George Ezra – Wanted On Voyage (Columbia/Sony)

George Ezra - Wanted On Voyage

Raro, rarissimo che succeda ma qualche volta per fortuna succede: che dal mare magnum dell’iperproduzione e degli hype emerga qualcuno che vivaddio restituisce un senso alle parole. Ad esempio George Ezra, del quale dicono tutti che sia una giovane promessa e giovane lo è davvero, mica in un’accezione odierna del termine che arriva ormai a inglobare chiunque non si sia addentrato negli “enta”, se non addirittura negli “anta”. Il ragazzo questo suo primo album lo ha pubblicato alla verde età di anni ventuno e giorni ventitré e le prime cose le faceva uscire quando ne aveva da poco compiuti venti. Quanto alla promessa, se vi è capitato di ascoltare quella delizia di Budapest, una meraviglia di folk-pop a briglie sciolte, o ancora prima il prodigioso lamento blues (per il minuto e mezzo iniziale a cappella) di Did You Hear The Rain?, che ne rappresentò lo scorso ottobre il biglietto da visita, allora questo disco lo avete atteso con un’impazienza mista a timore. Sarebbe stato all’altezza?

Magari non del tutto, ma complessivamente lo è, con diversi apici specialmente nella prima metà – lo skiffle Blame It On Me, il Dylan rockabilly di Cassy O’, una Listen To The Man da Style Council primissima maniera – e un congedo superlativo (la pletorica versione deluxe quasi lo sciupa facendogli andar dietro quattro tracce al più graziose) con la giostrina fra il barocco e il fosco, un po’ Nick Cave e un po’ Crash Test Dummies, Spectacular Rival. Gridare al miracolo sarebbe eccessivo, ma il giovanotto (a proposito: da Hertford, Inghilterra) ha tutta l’aria di uno che si farà.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.196, settembre 2014.

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Joan (Baez) prima di Bob (Dylan)

Joan Baez - Joan Baez

Tanto vale dichiararlo subito: sempre avuto un rapporto a dir poco problematico con Joan Baez, sin da un primo incontro televisivo due terzi di vita fa. In duetto con Bob Dylan in un estratto di circa tre quarti d’ora da un qualche concerto della Rolling Thunder Review, parve al quasi sedicenne di allora, in piena tempesta ormonale ma se possibile ancora più infoiato per la musica, una discretissima gnocca formidabilmente noiosa. Che cambio di passo incredibile quando lei lasciava il palco, il Vate imbracciava un’elettrica e il folk si tramutava in rock’n’roll! Il trascorrere del tempo e l’incremento di conoscenza dovuto all’accumularsi degli ascolti e delle letture non me la facevano apprezzare di più e anzi il contrario: pur essendole smisuratamente grato per il ruolo cruciale avuto nell’ascesa di Dylan, non mi riusciva in nessun modo di amarne la voce, troppo “educata” in un gruzzoletto di incisioni dalla metà dei ’60 ai primi ’70 su cui mi capitava di mettere le mani (e che non mi tenevo in casa), né gli arrangiamenti immancabilmente blandi in un catalogo che pure includeva canzoni straordinarie in gran copia. Ma soprattutto mi dava sui nervi, facendomi stizzire più di un Johnny Rotten a un concerto di Rick Wakeman, quella sua aria di Santa Patrona delle Buone Cause. Una cazzo di suora radical-chic sempre lì a predicare e senza manco il coraggio di scagliare una prima pietra. Insomma: per un abbondante quarto di secolo la signora mi è rimasta un po’ lì, sui gioielli di famiglia. Finché un bel giorno non mi sono deciso a guardare il film sulla kermesse woodstockiana, evento che nella mia personale cosmogonia del rock è più nefasto di Altamont, e per la prima volta la Baez (che all’epoca era ventottenne) ha suscitato in me del sacro rispetto: perché bisogna avere degli attributi tipo meloni per presentarsi di fronte a mezzo milione di persone e cantare a cappella. Ho ripreso in mano qualche disco. Ho riletto la Storia e verificato che molto del meglio della sua arte Joan Baez lo offrì prima del fatidico incontro con un ragazzotto di Duluth, Minnesota, in trasferta a New York sulle tracce di Woody Guthrie.

