Morrissey – I Am Not A Dog On A Chain (BMG)

Ma quanto è diventato difficile recensire con equanimità Morrissey! Non che non lo sia sempre stato. Solo che una volta partivi con il pregiudizio positivo dato da una voce che era quella che lungo la breve epopea degli Smiths aveva saputo parlare come nessuna a una generazione e, anche senza la Rickenbacker scintillante di Johnny Marr dietro, qualcosa di buono in un suo disco ti pareva sempre che ci fosse, che ci dovesse essere. E oggettivamente nell’esordio dell’88 “Viva Hate”, in “Your Arsenal” del ’92 o, in questo secolo, in “Years Of Refusal” del 2009 e “World Peace Is None Of Your Business” del 2014 del buono si trova. Solo che anni di capricci da diva, comportamenti conflittuali rispetto al suo stesso pubblico, tirate da ultrà vegano (sacrosanto battersi per i diritti degli animali, altra cosa porli davanti agli esseri umani) e una collocazione sempre più chiara in un alveo politico di destra-destra hanno eroso la pazienza di tanti. Il pregiudizio si è fatto pesantemente negativo e prima di scrivere di costui tocca fare training autogeno, ricordare a sé stessi che fra i primi doveri di un critico sta il giudicare senza farsi influenzare da simpatie o antipatie.

Ci provo. Ci ha provato pure Morrissey, a fare un disco in cui in luogo di adagiarsi su appassiti allori aggiunge qualcosa di nuovo al suo cospicuo canone. Ci ha messo dentro, oltre a tanto ma già sentito melò alla Marc Almond, roba inaudita per lui: un paio di martelloni dance tipo Underworld, un altro pezzo con Thelma Houston a souleggiare (altro che “hang the dj”!), a un certo punto (non ci si crede) delle chitarre sabbathiane e un accenno di psichedelia. Ma le melodie (tolta la traccia omonima) sono fragili, i testi vabbé e che resta? I soliti due brani un po’ Smiths, buoni per i nostalgici. Forse.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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La copia numero zero

 

La rara, rarissima e insomma unica prova di stampa per l’autore. Quella che finirà all’asta su Sotheby’s. Completa di un’informazione errata e un refuso che fortunatamente non troverete nella vostra copia.

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Il giorno dopo

Oh, adesso non è che io intenda tirarmela più di tanto e però… Ci tengo comunque a precisare che, diversamente dal bardo di Pavana, mai e poi mai in vita mia votai PSI. Sempre e comunque PCI.

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Disponibile

Ordinabile a partire da oggi.  400 pagine, euro 29. Raccoglie ottantatré articoli pubblicati in origine fra il dicembre 1994 e il febbraio 2015 sulle riviste “Dynamo!”, “Rumore”, “Blow Up”, “Il Mucchio” e “Extra”, sulla fanzine “Magic Fuzz”, sul blog Venerato Maestro Oppure e su un’antologia di autori vari. In questo libro si parla di Pink Floyd, Kinks, John Mayall, Brian Auger, Colosseum, Miles Davis, Caravan, Cat Stevens, Roy Harper, John Martyn, Nick Drake, Fairport Convention, Sandy Denny, Eva Cassidy, Fred Neil, Townes Van Zandt, David Ackles, Van Morrison, Van Dyke Parks, Hot Tuna, Leonard Cohen, Paul Simon, Caetano Veloso, Scott Walker, Marc Bolan, Van Der Graaf Generator, Le Orme, Hawkwind, Bill Nelson, Snakefinger, Graham Parker, Jam, Joe Jackson, Gang Of Four, Magazine, Billy Childish, Lee “Scratch” Perry, Yoko Ono, Nico, John Cale, Silver Apples, Suicide, Richard Hell, James Chance, Pere Ubu, Tuxedomoon, Tav Falco, Dream Syndicate, Go-Betweens, Triffids, Mark Eitzel, Hüsker Dü, Replacements, fIREHOSE, Dinosaur Jr., Metallica, Beastie Boys, Bikini Kill, Motorpsycho, Raymond Scott, Laurie Anderson, Brian Eno, Talking Heads, U2, Diaframma, Sugarcubes, Spiritualized, House Of Love, LA’s, PJ Harvey, Massive Attack, Tricky, Portishead, Tindersticks, Julian Cope, Amon Düül II, Ash Ra Tempel, Faust, Kraftwerk, Neu!, D.A.F., Mouse On Mars, Laika, Tortoise, Decemberists e Arctic Monkeys. Solo su Amazon.

