Old Crow Medicine Show – Remedy (ATO)

Old Crow Medicine Show - Remedy

Nella vita l’attitudine non sarà tutto ma spesso è molto, spesso è decisiva e ne danno una clamorosa esemplificazione i musicisti, tutti provenienti da diversi stati degli USA, che nel 1998 davano vita in quel di New York agli Old Crow Medicine Show. Sono passati sedici anni, ci sono stati diversi cambi in una formazione che, schierata inizialmente a cinque, allinea oggi sette componenti e la band fa da lungi base a Nashville, ma anche su quello che è il quinto album “ufficiale” (il debutto vero, datato 2004, veniva preceduto da diverse uscite autoprodotte, una solo nel già desueto formato della cassetta) l’imprinting originale pesa eccome. Per un verso non lo diresti mai all’ascolto di un gruppo all’apparenza ipertradizionalista, pre-rock addirittura, che l’educazione sentimentale dei ragazzi fu a base di Public Enemy e Nirvana, ma una volta che lo sai non puoi non capire che è esattamente uno spirito che non si può definire che “punk” a distinguerli dai tantissimi che ancora nel 2014 suonano folk e country d’anteguerra, bluegrass e insomma, e radunando tutto sotto un’unica etichetta, old-time music. E ci sarà bene una ragione se pure i più popolari fra i loro colleghi frequentano solo le classifiche di settore e i nostri eroi le classifiche e basta. Nel momento in cui scrivo, “Remedy” è quindicesimo in quella di “Billboard” e ancora non sono passate due settimane dall’uscita.

È che – impeccabili ai limiti del virtuosismo sotto il profilo strumentale (e quest’ultimo loro disco gode fra l’altro della loro più raffinata produzione di sempre) – gli Old Crow Medicine Show riescono come nessun altro a infondere vita in generi se no museali. È che suonano con una grinta e un entusiasmo che travolgono e quasi fanno passare in secondo piano una scrittura anch’essa ben sopra la media.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Love unlimited per Barry White

Non ci avesse sfortunatamente lasciati nel luglio 2003, il maestro di tutti i maestri di seduzione compirebbe oggi settant’anni. Certo di fare cosa che oltraggerà molti, lo omaggio recuperando la recensione di un suo album classico.

Barry White - Let The Music Play

Bella e un po’ perfida soddisfazione potere scrivere di Barry White sapendo che la sua semplice presenza su queste pagine scandalizzerà talebani del rock di ogni tribù: da coloro che girano con la cresta incuranti del fatto che dal 1977 siano passati tre decenni e mezzo a quanti maneggiano ancora con reverenza i vinili di Emerson Lake & Palmer. E tutti quelli in mezzo. Per una volta uniti nel gridare all’abominio, presumibilmente ignari che l’uomo nato nel 1944 Barry Eugene Carter crebbe ascoltando musica classica e, giovanissimo, curò l’arrangiamento di un caposaldo errebì quale Harlem Shuffle (poi rifatto dai Rolling Stones) e scrisse alcuni brani per quel Bobby Fuller la cui canzone più famosa è I Fought The Law (poi rifatta dai Clash). Eppure ho abbastanza anni da ricordare quando nessuno avrebbe ammesso di apprezzare la voce ipervirile e iperconfidenziale del nostro uomo, la ritmica solidissima che la sottendeva e lo faceva catalogare alla voce “disco” (ma si può chiamare anche funky, eh?), le sontuose orchestrazioni che la avvolgevano. Gli LP e soprattutto i 45 giri finivano in classifica egualmente e in Italia più a lungo che non negli USA stessi dove, “guarita” la febbre del sabato sera, le fortune commerciali di Barry White conoscevano un declino più rapido, subitaneo.

Nondimeno a un certo punto la parabola discendente si invertirà e, con sublime paradosso, quest’uomo più grasso della vita si scoprirà icona trasversale in patria (lì sì), adorato dalla più variegata delle platee. Mi piace pensare che l’autore che come probabilmente nessuno ha contribuito con la sua musica – forse più che con qualsiasi altro album con questo “Let The Music Play”, oggi ristampato in un’edizione addizionata da cinque versioni alternative della lussuriosa traccia omonima – al sovrappopolamento del pianeta se ne sia andato certo troppo presto (cinquantottenne), ma consolato dal sapersi amatissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.333, maggio 2012. Adattato.