A parte che ce l’ho sotto mano, non potrei consigliare al lettore LP più adatto da cui partire per capire perché questa artista fu così importante del primo e omonimo, che pubblicava per i tipi della Vanguard nell’ottobre 1960, a poco più di un anno dacché una sua apparizione al “Newport Folk Festival” aveva suscitato scalpore. Naturalmente bisognerebbe cercare di ascoltarlo con orecchie nei limiti del possibile vergini ed è l’unico modo per cogliere quanto parve fresco e innovativo nell’ambito di un folk revival montante che la rivoluzione vera, quella che sobillerà Dylan da lì a tre anni, nemmeno poteva immaginarsela. Voce – un soprano purissimo – già controllata magistralmente e nondimeno con un che di selvatico, repertorio tradizionale preso di petto con una – squisita contraddizione in termini – ruvida raffinatezza che conquista. Valgano come supremi esempi, più della notissima (a posteriori) Silver Dagger, una felpata e drammatica House Of The Rising Sun, il countreggiare da Woman In Black di Wildwood Flower, l’Odissea in sedicesimo di John Riley, la biblica danza in punta di dita di Little Moses. Che i tempi non fossero ancora pronti per un simile sommovimento è evidenziato dalla modestia all’uscita di vendite che si facevano un po’ più consistenti alla pubblicazione undici mesi più tardi di “Vol.2” e ragguardevoli, da lì a un altro anno, con i due tomi di “In Concert”. Curiosamente, come certifica un retro di copertina in cui fra il resto si pubblicizza il 33 giri successivo, la Pure Pleasure ha preso come base per questa riedizione non la prima stampa dell’album ma la seconda. Registrazione di pregio nei limiti di un orizzonte fatto di sole voci e chitarre acustiche, ma vinile non dei più silenziosi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.291, giugno 2008.

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La sempiterna araba fenice Prince

Come avrete letto più o meno ovunque, dopo quattro anni di più o meno silenzio Prince torna oggi nei negozi non con uno ma con ben due album nuovi. Naturalmente farò lo sforzo di ascoltarli, senza attendermi nulla di buono e tuttavia sapendo che potrebbero regalarmelo eccome. Mi è parsa in ogni caso un’ottima scusa per recuperare questo articolo che scrissi nel 2011, come prefazione a un volume della Odoya che già avevo letto in originale. Non ho mai avuto il fegato di andare a verificare se la traduzione sia almeno un po’ superiore ai discutibili standard della casa.

Prince

D’accordo: solo chi cade può risorgere e tuttavia a cadere troppe volte i lividi rimangono e magari anche sulla pelle di chi osserva. Nel marzo 2009 l’Artista che è tornato a farsi chiamare Prince dava alle stampe un’opera mastondontica e sconcertante, non tanto un triplo album quanto tre album non acquistabili separatamente e di uno dei quali manco figura come titolare. Parto dai restanti. Uno non male ma nemmeno niente di che, se si considerano i precedenti dell’artefice: occasionalmente esagerato in grinta e volumi, “LotusFlow3r” hendrixeggia come mai prima il nostro eroe (mai in questa misura almeno), abbastanza piacevolmente ma regalando appena una canzone (Feel Good, Feel Better, Feel Wonderful) passibile di essere consegnata a future antologie. Un secondo, “MPLSound”, è invece brutto assai (imperdonabilmente lagnoso), se si eccettua un attacco convincentemente quanto ingannevolmente alla Parliament. Nondimeno la pietra dello scandalo è il terzo, “Elixer”, attribuito a tal Bria Valente le cui foto testimoniano doti fisiche di cui quelle vocali sono lungi dall’essere all’altezza. È però soprattutto il livello dei materiali che il signor Rogers Nelson ha creduto bene di consegnare a costei a colpire in negativo: indigeribile pappetta pseudo-soul che neppure la maestria ai fornelli dell’anima di una Aretha avrebbe potuto trasformare in una ricetta onesta. Ammetterò di avere pensato male. Anyway: sebbene diretto in questa circostanza da un organo che non era chiaramente il cervello, Prince qualche pezzo decente (al limite pescando nel calderone delle minutaglie anni ’90-2000) non avrebbe potuto affidarglielo? Sono rimasto a tal punto irritato da quanto esposto che il successivo “20Ten” ho fatto finta non esistesse. E chissà se l’avrei mai ascoltato non mi avesse indotto a farlo l’incombenza di dovere scrivere queste poche pagine. Come esimermi, visto che con tutto ciò di cui si parla nelle centinaia a seguire ho familiarità minimo discreta? Ora che ho provveduto, posso serenamente affermare che la cosa migliore che offre è una copertina che rimanda (con tratto più fumettistico che psichedelico) a quella del lontano, incompreso e in qualche frangente grandioso “Around The World In A Day”. Il resto non è che sia pessimo. È peggio: è istantaneamente dimenticabile. Le melodie sono acqua fresca, le ritmiche hanno un che di meccanico, il funky accenna a partire senza decollare mai. Arrivi in fondo, ricominci per essere sicuro di non dovere rimpiangere un giorno di avere scritto sciocchezze al riguardo, riarrivi in fondo e l’impressione di ascoltare non Prince bensì uno che lo imita si è accentuata a dismisura. Da un tot di anni c’è in giro un sacco di gente che fa Prince meglio di Prince stesso. Penso agli OutKast e a Felix Da Housecat, ai Plantlife e a talune cose di Jimi Tenor, a Jamie Lidell e al “missing in action” Cody ChesnuTT, a Van Hunt come a Vikter Duplaix e ancora ai N.E.R.D., a Raphael Saadiq, addirittura ai Trans Am. Penso agli straordinari TV On The Radio, di cui ho giusto adesso finito di recensire il nuovo e favoloso “Nine Types Of Light” e che non è che all’uomo di Minneapolis somiglino mai sul serio ma che principalmente da lui hanno appreso l’arte del meticciato stilistico e orgogliosamente lo rivendicano. Penso naturalmente a quel D’Angelo che, dopo essersi proposto nel ’95 con “Brown Sugar” ed essersi confermato nel 2000 con “Voodoo” come l’erede più plausibile, è inopinatamente scomparso dai radar. Come obnubilato dall’enormità della responsabilità assunta.