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Le magie fuori stagione di Beth Gibbons e Rustin Man

Sodalizio estemporaneo quanto dai felicissimi esiti quello che stringevano nel 2002 Beth Gibbons e Rustin Man, al secolo Paul Webb: lei ascesa allo stardom da cantante dei Portishead a cavallo della metà dei ’90; lui una stella del pop, ma un po’ di luce riflessa, nel decennio prima ancora, bassista nei Talk Talk di quel genio venuto purtroppo a mancare nel 2019 di Mark Hollis. Collaborazione totale (otto dei dieci brani, così come la regia, portano la firma di entrambi; i due rimanenti sono uno siglato Gibbons e l’altro Webb) che coinvolgeva una folla di musicisti da non credersi (una quarantina) a fronte di un disco dalle atmosfere spesso rarefatte, questo autentico capolavoro condivide poco, quasi nulla con ogni altra produzione precedente e successiva della Gibbons. Idem per quanto riguarda Webb se si fermano le lancette del tempo a quell’anno. Aspettiamo da allora un seguito e per essere tale al pur meraviglioso “Drift Code”, con il quale lo scorso anno il nostro uomo si è riaffacciato a un’ideale ribalta mai più calcata da allora, per esserlo manca appunto Beth Gibbons.

Opera fuori dal tempo (programmatico il titolo) e che a ragione di ciò non è minimamente invecchiata, “Out Of Season” sfugge anche a ogni catalogazione. Parte ambient, l’iniziale Mysteries, ma in breve si trasforma in un’incantevole ballata folk, laddove la successiva Tom The Model è soulful nella voce e fra il pop e il cinematografico nell’orchestrazione. Se Show si colloca a metà fra jazz e cameristica, Romance è una scheggia di Billie Holiday da spaccarti il cuore e Sand River un Nick Drake perduto. Esplicito omaggio, Drake, a quell’angelo caduto? Giusto per come si chiama, giacché giriamo dalle parti di certa classica contemporanea, quando in apertura di facciata Spider Monkey aveva convincentemente replicato Mysteries per poi dare spazio a una Resolve in transito dall’inquietante al seducente. Dopo una Funny Time Of Year che esibisce gli arrangiamenti più sontuosi, l’album si congeda con una Rustin Man dai colori autunnali. Davvero benvenuta questa riedizione Go Beat!/UMC splendidamente suonante: una prima stampa era arrivata ormai a costare duecento euro, poco meno della metà quella su Music On Vinyl del 2011.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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Luke Haines & Peter Buck – Beat Poetry For Survivalists (Cherry Red)

Do per scontato che tutti sappiano chi è Peter Buck e spendo allora qualche parola per l’inglese Luke Haines, che pure sarebbe potuto diventare una star. Due volte. Era il 1993 quando il debutto degli Auteurs “New Wave” era candidato al Mercury Prize. Vincevano gli Suede e mentre Blur e Oasis si disputavano la corona del britpop gli Auteurs gradualmente sparivano dalle cronache, pur continuando a fare album eccellenti (altri tre, l’ultimo nel ’99). E ce ne fu poi un altro di momento di non-svolta, nel 2000, quando il singolo che battezzava il secondo lavoro dei Black Box Recorder (uno dei migliori progetti di canzone elettronica fra vecchio e nuovo secolo) parve destinato a diventare hit vera, ma si rivelò un abbaglio. Il nostro uomo ha avuto forse più successo come scrittore, con due caustici volumi di memorie, che da musicista titolare di una discografia labirintica, l’elevata qualità media unico elemento accomunante gruppi molto distanti fra loro come Servants e Baader Meinhoff, Auteurs e Black Box Recorder, più i suoi numerosi lavori da solista.

