numero 4 UK) che dalla critica. Personalmente, pur trovandolo un bel disco gli imputo un difetto di personalità, devozione eccessiva per una serie di evidenti modelli. Meglio il successivo, del 2016 e di ancora maggiore successo (primo nel Regno Unito), “Love & Hate”, in cui restando accessibile quanto raffinato prendeva a sperimentare.

“Kiwanuka” è l’avventuroso album della maturità. Qui in cinquantuno minuti e quattordici tracce il nume tutelare Terry Callier gioca con certe colonne sonore italiane (You Ain’t The Problem) come la funkadelia (Rolling), lo Stevie Wonder di “Talking Book” con l’exotica come con i Pink Floyd di mezzo (Hard To Say Goodbye), Marvin Gaye (Living In Denial, Solid Ground) convive con Ted Hawkins (Hero), Bill Withers (Piano Joint: This Kind Of Love) con Curtis Mayfield (Light). Altrove, il gospel si tinge di psichedelia (I’ve Been Dazed) e il Philly Sound è aggiornato all’era del downtempo (Final Days) Policromo, guizzante e, in prospettiva, forse un classico.

Pubblicato per la prima volta, in una versione più breve, su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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