L’infanzia prodigiosa e la vita bruciata di Dennis Brown

Dennis Brown

Ha avuto una gran fretta di vivere Dennis Brown che ci ha lasciati, appena quarantaduenne, sul principio d’estate di due anni or sono. Causa ufficiale della morte un collasso polmonare seguito da infarto. Dovuti, si sa ufficiosamente, a un’antica passione per la cocaina poi ulteriormente degenerata in dipendenza da crack. Ha vissuto poco ma certamente con intensità: un centinaio gli album che taluni gli attribuiscono, un’ottantina quelli che lui rivendicava. Produzione senza pari in materia di reggae (il solo Lee “Scratch” Perry si avvicina a questi numeri) e con pochi rivali in qualunque altro ambito, stupefacente non solo per quantità oltretutto ma anche per qualità media. Se la battuta in levare vi intriga, potete fiduciosamente mettervi in casa qualunque disco vi capiti fra le mani con sopra il nome di colui che Bob Marley dichiarò essere il suo cantante preferito. Dal classico “No Man Is An Island”, che vedeva la luce nel 1970, a certi lavori degli anni ’90 che, lungi dal guardare con nostalgia al passato cercando di ricrearlo, azzardavano felicemente il connubio fra reggae e digitale. Avete già fatto il conto? Esatto, non vi state sbagliando né vi siete imbattuti in un errore di stampa: quello che è uno dei massimi capolavori della musica giamaicana veniva confezionato da un tredicenne che perdipiù aveva già in curriculum diversi successi a 45 giri. Racconta chi c’era che in studio dovettero farlo salire su una cassetta vuota per avvicinarlo quanto bastava al microfono.

Dennis Brown nasce a Kingston, Giamaica, il 1° febbraio del 1957. Il padre Arthur scrive testi per un popolarissimo programma radiofonico chiamato “Life In Hopeful Village” ed è dunque live, dagli studi della emittente nazionale, che la voce del ragazzino si diffonde per la prima volta nell’etere. La precoce conoscenza di quanti sull’isola lavorano nel mondo dello spettacolo avrà naturalmente il suo peso per lanciarne la carriera. L’apprendistato segue una trafila che sarebbe usuale, non fosse per la verdissima età dell’aspirante star: concerti in club nei quali da cliente non potrebbe ancora entrare, con Byron Lee, i Falcons e un maestro del soul americano come King Curtis, e poi i primi singoli. It’s A Crime è il debutto, per un produttore di gran fama quale Derrick Harriott. Dritto nei Top 10 locali, dove presto lo seguiranno Love Grows, Created By The Father e la canzone che intitolerà l’esordio a 33 giri, No Man Is An Island. Cadenze ancora più prossime al rocksteady che non al reggae vero e proprio e voce inevitabilmente adolescenziale che avvince modulando innocenza e sogni. Commozione e applausi.

Le hit si susseguono. Curano il ragazzino i produttori giamaicani più importanti. Dopo Harriott tocca a Clement “Coxsone” Dodd e dopo di lui a Lloyd Daley (il primo e unico “Matador”, con buona pace di una certa tifoseria), che contribuisce alla riuscita di tascabili meraviglie come What About The Half (pigrissima), Things In Life (fiati sornioni a contraltare di un canto struggente) e Baby Don’t Do It. Canzone chiave quest’ultima per approcciarsi al Dennis Brown che è parte fondamentale della storia del reggae: seriche corde vocali che rimandano al soul americano più raffinato (Sam Cooke in primis) su arrangiamenti tanto semplici quanto di eccezionale efficacia, concorso di chitarre sincopate, ottoni felini, organi grassi, swinganti, liturgici. Il rinnovarsi del sodalizio con Derrick Harriott ne genererà innumerevoli di creazioni siffatte, da Concentration (exotica e dubbata) a Silhouettes (che davvero sarebbe piaciuta a l’uomo di A Change Is Gonna Come), da He Can’t Spell (memorabile l’organo) a Changing Times (sublimemente malinconica). Tutte radunate in un altro LP epocale chiamato “Super Reggae & Soul Hits”. Era ormai grandicello il Nostro all’epoca della sua pubblicazione. Quindici anni, pensate.

Anno frenetico il 1973. L’attività live si intensifica, così come le collaborazioni con la crema dei produttori isolani, nomi ciascuno dei quali è una leggenda: Clive Chin, Phil Pratt, Alvin Ranglin, Eddie Wong, Herman Chin-Loy, Joe Gibbs. È quest’ultimo che griffa quella che diventerà la canzone-simbolo di Dennis Brown, Money In My Pocket. Che dopo si sente ormai maturo per prodursi da solo e addirittura per mettere in piedi un’etichetta, la D’Aguilar Sounds. Sarà tuttavia con Winston “Niney” Holness in cabina di regia che imprimerà su nastro la poppissima Westbound Train, l’ossessiva Cassandra, la travolgente per epicità I Am The Conqueror. Anno (al solito) di grazia 1974.

Lo spazio stringe e volo al ’79. È allora che una nuova versione di Money In My Pocket fa infine di Brown una popstar internazionale, mancando di poco l’ingresso nei Top 10 britannici, impresa replicata nel 1981 da Love Has Found A Way e Halfway Up Halfway Down. Prosegue pure l’attività di discografico. Per le sue D.E.B. e Yvonne’s Special incidono pesi massimi come Junior Delgado, Gregory Isaacs e i Black Uhuru. Niente sembra potere arrestare Dennis Brown. Provvederà Dennis Brown stesso. La salute vacillante per gli stravizi e la voce che piano piano se ne va non gli impediranno tuttavia, come appuntavo tre cartelle fa, di fare ottime cose almeno per tutta la prima metà dei ’90. L’ultimo grande album è “Temperature Rising”, del 1995.

La canzone che gli diede il titolo è la quarantasettesima delle quarantotto che sfilano in “Money In My Pocket”, formidabile doppia antologia appena licenziata dalla Trojan. Due ore e mezza e non si potrebbe rinunciare a un minuto. Scrivevo prima che qualunque lavoro firmato dal nostro uomo è meritevole d’attenzione. Nessuno vale però, per completezza e suggestioni, questa raccolta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.434, 20 marzo 2001.

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X – Il cielo in fiamme sopra Los Angeles

X - Los Angeles

Arde la X nel cielo notturno sopra la città degli angeli e tre decenni e mezzo dopo continuano a bruciare le canzoni di John Doe ed Exena Cervenka, splendida coppia di Natural Born Rockers, e dei sodali Billy Zoom (uno che aveva suonato con Gene Vincent e ha sempre fatto di tutto per ricordarcelo) e Don J. Bonebrake. James Ellroy ha spesso dichiarato di detestare il rock’n’roll, ma i versi crudi che aprono la canzone che battezza il disco – “Lei dovette lasciare Los Angeles/Aveva cominciato a odiare ogni negraccio ed ebreo/Doveva andarsene” – potrebbero uscire da un suo libro. Così i personaggi di Johny Hit And Run Paulene, così una Nausea che con Sartre non ha nulla a che vedere e molto invece con una vita nei bassifondi dove Bukowski incontra Jim Morrison. Non più di questa terra il Re Lucertola, catapultati dalle cantine alla minuscola celebrità locale dei club sul Sunset Strip, i debuttanti X facevano comunella con uno dei Doors superstiti, l’uomo del Farfisa, Ray Manzarek. Seppero vicendevolmente scegliersi bene (tant’è che Manzarek, che nel frattempo ci ha purtroppo pure lui lasciati, produrrà anche i successivi “Wild Gift”, “Under The Big Black Sun” e “More Fun In The New World”). Le sue tastiere liquide e cigolanti insieme si insinuano con scaltra parsimonia in un tessuto di riff e singhiozzi e martellamenti punkabilly di fenomenale efficacia. Soul Kitchen, già dei Doors, e la succitata Nausea e The World’s A Mess, It’s In My Kiss – che dei Doors avrebbero potuto essere: rispettivamente un’altra When The Music’s Over e una seconda Light My Fire – pagano i debiti. Il resto è Elvis risorto fuorilegge e tatuato, “L.O.V.E.” sulle nocche di una mano, “H.A.T.E.” sull’altra. Come dire: il punk e le sue radici.