L’ex-chitarrista dei R.E.M. e Haines hanno allestito questa collaborazione scambiandosi file da un lato all’altro dell’Atlantico, con il secondo ad aggiungere testi e synth ai demo di chitarra e batteria elettronica del primo. Ne è venuto fuori un disco assai godibile pur se caratterizzato da atmosfere spesso fosche (Witch Tariff potrebbe essere di Paul Roland non solo per il titolo). Alcuni episodi più citabili di altri: il Lou Reed che si fa Ziggy di Jack Parsons e incontra Alex Chilton nella traccia omonima; una Apocalypse Beach che rimanda alla Patti Smith più visionaria; la collisione Gang Of Four/P.I.L. su un Lungo Senna di French Man Glam Gang; il fragoroso garage Ugly Dude Blues.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Julian Cope – Self Civil War (Head Heritage)

Chissà a che libro sta lavorando Julian Cope per inaugurare il nuovo decennio dopo averne dato alle stampe nello scorso quattro uno più monumentale e acclamato dell’altro: The Megalithic European (il suo secondo volume da studioso di siti preistorici), Japrocksampler (un’indagine approfonditissima sul rock giapponese degli anni ’70), Copendium (ode ai suoi album “di culto”: qualche centinaio) e One Three One (infine un romanzo: ambientato in Sardegna!). Che nel frattempo abbia continuato a pubblicare dischi (da solista o a nome Dope) e in numero spropositato (una quindicina) sembra importare a pochi pure fra gli estimatori di lunghissima data e giustamente, trattandosi perlopiù di collezioni sgangherate nel solco della sconcertante accoppiata – “Skellington” più “Droolian” – con cui il Druido sabotava a fine ’80 una carriera post-Teardrop Explodes artisticamente notevole e premiata da buoni riscontri commerciali. Salvo poi tornare sui suoi passi e calare nella prima metà dei ’90 un poker d’assi – “Peggy Suicide”, “Jehovahkill”, “Autogeddon” e “20 Mothers” – nei quali è declinato al meglio un rock post-psichedelico peculiare nel suo assemblare le più disparate influenze e prodigo di bei guizzi pop. Fase che si concludeva nel ’96 con il deludente “Interpreter”, ultimo suo lavoro per una major. Quanto gli è andato dietro, tutto griffato con il marchio personale Head Heritage, è in massima parte faccenda per cultori terminali.

Non così “Self Civil War”, la sua cosa migliore da un quarto di secolo in qua. Fantasmagorico nel suo coniugare krautrock e Black Sabbath, Stooges, Doors, Velvet Underground, folk fiabesco e cavalcate guerresche. A un certo punto salta fuori una Billy che meglio sviluppata in epoca Mercury/Island sarebbe stata un singolo perfetto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Audio Review n.420

È in edicola dalla scorsa settimana il nuovo “Audio Review”. Per problematiche legate alla situazione eccezionale che stiamo vivendo è stato necessario anticipare il numero estivo, quello tradizionalmente datato luglio/agosto, e dunque questo reca la dicitura maggio/giugno. Come puntualizza nell’editoriale il direttore Mauro Neri non cambia tuttavia nulla riguardo al totale dei fascicoli della rivista che usciranno nel corrente anno. Il numero 421, fuori verso fine giugno, sarà datato luglio e quello dopo ancora, fuori a fine luglio, agosto.

Ciò doverosamente premesso, passo a dire del mio apporto, che a questo giro si è concretizzato in recensioni dei nuovi album di Badge And Talkalot, Brendan Benson, Cowboy Jukies, Baxter Dury, Joe Ely, Frazey Ford, Public Practice, Lee Ranaldo & Raül Refree, Smoke Fairies, Sorry, Soul Asylum, Yves Tumor, M. Ward, Warlocks e Waxahatchee, più una colonna dedicata a un vecchio classico di Janis Ian. Nella rubrica del vinile ho scritto diffusamente di Dr. John e più in breve dell’Art Farmer Quartet.

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Il primo – e migliore – Little Steven

A quel punto da cinque anni nella E Street Band e agli occhi di tutti il numero due dopo naturalmente il Boss, nel 1980 Miami Steve Van Zandt si ritrovava a co-produrre “Dedication”, il 33 giri del grande ritorno di Gary U.S. Bonds, e in EMI piaceva assai il suo modo di lavorare (naturalmente qualcosa contava che il disco finisse nei Top 40 di “Billboard” e un 45 giri da esso tratto andasse al numero 11). Tanto da offrirgli un contratto da solista e per il nostro uomo era l’occasione di provare a uscire dal sempre più lungo e ampio cono d’ombra di Bruce Springsteen. Nessun brano scritto dall’amico e datore di lavoro, che certamente qualcuno glielo avrebbe regalato volentieri, nel debutto datato 1982 del gruppo assemblato dal nostro uomo, che per l’occasione si ribattezzava pure Little Steven a marcare ulteriormente le distanze (non tornerà a suonare con Springsteen e la E Street Band che nel ’95). Avrebbe aiutato certamente, una canzone firmata dal Boss, vendite che saranno abbastanza modeste (un numero 118 USA; faranno meglio i successivi, pure decisamente meno validi, “Voice Of America” e “Freedom – No Compromise”), ma in compenso “Men Without Women” resta l’album migliore confezionato da Van Zandt addirittura fino al recente e godibilissimo “Summer Of Sorcery”. Questione di sound – spettacolare nel suo unire un rock’n’roll di stampo quasi garagista con un rhythm’n’blues parimenti esplosivo, solo occasionalmente addolcito da una vena soul – piuttosto che di scrittura. E alla fine i due pezzi che ricordi di più sono i più morbidi, la romantica Princess Of Little Italy, una I’ve Been Waiting con fiati avvolgenti e un’idea di gospel.

Fortunatamente acquistabile anche separatamente, “Men Without Women” è incluso nel box in tiratura limitata a 1000 copie “Rock N Roll Rebel – The Early Work”, contenente un libretto/librone di 144 pagine, sette LP e quattro CD di francamente pletoriche rarità. Le dieci che vorrebbero rendere questa riedizione dell’esordio di Little Steven una “Deluxe” sono scaricabili a parte (pure in file di alta qualità, FLAC o AIFF 96 kHz/24 bit) ma davvero, a meno che non siate fan terminali, non ne avete bisogno. Della ristampa in vinile fedele alla scaletta originale, magari sì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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Ciao, Ezio (ricordi sparsi di incontri con un Maestro vero)

Ho un ricordo nitidissimo dell’ultima volta che incrociai, letteralmente, Ezio Bosso. Ero in Piazza Savoia e lo vidi sbucare sulla sua carrozzella nel pieno del flusso del traffico che arrivava da Via Corte d’Appello. Ci scivolava in mezzo con uno sprezzo del pericolo che mi fece rizzare i capelli in testa, ma nonostante la velocità pazzesca a cui andava dovette scorgermi con la coda dell’occhio perché subito accostò, con un’altra manovra da farmi gelare il sangue, e attaccò allegro a chiacchierare, con me e la mia fidanzata di allora, che poi è diventata mia moglie e che naturalmente gli presentai. Rimanemmo lì una decina di minuti e bastarono alla Laura per restarne folgorata. Ezio faceva quell’effetto lì, a tutti e soprattutto a tutte. Poi si congedò, sfrecciò via e che ne sapevo che era un’ultima volta? All’epoca lui aveva una residenza a Palazzo Barolo, io fino al mese prima avevo abitato in Via Garibaldi e insomma non è che fossimo vicini di casa ma quasi. Così, molto banalmente, quando andavo a far spesa al Carrefour che è su un angolo di quella piazza mi succedeva sovente di trovarlo seduto nel dehors del bar a fianco. Se era da solo o al limite con un’altra persona mi fermavo a parlare un po’. Se invece stava tenendo corte mi limitavo a un cenno di saluto e tiravo dritto. Davo per scontato che ci sarebbe stata una nuova occasione, anche dopo avere traslocato, ma mi ero spostato giusto tre traverse più in là. Eravamo ancora quasi vicini di casa. Solo che proprio in Piazza Savoia, a un trenta metri da dove ci scambiammo parole e sorrisi per l’ultima volta, una o forse due settimane dopo – era il 5 novembre 2015 – un’auto mi investì, cambiandomi la vita per sempre.

Così quando il Maestro Ezio Bosso il 10 febbraio dell’anno dopo emozionò l’Italia suonando Following A Bird a Sanremo stavamo messi quasi – ma un quasi molto grosso – uguale. Pure io in carrozzella e con una disabilità grave e però con l’enorme differenza che, diversamente da lui, sapevo che da quella carrozzella, una seduta di fisioterapia dopo l’altra, mi sarei alzato. Non sarei tornato come nuovo, decisamente no, e però andare a ritroso per un bel pezzo si poteva. Riprendere a vivere con un orizzonte temporale indefinito, non con uno che sai per certo essere limitato, così come sai che nell’attesa non te la passerai per niente bene. Mi diede tanta forza, Ezio a Sanremo, quando ero esausto dopo avere fatto dieci passi attaccato a due parallele e dicevo a me stesso dai, e che cazzo!, se lui messo com’è riesce a fare quello che fa, tu altri dieci passi adesso te li suchi e poi dieci ancora, e finiscila di commiserarti, coglione. Mi rese anche molto popolare nell’Unità Spinale del CTO, perché in qualche modo si venne a sapere che era un mio amico e allora tutti a chiedermi di lui, di com’era, di come non era. Gente che da lì sarebbe uscita anche meglio di me (pochi; un paio), gente paralizzata per sempre dalla cintola in giù (o, bizzarramente, dalla cintola in su), o che muoveva solo la testa e un braccio, o una mano appena e quella usava per spostarsi su un mezzo motorizzato. Io lo so che Ezio detestava venire percepito per cominciare come un disabile. Non so invece (ma immagino di sì) se si rendesse conto di essere divenuto un faro per chi – così dalla nascita, o per via di una malattia, o un trauma – deve convivere con un handicap serio. Guarda quello lì. Che forza d’animo. Tipo Zanardi, solo che suona il piano e dirige pure le orchestre. Quello penso gli facesse piacere, se gli capitava di pensarci.

Pure della sera in cui lo conobbi conservo un ricordo netto, nonostante temporalmente non sappia situarla con precisione. Fine anni ’90 in ogni caso, massimo 2000 o 2001, almeno un due anni prima dunque che la colonna sonora di Io non ho paura facesse valicare alla sua fama di enfant prodige (e un po’ terrible) il ristretto circolo degli amanti della musica classica e, in particolare, della classica contemporanea, suscitando parecchie invidie nell’ambiente. Era quel tipo di situazione che ho sempre adorato e in cui mi sono trovato immancabilmente da imbucato, una di quelle cene dopo un concerto, o uno spettacolo in teatro, o un giorno di riprese, in cui si mangia bene e si beve spesso meglio, e tanto, e i musicisti o gli attori o i registi si rilassano, talvolta sbracando alla grande, e spettegolano come manco le lavandaie o le portinaie di una volta. Ezio era a centro tavola, la solita donna abbagliante a fianco (che poi, imparerò, spesso non sarà la solita), e comiziava da par suo, irresistibile. Ero lì su invito del mio amico di più lunga data, compagno di banco al liceo e violinista di notevole caratura, al tempo e per molto ancora il partner in crime preferito dal Maestro. Mi divertii immensamente. Sono un uomo fortunato. Ne ho passate certamente più di quante non me ne tornino alla memoria in questo momento di serate così con Ezio Bosso. Me ne viene in mente una ad Aosta, dopo una meravigliosa sonorizzazione per un vecchio film muto nella cornice di suo già suggestiva dell’anfiteatro romano. Ma più che altro mi si ripresentano davanti momenti sempre felicemente epicurei ma più intimi, io, il mio amico di cui sopra ed Ezio, che nel frattempo mi aveva preso in simpatia, e al massimo una o due persone ancora. La mia prima volta in quello che è diventato il mio ristorante torinese preferito, dove il Maestro era un habitué e un tavolo per lui lo rimediavano sempre, anche quando era tutto pieno. Una notte in un locale fighissimo di Via della Consolata che non esiste più e durante la quale (oh, stiamo parlando di gente alla quale è difficile star dietro) mi sa che mi fecero eccedere con i superalcolici, però a casa che era a due passi riuscii a tornarci camminando in linea retta. Un’altra in pieno agosto sull’immenso terrazzo di casa dell’amico violinista, un silenzio intorno in una San Salvario deserta che per sentirne un altro così c’è voluto il lockdown, e noi a grigliare salsicce e bistecche, bere birra e sparare cazzate. E un’altra ancora, che a ripensarci mi si stringe il cuore, a fare a momenti l’alba sotto i portici di Corso Valdocco. Ezio era già malato, gli era venuta questa parlata strana da ubriaco così penosamente diversa dalla voce che conoscevo e camminava aiutandosi con un bastone, eppure continuava a sprizzare gioia di vivere. Però un filo di umana malinconia sotto sotto non potevi non coglierlo. O così mi sembrò.