Ecco: tutta questa gente nell’ultimo paio di decenni e in particolare in quello che ci siamo da poco lasciati alle spalle è stata indubitabilmente più rilevante di Prince. Altrettanto indubitabilmente, alcuni di loro senza Prince sarebbero però inimmaginabili. E poi è nell’ordine delle cose che non si possa essere rivoluzionari per sempre. Ci parrebbe insensato misurare ogni canzone nuova che scrive Dylan assumendo a parametri Blowin’ In The Wind o Like A Rolling Stone, folle aspettarsi che ogni sua collezione di inediti sia un altro “Highway 61 Revisited” e restare delusi se è (puta caso) un novello “Time Out Of Mind”. Da un disco di Neil Young non pretendiamo che valga “After The Gold Rush” o “Ragged Glory”, “Harvest” o “Zuma” e allora perché chiedere a Prince altri “1999” e “Purple Rain”, “Parade” o “Sign ‘O’ The Times”? L’ultimo suo autentico capolavoro rimane quel disco senza titolo, una faccenda dell’ottobre ’92, che c’è chi chiama “The Love Symbol Album” e che per me è “Prince & The New Power Generation”. Se vogliamo è già quello un indizio di come il Nostro avesse ormai esaurito la sua forza propulsiva: lì per la prima volta si adegua ai tempi, aggiornandosi all’era dell’hip hop lui che a lungo aveva fatto finta di niente, invece che farne la cronaca o precorrerli. Pur tuttavia per qualità della scrittura è un’opera eccezionale e persino la prima che sceglierei per illustrare a un qualcuno assolutamente digiuno al riguardo l’immensità di un artista con pochi pari nella popular music (non solo versante black) a cavallo fra il giro di boa degli ’80 e il principio del decennio seguente. Conosciuto quello, potrebbe andare a ritroso.

Solo chi cade può risorgere e nondimeno dopo il profluvio di materiali senza un centro di gravità permanente seguito al tempestoso divorzio dalla Warner nessuno, eccetto gli estimatori più esagitati, avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità che il protagonista di questa storia potesse almeno saltuariamente invertire una parabola commerciale, oltre che artistica, inesorabilmente discendente. Lui c’è riuscito. A più riprese. È vero: c’è troppo Prince nei due decenni scorsi e questo è insieme il problema e, in un certo qual senso, la sua soluzione. Personalmente avrei preferito, tornando ai due esempi di prima, che facesse come Dylan, centellinando la produzione, rendendo ciascuna uscita un evento, sistemando immancabilmente una pietra miliare ogni paio di lustri lui che già sulla sua strada da giovane ne piazzò tante. È viceversa un Neil Young bulimico con addirittura due produzioni parallele, una per così dire ufficiale e una per cultori di stretta osservanza come ben si spiega nel bel postscritto a questo volume di cui condivido in toto l’impostazione pur discordando su alcuni (pochi) singoli giudizi. Ma non sarebbe Prince altrimenti: uno dall’attitudine incompromissoria fino all’autolesionismo; uno con una propensione a un tipo di fallimento grandioso in cui fra l’eroico e il ridicolo il confine è sottilissimo; infine, uno che butta fuori musica a ritmi pazzeschi semplicemente perché ama far musica e l’ozio lo ucciderebbe. Vale comunque la pena, al limite concedendosi qualche pausa quando proprio non ce la si fa più e riservandosi di riprendere il filo del discorso quando capiterà, di seguirlo. Perché su questo mare magnum galleggiano ancora lavori in studio complessivamente di ottimo livello (“Musicology”, “3121”) e quella formidabile summa dal vivo che è “One Nite Alone… Live!”. Perché pure dalla prova più solipsistica un momento o due o tre di genio puro ce la fai sempre a cavarli. Come anche nel Frank Zappa più tardo e che fra il baffo di Cucamonga e lo gnomo di Minneapolis ci sia più di qualche affinità dovrebbe risultare lampante pure all’osservatore più superficiale.

A ripensarci, “20Ten” un bel dì l’avrei recuperato in ogni caso. Perché sono sicuro che in futuro, sia fra tre mesi o dieci anni, questo signore caverà dalla manica l’asso che non ti attendi, mi stupirà, mi costringerà ad andare a verificare se nelle fasi della partita che mi sarò perso nel frattempo non abbia esibito l’ennesimo gioco di prestigio. Prince risorge immancabilmente dalle sue ceneri, sempiterna araba fenice. Oltre che (chi segue un po’ il calcio intenderà) imitatissimo ma inimitabile camaleonte solido.

Torino, 26 aprile 2011

Pubblicato per la prima volta come prefazione a Prince – Schiavo del ritmo di Liz Jones, Odoya.