Fiammeggianti come la croce di cui sopra e come non mai nella ristampa esclusiva appena approntata dalla Music On Vinyl per il trentacinquennale di un album immancabile in qualunque lista seria del miglior rock di sempre, ivi comprese le più conservatrici. Prime mille copie in vinile rosso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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Quel gaglioffo di Jah Wobble

Jah Wobble

È uno degli aneddoti più spassosi in cui ci si può imbattere sfogliando la Grande Storia del Rock e dunque viene ripetuto spesso: Lemmy Kilmister venne allontanato dagli Hawkwind (bel colpo di fortuna per lui e per noi, siccome se no ci saremmo persi i Motörhead) perché si drogava troppo. Che è come dire che il Papa è stato espulso da Santa Madre Chiesa per eccesso di cattolicesimo. Ma sentite questa che è persino meglio: John Wardle sarebbe potuto essere uno dei Sex Pistols, ma non lo vollero perché per teppismo e maleducazione superava tutti gli altri. State già ridendo? Forse non avete ancora realizzato che… gli preferirono Sid Vicious! A proposito del Vizioso e sciocco Sid: fu lui involontariamente a ribattezzare l’amico con il nome d’arte con il quale è noto da allora. Ubriaco fradicio, a una festa lo presentava con voce impastata agli astanti e veniva fuori un Jah Wobble immediatamente ed entusiasticamente adottato da un ragazzo che era cresciuto a Led Zeppelin, Can e Radio Cairo, ma in prevalenza a reggae. Agiografia racconta pure che, preso in mano lo strumento maltrattato dall’inetto compagno di bagordi, il nostro eroe si sentiva traversare come da una corrente mistica e decideva che il basso elettrico sarebbe diventato la sua vita. Se ne ricorderà Johnny “non più Rotten” Lydon quando, formati i Public Image Ltd, gli servirà un bassista. Si stenta a crederlo, ma pare che la micidiale linea discendente, alla quale si agganciano una chitarra ancora punkissima e una voce stridula che declina quintessenza di innodia, nella canzone omonima del nuovo gruppo sia stata la prima mai suonata da Jah Wobble. Quasi quasi mi pento di avere scritto una volta, o anche due, che costui non è un genio. Ripensandoci, sbagliavo.

Gaglioffo di fenomenale simpatia il Nostro, che ineffabilmente adopera la prima riga e mezza del librettino autografo che accompagna “I Could Have Been A Contender”, box di tre CD appena spedito nei negozi dalla Trojan, per informarci che “ho quarantacinque anni ma sono tuttora un uomo bellissimo”. E prosegue ragionando che era dunque il momento giusto per pubblicare un cofanetto antologico, perché così le foto pubblicitarie a corredo avrebbero ancora effigiato un individuo di giovanile e piacevole aspetto, mentre a farlo uscire fra un po’ di anni le relative immagini avrebbero creato un contrasto fra un vecchio decrepito e della musica meravigliosa, e ciò avrebbe potuto confondere la gente. Giuro. Scrive proprio così e sarebbe una buona, paradossale ragione per consigliarvi questa raccolta, sontuosa per minutaggio (tre ore e tre quarti) e invitante per l’abbordabilissimo prezzo, non ce ne fossero tanti altri di motivi. Il primo: il migliore bassista prodotto dalla generazione del punk. Sviluppato in fretta (già all’altezza del “Metal Box” risultava perfettamente formato) uno stile inconfondibile per la capacità di suonare più linee contemporaneamente, incrociandole e risultando insieme astruso e immediato, cerebrale e viscerale (come da lezione del dub), lo ha poi applicato a una congerie di generi e situazioni di ampiezza rara. Il secondo: giacché oggettivamente produce in quantità esagerata, e non ciascuna ciambella gli viene con il buco, una corposa raccolta è l’ideale per approcciarlo. Se appieno soddisfatti, potrete al limite accostargliene un’altra, la singola 30 Hertz Collection di quattro anni or sono (c’è un’unica sovrapposizione). Mentre già dovreste avere in casa – spero per voi – i primi due album in studio dei P.I.L., i soli che videro in squadra Jah Wobble prima che le strade sue e di Lydon acrimoniosamente si separassero.

“I Could Have Been A Contender” (una citazione del Marlon Brando di Fronte del porto) prende da “First Issue” la già nominata Public Image e dal “Metal Box” il paranoico salmodiare di Poptones e la ghiacciata (la chitarra un maelstrom, il marziale basso un’ossessione) Swan Lake (Death Disco). Scelte apprezzabili ancorché legate al gusto del compilatore, visto che tutto sarebbe stato estraibile da un capolavoro, uno degli assoluti classici della new wave, in cui si intrecciano dub e krautrock, Captain Beefheart e house prima della house. I P.I.L. non saranno più i P.I.L. dopo la defezione di Wobble né, osservando la faccenda dalla prospettiva opposta, il nostro uomo toccherà più vertici sì vertiginosi. Il che comunque non toglie che parecchio di rimarchevole abbia licenziato in una carriera solistica divisa in due tronconi, intervallati da un lungo iato trascorso dando battaglia all’alcolismo e guadagnandosi da vivere nelle maniere più improbabili per una quasi rockstar: tassista, bigliettaio della metropolitana londinese. Il box Trojan disdegna l’ordine cronologico ed è ad esempio sul secondo dischetto che si incoccia nell’ululante Betrayal Dub che fu la sua prima sortita in proprio e, a ruota, nel primo frutto dell’incontro con l’anima gemella Holger Czukay, la tastieristica e circolare How Much Are They. Mentre sta sul disco uno, e sorprendentemente seminascosta, quella Visions Of You che, felicissimo clash di funk, pop e raga graziato da una divina Sinead O’Connor, nel 1991 fece sfiorare al Nostro (attimo fuggente) la fama vera. C’è di tutto in “I Could Have Been A Contender”, da musiche etniche frequentate da molto prima che la voga prendesse piede al più persuasivo Brian Eno degli ultimi tre lustri, da ipotesi di contemporanea redenta d’ogni presunzione accademica a requiem e cinematiche cavalcate. A paradigma eleggerei il quarto d’ora di una Gone To Croatan di suggestioni indicibili. Danno una mano (e non sono che due degli altisonanti nomi di una sfilata di ospiti da paura) un jazzista eretico quale Pharoah Sanders e Sua Funkitudine Bernie Worrell. E insomma certo punk non è morto, è solo cresciuto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.596, 19 ottobre 2004.

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Shilpa Ray – Is Last Year’s Savage (Northern Spy)

Shilpa Ray - Is Last Year’s Savage

Una delle cose più fenomenali ch’io abbia visto da molto tempo in qua. Diventerà enorme”: parola di Nick Cave, che sa di cosa parla giacché se l’è portata in tour sia con i Bad Seeds che con i Grinderman, e ci crede così tanto da avere coperto nel 2013 i costi di registrazione dell’EP “It’s All Self Fellatio, Shilpa Ray” (titolo clamoroso ed è una specialità della casa: il singolo che ha anticipato quest’album si chiama, per dire, Pop Song For Euthanasia). Se diverrà o meno “enorme” non lo so, per quanto del potenziale evidentemente ci sia e l’universo della popular music sia vasto abbastanza da potere ospitare una seconda PJ Harvey (o, malissimo che vada, un’altra Carla Bozulich). Quello che so è che Shilpa Ray, indoamericana di Brooklyn, la sua gavetta se l’è fatta, le tasse le ha pagate. Per cominciare ribellandosi a una famiglia che le aveva permesso di studiare piano e harmonium sin dalla verde età di anni sei ma nella quale l’ascolto del rock era proibito e che faceva lei? Alla testa di tali Beat The Devil, con i quali dava alle stampe un cinque pezzi omonimo nel 2006, declinava un bizzarro punk ibridato con influssi indiani. Per poi il punk mischiarlo con blues e garage girando come Shilpa Ray & Her Happy Hookers e pubblicando un paio di album fra il 2009 e il 2011.