Ho potuto godere – io che di musica classica conosco giusto i classici e insomma non ne capisco niente ma Ezio diceva che non c’è niente da capire o, meglio, capirla è alla portata di chiunque: la Bellezza ci trascende e ci rapisce – non soltanto di concerti magnifici, e di quanto veniva dopo, ma del prender forma di taluni di quegli spettacoli. Nell’estate 2010 (o era il 2011?) trascorsi da ospite in un antico borgo abbarbicato alle montagne liguri una settimana durante la quale lo vidi preparare giovani allievi e allieve a farsi orchestra. Guidandone il percorso con mano tanto lieve quanto ferma e tuttora non saprei dire se a impressionarmi maggiormente fu l’eccezionale dimostrazione di etica del lavoro applicata cui stavo assistendo o la leggerezza di tocco della regia. In un’unica occasione, ravvisando una diminuzione di tensione, uno sfilacciarsi del suono, rimproverò gli orchestrali. Non fu per niente una scenata, ma divenne improvvisamente così serio che non volava una mosca, disse quanto aveva da dire senza mai alzare la voce e poi “da capo, dal punto…”. Lo risuonarono perfetto quel movimento. Un gran sorriso. “Visto che lo sapete fare? Pausa.”

Una volta l’ho intervistato, Ezio Bosso. Anzi: due. Mi era venuta l’idea che un personaggio così trasversale e – in ogni senso – curioso, uno che non solo a inizio carriera aveva avuto un piccolo flirt con il rock ma come attitudine era strepitosamente rock’n’roll, potesse risultare interessante per il pubblico del “Mucchio”.  Proposi. Approvarono. Ezio ne era entusiasta e questo suo entusiasmo gli veniva dalla rara occasione (tenete conto che stiamo parlando del 2008; la sua notorietà era un ventesimo, un cinquantesimo di quella che gli regalerà Sanremo e tutto quanto è venuto dopo) datagli di rivolgersi a una platea tanto diversa dalla sua usuale. Così mi preparai per bene, comprai i dischi che già non avevo (le colonne sonore; cercatele, sono stupende) e per una paradisiaca settimana mi ci immersi. All’intervista che – per dire quanto il nostro uomo fosse fuori da ogni schema – era fissata per l’intervallo fra prove e concerto non in uno dei luoghi tipici della musica classica bensì in un club dove abitualmente si suonava elettronica, e pure situato in una zona alquanto malfamata, arrivai però senza domande scritte, giusto con un canovaccio in testa. Tanto, conoscendolo ormai discretamente bene, sapevo che sarebbe bastato lanciargli due o tre ami e al resto avrebbe provveduto lui. Fu eloquente, torrenziale, esilarante. Espose la sua biografia, parlò incidentalmente anche del suo rapporto con il rock (aveva un debole per gli Who: “Baba O’Riley, quel pezzo è genio puro”) e molto sparlò, sia della ristrettezza mentale delle accademie che della pochezza di certa critica, che di quanto poco peso si dia in Italia alla cultura. E così via, sparando ad alzo zero sul fenomeno montante Giovanni Allevi, raccontandomi di quella cantante là con cui aveva lavorato “che avrà anche delle tette da paura ma di riuscire a farla cantare intonata non c’è verso”. Se la devo dire tutta fu a tratti guascone, un po’ sborone se preferite, e però era fatto così, ti faceva scoppiare a ridere pure quando era serio e diceva cose serissime ridendo, e comunque a un Genio autentico glielo puoi perdonare se ogni tanto gli scappa