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Leo Kottke: il John Fahey che non fa figo citare

Leo Kotthe - 6 & 12 String Guitar

Vuoi mettere il carisma, oltre alla genialità, di un John Fahey? Vuoi mettere il maledettismo, oltre sempre alla genialità, di un Sandy Bull? Vuoi mettere l’aura di misticismo di un Robbie Basho? In qualche modo la buona sorte ti tocca spesso pagarla ed è toccato pure al buon Leo Kottke, uno che è arrivato a riempire i palasport facendo musica senz’altro con meno spigoli dei nomi summenzionati ma non tanti di meno, però. Uno che con certi singoli dischi ha totalizzato cifre che a mettere insieme i loro cataloghi interi gli artisti di cui sopra a malapena le pareggiano. Tanto per capirci: pubblicato a inizio anni ’70, “6 & 12 String Guitar” arriverà a vendere solamente nel corso di quel decennio mezzo milione di copie e ne farà fuori un altro bel pacco quando diventerà disponibile in digitale. No, dico… stiamo parlando di autentici esercizi di virtuosismo nonché di musica esclusivamente strumentale (in altri dischi il Nostro canterà; non qui), mica di poppetto. Ancorché meritata la buona sorte ti tocca spesso pagarla. Con l’invidia: magari non da parte di Fahey, oltre che lo scopritore pure il primo discografico di Kottke, con ovvi benefici economici. Con la diffidenza: la critica non sarà benevola che intermittentemente e, più sovente che no, distratta. Con la cattiva memoria e/o la riduzione ingiustificata a stereotipo: chi costui non lo conosce che di fama, o lo ha comunque frequentato occasionalmente, tende a incasellarlo fra quei prodigi di tecnica poco interessanti per chi non maneggia lo stesso strumento. Gente che potrebbe fare magnifici discorsi ma non ha purtroppo alcunché da dire. Che questa nomea sia palesemente in contraddizione con l’altra – Leo Kottke artista “facile”, buono per le masse cui un limitato comprendonio non concede l’ascesa alle vette di un Fahey – si direbbe non importare a nessuno.

Una confessione? Fino a un anno o due fa anch’io lo conoscevo poco e male e, senza averlo in realtà mai ascoltato come si deve, lo reputavo noioso, banale, commerciale pur fra tutte le virgolette del caso. Con all’attivo in quasi quattro decenni un unico album – questo – memorabile sul serio. Poi per ragioni che non sto a spiegarvi mi è toccato fare un corso accellerato e dire che l’ho rivalutato è un eufemismo. Per dirne una: come facevo a ricordarmelo noioso – un antipatico secchione – come uomo oltre che come artista? Nel caso non fosse veramente la vostra tazza di thè di “6 & 12 String Guitar” dovreste almeno procurarvi le esilaranti note di copertina autografe. Naturalmente divertono di più se le si legge mentre si ascolta il disco, ma come non scoppiare ugualmente a ridere di fronte a un “Bach ebbe venti bambini perché il suo organo non si fermava mai”? Scritto come commento autosmitizzante a una straordinaria, intensissima Jesu, Joy Of Man’s Desiring, proprio del Johann Sebastian. Il resto è Kottke che countreggia e blueseggia come un ossesso concedendosi qui e là un’oasi di sogno, inscenando feste con un retrogusto di mestizia così come elegie dal cuore allegro. Mi viene da pensare che il mentore dovette patirne, se non la tecnica, la capacità comunicativa. Mi viene da pensare che Jorma Kaukonen questo LP lo frequentò prima di porre mano a “Quah”.

L’ottimo Alfredo Gallacci, di Sound And Music, mi ha fatto recapitare questa gemma di disco in due stampe, entrambe Classic Records, una in un vinile tradizionalmente nero, l’altra su un supporto semitrasparente che in teoria, essendo stato depurato di ogni traccia di carbonio, dovrebbe essere meno soggetto a disturbi statici e offrire di conseguenza una definizione complessiva superiore e in particolare una resa migliore sulle basse frequenze. Ovviamente un confronto plausibile lo si sarebbe potuto fare solamente avendo un secondo giradischi e una seconda testina identici, collegandoli a una centralina, iniziando l’ascolto in contemporanea ed effettuandolo a parità di volume. Ovviamente non ho potuto fare un confronto plausibile. Suonano benissimo (pulite e scintillanti, senza la minima traccia di fatica d’ascolto) l’una edizione e l’altra. Il vecchio Leo mi si è materializzato nella stanza e ne ho approfittato per chiedergli scusa per avere malpensato di lui.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.300, aprile 2009.

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Che tempo faceva – Alcuni album dei Weather Report

Weather Report - Weather Report

Weather Report (Columbia, 1971)

Chissà che effetto dovette fare al tempo se ancora oggi quello che fu il primo Bollettino Meteorologico lascia stupefatti e incerti riguardo a cosa si sia ascoltato e “jazz” non è fra le parole che vengono sul subito in mente. Uno tenderebbe piuttosto, fin dal gassoso incipit di Milky Way, a parlare di ambient, prima di far mente locale e rendersi conto che nel 1971 il concetto era a venire. E, non spiegassero le note di copertina che le impalpabili tessiture sono state generate da piano e sassofono soprano, si scommetterebbe qualsiasi cifra che le hanno invece ordite strumenti elettronici. In ogni caso: musica fluttuante e astratta, impressionistica se mai tale aggettivo ha avuto un senso applicato al pentagramma e valga come sommo esempio una Waterfall che dice tutto il titolo. Ogni tanto un tema – Orange Lady dinnanzi agli altri – che si avvinghia per sempre alla memoria.

Joe Zawinul era fresco reduce dalla rivoluzione elettrica davisiana, Wayne Shorter invece pure (dintorni del resto praticati anche dal provvisorio terzo leader, Miroslav Vitous, e dai gregari Airto Moreira e Alphonze Mouzon). Si sente. Ma si va pure decisamente oltre, fra storte e notturne fughe percussive (Umbrellas) e un’ondeggiante estasi di sax (Seventh Arrow), filigrane di voci pastorali (Tears) e l’irruzione alla ribalta all’ultimo momento di un po’ di swing (Eurydice). “I Sing The Body Electric” sarà, da lì a qualche mese, il capolavoro che sappiamo, con il suo dare concretezza melodico-ritmica alle intuizioni del debutto, aggiungendoci oltretutto inaudite fragranze etniche. Ma, per quanto per certi versi incompiuto, il primo Weather Report resta un amore che non si scorda mai.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.253, gennaio 2005.

Weather Report - I Sing The Body Electric

I Sing The Body Electric (Columbia, 1972)

Il Brasile, l’India, l’Africa, il flamenco, sintetizzatori che suonano come chitarre affogate nel fuzz, effetti wah-wah applicati a piano e contrabbasso. Certi Weather Report flaccidi e vaselinati (eppure immensamente popolari) degli ’80 sono distanti anni luce. Il secondo Bollettino Meteorologico, dopo quello omonimo, diseguale ma fors’anche più intrigante dell’anno prima, prevede perturbazioni creative stordenti ed elettrizzanti, e rinfrescanti come un temporale in una giornata estiva in precedenza benedetta da sole e brezzoline. Accoppiata perfetta quella dei leader Wayne Shorter e Joe Zawinul (il primo un virtuoso dello strumento portato alla composizione, il secondo un compositore capace di virtuosismi strumentali): protagonisti insieme già della rivoluzione elettrica davisiana e si sente. Oh, se si sente.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.13, primavera 2004.

Weather Report - Mysterious Traveller

Mysterious Traveller (Columbia, 1974)

Album dell’anno (il 1974) per i lettori di “Down Beat”, secondo nella classifica jazz di “Billboard” e – ciò che più colpisce, dando nel contempo una chiara indicazione riguardo all’eclettismo del programma e alla percezione che giustamente si aveva dei titolari come di un ensemble capace di trascendere ogni limitazione di genere – trentunesimo in quella R&B e persino quarantaseiesimo in quella pop: innegabile che “Mysterious Traveller” sia stato illo tempore il disco che faceva passare di categoria il gruppo guidato da Joe Zawinul e Wayne Shorter, portandolo a riempire, dopo i club e i teatri, i palasport. Rendendolo un nome di casa in case dove di jazz ne era sempre entrato poco, ma senza per questo perdere per strada i cultori storici. Facile cogliere, riascoltandolo, le ragioni del suo successo: è che un disco così ecumenico i Weather Report non lo avevano ancora fatto; è che è un disco dove ciascuno può trovare i Weather Report che preferisce. Così, se la densa e stentorea Nubian Sundance prefigura l’etno-fusion che verrà e Cucumber Slumber funkeggia che è un piacere, le gassosità di Scarlet Woman rimandano agli esordi della sigla e il morbido duetto sassofono/piano di Blackthorn Rose parecchio più indietro. È la grande forza – ma pure un po’ la debolezza – di un lavoro di transizione, incidentalmente l’ultimo con Miroslav Vitous a far cantare il basso. Incisione allo stato dell’arte allora e tuttora.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.349, gennaio 2014.

Weather Report - Heavy Weather

Heavy Weather (Columbia, 1977)

Questione di gusti: i Weather Report che davvero mi fanno impazzire sono quelli dell’omonimo esordio e dell’immediatamente successivo “I Sing The Body Electric”. Dapprincipio fluttuanti e astratti e subito dopo protesi a dare concretezza melodico-ritmica a tali quietamente folgoranti intuizioni, aggiungendoci a buon rendere inaudite fragranze etniche, fra sintetizzatori come chitarre affogate nel fuzz ed effetti wah-wah applicati a piano e contrabbasso. Il che naturalmente nulla toglie alla grandezza, ben altrimenti premiata dalle vendite, di tanti successivi album (strutturati più rigidamente e di un’eleganza più convenzionale, pur nel loro perseverare a mischiare mondi) della premiata ditta Zawinul & Shorter. Sin dall’uscita, datata 1977, “Heavy Weather” è il preferito di quasi tutti quelli che non scelgono invece “I Sing The Body Electric”. Ci può stare, non solo e non tanto per quella Birdland per la quale dopo i Manhattan Transfer ho sviluppato una certa intolleranza, quanto per la melodia sublimemente romantica di A Remark You Made, per lo strepitoso sfoggio di tecnica (mai fine a se stessa) di Jaco Pastorius in Teen Town, per il samba Palladium, per una The Juggler che sa affascinare anche con i silenzi e in questo rimanda al Bollettino Meteorologico primevo.