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Brian Eno/Karl Hyde – Someday World + High Life (Warp)

Eno & Hyde - Someday World

Non sprecherò spazio né offenderò il lettore raccontandogli chi è Brian Eno (che per bella coincidenza festeggia il sessantaseiesimo compleanno nel preciso giorno in cui scrivo queste righe) e perché sia così importante tanto per la musica “popular” che per quella colta degli ultimi quattro decenni. Due parole vanno invece magari spese per Karl Hyde, che pure non è nemmeno egli precisamente di primo pelo (cinquantasette anni e in giro da oltre trenta) ma i dischi li ha sempre venduti partecipando a progetti che coinvolgevano anche altri: prima declinando synth-pop un po’ dozzinale con i Freur, quindi coniugando con gli Underworld uno dei migliori e più popolari ibridi di sempre fra elettronica da ballo e forma canzone. Ve la ricordate la colonna sonora di Trainspotting? Ecco… Collaborazione pesante dunque quella che ha prodotto “Someday World” e solo colpa di Eno se le aspettative al riguardo erano però modeste, visto che lo ha presentato come una serie di bozzetti, dimenticati e poi ritrovati su un hard disk, che ha invitato Hyde a dargli una mano a completare, giusto per non lasciarli lì inutilizzati. Non c’era da eccitarsi troppo, eh?

Eppure ne è risultato un lavoro buono e in qualche frangente ottimo, che per certo non dice alcunché di nuovo ma nel suo raccontare storie risapute esibisce una grazia speciale. Più che gli Underworld, la cui ombra si allunga giusto su The Satellites (che parte però smaccatamente Radiohead) e Strip It Down, io ci ho colto l’Eno degli album pre-ambient di canzoni e delle produzioni per Talking Heads (A Man Wakes Up rammenta Once In A Lifetime, When I Built This World cita Burning Down The House) e U2 (To Us All praticamente una outtake di “Unforgettable Fire”).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.352, giugno 2014.

Eno & Hyde - High Life

Ma stiamo scherzando? Questa la mia reazione alla notizia che, a due mesi dalla precedente collaborazione (affrontata ovviamente due numeri fa), Brian Eno e Karl Hyde già tornavano nei negozi con un nuovo album insieme. Seguita da qualche frase irriguardosa e dal pensiero che non ci fosse da aspettarsi nulla: una raccolta di ulteriori scarti a seguire un disco già presentato in modo non lusinghiero da Eno stesso come un recupero di materiali a lungo dimenticati in un cassetto, come forse ricorderete visto che lo avete letto da poco. In tal caso ricorderete però anche che, a dispetto di premesse non entusiasmanti, “Someday World” alla prova dell’ascolto se l’è cavata più che bene. Il buffo è che toccherebbe ora ridimensionarlo, per quanto è superiore questo secondo capitolo, cui do un 8 pieno e il 7,5 del predecessore finisce per parere generoso. Fatto è che sono due lavori che niente condividono oltre agli artefici, dalle genesi affatto diverse come non sapevo prima di affrontare “High Life” e che a parere un errore, adesso, è non solo la scelta di pubblicarli uno a ridosso dell’altro ma che il primo sia uscito del tutto. Magari lo si sarebbe potuto recuperare parecchio più avanti, o anche no. Per non abbassare la media, ecco.

La migliore collaborazione di Brian Eno dall’epocale “My Life In The Bush Of Ghosts” con David Byrne, dico io. Lavoro quasi capolavoro con in comune con quello (il lettore più scaltro l’avrà intuito dal titolo) dosi massicce d’Africa: per cinque sesti del suo procedere un’orgia di funk dall’astratto al concreto e variamente ibridato, con minimalismo, industrial, electro, gospel, psichedelia e per l’appunto high life, e nello spettrale congedo Cells & Bells uno spiazzante omaggiare Fennesz, quando Fennesz è da una vita che omaggia Eno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Lonesome Cowboy Dave e la banda dei Pere Ubu

È fuori ufficialmente da ieri un nuovo album dei Pere Ubu, “Carnival Of Souls”. Dignitoso ma non granché di più, per quanto già non sia poco rispetto al brutto disco dello scorso anno. Quando la sigla di proprietà di David Thomas era ancora un’entità vitalissima le dedicavo un articolo cui resto piuttosto affezionato.

Pere Ubu 1978 Live

Il suo ultimo album, “Surf’s Up”, è fresco di stampa e splendido, come splendide si erano rivelate le precedenti uscite solistiche. Vale altrettanto la discografia messa in fila nella sua seconda vita dal gruppo che gli ha dato la fama: non ricordo altre rimpatriate nella storia del rock che abbiano avuto un così felice esito. E quanto ai primi album di quella band, tuttora lasciano a bocca aperta per l’audacia degli schemi, risultando per molti versi ancora avanguardistici – avant-garage, si definivano loro – dopo tutto questo tempo. Ormai nel secondo quarto di secolo di attività, ventisei anni sono difatti trascorsi da quando i Pere Ubu pubblicarono il primo 45 giri, David Thomas continua a essere un omaccione della cui esistenza dobbiamo essere grati. Siamogli grati anche per non essersi mangiato vivo il nostro Besselva che di recente lo ha intervistato. Noto per essere un interlocutore problematico, propenso a risposte monosillabiche oppure più ermetiche di certi suoi testi, Thomas si è mostrato sorprendentemente accomodante. Solo per obblighi promozionali? Nemmeno immaginabile, conoscendone i trascorsi e l’ombroso carattere.

I trascorsi, allora… Il luogo è Cleveland, la città più grande e industrializzata di uno degli stati più industrializzati d’America, l’Ohio. Adagiata sulla sponda meridionale del lago Erie alla foce di quel fiume Cuyahoga cui i R.E.M. intitoleranno una canzone su “Lifes Rich Pageant”, fondata nel 1796 e assurta alla dignità di municipio quarant’anni più tardi. Fredda, grigia, piovosa, moderna e financo elegante nel centro, squallida nelle periferie brulicanti di fabbriche che le hanno donato lunghi periodi di prosperità (ma anche recessioni drammatiche) e nel contempo ne hanno fatto uno dei luoghi più inquinati del pianeta. Nei tardi ’60 l’Erie venne dichiarato non balneabile e il Cuyahoga addirittura a rischio di incendio. Un’esagerazione? Niente affatto. Tali erano le schifezze rovesciate nelle sue acque dagli scarichi industriali che nel 1969 il fiume prese effettivamente fuoco. L’anno prima una rivolta razziale nell’area di Glenville aveva prodotto undici morti e danni per due milioni di dollari (di allora). Proprio un bel posticino per viverci, Cleveland, nei primi ’70.

È un magazzino sulle rive del Cuyahoga, già di proprietà dei Rockfeller e poi abbandonato e trasformato in improbabile bar, il Pirate’s Cove, il palcoscenico scelto dai Pere Ubu per la prima sortita alla ribalta. L’anno è il 1975. Il punk cova sotto le ceneri dello scontento indotto dal rattrappirsi del rock in circo dinosaurico di smemorati, ma non è ancora divampato. Così quei suoi portati che andranno sotto il nome di new e no wave. New York, nella cui orbita gli Ubu saranno progressivamente indotti a gravitare, è già in fermento ma Cleveland, Cleveland è lo sfintere degli Stati Disuniti d’America. Là Marc Bolan e Gary Glitter sono considerati un po’ strani, degli spostati, avanguardia.   Figurarsi gli MC5, gli Stooges, i Can, Captain Beefheart. L’hippismo è passato e non se n’è accorto nessuno finché non si è fatto rancido, puteobondo. Una comunità completamente isolata di non più di una cinquantina di individui, fra manipolatori di strumenti indecisi fra rock’n’roll e free jazz, piccoli scrivani e dilettanti delle arti figurative, si rifugia in una dimensione parallela e inizia a tramare una affatto differente Cleveland dell’anima. Il percorso che ha portato i Pere Ubu al covo piratesco è già lungo.

Si chiamavano Rocket From The Tombs e non occorre che vi spieghi cosa suonavano se vi dico che scindendosi generarono da un lato i Pere Ubu (nome ispirato dall’Ubu Roi di Alfred Jarry, opera scandalosa per antonomasia del teatro di fine Ottocento), dall’altro i Dead Boys, cattivi, mirabili maestri di sanguigno punk Detroit-dipendente. Hanno lasciato un album postumo, “Life Stinks” (qualcuno aveva dubbi al riguardo?; su Jack Slack, 1990) e un brano sul box “Datapanik In The Year Zero”. In vita non pubblicarono nulla. Da lì arriva, con David Thomas, Peter Laughner. Un Bob Dylan minore, un Lou Reed tossico sul serio, un perdente se mai se n’è visto uno. Con i Pere Ubu durerà due 45 giri fatti della materia di cui sono intessute le leggende. Se ne andrà per fare dischi che non concretizzerà mai e schiatterà giovane e marcio, pancreatite acuta la diagnosi, di un drogato eccesso via l’altro. Lester Bangs vergherà in sua memoria un coccodrillo – non sapendo, povero bastardo, che stava scrivendo l’epitaffio di se stesso – che è quanto di più furente e lacerante io abbia mai letto riguardo al rock’n’roll. Lo trovate, se volete farvi del male, nella raccolta Psychotic Reactions And Carburetor Dung. Per completare l’opera potrete poi cercare, di Laughner, “Take The Guitar Player For A Ride”, doppio commemorativo assemblato dalla T/K nel 1993. Tanto perché non sia morto invano.

Con Thomas (voce) e Laughner (chitarra e basso), la prima formazione dei Pere Ubu è completata da Tom Herman e Tim Wright (divisi pur’essi fra sei e quattro corde), Allen Ravenstine (sintetizzatore) e Scott Krauss (batteria). Autoprodotto per una fantomatica Hearthan Records, 30 Seconds Over Tokyo/Heart Of Darkness vede la luce (insomma…) in prossimità del Santo Natale ’75. Lento passo di danza arabeggiante il lato A, planante e psichedelico nelle ondivaghe chitarre, accellerante a strappi, schizoide e intriso di decadenza urbana. Ove il retro ha cadenza incalzante e un basso tondo che si svelerà archetipo per la new wave tutta. La replica arriva tre mesi dopo ed è al pari stupefacente: su una facciata i martellanti stridori di Final Solution, sull’altra l’hillbilly punk post-industriale di Cloud 149. Non c’è Ravenstine, che però tornerà subito, e in suo luogo figura Dave Taylor.

Pere Ubu 1978 studio

Il post-Laughner comincia nel novembre 1976 con l’accoppiata Street Waves, scontro fra percussioni tribali e intreccio di chitarre e tastiere che simulano aerei in decollo, più My Dark Ages, variante narcolettica sul tema di Final Solution. Tony Maimone ha preso il posto di Tim Wright, unitosi ai DNA. Schierati ora a cinque i Pere Ubu pubblicano un ultimo singolo su Hearthan nel fatidico 1977, in agosto. Se possibile superiore ai precedenti: The Modern Dance, rumorosa, elastica cantilena; Heaven, basso ticchettante, melodia ineffabile e un coro che insegnerà una cosa o due ai Talking Heads. Sono stati nel frattempo adottati dalla scena newyorkese (Final Solution è stata inclusa nell’antologia “Max’s Kansas City 1976”) e di loro si è innamorato Cliff Burnstein, che li porta alla Blank, sottomarca Mercury. Esce così griffato major “The Modern Dance” l’LP. Da non credersi.

Ventitré anni dopo l’uscita il debutto adulto dei Pere Ubu è ancora come i ceffoni di domineiddio secondo Gaber: appiccica al muro, dal sibilo su cui prende il volo l’iniziale Nonalignment Pact, frenetica e punkettona (ne sciorineranno convincenti riprese Julian Cope e That Petrol Emotion), alla rantolante svagatezza di Humor Me. In mezzo prodigi come Laughing, free transgenico, o Chinese Radiation, folk-prog-rock venusiano. O ancora Real World, minaccioso incontro fra Teste Parlanti e Capitan Cuordibue, o Over My Head, lisergico canto propiziatorio. Negli USA non vende niente. Alla Mercury si sodomizzano Burnstein e arrivederci e grazie.

Poco male. In Europa i Pere Ubu sono diventati un culto, grazie a un EP su Radar che mette insieme i primi due 45 giri con il gradito bonus dell’inedita Untitled, vortice di chitarre in caduta libera. Li ingaggia così la Chrysalis, che prima di licenziare i Pere Ubu stessi licenzierà “Dub Housing” (novembre ’78) e “New Picnic Time” (settembre ’79). Nel primo i nostri eroi si lasciano alle spalle definitivamente gli scampoli di punk laughneriani e optano per melodie Polyrock (On The Surface), danze dervisce in moviola (Caligari’s Mirror), funk astratto (Ubu Dance Party) e intimidenti sbarramenti elettrici (Blow Daddy O). Nel secondo disarticolano del tutto gli spartiti operando sul cadavere del rock operazioni di un’iconoclastìa che ha corrispettivi giusto nel Captain Beefheart di “Trout Mask Replica” e nei P.I.L. del “Metal Box”. Herman se ne va e sarebbe una perdita grave non fosse che a rilevarlo è nientemeno che Mayo Thompson, glorioso, poetico terrorista del pentagramma con radici nel Texas psichedelico dei ’60, con i cui redivivi Red Krayola i Pere Ubu sono entrati in simbiosi in occasione di un tour congiunto britannico. Li mette sotto contratto l’indie londinese Rough Trade e sia benedetta.

Saranno tre i 33 giri a recare il suo marchio. Oltre al live “390° Degrees Of Simulated Stereo”, “The Art Of Walking” e “Song Of The Bailing Man”. Il primo recupera qualcosa in fruibilità (Horses è una canonica ballata wave) senza perdere in ispirazione. Il secondo esibisce una vena clownesca (Petrified, West Side Story, Big Ed’s Used Farms) che anticipa il David Thomas solista, propenso all’avant-folk piuttosto che all’avant-garage. Ha anche begli sprazzi di jazz e rimembranze blues, cineserie, scorci cinematografici, chitarre qui circolari, là inzuppate d’acido. Stiloso addio, siccome il gruppo, che era passato per altri avvicendamenti sui quali ho sorvolato, senza dirlo a nessuno (non se lo dicono neppure i membri stessi, fra di loro) decide che la missione è compiuta ed è tempo di congedarsi.

Tornerà a sorpresa nel 1988, con l’ottimo “The Tenement Year” cui sono andati dietro da allora altri cinque album in studio e uno dal vivo, più potabili dei dischi della prima fase e sempre all’altezza di cotanta ragione sociale. Temporalmente si situano fuori dall’arco esplorato in Classic Rock e dunque non ne dico, così come non dico altro riguardo alla vicenda solistica del Thomas (un invito: mettetevi in casa il cofanetto “Monster”, economico e magnifico, che dei dischi del Nostro ne raduna mezza dozzina).

I primi cinque LP dei Pere Ubu sono in catalogo e, avrete inteso, consigliati. Meglio ancora se li catturate comprandovi il box quintuplo “Datapanik In The Year Zero”, che affianca loro un CD live e uno di stimolanti curiosità collaterali. Se proprio volete risparmiare, almeno “Terminal Tower”, sfilata di singoli compresi fra il ’75 e l’80 con dentro due titoli (Not Happy e Lonesome Cowboy Dave) che non mi sembra di ricordare altrove, è irrinunciabile. La ha appena ristampata la nostrana Get Back.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.434, 20 marzo 2001.

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Camper Van Beethoven – El camino real (429 Records)

Camper Van Beethoven - El camino real

Chi non muore si risente o si riforma e magari più di una volta, come è il caso di questi californiani tornati insieme già esattamente un decennio fa e poi di nuovo lo scorso anno, con un album di cui non si può non riferire per raccontare quest’ultimo. Magari però ricordando prima – a chi c’era ma era distratto e soprattutto a chi non c’era (perché che siano stati più o meno rimossi è un’ingiustizia colossale) – quanto furono straordinari e straordinariamente importanti i Camper Van Beethoven ragazzini. Che discograficamente si affacciavano al proscenio nell’85 e un gruppo così non lo si era mai sentito: capace di attaccare il folk con attitudine tutta punk, di mischiarlo alla psichedelia così come a quello che allora si chiamava college rock e come niente di aggiungere poi dello ska, del country, assortita world music, un tocco di progressive, uno di pop. Capace di rifare i Sonic Youth come i Pink Floyd restando egualmente plausibile. Formidabile in studio e persino di più dal vivo, come il Vostro affezionato ebbe modo di verificare in un paio di (indimenticabili) occasioni. Quei Camper Van Beethoven in un certo qual senso ci sono ancora, ma naturalmente non possono esserci più.

Chi arriva adesso piuttosto recuperi il catalogo storico. I cultori d’antan se avevano trovato soddisfacente “La costa perdida” non potranno non apprezzare “El camino real”, che del predecessore è come una seconda parte, concept in due puntate dedicato alla California, quella settentrionale al’altro giro, la meridionale adesso. Dell’album prima il nuovo è sorta di fratello più sobrio, non tanto più maturo – azzarderei – quanto più consumato dalla vita. Il meglio giunge a fondo corsa, con il country-rock spumeggiante ma agro Darken Your Door e la ballatona Grasshopper.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Audio Review n.355

Audio Review 355

È in edicola dallo scorso fine settimana il numero 355 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di Jon Allen, Liam Bailey, Basement Jaxx, Courteneers, Robyn Hitchcock, Moro & The Silent Revolution, Tom Petty & The Heartbreakers (disco del mese), Raveonettes, Gemma Ray e Tricky, di una raccolta di Ken Stringfellow e di recenti ristampe di Andrea Chimenti, Mogwai e Steve Wynn. Nella rubrica del vinile mi sono occupato di Billy Joel e Buddy Miles.

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The Cure 1978-1996 (18): Wild Mood Swings

Wild Mood Swings

Want. Club America. This Is A Lie. The 13th. Strange Attraction. Mint Car. Jupiter Crash. Round & Round & Round. Gone!. Numb. Return. Trap. Treasure. Bare.

Fiction, maggio 1996 – