I migliori album del 2019 (9): North Mississippi Allstars – Up And Rolling (New West)

Figli d’arte i fratelli Luther e Cody Dickinson, essendo il papà quel Jim che suonò con gli Stones e Ry Cooder, Dylan e i Flamin’ Groovies, produsse i Big Star e i Replacements, Tav Falco, i Green On Red, Willy De Ville. E buon sangue non mente, da diciannove anni e dodici album in studio con questo: divisibili in consigliabili, fortemente consigliabili e indispensabili se il blues vi piace iniettato di boogie, di rock e di funk. “Up And Rolling” al Vostro affezionato è sembrato subito da terza casella e i successivi ascolti non hanno fatto che confermare la prima impressione. D’altronde: pronti e via e una sincopata e con influssi africani, un flauto in perfetto incastro con il battito della batteria, Call That Gone ti appiccica al muro. Manco il tempo di rifiatare che parte una traccia omonima con un potenziale da hit clamoroso, non fosse che allegramente Luther e Shardé Thomas sciorinano un elenco delle sostanze assunte in gioventù e quale radio la trasmetterà mai? Canzone di tale efficacia che appena due brani dopo – in mezzo una favolosa resa iperfunk di What You Gonna Do degli Staple Singers con Mavis Staples a cantare papà Pops – Luther torna sul luogo del delitto con l’assai simile e dal testo al pari birichino Drunk Outdoors.

Disco che non dà requie fino a un finale che all’emozionante gospel (a chiedere perdono dei peccatucci di cui sopra? ma quali peccati!) Take My Hand fa andare dietro la quarantina di secondi di una Otha’s Bye Bye Baby dritta dagli anni ’20 del secolo scorso. Puntate i bluesoni ovviamente elettrici Mean Old World e Out On The Road (una tantum più B.B. King che Muddy Waters quando è di R.L. Burnside) se ancora non siete convinti e non potrete fare altro che mettere mano al portafoglio. Sempre che vi vogliate bene, eh?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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I migliori album del 2019 (10): Sleaford Mods – Eton Alive (Extreme Eating)

Mark E. Smith è vivo e lotta ancora insieme a noi. Alan Vega pure. Non potrebbe averla scritta il primo una frase come “Graham Coxson looks like a left-wing Boris Johnson”? Che oltretutto, con la sua frenesia punk dal martellante al vorticoso, anche musicalmente Flipside non farebbe fatica a confondersi nel suo sterminato catalogo. E non viene facilissimo immaginare la voce del secondo scorrazzare sopra la base metallica, ma melodica, di Big Burt? L’ho sempre pensato (pure voi?): se i Fall avessero provato a fare i Suicide – e fossero nati trent’anni dopo, va da sé – l’esperimento avrebbe avuto come esito il duo formato dal cantante (dal declamante, dal rantolante) Jason Williamson e dal musicista e dj Andrew Fern. Quanto beffardo che vengano da Nottingham e raccontino un mondo, in particolare il loro sempre più disunito Regno Unito, in cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e nessun Robin Hood potrà mai metterci una seppur simbolica pezza.

“Eton Alive” è il quinto album in studio degli Sleaford Mods, il primo a vedere la luce per l’autogestita Extreme Eating dopo che il precedente “English Tapas” era uscito su Rough Trade ed è stato il contatto più ravvicinato che i nostri eroi abbiano mai avuto con un’industria discografica strutturata ancora lungo linee che nel secolo nuovo hanno cessato di avere non direi un senso ma senz’altro un’indispensabilità. Impensabile comunque che questi signori addivengano a qualche compromesso anche nell’assai improbabile caso si ritrovino un giorno a incidere per una major, risulta a oggi il loro lavoro più pop. Non nel senso svalutante che si suole dare attualmente al termine, eh? È che è quello nel complesso più godibile, epidermico senza mai fare davvero male alle altrui di epidermidi, a patto che siano spesse a sufficienza per chi a un certo punto divise un singolo promozionale con il redivivo… ahem… Pop Group. Più che per qualunque altro dei dodici episodi che lo compongono – però pure Policy Cream, che gli va subito dietro e ha un gusto da XTC della primissima ora, non scherza in tal senso – vale per l’electro-funk sull’orlo della disco Kebab Spider: impossibile schiodarselo dalla memoria dopo anche soltanto un ascolto. Se la collisione fra funk e post-punk di Into The Payzone rimanda ai Gang Of Four, O.B.C.T. sono i Joy Division se avessero avuto il sense of humour necessario a inserire in un loro pezzo un assolo di kazoo. Se When You Come Up To Me spiazza porgendosi romantica, sorta di deragliamento alla rovescia, con la sua concitazione Top It Up rimette tutto entro i binari consueti. Un altro pezzo che mi piace molto: Discourse, filastrocca spasmodica su un carillon su di giri.