Dopo l’intro rappresentata dall’EP di cui sopra, “Is Last Year’s Savage” è il primo capitolo di una nuova storia con margini di crescita rimarchevoli (che è come dire che si sta ancora un po’ sull’acerbo). È un disco dove un primitivismo black di fondo (Burning Bride è chiaramente un blues) si fa ora gotico e ora noir. Per verificare se sia o no la vostra tazza di thè assaggiate Johnny Thunders Fantasy Space Camp: un muro di suono alla Spector, ma virato punk, che trasmuta in valzer.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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Quell’altro Tim (Hardin)

Tim Hardin

Nato l’antevigilia di Natale del 1941, Tim Hardin ci lasciava trentanove anni e sei giorni più tardi, il 29 dicembre 1980, per (così riferì l’anatomopatologo) una dose eccessiva di morfina ed eroina combinate insieme. Forse perché l’eco degli spari che avevano spezzato tre settimane prima la vita di John Lennon risuonava ancora e tutto copriva, forse (più probabilmente) perché erano passati ormai sette anni da quando aveva licenziato il suo ultimo album e quattordici da quando aveva scritto le sue canzoni più memorabili, fatto sta che la sua morte passò quasi sotto silenzio. L’uomo di cui Bob Dylan aveva detto “Tim simbolizza per me un’anima rinascimentale in un mondo di plastica” se ne andava nell’indifferenza oltre che nello squallore. Non più bello, come accade se maneggi aghi per vent’anni (perché, diciassettenne, hai avuto la pessima idea di arruolarti nei marines e a Okinawa non hai trovato altro modo per fuggire da quel mondo cui non appartieni, e la scimmia ti è rimasta sulla schiena); solo perdente. Ma perdente davvero, sì che (dopo essere stato fra i protagonisti di Woodstock!) diventi il Tim dimenticato, mentre l’altro Tim, Buckley, almeno da caro estinto trova redenzione in un crescente culto e l’affetto che non aveva goduto in vita. Tim Hardin, niente. Cala il sipario. Per più di un decennio, ammesso ci sia qualcuno che li cerca, i suoi dischi non si trovano. Ma poi, nel 1994, la Verve pubblica un doppio CD dal titolo un po’ beffardo, “Hang On To A Dream”, con dentro i primi tre album in studio e un’iradiddio di inediti e il mondo si accorge improvvisamente di cosa si è perso, di su cosa ha sputato.

L’Hardin che non dovrebbe mancare in nessuna casa è lì, su quel doppio da allora rimasto in catalogo e pure a medio prezzo (insomma, non avete scuse). Soprattutto nel primo dei due dischetti, che racchiude le ventiquattro canzoni (due offerte in doppia versione), registrate fra il maggio del ’64 e l’agosto di due anni dopo ed edite in origine su “Tim Hardin 1” e “Tim Hardin 2” (Verve, rispettivamente 1966 e 1967). Tutte autografe e tutte magnifiche, frutto di un periodo di ispirazione irripetibile. Il primo dei due LP giustifica appieno la definizione che di sé dava il nostro eroe: cantante jazz. È jazz il fraseggio virtuoso della voce malinconica e calorosa, è jazz la filigrana finissima in cui si insinua, elegante, il vibrafono del grande Gary Burton, è jazz il pianoforte che qui caracolla intrepido, là fa dilagare spleen su incantesimi d’amore. Jazz, naturalmente, come lo saranno Buckley e Nick Drake. E non valgono sia l’uno che l’altro e persino di più l’epidermica sfrontatezza di While You’re On Your Way, il turgido melodramma di It’ll Never Happen Again, la melodia squisita di Reason To Believe, la serenata in ginocchio da te di Misty Roses?

