Fantastic Negrito – Please Don’t Be Dead (Cooking Vinyl)

Non portava bene, all’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz (un minuto di silenzio per l’impiegato dell’anagrafe), “The X Factor”. Che nel suo caso non era però un format televisivo all’epoca ancora a venire, bensì il titolo dell’album con cui ventottenne esordiva, nel 1996, per un’etichetta di peso quale la Interscope. Di quel disco dall’artwork orrendo, e convenientemente uscito a nome Xavier e basta, non si accorgeva nessuno e l’autore si trovava a battagliare con l’etichetta per liberarsi da un contratto da cui poi veniva sciolto per una ragione buona ma pessima: vittima nel ’99 di un incidente stradale che lo ha sfigurato, restava tre settimane in coma. Di diversi mesi la successiva riabilitazione. Uscito dall’ospedale accantonava i sogni di gloria in ambito musicale e tornava a guadagnarsi la pagnotta come aveva sempre fatto prima di perdere la testa per il classico di Prince “Dirty Mind”: spacciando. Vita avventurosa, eh?

La faccio breve. Scatto di copertina e titolo che alludono all’incidente di cui sopra, “Please Don’t Be Dead” è il terzo capitolo di una carriera ricominciata con un secondo “debutto” (omonimo) a nome Fantastic Negrito nel 2014 e che ha raggiunto l’apice con il Grammy come “Best Contemporary Blues Album” con il successivo, del 2016, “The Last Days Of Oakland”. Opera dal potenziale pazzesco sin da una Plastic Hamburgers che la apre deflagrando zeppelliniana. Il prosieguo offre altre dieci canzoni perfette per fare del nostro eroe un nuovo Lenny Kravitz: fra gospel laici (Bad Guy Necessity) e bluesoni (A Letter To Fear), escursioni in Africa (A Boy Named Andrew) e ipotesi di Black Keys in trip psichedelico (The Suit That Won’t Come Off), sontuose ballate alla Bill Withers (Dark Windows) e inni funkadelici (Bullshit Anthem).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Una celebrazione di “Electric Ladyland”, a cinquant’anni dalla pubblicazione

Per certuni quest’ora e un quarto sistemata in origine su quattro facciate di vinile, e che oggi alloggia in un disco solo (la “Deluxe Edition” del quarantennale si straraccomanda nondimeno per l’aggiunta di un magistrale Making Of in DVD di circa un’ora e mezza), rappresenta lo zenit del chitarrista di Seattle. Per talaltri è un’opera sfilacciata, con momenti altissimi ma pure chiari indizi di decadenza. Non ci iscriviamo né a questo partito né a quello. Rispetto ai due primi LP “Electric Ladyland” non rappresenta un’involuzione bensì un’evoluzione, e non è un Hendrix né migliore né peggiore quanto piuttosto – restando riconoscibilissimo – diverso. Di seduzione meno immediata ma più premiante nel tempo. Qui più che nei predecessori a ogni passaggio noti particolari che ti erano sfuggiti. Ci sono brani che avrebbero potuto figurare in “Are You Experienced”: una Crosstown Traffic dall’irresistibile riffarama, la cover a rotta di collo di Come On di Earl King, una Voodoo Chile figlia di una Foxy Lady inseminata da una Purple Haze. Ce ne sono che agevolmente si sarebbero potuti mimetizzare fra le pieghe di “Axis: Bold As Love”: il cosmico/acquatico preludio di And The Gods Made Love, una souleggiante title track in cui il Nostro improvvisamente si ricorda di essere stato uno degli Isley Brothers, la poppissima (firma Noel Redding) Little Miss Strange. Ma la terza facciata, quasi una suite, si affaccia su dimensioni afrofuturibili che saranno quelle esplorate dal Davis e in parte dall’Herbie Hancock elettrici. Potrete incontrarci Sun Ra e trovarlo impegnato in una conversazione filosofica con George Clinton. E poi c’è la parabola biblica di All Along The Watchtower: una versione che Dylan apprezzerà così tanto che la canterà e la suonerà sempre, lui che l’aveva scritta, come stesse facendo una cover di Hendrix. E poi… E poi e anzi prima c’è House Burning Down. Vi piace l’odore del napalm la mattina?

L’ultimo album in studio che Hendrix completava in vita sarà il primo e unico ad andare al numero uno negli Stati Uniti.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. La copertina qui riprodotta è quella della “Deluxe Edition” citata in scheda e non l’originale, quella con le signorine ignude, per intenderci: scelta non filologica ma sfortunatamente resa obbligata dalla demenziale policy di Facebook in materia di nudo.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Johnny Marr – Call The Comet (New Voodoo)

L’uomo che nel 2010 si piazzava quarto (dopo John Frusciante, Slash e Matt Bellamy) in un referendum indetto dalla BBC per designare gli eroi moderni della chitarra elettrica a quell’altezza ancora doveva debuttare (“Boomslang”, del 2003, è a nome Johnny Marr & The Healers) da solista. Essendo al tempo già passati ventitré anni dacché divorziò da Morrissey, spezzando il cuore a una generazione di appassionati di rock. Chiaro indizio di come si senta meglio da fiancheggiatore – o dividendo con altri la ribalta come negli Electronic, progetto condiviso con Bernard Sumner che resta il suo piccolo grande momento di gloria post-Smiths – che al centro del palcoscenico. Insomma: uno che si trova bene solo in un contesto di gruppo. Si trovava? A un certo punto qualcosa deve essere scattato se nel 2013 infine esordiva in proprio con “The Messenger”, l’anno dopo gli dava prontamente un seguito con “Playland” e quello dopo ancora pubblicava il live “Adrenalin Baby”. Nella cui scaletta compaiono quattro classici della band che sapete e ci si stupiva, vista la difficoltà sempre avuta da costui a rapportarsi con quell’ingombrante lascito.

Come se così avesse messo un punto e a capo, Marr ha meditato a lungo il terzo lavoro in studio, ripartenza che si può dire – un po’ paradossalmente, siccome contiene alcuni dei suoi assoli più ribaldi – la sua cosa meno scritta in funzione della chitarra di sempre. Non particolarmente smithsiana, ma nemmeno lo erano le precedenti, e che razza di maledizione è allora che alla fine si ricordino quelle poche tracce – Hi Hello, Day In Day Out; pure una Rise con tremolo alla How Soon Is Now – da cui ci si aspetterebbe di sentire sbucare la voce di Morrissey. Il resto per lo più prova a farsi congiunzione fra T-Rex e New Order, con esiti alterni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Audio Review n.402

È in edicola da alcuni giorni il numero 402 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album di Animal Collective, Chills, Shemekia Copeland, Coral, Alejandro Escovedo, Hater, Peter Holsapple, James, Jazzanova, Low, Papa M, Paper Kites, Proclaimers e Wild Nothing e di una ristampa di Southside Johnny. Nella rubrica del vinile ho dedicato un’intera pagina a “Music From Big Pink” della Band e incensato più in breve un grande classico del reggae a firma Mikey Dread.

