Sleater-Kinney – No Cities To Love (Sub Pop)

Sleater-Kinney - No Cities To Love

Questione di date d’uscita, naturalmente, giacché quello è stato concepito lungo un arco di tempo molto lungo e su un supporto fisico non sarebbe dovuto entrare in circolazione che verso la metà del corrente mese e questo pare fosse già sostanzialmente completo lo scorso febbraio e dunque avrebbe potuto benissimo vedere la luce entro l’anno (tant’è che accidentalmente – o forse no – la Sub Pop lo diffondeva in streaming per qualche ora il 22 di dicembre): fatto è che l’ultimo album importante pubblicato nel 2014, “Black Messiah”, ha finito per capeggiare la lista di fine anno del Vostro affezionato e il primo a raggiungere i negozi nel 2015 prenota, se non la vetta della prossima, con quegli undici mesi e undici giorni di anticipo, per certo uno dei primissimi posti. Ma magari anche il primo, eh? Su D’Angelo, l’ho scritto, non avrei scommesso un centesimo. Sulle Sleater-Kinney ero più possibilista. Quasi fiducioso. Ma un disco così? Nemmeno nei sogni più sfrenati.

Dieci anni senza Sleater-Kinney, dieci anni nei quali in realtà le Sleater-Kinney separatamente hanno combinato tanto – in assai diversi modi, che qui non ha importanza dettagliare – ed ecco, non è che avessero alcun bisogno vero di tornare a suonare tutte e tre assieme. E chi glielo faceva fare, considerato anche che si erano congedate con “The Woods”, per molti il migliore dei loro sette album? Tenendo conto di come e quanto in questo lungo iato la loro statura sia sempre cresciuta in prospettiva, il peso costantemente aumentato nelle storie del rock a cavallo fra il vecchio e il nuovo secolo. Sapere salutare con stile è importante. Capire che ciò che è stato non tornerà, di più. Come in ogni rimpatriata, tutto giocava contro Corin Tucker, Carrie Brownstein e Janet Weiss e nondimeno e un po’ paradossalmente, conoscendone l’intelligenza e l’integrità, erano esattamente le considerazioni suesposte a indurre a pronostici favorevoli. Pronti e via, “No Cities To Love” va oltre.

Come se non fossero mai andate via. Come se non fosse passato non dico un giorno dacché pubblicavano il lavoro precedente, ma al più quei tre anni che avevano rappresentato l’intervallo più ampio fra l’una e l’altra delle uscite maggiori. Nella consolidata tradizione della casa, le Sleater-Kinney risultano perfettamente riconoscibili, eppure in qualche misura diverse da come le si era conosciute fino al punto dato. Mai così memorabili, nel senso letterale del termine, prima d’ora e però senza nulla perdere in forza d’urto. Mai così immediate, a fronte di architetture che più le osservi dappresso e più lasciano senza fiato per la disinvolta complessità. Come dire, a questo giro: la perizia strumentale dei Minutemen e l’arguzia pop dei B-52’s. Come dire: di rado si è sentito un punk così funk e meriterà ricordare che trattasi di un trio due chitarre e batteria, senza il basso, assenza da sempre perfettamente dissimulata ma stavolta sul serio bisogna ascoltare per crederci, che non ci sia. Dieci canzoni (per poco più di trentadue minuti) che sono tutte potenziali singoli, “No Cities To Love” è una gioiosa macchina da guerra che non dà requie sino all’attacco sospeso del suggello Fade. Ma è una finta, siccome pure quello dopo un attimo trova slancio, marzialmente Banshees ed era un nome che già era venuto da chiamare in causa diversi brani prima, per una Surface Envy che favolosamente li incrocia con gli Wire. Disco da citare in toto, da una Price Tag che lo introduce nervosa e squillante a una Hey Darling che arriva a citare esplicitamente Lita Ford dopo che già Gimme Love aveva giocato a evocare il glam : e non lo si è sempre detto delle Sleater-Kinney che erano la versione post-grunge delle Runaways? Passando per una traccia omonima melodicamente degna dei Fleetwood Mac di “Rumours” e una A New Wave da “Best” dei Gang Of Four, per i Talking Heads primevi ma incattiviti di No Anthems e una Bury Our Friends che è la canzone migliore che i Franz Ferdinand non hanno mai scritto.

Non è dato sapere, non lo sanno probabilmente manco loro, se Corin, Carrie e Janet daranno continuità a questo ritorno. Per intanto: cogliete l’attimo.

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Richard Thompson In The Box

Richard Thompson - Live At The BBC

Monsieur Jacques de la Palice non avrebbe saputo esprimere meglio il concetto: arduo confezionare un’antologia di grandi successi di Richard Thompson, osservava un recensore di “Watching The Dark”, non avendone costui mai avuti di grandi successi. La tripla raccolta in questione era la prima a tentare nel ’93 di offrire un plausibile ritratto d’assieme di un artista che, allora quarantaquattrenne, incredibilmente già aveva una carriera venticinquennale alle spalle e più o meno una trentina di album all’attivo. Ci provava dando un colpo al cerchio e uno alla botte: recuperando qualcosa dal catalogo dei Fairport Convention ma non troppo, non dimenticando per strada alcuna delle canzoni (relativamente) più note ma di talune offrendo versioni alternative, tenendo conto ma fino a un certo punto che è dal vivo che il chitarrista di Notting Hill offre da sempre il meglio di sé, regalando abbastanza inediti da attirare il collezionista ma non in un numero tale da oscurare il corpus principale di un’opera fantasticamente ricca di qualità oltre che in quantità. Da allora erano usciti altri due box e puntavano direzioni antipodiche: il primo – “RT: The Life And Music Of Richard Thompson” – si indirizzava nel 2006 all’esegeta più maniacale, proponendo una sorta di storia alternativa (cinque CD e nemmeno un brano proveniente dalla discografia “ufficiale”) del nostro eroe; il secondo – “Walking On A Wire” – azzardava nel 2009 una replica variata ed espansa (essendosi nel frattempo ampliato a dismisura il repertorio in cui pescare) di quel “Watching The Dark” di cui sopra. Ammesso si possa così definire un quadruplo con settantuno tracce in scaletta, è la migliore scorciatoia disponibile per chi, senza troppo impegnarsi (!), desiderasse mettersi in casa giusto l’indispensabile del Thompson. Senza contare i Fairport, eh? E però ci sono quei tre, quattro, cinque, sei titoli che egualmente resterebbero consigliabili a chi volesse appena appena approfondire e per non citarne che uno: come può una qualsiasi basilare, basilarissima collezione di rock fare a meno di “I Want To See The Bright Lights Tonight”? Pubblicato nel 1974 e primo di sei LP dei quali il Nostro divise la titolarità con l’allora moglie Linda.