Sarò due volte esplicito riguardo a questa edizione ORG in doppio 12” da ascoltare a 45 giri. Dicendo che settanta euro per un album sono comunque una cifra indecente, che in nessun modo i materiali e un pur sofisticato processo di stampa possono giustificare. Ma aggiungendo subito dopo che stento a ricordare, in decenni di ascolti, dei vinili che mi abbiano lasciato altrettanto stupefatto per la qualità dei suoni. Così impossibilmente alta che a un certo punto semplicemente ti dimentichi di stare ascoltando un disco e, mentre i musicisti si materializzano nella tua stanza, la musica si fa immateriale. Il che dovrebbe essere l’obiettivo ultimo dell’alta fedeltà, giusto? Settanta euro saranno allora troppi, ma questo “Heavy Weather” riesce a valerli tutti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.341, marzo 2013.

Weather Report - Live In Offenbach 1978

Live In Offenbach 1978 (Art Of Groove, 2011)

Fama costruita in gran parte sugli spettacoli dal vivo pur essendo la loro discografia in studio la parata di classici che era fino a un certo punto, i Weather Report solamente nel 1978 (il “Live In Tokyo” edito a suo tempo solo in Giappone non conta, né la metà catturata in concerto di “I Sing The Body Electric”) si risolvevano ad approntare il canonico doppio celebrativo. Ci si metteva però di mezzo il più disastroso dei possibili incidenti sul lavoro, l’accidentale cancellazione di parte dei nastri durante l’editing, e andava a finire che “8:30” vedeva la luce con una quarta facciata incisa in studio ex novo e tutta di inediti. Grande album, eh? Ma certamente non una fotografia fedele dei primi passi di una delle formazioni meglio assortite del Bollettino Meteorologico, quella con la giovane sezione ritmica formata da Jaco Pastorius e Pete Erskine ad affiancare gli stagionati leader Joe Zawinul e Wayne Shorter. Dice allora bene Iain Murray nelle note a corredo di questo doppio CD che “Live In Offenbach 1978” è un po’ quello che avrebbe voluto essere “8:30”. Esce con trentatré anni di ritardo, e a ragione di ciò non potrà fare la Storia, ma per i cultori è imperdibile, ultima certificazione di vera gloria di un gruppo ancora sul versante giusto di un jazz elettrico raffinatissimo senza essere algido, infiltrato di elettronica, di rock, di suggestioni terzomondiste.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.686, settembre 2011.

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Jack White – Lazaretto (Third Man)

Jack White - Lazaretto

Dai, gente, diciamocelo, ché tanto resta fra noi, non verrà a saperlo nessuno e se proprio dovesse accadere niente di più facile che se ne possa menar vanto: io l’ho sempre detto che Jack White è uno stronzetto pieno di boria, io. Ogni decennio ha il suo del resto: gli anni ’80 ebbero Prince, i ’90 Billy Corgan e questo nuovo secolo in cui nulla finora sembra distinguere i decenni l’uomo nato John Anthony Gillis. Va tutto bene fintanto che l’ispirazione – quando non addirittura il genio – ti sostiene. Ma scivola una volta, inciampa un’altra, fa che ti ritrovi per terra e saranno solo bastonate con le quali pagherai con gli interessi il fio dei tuoi peccati di arroganza. Chiedi all’Artista di nuovo conosciuto come Prince (che poi a tratti ha saputo riprendersi ma tant’è, la popolarità vera se n’è andata per sempre), Jack. Chiedi a Billy, che oggi si venderebbe l’anima per scrivere anche solo una canzone ancora di quelle che da giovane metteva in fila con una disinvoltura disarmante, che tutto gli faceva perdonare. Perdonavi, ma non dimenticavi. E così nessuno si dimenticherà, ad esempio, che con Meg non sei stato un gentiluomo, Jack, né che il femminismo non sembra essere esattamente nelle tue corde. Che dare dei copioni ai Black Keys detto da uno che di rielaborazioni più o meno creative vive da sempre è stato poco intelligente oltre che ingeneroso. Che non fosse per te Neil Young un album di merda come “A Letter Home” non l’avrebbe mai pubblicato (magari un altro sempre di merda, ecco). Che hai sì giocato un ruolo meritorio nel prepotente ritorno in auge del vinile ma stai pure contribuendo come nessuno a renderlo ciò che mai sarebbe dovuto diventare: una moda. Non nego che sia stato esaltante apprendere che nell’ascesa istantanea di “Lazaretto” al numero uno della classifica di “Billboard” proprio il formato in questione si è rivelato decisivo (quarantamila LP venduti nella prima settimana nei negozi, record da ventitré anni in qua), ma le bonus nascoste dove nessuno potrà ascoltarle, sotto l’etichetta, sono una bischerata e le due differenti intro (a seconda di dove cade la puntina) per Just One Drink e l’ologramma che appare quando il disco gira trucchetti che lasciano il tempo che trovano. La sai una cosa, Jack? A parte che il vinile si è subito volatilizzato, così a comprare il CD mi ci hai quasi costretto. Fanculo. E fanculo anche per non avere incluso l’Italia in questo strano “World Tour” a puntate la cui seconda parte è partita, se non erro, sabato scorso. Sarei venuto volentierissimo a prostrarmi a tuoi piedi.