3 commenti

Archiviato in riviste

Il primo John Lennon post-Beatles: ingeneroso, imperfetto, immortale

Imperfetto, e nondimeno egualmente candidato all’immortalità da tre canzoni immani a fronte di otto buone ma irrimediabilmente sminuite dal raffronto, l’omonimo debutto in studio di John Lennon con la Plastic Ono Band viene inciso fra il 26 settembre e il 5 ottobre 1970. Uscirà in dicembre, pochi giorni prima che Paul McCartney, intentando causa agli ex-compagni per ottenere una dissoluzione pure giuridica di ogni legame e mettersi così al riparo dai maneggi del manager Allen Klein, tolga anche al più ostinato dei fan dei Beatles ogni residua illusione che si possa tornare indietro. Che il sogno sia finito è probabilmente l’unica cosa su cui John al momento concorda con l’ex-sodale e amico. Lo esplicita come più non si potrebbe nella fulminante litania su rotolante piano circolare di God, che inizia affermando che “Dio è un concetto/per tramite del quale misuriamo/il nostro dolore” e continua con un elenco di ciò in cui l’autore non crede più. Drammatico crescendo, dalla magia agli I-Ching, da Gesù a Kennedy a Budda, che culmina con Elvis, Zimmerman (ossia Bob Dylan) e – amara bestemmia ultima e suprema – proprio i Beatles. E poi: “Credo soltanto in me stesso/in me stesso e Yoko/e questa è la realtà/Il sogno è finito/e che altro posso dirvi?/Il sogno è finito”. E quindi, con subitaneo rovesciamento di prospettiva che fa transitare dal nichilismo a una visione di futuro quietamente eccitante in cinque versi: “Ieri/ero il tessitore di sogni/ma oggi sono rinato/Ieri ero il tricheco (I was the walrus)/ma oggi sono John”. Per poi concludere: “E così cari amici/dovrete andare avanti/il sogno è finito”. Mozza ancora il fiato ad ascoltarla oggi e chissà che effetto dovette fare allora. Al pari insieme consolatorio e dilaniante è il finalino che le va dietro, l’accorata ninnananna My Mummy’s Dead, chiusura del cerchio aperto dai lugubri rintocchi di campana della torturatissima (non danno consolazione alcuna gli accenti gospel del piano di Billy Preston) Mother, seguito della beatlesiana Julia e per così dire resa dei conti con una madre che lo aveva abbandonato e che un adolescente John perse definitivamente, uccisa in un incidente automobilistico, quando l’aveva appena ritrovata. Trauma analogo a quello subito da Paul e che incommensurabilmente contribuì a farli sentire vicini al principio del loro rapporto. Mai album pop ha avuto attacco di una simile, brutale emotività. Fra Mother e God, l’altro grande classico di questo disco, il valzer sulla falsariga della dylaniana Masters Of War di Working Class Hero. Fra Mother e God altri sette brani più che apprezzabili ma che finiscono per essere contorno. Si tratti del sommesso invito a se stesso a tener duro di Hold On John o dell’urticante rock (con un acido riferimento a McCartney) I Found Out, di una sospesa e dissonante Isolation o dell’urlante blues Well Well Well, o ancora di una Look At Me in cui si sente Donovan e non soltanto per la tecnica, che proprio il menestrello scozzese gli aveva insegnato, con cui John suona la chitarra.

Dieci mesi dopo toccherà a Imagine inaugurare l’omonimo LP e non pretenderete mica che vi racconti quella che in più di un referendum, mentre gli anni ’90 sfumavano nei 2000, è stata eletta a “canzone del secolo”? Mi accontento di appuntare che non credo esista un’altra canzone che sia stata “sentita” così tanto e “ascoltata” così poco, la radicalità estrema del testo messa in secondissimo piano dalla sognante dolcezza della melodia. Come il predecessore, “Imagine” l’album presenta un netto stacco qualitativo fra tre brani, essendo gli altri due Jealous Guy e How Do You Sleep?, e il resto del programma. Più alto però il livello medio di seconde linee in cui spiccano il quasi-country Crippled Inside, il blues (in cui per una delle ultime volte ruggisce il sassofono dello sfortunato King Curtis) It’s So Hard, una romanticissima Oh My Love e l’esuberante celebrazione di Oh Yoko!. Abbozzata sin dal 1968 (stava per finire sul “White Album”) con un titolo diverso, Child Of Nature, e tutt’altro e francamente imbarazzante testo, Jealous Guy è immediata quanto la title track, zuppa di lussuria per l’amata e di rimpianti per il cattivo agire del ragazzaccio che fu. Che fu? Che è. Valga come decisivo teste per l’accusa la rancorosissima e a dir poco ingenerosa polemica, nei confronti di Paul McCartney tanto per cambiare, di How Do You Sleep?: salmodiare di accuse cui si racconta che a un certo punto un rattristato Ringo Starr, in visita in studio (aveva suonato nell’album prima, in questo non c’è; George Harrison invece sì), cercò di porre fine con un perentorio “Adesso basta, John”. Brano fra i più riusciti del Lennon solista per sapienza della costruzione, attenzione al particolare, intensità dell’interpretazione; eppure piacerebbe cancellarlo dal repertorio e la biografia dell’ex-Beatles avrebbe assai a guadagnarne. Fa onore all’autore di un pezzo che il pur partigiano “Rolling Stone” (John Lennon la prima star di copertina e a lui la lunga intervista, concessa al fondatore Jann Wenner, che diede definitivamente autorevolezza al giornale) definì “ripugnante e indifendibile” che abbia in seguito, espulso il veleno residuo con una lettera al “Melody Maker” tanto livida che la rivista stessa decise di tagliarla, finito per vergognarsene. Cercando persino, goffamente, di farlo passare per autodenigratorio. Fa onore a McCartney che ci sia passato sopra senza fare una piega. Ambiva a ricostruire il rapporto con colui che era stato il suo amico più grande, oltre che il co-autore di un paio di centinaia di canzoni straordinarie, e almeno in parte ci riuscirà. Facciamo allora finta che How Do You Sleep? non esista e ricordiamo piuttosto il John Lennon che il 31 agosto 1971 lascia per sempre (lui naturalmente non lo sa) il paese che gli ha dato i natali con lo sgranarsi di accordi della canzone che sarebbe bastata da sola (da sola! anche senza il gruppo che sapete!) a farlo immortale. Con le bellissime immagini del video di meravigliosa semplicità cui da quarantaquattro anni la leghiamo nella memoria: Yoko che spalanca le finestre di una grande stanza spoglia, il sole che la illumina, John seduto davanti a un piano a coda bianco e… “immagina che non ci sia un paradiso/è facile se ci provi”.