Figlio degli stessi mesi intensi, con a fianco l’amata Susan che si appresta a donargli Damion, il secondo 33 giri ha trame più semplici e intensità al pari inarrivabile. Il giorno che Nick Hornby redigerà la classifica dei cinque album con le migliori quattro canzoni iniziali, un posto dovrà trovarglielo: If I Were A Carpenter, gusto mediovaleggiante e successo colossale nella versione di Bobby Darin; Red Balloon, blues soffuso e seducente; Black Sheep Boy, country del ritorno a casa; Lady Came From Baltimore, slavina d’archi per Susan. Ma con il senno di poi quanto inquieta quel finale (molto Woody Guthrie in verità) Tribute To Hank Williams! Nell’omaggio a un altro angelo caduto, la premonizione del proprio destino.

Tim Hardin non ti annoia mai. Ogni versione di Misty Roses è come una alternate take di Charlie Parker”: scrive così Michael Zwerin nelle note di copertina di “Tim Hardin 3 Live In Concert”, folgorante istantanea di uno spettacolo alla newyorkese Town Hall il 10 aprile del 1968, una delle sempre più rare apparizioni in pubblico del Nostro, reso inaffidabile (e dunque sgradito agli organizzatori) dal vizietto e comunque di suo vittima di una cronica paura del palcoscenico, oltre che offeso da un mondo che premia le sue canzoni soltanto quando sono altri a cantarle. E lui ne compone e ne comporrà sempre meno. L’ultimo disco per la Verve, “Tim Hardin 4”, ne contiene solamente cinque, adagiate su piacevoli cliché rock-blues che non regalano però epifanie. Meglio allora (più peculiare) la rilettura accorata che offre di House Of The Rising Sun. Forse la versione più bella dopo quella degli Animals.

Dopo quella di chi la scrisse, ossia Leonard Cohen, la versione più bella di Bird On The Wire è quella griffata Hardin prescelta per battezzare e aprire nel 1971 il suo secondo LP per la Columbia. Due anni prima l’eccentrico intimismo di “Suite For Susan Moore And Damion – We Are – One, One, All In One” (bislacco già nel titolo) ha fatto il vuoto intorno a Tim, proprio nel momento in cui il relativo successo del 45 giri Simple Song Of Freedom (ironicamente, un brano di Bobby Darin) pareva aprire nuove prospettive. L’uomo Hardin sta precipitando ormai senza freno in abissi dai quali non riemergerà, ma l’artista è ancora vivo, geniale. A chi altri potrebbe venire in mente di cantare quel Cohen alla maniera di un Otis Redding che fa gospel? E le poche canzoni che firma saranno magari rimasugli ma sono ancora – su tutte Southern Butterfly, trafitta d’archi e corni – splendide. Non ce ne sarà più nessuna su Painted Head, ascesa a un golgota chiamato “Nine”, ultimo urlo prima di un settennale silenzio e del congedo.

“Suite For Susan Moore” e “Bird On The Wire” sono stati appena ristampati, su un unico CD, dalla britannica BGO. Non è il Tim Hardin da cui partire ma è certamente un Tim Hardin cui arrivare.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.389, 21 marzo 2000.

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Studio One: là dove nacque il reggae

Clement “Sir Coxsone” Dodd

Nelle quasi due ore e tre quarti (c’è poi un’ora e un quarto di extra) del DVD fresco di pubblicazione che racconta la parabola della sua etichetta, Clement “Sir Coxsone” Dodd dimostra meno dei settant’anni inoltrati che sicuramente ha. Chioma e pizzo canuti, sorriso sempre sulle labbra, fare pacato e un inglese insolitamente comprensibile per un giamaicano (quasi inutili nel suo caso i sottotitoli, pressoché indispensabili altrove) si aggira per i luoghi della memoria nelle strade di Kingston con passo ancora energico, reso appena esitante dall’età. E per via, nei bar o più di frequente seduto in un angolo della sala di registrazione appena riaperta in patria (questo il motivo della celebrazione, non un anniversario), rievoca con un misto di orgoglio e modestia la straordinaria vicenda di un marchio discografico che ha segnato le vicende della musica isolana come nessun’altro e del pop occidentale come pochi. Fu a casa Studio One che lo ska si sviluppò e poi si fece rocksteady, che il reggae letteralmente nacque e una sua costola generò il dub, che videro la luce le canzoni che tuttora forniscono alla dancehall un’apparentemente inesauribile riserva di ritmi e melodie. “Ogni brano era un successo, sempre e subito”, ricorda qualcuno dei tanti chiamati a raccontare una storia per certi versi accostabile a quella della Motown: pure al leggendario 13 di Brentford Road vi erano una house band (gli Skatalites la prima), autori, schiere di cantanti sempre intenti a produrre qualcosa, per sette ore al giorno, per cinque giorni alla settimana. Mentre il giardino davanti era affollato di ragazzi (a volte anche duecento, riferisce Ken Boothe) che sognavano a loro volta di diventare delle stelle. E a tutti Sir Coxsone concedeva un’audizione, mentre sua madre si preoccupava di rifocillarli. Intanto, nel negozio di dischi attaccato alla sala di registrazione (e qui è con la Stax che si può fare un parallelo piuttosto che con la Motown), la moglie serviva i clienti, aiutando a testare sul campo le ultime produzioni. Quella di Studio One è un’epopea che nessuno minimamente interessato alla musica popolare del XX secolo può permettersi di ignorare.

Parlano i numeri. Se possedete una discografia base di reggae accettabile, diciamo qualche decina di titoli, siete già consci dell’eccezionale rilevanza di quest’uomo. Ma se anche avete negli scaffali soltanto dieci dischi di reggae, soltanto cinque, soltanto tre, soltanto uno, è possibile, probabile, praticamente sicuro che sia di gente che con Clement Dodd (per inciso: uno che ha sempre retribuito equamente i suoi artisti e ha saputo crescerseli, rara figura in un ambito popolato di pirati) ha avuto in qualche momento a che fare. Il nudo elenco avrebbe occupato metà pagina e allora mi limito a qualche nome eclatante: innanzitutto Bob Marley, che da Studio One passò che era poco più che un bambino, e Delroy Wilson e Dennis Brown che invece erano proprio bambini. E poi gli Abyssinians, gli Ethiopians, i Gaylads, i Gladiators, gli Heptones, i Maytals, i Melodians, i Paragons, i Pioneers, i Wailing Souls. I grandi solisti devoti al soul: Horace Andy, Ken Boothe, Alton Ellis, John Holt, Larry Marshall, Freddie McGregor. E ancora: irregolari come Lee Perry e Prince Far I, la stella femminile per eccellenza Marcia Griffiths, i mistici Big Youth e Burning Spear, Max Romeo, Peter Tosh, dj come l’iniziatore King Stitt, Dennis Alcapone, Dillinger, Michigan & Smiley e un pioniere della dancehall quale Sugar Minott, e il maestro Frankie Paul, e…

Non avendo in casa un lettore DVD, vale a momenti la pena di procurarsene uno solo per gustarsi Studio One Story, pieno com’è di sensazionali reperti d’epoca – dall’unico filmato esistente degli Skatalites primigeni, immortalati su un carro carnascialesco nel 1965, alle immagini dei centomila rasta che nell’aprile dell’anno dopo accolsero come un profeta l’Imperatore di Etiopia Hailé Selassié – e di rivelazioni: un’emozione indicibile trovarsi davanti un ritaglio di giornale che dà conto della tragedia che stroncò la carriera, e poi la vita, del geniale trombonista Don Drummond, rinchiuso in un manicomio criminale per avere ucciso la sua compagna; o, viceversa in positivo, ascoltare dalla viva voce del chitarrista Eric “Rickenbacker” Frater come fu che un Echoplex applicato al suo strumento ebbe come risultato il reggae. E in che personaggi incredibili ci si imbatte! Da Sister Ignatius, suorina fragile e dolcissima che da oltre sessant’anni cresce musicisti presso la mitica Alpha School, a un decrepito King Stitt che rantola versi come ne dipendesse la sua vita ed è la più efficace testimonianza a favore dell’igiene dentale immaginabile.

Sprovvisti dell’hardware necessario? Vale la pena ugualmente di comprare “Studio One Story” e non solo perché in ogni caso il DVD può essere messo da parte in attesa di poterlo guardare. Lo accompagnano nella sua scatoletta di cartone un libro di 92 pagine (testo non tantissimo ma con un utile glossario e un piccolo “who’s who” in fondo e una marea di scatti dal film) e un CD. Che, se non merita l’altisonante titolo perché è singolo, supera di poco i cinquanta minuti e non copre l’infinità di stili maturati a Studio One negli anni ’60 e ’70, nondimeno regala gemme dalla presenza non sempre ovvia. Certo, ci sono archetipi dello ska come Guns Of Navarone e Man In The Street degli Skatalites e diverse canzoni che l’appassionato anche fresco di iniziazione non può non conoscere già, dalle romanticissime Dancing Mood di Delroy Wilson e I’m Still In Love With You di Alton Ellis alla Declaration Of Rights tracimante enfasi gospel degli Abyssinians. Però pure cose assai meno note, fra cui la cartoonesca Easy Snapping di Theo Beckford che per Studio One fu la prima uscita e Nanny Goat di Larry Marshall: l’atto di nascita del reggae.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.521, 18 febbraio 2003.

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Giant Sand – Heartbreak Pass (New West)

Giant Sand - Heartbreak Pass

Ma l’ha mai fatto un disco brutto Howe Gelb? Se devo essere onesto non potrei escluderlo al 100%, giacché tutti tutti non li ho ascoltati e abbiate pazienza ma questo dovrebbe essere il ventisettesimo o ventottesimo album dei Giant Sand e all’elenco vanno poi aggiunti quei più o meno venti usciti con la sua identità anagrafica, i quattro come Band Of Blacky Ranchette e l’unico a nome OP8. E la vita non è abbastanza lunga (sfortunatamente) da permetterti di ascoltarli tutti tutti i dischi di questo ormai quasi sessantenne signore dall’aria ingannevolmente mefistofelica. Quel che è certo è che in uno brutto non mi sono mai imbattuto. Così come è certo anche l’ovvio, ossia che a pubblicare meno costui avrebbe potuto pubblicare meglio, giacché non si segnalano nel folto catalogo indiscutibili capolavori, per quanto gli articoli belli belli abbondino e anche nei più raffazzonati qualcosa di splendido splendente ci sia. Ma pure questo, e infine ci sono arrivato, è sicuro: che “Hearbreak Pass” per i Giand Sand non è un album qualunque, l’ennesima manciata di titoli da aggiungere a un repertorio sterminato. È che è il disco con il quale la sigla celebra il trentennale e per la ricorrenza si sono scomodati in tanti: Steve Shelley dei Sonic Youth, l’ex-Grandaddy Jason Lytle, Grant-Lee Phillips, Ilse DeLange, Maggie Björklund, i “nostri” Vinicio Capossela e Sacri Cuori. È che è un disco al quale Gelb ha evidentemente dedicato qualche attenzione più del solito, verve inesausta, scrittura sopra la norma.

Tanto che si potrebbe consigliare al neofita come ingresso in un mondo nel quale gradualmente il concetto di Americana si è allargato a tal punto da coprire dal country alla lounge passando per il blues e il rock’n’roll, il folk, la psichedelia, i Velvet, il tex-mex, il jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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