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I migliori album del 2019 (11): Raphael Saadiq – Jimmy Lee (Columbia)

Conosciuto allora con il suo nome vero (Charles Ray Wiggins) Raphael Saadiq debuttava diciottenne da professionista, quando Sheila E. lo invitava a suonare il basso nel suo gruppo. Entro breve si sarebbe trovato a dividere palchi con Prince in tanti dei suoi mitici concerti “after hours” in piccoli club. Era il 1986. Due anni dopo diventava una star di suo con i Tony! Toni! Toné e l’appassionato di soul classico che non ne ha una buona opinione (furono fra i fenomeni di quel fenomeno plasticoso chiamato new jack swing) dovrebbe però anche ricordare che il brano che li lanciava, Little Walter, richiama esplicitamente il classicone gospel Wade In The Water. Indizio remoto che il nostro uomo già allora giocava fra modernità e tradizione. Con un po’ di (giustificata) presunzione e non a caso intitolerà l’esordio in proprio, giunto solo nel 2002 (nel frattempo fra mille altre cose era stato fra i principali collaboratori e co-autori di D’Angelo), “Instant Vintage”. CV pazzesco che una pagina di questo giornale non basterebbe a contenere, Saadiq pubblica il suo quinto album da solista a ben otto anni dal precedente “Stone Rollin’”, ma avendo continuato nel frattempo a marchiare in profondità la black attuale, determinante fra il resto nel fare di Solange una stella.

Sparo alto? Concept in memoria di un fratello morto di eroina, “Jimmy Lee” è – per pregnanza, ma pure per livello di scrittura – quasi un “What’s Going On” per questo nostro tempo così avaro di capolavori veri. In una dozzina di tracce e quaranta minuti scarsi sciorina electro-funk (So Ready) e soul-rock (Something Keeps Calling), pop di scuola Motown (This World Is Drunk) e squisite ballate R&B (Sinner’s Prayer, I’m Feeling Love, Rearview), blues adattato all’era dell’hip hop (My Walk), spiritual (classico: Belongs To God; moderno: Rikers Island), fosco downtempo spruzzato di jazz (Glory To The Veins), un siparietto da Gil Scott-Heron (Rikers Island Redux). E dove lo trovate un altro che nello stesso disco ospita un reverendo ottantenne e Kendrick Lamar?

Pubblicato per la prima volta, in una versione più breve, su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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I migliori album del 2019 (12): Jamila Woods – LEGACY! LEGACY! (Jagjaguwar)

Come Gil Scott-Heron e Linton Kwesi Johnson, la ventinovenne Jamila Woods ha cominciato a pubblicare i suoi versi su carta ben prima di pensare che appoggiarli a una base musicale ne avrebbe incrementato la potenza, facendoli viaggiare in luoghi dove se no non sarebbero mai arrivati. E come poetessa ha ottenuto riconoscimenti importanti, ritrovandosi inclusa in alcune delle principali antologie americane della prima metà di un decennio in cui la svolta si materializzava giusto all’ingresso nella seconda metà. Era il 2016 quando un attivismo volto a rivendicare il ruolo degli afroamericani nella cultura del paese in cui i loro avi sbarcarono in catene si vedeva per la prima volta tradotto in canzoni, in “HEAVN” (per i titoli delle sue creazioni la Woods usa sempre solo caratteri in maiuscolo). Opera dapprima pubblicata soltanto in forma liquida dalla minuscola Closed Sessions e a renderla disponibile in CD e vinile provvedeva sorprendentemente un’etichetta adusa a licenziare tutt’altro, fra le principali in USA in ambito indie, per quanto in un’accezione vasta del termine che va dal cantautorato a cose sperimentali, via rock.

È sempre la Jagjaguwar a portare ora nei negozi un seguito che segna per l’artista di Chicago un significativo passo in avanti in termini di qualità della scrittura – ed è allo spartito che mi riferisco – e fruibilità dell’assieme. Voce che ricorda un po’ Erykah Badu, Jamila Woods omaggia qui dodici eroi ed eroine del suo popolo. Una due volte ed è Betty Davis, celebrata nel brano che inaugura e chiude – in versioni agli opposti: la prima downtempo, la seconda house – il disco. Ci si muove fra funk e rap, pop, soul e rhythm’n’blues. Lo zenit è BASQUIAT: aperta da un basso wave e una chitarra psichedelica, si distende poi su un jazzato groove hip hop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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I migliori album del 2019 (13): Jessica Pratt – Quiet Signs (Mexican Summer)

Jessica Pratt è in giro – discograficamente; le prime canzoni le aveva scritte cinque anni prima, ventenne – dal 2012, ma allora non me ne accorsi. Mi giustifica che il primo, omonimo album vide la luce solo in vinile e in cinquecento copie per un’etichetta appositamente fondata da Tim Presley? Credo di sì. Mentre per il seguito del 2015 e su Drag City, “On Your Own Love Again”, devo appellarmi alla clemenza della corte, sperando che riconosca come attenuante che verso fine anno, periodo in cui cerco di recuperare i dischi sulla carta interessanti che non sono riuscito ad ascoltare fin lì, ero sfortunatamente impegnato a recuperare altro: una vita più o meno normale dopo un incidente che non starò a rievocare, perché chi sa sa e chi non sapeva, be’, è finita bene. Abbastanza. “On Your Own Love Again” l’ho ascoltato per la prima volta su YouTube giorni fa (idem “Jessica Pratt”) e non è male (idem “Jessica Pratt”), però “Quiet Signs” è un’altra cosa: un miracolo, o tipo (datemi retta, in materia ho fatto pratica). Avverto che da qui in poi mi rivolgerò a un lettore che, a giudicare dal poco che frequento i social (la mia cosiddetta “bolla”), so esser raro: a chi non ascolta venti album nuovi a settimana (minimo sindacale) e a ciascuno dedicando il tempo bastante ad assimilarlo a sufficienza da poterlo, ponderatamente, giudicare. Nel mentre si è immerso in due o tre serie TV rigorosamente non ancora arrivate in Italia (o soltanto con i sottotitoli) e ha fatto suoi due o tre romanzi e altrettanti saggi. Lui “Quiet Signs” l’ha certamente ascoltato il giorno dell’uscita, l’8 febbraio, e al riguardo certamente postò qualcosa, il 7. Ma ero distratto, perdonatemi.

Ora che siamo rimasti in pochi mi tocca confessarvi l’inconfessabile: stante una limitata presenza nelle playlist (qualche centinaio) che ho scorso da inizio dicembre mi sarei perso pure “Quiet Signs” non fosse che “Mojo” (ancora compro e leggo riviste, come voi, ritenendole mediamente più affidabili di Facebook) ha incluso uno dei suoi brani in un CD allegato a uno degli ultimi numeri. “Quiet Signs” ho così cominciato a frequentarlo partendo dalla seconda delle sue nove tracce: As The World Turns. Me ne sono innamorato, salvo scoprire che è la meno rappresentativa, quella che con la sua asciuttezza estrema più somiglia a predecessori che giustificano paragoni con Sibylle Baier qui meno calzanti. Non è che nel resto del programma l’artista californiana si porga barocca dopo due lavori in bassa fedeltà per sole voce, chitarra acustica e involontarie (qui invece, nella prima opera immortalata in una sala d’incisione comme il faut, sapientemente ricreate) stanze d’eco. Ma già le due linee di piano – una cupa e solenne, l’altra vivacemente sentimentale – che disegnano l’iniziale Opening Night certificano che questo è un mondo nuovo e un talento che era in nuce è pienamente sbocciato. E giustifica altri rimandi importanti: a un Caetano Veloso che sapeva di Nick Drake senza saperlo in Fare Thee Well e a un Nick Drake idealmente dialogante con Joni Mitchell in Poly Blue. Alla Karen Dalton dolcemente più desolata in Silent Song. Laddove This Time Around è di nuovo tropicalismo ma traslocato in paesaggi brumosi, Crossing un minuetto da Alice in un paese di psichedeliche meraviglie che si dissolvono, nell’esatto istante in cui accennano a prender corpo, nella conclusiva Aeroplane. Che manca? Ah sì, Here My Love, che d’accordo è ancora Sibille, ma con una spuma d’archi da risacca pigra, quando la marea ha appena preso a salire. Solamente 27’48”. Perfetto.