Arriverà probabilmente il tempo del backlash e qualche indizio c’è: vedasi la stroncatura di rara ferocia uscita su “Tiny Mix Tapes”; vedasi recensioni mediamente entusiastiche ma mediamente meno di quelle che avevano salutato nel 2012 “Blunderbuss” (secondo me inferiore a questo seguito; di un nonnulla, ma inferiore). Per intanto l’unico under 40 che si può incrociare in copertina su “Mojo” è in forma smagliante. Arriverà probabilmente anche il tempo del blocco dello scrittore e pare anzi che già ce ne sia stato un assaggio, se è vero come è vero che a mettere insieme questo suo secondo lavoro da solista il Nostro ha impiegato un anno e mezzo (per lui un’eternità) e per i testi ha recuperato quaderni riempiti quando era a malapena maggiorenne. Se da qui in avanti sarà discesa lo sarà in ogni caso partendo da molto in alto.

Diviso grossomodo a metà fra rock-blues discretamente fragorosi e un country solo moderatamente alternative, “Lazaretto” vive come il predecessore di grande scrittura, meno eclettico di quello e tuttavia seguendo rotte che facilmente porterebbero un timoniere meno navigato a sbandare ogni tanto, qualcuno pure a smarrirla la rotta. Si può pensare quel che si vuole dell’autore, ma negare che gran parte dei materiali che compongono quest’album rechi impresso su di sé un marchio di classicismo nel senso alto del termine sarebbe irragionevole. Peggio: da non udenti. Così la rielaborazione estrosamente alla Maggot Brain di un classico di Blind Willie McTell inscenata in Three Women e una Temporary Ground che avrebbe potuto tirarla fuori Dylan all’altezza di “Desire”; così una High Ball Stepper che sono i Led Zeppelin rielaborati come una collisione fra Duane Eddy e i Surfaris o una Entitlement che sono gli Stones in fissa per Gram Parsons; o ancora il funk in erezione dopata della traccia omonima, una Just One Drink che cita Howlin’ Wolf nel mentre rimanda agli White Stripes o il lamento nashvilliano con coda operatica di I Think I Found The Culprit. Da un certo punto di vista, è dura farsi piacere Jack White. Da un altro, è impossibile non adorarlo.

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I sessantacinque anni piuttosto orribili di Bruce Springsteen

Oggi è il compleanno del Boss, che è uno al quale ho voluto un sacco di bene. Siccome tuttora gliene voglio tanto gli auguro di cuore di non pubblicare mai più un album come quelli che ci ha inflitto, uno via l’altro (sola eccezione virtuosa le “Seeger Sessions”), post-“The Rising”. Di scrivere ancora una manciata di canzoni degne della sua era (diciamo ’75-’82?) artisticamente aurea (a me ne basterebbe anche una sola). E – va da sé – di divertire e divertirsi su e giù per i palchi di mezzo mondo per tanti anni ancora. Però, per cortesia, basta balletti con squinzie e bambini.

Bruce Springsteen - Devils & Dust

Devils & Dust (Columbia, 2005)

Di solito i bonus che le case discografiche aggiungono alle uscite più attese (premurandosi di far sapere che così sarà per la prima tiratura e basta, con l’effetto di “dopare” le vendite nelle cruciali prime settimane) non sono particolarmente significativi. Non vale per quello che per Bruce Springsteen è l’album in studio numero tredici, in trentadue anni e basti la matematica a certificare che il Boss ha sempre ben meditato le sue uscite, facendo di ciascuna un evento, parlando quando aveva qualcosa da dire e sarà anche per quello che il catalogo (tolto “Human Touch”) rasenta l’impeccabile: qui più del CD colpisce il DVD. Seduto in un angolo di una casa spoglia come le cinque canzoni che esegue in solitudine, accompagnandosi con una chitarra acustica, Bruce sorride molto parlando di quei brani e del disco che li contiene, ma si coglie nei suoi sorrisi un’ombra di malinconia. E quando è attraverso una porta socchiusa che viene inquadrato pare smarrito e assediato da fantasmi: quelli di “Nebraska”, quello di Tom Joad, quelli del fallimento delle cause per cui si è impegnato dacché nel 2002, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle, “The Rising” raccontava un’America desiderosa di capire oltre che di risorgere. Quell’America ha poi invaso l’Iraq (come altri di buona volontà, il nostro uomo invano si è opposto). Quell’America ha poi rieletto George W. Bush (il nostro uomo ha fatto campagna per John Kerry). Stupirsi che gravi su “Devils & Dust” una cappa di amarezza?

Impossibile non vederlo come il completamento del trittico aperto nell’82 da “Nebraska” e di cui “The Ghost Of Tom Joad” costituì, nel 1995, il secondo pannello. Meno cupo e scarno del primo, meno avaro di melodie istantanee di un secondo da cui prende qualche tema, qualche arrangiamento, con qualche altro e in primis certe tastiere che arrivano da “Tunnel Of Love”. Ecco: se ne sarebbe fatto a meno. Sebbene non debordino mai ed evidenzino più di un’intuizione felice – il violino che infioretta Long Time Comin’, l’organo chiesastico in Black Cowboys o che sibila errebì in Maria’s Bed, la tromba spagnoleggiante che schizza da Leah – gli arrangiamenti tolgono invece che aggiungere a canzoni che si fatica a immaginare eseguite dalla E Street Band, che difatti non c’è e che distrarrebbe dall’intensità di storie memorabili come le migliori di Bruce. Sono invece sotto una peraltro altissima media le musiche, ordinaria amministrazione l’elettrico incalzare di All The Way Home o il sussurro country-blues di Reno, o ancora lo sculettare rock’n’roll di All I’m Thinkin’ About. La traccia omonima o Matamaros Banks, congedo quantomai struggente, si raccomandano nondimeno a future antologie.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.19, autunno 2005.

Bruce Springsteen - Magic

Magic (Columbia, 2007)

Due stellette per una doppia mozione d’affetto: per il padrone di casa, naturalmente, e non c’è bisogno di spiegazioni; e per un Danny Federici al passo d’addio e la commozione è tanta, più di quanto non avrei mai creduto. Due stellette grazie a una canzone molto bella, che è Your Own Worst Enemy, graziosissima variazione sul sempiterno tema del jingle-jangle, e a una assolutamente straordinaria che è Girls In Their Summer Clothes, un capolavoro che sintetizza la malinconia dell’incombere della terza età in quattro versi che semplicemente appiccicano al muro. Se no “Magic”, di gran lunga il disco meno soddisfacente del Nostro da “Human Touch”, la sufficienza non l’avrebbe raggiunta. Troppi brani con il pilota automatico. Troppi brani da John Cafferty qualunque, altro che da Boss. E poi quella produzione: oscena. Da proporre, auspicabilmente, alle nuove generazioni di tecnici del suono come esempio di tutto quello che non bisognerebbe fare quando si registra, si mixa, si masterizza. Sempre che la stupida presunzione che l’mp3 abbia reso tutti quanti sordi non prevalga ed è purtroppo possibilissimo.

 Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.647, giugno 2008.

Bruce Springsteen - Working On A Dream

Working On A Dream (Columbia, 2009)

Il punto, naturalmente, è che costui è Bruce Springsteen: l’autore di “Born To Run” e “The River”, di “Darkness On The Edge Of Town” e “Nebraska”, di “The Ghost Of Tom Joad” e se vogliamo (vogliamo? sì) pure di “Born In The U.S.A.” o “The Rising”. Il punto è che fa male dovere dir male di uno che (scusate se mi cito) “fu un fratello maggiore con cui percorrere le strade dei sogni che cercano, ridimensionandosi, di non trasformarsi in amarezza”. Uno che per alcuni incredibili anni (scusate se mi cito di nuovo) fu la stella polare di “chi aveva nella mente e più che altro nel cuore una certa idea di rock’n’roll e di America”. Però “Working On A Dream” è il nuovo disco di Bruce Springsteen, non di Bon Jovi, John Cafferty o Bryan Adams. Non di Little Steven o Clarence Clemons o Southside Johnny. In quei canoni farebbe una discreta o persino ottima figura. In quello springsteeniano è una delusione che va dietro a una delusione, in un certo senso purtroppo ridimensionandola. Dai, in fondo “Magic” non era così scarso (e invece sì). Quantomeno un paio di brani da antologia (Your Own Worst Enemy, Girls In Their Summer Clothes) li regalava. Quantomeno la copertina non faceva schifo. Era viceversa pessima una produzione con i volumi sempre al massimo e “Working On A Dream” persevera nell’errore.

Alla fine puoi salvare davvero (ma in altri tempi non sarebbero state che dei lati B o degli interessanti scarti da recuperare su un bootleg) giusto quelle due canzoni in cui, quasi a fondo corsa, gli amplificatori si spengono e un uomo solo resta alla ribalta con la sua chitarra e un piccolo bagaglio di emozioni vere: The Last Carnival e The Wrestler. Il resto sono ballatone che dall’epica sconfinano nella retorica, sono rock’n’roll che non hanno capito che la festa è finita. Il punto è che costui è Bruce Springsteen e un pezzo osceno come Outlaw Pete – un po’ Cuore matto, un po’ I Was Made For Loving You: ascoltare per credere – non ce l’aveva mai inflitto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.655, febbraio 2009.

Di “Wrecking Ball” e “High Hopes” ho scritto qui e qui.

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