Da poche settimane tutto il John Lennon post-Fab Four – tolti gli LP sperimentali, incluso il postumo “Milk And Honey” – è disponibile in un cofanetto di otto vinili su UMC, venduto intorno ai centottanta euro. Tutti i titoli (trattasi delle rimasterizzazioni del 2010) sono disponibili anche separatamente e dovreste pagarli sui venticinque euro cadauno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015. Fosse ancora fra noi, John compirebbe oggi settantotto anni.

7 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Ray LaMontagne – Part Of The Light (RCA)

Trascorso il momento d’oro per Ray LaMontagne? Nel momento in cui scrivo sono passati troppi pochi giorni dalla pubblicazione di questo suo settimo album per avere un’indicazione sulle vendite e vedere se si invertirà la curva discendente disegnata due anni fa da “Ouroboros”, tredicesimo per “Billboard” e potrebbe parere un signor piazzamento non fosse che di fila i predecessori “Gossip In The Grain” (2008), “God Willin’ And The Creek Don’t Rise” (2010) e “Supernova” (2014) avevano scalato quella classifica fino al terzo posto. Non fosse che il debutto del 2004 “Trouble” a malapena entrava nei Top 200 ma in compenso, premiando l’intuizione e la tenacia di una RCA che si ostinava a puntare sul Nostro (il matrimonio continua a oggi), diventava un long seller da manuale e negli Stati Uniti ha venduto da allora oltre mezzo milione di copie. Non fosse che le prime recensioni uscite sono positive, sì, ma tiepidine. L’accoglienza per “Ouroboros” era stata più calorosa. Ma d’altronde: un mezzo o anche intero capolavoro, se chiedete a me.

Vale qualcosina di meno ma appena appena questo “Part Of The Light” che ne replica il blend di Americana e psichedelia, Pink Floyd prima metà anni ’70 e cantautorato con vista sul Laurel Canyon. Con giusto qualche piccola divagazione e, se Pink Floyd sono, quelli di No Answer Arrives ricordano i momenti più turgidi di “More”, mica “Meddle”, laddove con il suo riffone As Black As Blood Is Blue rimanda addirittura ai Black Sabbath. Parentesi in un programma mediamente assai più quieto, inaugurato dall’incontro fra il primo Tim Buckley e Donovan di To The Sea e da una Paper Man fra il primo Elton John e Jonathan Wilson e suggellato dai languori country di Goodbye Blue Sky. Sfacciato l’ammiccare ai Beatles di Let’s Make It Last.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

La Rivoluzione cattiva e favolosa dei Q65

Se dei primi Pretty Things si può dire che erano degli Stones più “cattivi”, di questo gruppo proveniente dall’Aia (la Liverpool olandese) si potrebbe affermare che dei Pretty Things stessi fu una versione più selvatica ed esplosiva: immaginate. E siccome sarebbe insano limitarsi a fare lavorare una fantasia sovraeccitata per toccare con orecchio procuratevi quest’album, datato 1966 e il primo dei ragazzi. Possibilmente nella versione digitale (Decca, 1988) che ai dodici brani del programma primigenio aggiunge sei essenziali bonus e più essenziali delle altre l’incantato folk-rock World Of Birds, una I Despise You di formidabile malevolenza e lo scodinzolante errebì You’re The Victor. Favolosi addendi a un disco colossale, dal lamento di The Life I Live al Willie Dixon pazzamente dilatato (mai così acido; dopo quello sulfureo di Spoonful) di Bring It On Home.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. Ho appena appreso da Facebook che Joop Roelofs, che dei Q65 fu la chitarra ritmica, non è più fra noi. Ma per quanto mi riguarda c’è ancora e sempre ci sarà.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, coccodrilli