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I migliori album del 2019 (14): Angel Olsen – All Mirrors (Jagjaguwar)

C’era da aspettarselo. Nel 2017 con “Phases” Angel Olsen compiva un’operazione che poteva apparire prematura per una musicista con una carriera principiata a inizio decennio: svuotava un po’ di cassetti e in tanti si chiedevano se non intendesse così mettere un punto e a capo, facendo ordine e spazio per una fase nuova. Non che in precedenza fosse mai stata ferma, eh? Si presentava al proscenio con gli esitanti demo per voce e chitarra acustica di “Strange Cacti”, trasformava il suo folk in folk-rock, mostrando nel contempo una chiara crescita sia da autrice che da interprete, già con il successivo e ancora semi-clandestino “Half Way Home” e con “Burn Your Fire For Your Witness” (primo suo album a entrare nella classifica di “Billboard”) lo variegava e personalizzava, fra echi di Velvet Underground e scorci di neo-psichedelia. Laddove “My Woman” per una metà era il suo lavoro più “pop” e per l’altra il più ardito, congiura di opposti capaci di coesistere. C’era da aspettarselo. Disco dopo disco, la Olsen è andata ispessendo e raffinando il suo sound. A questo giro non si limita a porgersi “full band”, ricorre a un’orchestra di quattordici elementi.

È un mondo nuovo (solo Summer, con le sue chitarre cristalline, troverebbe facile collocazione nel precedente catalogo di Americana invero “alternative”) e coraggioso, che a molti cultori della prim’ora potrebbe non piacere ma ne sedurrà altri. Con le sue orchestrazioni dense (non bastassero archi e fiati pure mellotron e synth) ma funzionali e sempre capaci di fermarsi prima della fatidica nota di troppo. Disco da godere come assieme ma con momenti di memorabilità assoluta nella suadente New Love, in una Spring scanzonata in questo contesto, quasi beatlesiana, e nel gran finale, hollywoodiano-sinfonico, di Chance.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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I migliori album del 2019 (15): Allah-Las – Lahs (Mexican Summer)

In un mondo in cui i singoli non esistono più (chiamano così il brano che, di norma solo in download o in streaming, anticipa un album; quello con il video su YouTube; più gli altri che seguono) per dei tradizionalisti come gli Allah-Las, innamorati persi di quegli anni ’80 che fingevano di essere gli anni ’60, la scelta della canzone apripista per un nuovo LP (sì, lo fanno uscire anche in CD, ma non ci sono dubbi su quale sia il supporto fonografico di elezione per una band formatasi letteralmente in un negozio di dischi: Amoeba, Los Angeles) è sempre molto ponderata. Simbolica più che altro, eh? Visto che poi i 45 giri li stampano, diversamente dai 33, in piccole tirature per i cultori che non vogliono perdersi un retro ovviamente inedito. Ora: non esistono ancora in formato fisico, ma per presentare il suo quarto album il quartetto californiano di “singoli” ne ha messi fuori per cominciare due. Operando scelte piuttosto… uh… singolari: su YouTube potete gustare una In The Air che ce li porge anglofili come non mai (principali referenti: i Kaleidoscope a lungo oscurissimi di “Tangerine Dream”, AD 1967); su Spotify hanno reso disponibile Prazer em te conhecer, che è tipo un George Harrison versione tropicalista e visto che c’erano avrebbero potuto optare per Royal Blues, che sono direttamente gli Os Mutantes. Quasi un ripensamento allora calare un terzo asso, Polar Onion, in cui li si riconosce subito: jingle-jangle adattato college rock, alla R.E.M. primevi.

E insomma gli Allah-Las ampliano i loro orizzonti ma nel complesso restano quella roba là, una scheggia di Paisley Underground nel cuore di questi aridi anni ’10. Una delle loro canzoni più belle di sempre la spiattellano subito: Holding Pattern, degna dei Byrds iperpsych di Mind Garden.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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