Dallo scorso 21 giugno è in circolazione un quarto cofanetto di Richard (“Featuring Linda”, si dichiara correttamente quanto ammiccantemente), un “Live At The BBC” (Universal) composto (si noti bene: senza sovrapposizioni) da tre CD e un DVD, testimonianze più stagionate del gennaio ’73, più recenti del gennaio 2009. A chi raccomandarlo, oltre che al cultore di stretta osservanza? A tutti quelli che non possiedono tutto quanto ha dato alle stampe Richard Thompson ma una decina di centimetri di scaffale occupati dalle sue opere nondimeno li vantano. A chi non si precipita ad acquistare o a ordinare (dal ’95 sussiste una produzione parallela a quella principale di lavori disponibili solo sul sito dell’artista) ogni nuova uscita ma invariabilmente si porta a casa qualunque articolo gli passi fra le mani a buon mercato. Basta che abbia prima ben presente che, rispetto a una discografia in studio in cui (fanno eccezione nella quasi quarantennale saga appena un paio di episodi) i brani elettrici costituiscono una netta maggioranza, qui il programma è viceversa sbilanciato verso l’unplugged e per di più alone. Da metà del secondo dischetto in poi il Nostro è sempre solo, benché non necessariamente con un’acustica a tracolla, e per il fruitore non di madre lingua l’ascolto può farsi alla lunga ostico. Ci si diverte parecchio di più in una prima parte di scaletta stupendamente varia e spumeggiante. Tutto un primo CD (incisioni dal ’73 all’82) in cui Linda è sovente mattatrice e si passa da una The Little Beggar Girl favolistica al rock-blues a un centimetro dall’hard di Back Street Slide, da un medley medioevaleggiante alla cantilena rock’n’roll Hokey Pokey, da una I’m Turning Off A Memory evidentemente in scia a The Band a una New Fangled Flogging Reel/Kerry Reel chiaramente in anticipo sui Pogues. Ma a sorprendere chi del nostro uomo oltre ai Fairport Convention conosce solo i primi lavori con Linda sarà una prima metà di secondo disco che ricorda come a un certo punto flirtò un tot con certa new wave, ammesso che a tale voce si possano iscrivere un Elvis Costello o un Nick Lowe e allora (primi anni ’80) lo si faceva. Un mistero come non siano stati almeno dei piccoli hit brani semplicemente irresistibili quali She Twists The Knife Again, You Don’t Say, When The Spell Is Broken, Fire In The Engine Room. Per non dire di una Valerie degna dei migliori Los Lobos o di una Wall Of Death perfettamente mediana fra i Byrds e il Sir Douglas Quintet. Gemme da non farsi mancare, in queste o in altre versioni.

Naturalmente non paragonabile allo stupefacente volume di ben 168 pagine incluso in “The Life And Music Of”, il libretto di “Live At The BBC” svolge assai bene (sorvolando su due refusi imbarazzanti) il duplice compito di illustrare il prodotto e insieme una cifra stilistica che tre CD e un DVD non bastano a esaurire. Particolarmente illuminante che l’estensore Mick Houghton sottolinei come Richard Thompson non affrontò la prova del fuoco delle esibizioni nei folk club che dopo avere lasciato i Fairport. Sempre intesi da lui come una rock band, il che fa guardare alla loro vicenda da una prospettiva inusuale.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.686, settembre 2011.

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Il romanzo tragico e la voce prodigiosa di Jackie Wilson

Jackie Wilson moriva un 21 gennaio, quello del 1984. Non aveva che quarantanove anni, ma già da nove viveva una vita di quelle che ti fanno desiderare la morte. Chissà quanto consapevole di essere in un certo qual senso immortale.

Jackie Wilson

Vita sfortunata (sebbene con l’immortalità come approdo) e incredibile, quella di Jackie Wilson, e ancora più incredibile è che Hollywood non ne abbia ancora tratto un film per il quale il materiale sarebbe persino troppo: da una prima giovinezza divisa fra il tirar di boxe ad alto livello (la musica sottrasse un campione a quell’altra nobile arte) e l’idolatria per un cantante alla sostituzione di quello stesso cantante nel complesso di cui era la vedette, da un principio di carriera solistica travolgente – isteriche le reazioni del pubblico e in particolare di quello femminile, culminate nel 1961 in un celebre incidente: preso a pistolettate da un’ammiratrice, Wilson restava in coma per venti giorni – a un drammatico declino di popolarità. E poi, quando pareva che una rinascita fosse alle porte, il collasso nel 1975 durante un concerto che lo precipitava in un secondo coma durato mesi, dai cui nefasti effetti non si sarebbe mai completamente ripreso. Riacquistava la parola solo nel 1983 e il 21 gennaio dell’anno dopo moriva, non ancora cinquantenne. Che beffa crudele per lui e per il mondo che quella voce prodigiosa, capace di redimere o quasi la canzonetta più banale e pesantemente orchestrata, sia stata la prima ad andarsene, di molto anticipandolo.

L’altra grande tragedia della vita di Jackie Wilson, che lasciava il pugilato nel 1952, nel 1953 veniva chiamato a rimpiazzare Clyde McPhatter nei Dominoes e nel 1956 si metteva in proprio, subito baciato da un successo che toccava l’apice nel 1958 con i quattro milioni di copie venduti da Lonely Teardrops, è che assai raramente i dischi (mai un LP e dire che ne pubblicò a decine) sono stati all’altezza di una presenza scenica almeno pari a quella di tal James Brown (altro boxeur: qualcosa dovevano avere imparato al riguardo sul ring) e di una voce dall’estensione eccezionale, adatta al più spigliato dei ballabili come alla più seducente delle ballate. Ricadono quasi tutti nella prima categoria i brani che meglio si sono conservati e che al nostro orecchio con poca pazienza per gli arrangiamenti debordanti giustificano una reputazione ulteriormente eternata da omaggi come quello memorabile di Van Morrison (Jackie Wilson Said, su “Saint Dominic’s Preview”, 1972): da Reet Petite, affettuosa parodia dell’Elvis più sfrenato redatta da Berry Gordy nel 1957 (i proventi mattoncino d’angolo dell’edificio che si chiamerà Motown), al doo wop’n’roll di I’ll Be Satisfied del 1959, dal bluesone Doggin’ Around del 1960 all’impossibilmente esuberante Your Love Keeps Lifting Me (Higher And Higher) del 1967, cioè di quando già la china si era fatta discendente. Senza nulla togliere al romanticismo di strada di Lonely Teardrops, a una serenatona quale To Be Loved, all’alata Whispers (Gettin’ Louder), a una I Get The Sweetest Feelin’ preconizzante il Philly Sound e non a caso cofirmata da Van McCoy. Splendide canzoni che si apprezzano più in un’antologia ben congegnata che in un album (diversi sono stati ristampati in digitale con l’attraente formula del due su uno), in cui si perdono fra altre simili ma di valore inferiore, troppo pop (più che bianco in candeggina) e persino qualche escursione simil-operistica: versione minore e fuori tempo massimo di Nat King Cole o, se preferite, un Sam Cooke intrappolato per sempre e con un repertorio non all’altezza al Copacabana.

Pubblicato per la prima volta in Soul e Rhythm & Blues – I classici, Giunti, 2004.

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The United States Of America – The United States Of America (Esoteric)

The United States Of America - The United States Of America

Invecchiato benissimo, cioè per nulla, l’unico album pubblicato dagli United States Of America appartiene appieno al suo tempo – un 1968 in ogni senso rivoluzionario nel caso della compagine californiana – ma come un UFO atterrato senza che nessuno lo attendesse e ripartito senza essere stato notato che da sparuti eletti. Numero 181 nella classifica di “Billboard”, dieci posizioni più giù di quei Velvet Underground con i quali Joe Byrd e litigiosa compagnia per poco non si trovavano a spartire la voce di Nico che, propostasi, veniva bocciata. Ad anni dallo scioglimento ad accomunarli ai Newyorkesi saranno anche i tardivi riconoscimenti per l’esplorazione di luoghi che per primi misero sulle mappe del rock e che poi in mille abbiano seguito la lezione di Lou Reed e molti meno – ma tutti grandi: Portishead, Broadcast, Radiohead – abbiano detto di rifarsi a quella di Byrd è un altro discorso. Prodotto di infiniti travagli “The United States Of America” (per decenni gli artefici non si rivolgeranno più la parola), ma all’ascolto mai lo si intuirebbe. Disco per lunghi tratti incantato e incantevole, anticipatore di trent’anni del post-rock nella rinuncia alle chitarre e latore di un avant-pop fra il più sublime di sempre, armonioso ciclo musical/narrativo perfettamente racchiuso fra lo storto vaudeville di The American Metaphysical Circus e una The American Way Of Love a uno psichedelico incrocio fra i Beatles pepperiani e i Kaleidoscope etnici. Sapientissimo il gioco di vuoti e pieni, l’alternarsi di tensione e rilascio.

Questa ristampa Esoteric arriva a un decennio da una su Sundazed della quale ricalca la scaletta aggiungendo alle dieci tracce originali dieci bonus che in realtà nulla aggiungono di essenziale. Comunque manna per i cultori.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

 

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People Funny Boy – Quel genio mattoide di Lee Scratch Perry

Settantanove anni il prossimo 20 marzo, Lee Scratch Perry ancora gira il mondo facendo concerti e si dà il caso che giusto in questi giorni sia in Italia (ieri era a Lecce, stasera sarà a Torino). Mi è parsa una buona scusa per ripescare un breve articolo che gli dedicai nel 2005. Uno moooooooolto più lungo che scrissi per un “Blow Up” ai primi passi è da parte fra le cose che prima o poi recupererò in volume.

Lee Scratch Perry

È una delle definizioni migliori ch’io abbia mai letto di Perry. In uno dei lunghi saggi che, con dettagliati commenti a ciascuna delle ottantatré tracce che raduna in quattro CD, sfilano nelle quarantotto pagine di un libretto anche iconograficamente da urlo (sempre discutibili per come si rivendono a oltranza il ricco catalogo, alla Trojan hanno finalmente imparato a presentarlo perlomeno come si deve), Lol Bell-Brown così inquadra il genio per antonomasia della battuta in levare: “Una sorta di Syd Barrett dei Caraibi, Sun Ra, George Clinton e Johnny Rotten in una persona sola, uno Gnostico spassoso e deliziosamente fumato”. Diverse pagine prima Jeremy Collingwood – addirittura tre gli esperti, essendo il terzo Chris Lane, chiamati a organizzare e commentare il box nuovo di pacca “I Am The Upsetter: The Story Of The Lee Scratch Perry Golden Years” – in maniera meno pittoresca così lo inquadra: “un originale, un autentico innovatore”. Perché sarà pure vero che, checché ne dica il diretto interessato, Lee Perry non ha inventato il reggae, ma People Funny Boy resta una delle primissime canzoni cui l’etichetta possa essere applicata. E se non fu sicuramente lui a scoprire Bob Marley e i Wailers (quandomai! avevano già quei trenta singoli in discografia) altrettanto per certo fu il primo che li valorizzò adeguatamente (vedi pagine delle recensioni in questo stesso numero). Ancora: una millanteria (una delle mille di un uomo che prima di tirar su i leggendari Black Ark scriveva nei crediti dei suoi dischi di averli registrati in uno studio che non esisteva) quella che vuole che “Blackboard Jungle” sia il primo album di dub (quando lo stesso Perry qualche mese prima aveva dato alle stampe “Cloak & Dagger”), nondimeno è indiscutibile che del dub il nostro uomo sia stato fra gli inventori e i massimi declinatori. Gli possono essere attribuiti anche alcuni dei primi esempi di “campionamento” e fanno fede in questo cofanetto, per dire, l’ilare e lunare Cow Thief Skank, con muggiti e tre ritmi già usati rimontati a farne un quarto nuovo, e una Kojak con TV in sottofondo.

A proposito di riciclaggio, ecologica usanza che l’industria discografica giamaicana ha elevato sin dai primordi ad arte accostandola a un’altra pratica, quella del furto “creativo”: un campionissimo “Scratch” e in “I Am The Upsetter” ne troverete prove a bizzeffe, da basi che fanno capolino più volte (già sentita Back Biter? certo, è People Funny Boy) a squisite appropriazioni indebite. Una Clint Eastwood ricalcata su Yakety Yak dei Coasters, una Medical Operation che echeggia Sophisticated Sissy dei Meters, una Rebel Train che è la giamaicanizzazione di Sound Of Philadelphia di MSFB, Woman Gotta Have Love che è The Poet di Bobby Womack e così via. Un… ladro? Un genio (Oscar Wilde insegna) che, non lontano dai settant’anni, si gode dal buon ritiro svizzero la reverenza del mondo e, si spera, qualche soldo, visto che l’enorme repertorio (fra dischi in proprio e produzioni per altri, c’è chi ha calcolato nella stupefacente cifra di millecinquecento uscite il suo catalogo complessivo in vinile) da un decennio in qua è stato riciclato a iosa.