di fare un po’ la ruota a mo’ di pavone, visto che se lo permette gente che viceversa non vale nulla. E niente, è quasi ora di inizio spettacolo, gli dico che va bene così e che scopro? Che il tastino “rec” del mio portatile digitale è incastrato. Comincio a sudare freddo, panico totale, riesco dopo due minuti di cauti armeggiamenti a disincastrarlo e – lo avrete capito – constato di non avere registrato nulla. Ezio mi ha dedicato un’ora e mezza del suo tempo e avrebbe ogni diritto di incazzarsi. Invece mi vede lì annichilito, non fa una piega, mi batte con una mano sulla spalla e “tranquillo, la rifacciamo quando vuoi, che problema c’è?”. C’era che sarebbe venuta fuori una roba straordinaria. C’era che sapevo di avere perso un qualcosa di irripetibile con quel flusso lì, quel ritmo e quella verve così, e difatti quando alcuni mesi dopo la rifacemmo, a casa di un suo famigliare, non venne bene per niente e tutto per colpa mia, che avevo un sacco di grane di cui non sto a dirvi e la testa altrove, e quando chiusi perché era arrivato a trovarlo un conoscente, un dj mi pare, ero conscio che sarebbe stato necessario un sacco di “taglia e cuci” per provare a insufflare un alito di vita in quella cosina smorta. Feci che rinunciare direttamente (Ezio mai me lo rimproverò; fece giusto una volta una battutina, ma sogghignava) e ancora oggi ho sul pc un file .wav di trentacinque minuti con lui che parla e una data: 11 gennaio 2009. Lui che parla con la voce di prima che si ammalasse e non so se avrò mai il coraggio di riascoltarlo.

Deve essere per via di quel secondo appuntamento da fissare che nella rubrica del mio cellulare sotto “Bordone Carlo” ci sta “Bosso Ezio”, ma non ricordo di averlo mai chiamato. Ci si vedeva per caso o insieme all’amico mio, all’amico nostro, che si occupava sempre lui di organizzare. E dopo quell’ultimo incrociarsi, diversi anni dopo, in Piazza Savoia di cui ho raccontato all’inizio non ho mai osato cercarlo. Lui non abitava più a Torino, su come stesse avevo chi mi informava e mi pareva brutto disturbarlo mentre magari stava studiando o suonando o riposando, o sottoponendosi a cure che purtroppo potevano solo ritardare l’inevitabile. Ho assistito da lontano a questo suo bruciare, in quattro anni che per lui devono essere stati insieme terribili ed esaltanti, in uno splendore abbacinante da falò che ha stregato l’Italia intera. Le ultime due volte (l’ultima appena cinque settimane fa, a “Propaganda Live”) l’ho visto in TV, come tutti, ma io con dentro una felicità da spaccarmi il cuore perché – contro ogni logica e notizia – mi sembrava che in qualche miracoloso modo stesse meglio. Per certo era migliorato il suo eloquio, tornato non quello di un tempo e tuttavia perfettamente intelligibile. E non soltanto quello, pure il gesticolare, appassionato come le parole. Così ieri mattina sono stato sorpreso con la guardia abbassata. Ho pianto molto. Ho avvertito un senso di vuoto come due sole altre volte in vita mia.

Oggi non più. Ho passato la giornata scrivendo queste righe, con la musica di Ezio che risuonava nel mio studio e lui accanto a me, una presenza tangibile. Sono sereno, grato per la buona sorte che ho avuto di conoscerlo. Non c’è più, ma c’è ancora. Ci sarà sempre.

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