Insomma: se siete curiosi e di lui in casa avete poco, quasi niente, magari giusto quel capolavoro tardo (1987) che è “Time Boom X De Devil Dead”, realizzato in scontrosa collaborazione con il discepolo Adrian Sherwood e da noi inserito fra i cinquecento dischi fondamentali di “Extra”, siete nei guai e ve lo dice uno che, prima di cominciare a ricevere in omaggio una marea di CD del Nostro (favolosa la serie di quattro doppi “Complete UK Upsetter Singles Collection”), si era comprato alcune decine di album in vinile e da lungi di questa collezione ha perso il controllo, fra titoli che ritornano e altri che nonostante tutto seguitano a mancare. Ma – ehi! – stiamo parlando di uno che la generazione che non voleva avere idoli, quella del punk, idolatrò: per Lydon un Dio e i Clash lo vollero a tutti i costi per Complete Control. Di uno che anche i Talking Heads e Paul McCartney avrebbero voluto come produttore, ma loro non ci riuscirono. Di uno cui i Beastie Boys dedicarono un numero monografico della fanza “Grand Royal”. “Time Boom” non basta e allora, come approccio per il principiante poco meno che assoluto, “I Am The Upsetter” è quasi l’ideale. Partenza con la canzone omonima, un classico del rocksteady, mordace attacco a Coxsone Dodd, il primo ma non l’ultimo dei datori di lavoro di Perry a venire spernacchiati, e approdo – cinque ore dopo – con le impossibili dilatazioni dub nutrite a funk e jazz di Huzza Hana. Equilibrato assemblaggio cronologico di brani storici (eccola lì People Funny Boy e a seguire i mitici strumentali di ispirazione western, l’apparizione alla ribalta di U-Roy, qualcosa con i Wailers, i ricalchi soul, i primi esperimenti dub e così via) e imperdibili rarità, è appunto “quasi” l’ideale. Unitegli il triplo Island “Arkology” (altra delizia illustratavi in “Extra”) e potete accontentarvi. Per ora.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.611, giugno 2005.

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Non più leggenda vivente (Kim Fowley, 21 luglio 1939-15 gennaio 2015)

Kim Fowley – International Heroes (dall’album omonimo, Capitol, 1973)

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D’Angelo & The Vanguard – Black Messiah (RCA)

D'Angelo & The Vanguard - Black Messiah

Missione compiuta e nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo. Per quanto i concerti del 2012 lo avessero mostrato in buona forma e nelle scalette avesse fatto capolino una manciata di canzoni inedite sufficientemente buone (cioè parecchio) da confondersi con quelle provenienti da due dischi diversamente enormi quali “Brown Sugar” e “Voodoo”. Ma l’idea che dopo quattordici anni di più o meno silenzio l’artefice di quei capolavori – per un verso influentissimi; per un altro facenti categoria a sé nella terra di mezzo fra il soul classico e l’errebì odierno – potesse essere ancora capace anche solo di avvicinarli pareva ormai utopica pure al più devoto dei cultori. E a chi poteva importare di un D’Angelo a mezzo servizio? Triste come quegli sportivi che, dopo essersi ritirati da campioni del mondo, si fanno prendere dalla nostalgia e azzardano improbabili, patetici ritorni. Meglio che tacesse per sempre piuttosto, dopo così tanti anni scanditi dapprima da notizie preoccupanti, che lo davano prematuramente incamminato sui sentieri di autodistruzione percorsi dai suoi buoni e cattivi maestri Sly Stone, Marvin Gaye e Gil Scott-Heron, e quindi da indiscrezioni sempre meno credibili riguardo all’album più atteso e favoleggiato dacché i Kraftwerk intuirono che non avrebbero più raccontato il futuro e se ne fecero paralizzare. “È pronto al 97%”, giurava il sodale Questlove, dei Roots, facendo inarcare sopraccigli, siccome era già il dicembre del 2011 e la favoletta la si era ascoltata la prima volta nel 2002.

Quattordici anni. Cancellati in una notte, quella dello scorso 14 dicembre, quando dopo averlo proposto nella sua intierezza in un esclusivo party tenutosi a New York, il nostro uomo ha deciso d’impulso di fare saltare il piano stabilito per l’uscita di “Black Messiah” – in forma liquida via iTunes e Spotify a partire dal giorno dopo e in CD e vinile (doppio) solo intorno alla metà di gennaio 2015 – e renderlo invece disponibile in ogni formato da subito. Parendogli che parlasse all’America scioccata dai fatti di Ferguson e non si potesse dilazionare ulteriormente. Paradossale: atteso da quando le Torri Gemelle erano ancora in piedi, l’album è stato pubblicato in fretta e furia e nel periodo mediaticamente e commercialmente più infausto, quando tutte le testate (cartacee, ma anche in Rete) hanno già rese note le liste dei dischi dell’anno e nel momento in cui nei negozi si vendono in massima parte raccolte di successi e cofanetti. Nondimeno: numero 5 nella classifica di “Billboard” e quasi centoventimila copie totalizzate negli Stati Uniti nella settimana sotto Natale. Non male, di questi tempi.

Quattordici anni. Cancellati sin da un primo, stupefatto ascolto e dimenticati completamente via via che passaggio si susseguiva a passaggio e cresceva una convinzione: che non siano passati invano. Che se anche si dovesse pazientare altrettanto per avere un seguito ne varrà probabilmente la pena. Non avrai altro Messia (Nero) all’infuori di Michael Eugene Archer, in arte D’Angelo.

Una cosa che per certo ha fatto il nostro eroe in questi quasi tre lustri: ha imparato a suonare la chitarra. Naturalmente da par suo, e cioè come uno che non concepisce la mediocrità, e altrettanto naturalmente facendosene influenzare dal punto di vista compositivo. “Black Messiah” è pieno di chitarre, acustiche come elettriche, ora elegantissime e ora grintose, ed è l’elemento che principalmente lo distanzia dai lontani predecessori, allontanandolo da quella terra di mezzo di cui dicevo dianzi e collocandolo in un solco insieme molto più classico e ancora più peculiare, unico. Appieno in un filone di black tradizionale ma distante da qualsivoglia revival almeno quanto lo è da certa assai presunta (quando poi si tratta di un canone con elementi le cui origini datano comunque decenni) “modernità”. Nelle sue dodici tracce per un totale di cinquantasei minuti, D’Angelo gioca a un altro sport rispetto a chiunque altro e al di là di qualunque referente si possa trovargli: sia il Prince di Kiss traslocato a New Orleans e alle prese con ottoni smargiassi in Sugah Daddy, l’Al Green che traffica con il blues in Till It’s Done (Tutu) oppure con un beat hip hop in Prayer, o ancora il Curtis Mayfield che da Chicago si trasferisce a Philadelphia della sontuosa ballata a suggello Another Life (l’altra ballata monstre del disco, una Really Love zeppa di chitarre spagnoleggianti e archi, Mayfield lo cita direttamente). Laddove nel groove muscolare dell’iniziale Ain’t That Easy e in quello ebbro di fuzz su una micidiale locomotiva ritmica dell’immediatamente successiva 1000 Deaths senti l’Eddie Hazel dei Funkadelic all’acido solforico più che lisergico e The Charade, che è il brano che ha persuaso D’Angelo che l’uscita non potesse aspettare un mese di più, è aggiornamento di “There’s A Riot Goin’ On” al secolo nuovo. Immenso tuttavia, “Black Messiah”, pure quando si rilassa e gigioneggia, nella nostalgica Back To The Future (Part 1), o si fa tenerissimo, in una solare quanto intimistica The Door. O jazzeggia, nella squisita Betray My Heart.

Quattordici anni. E poi è risorto.

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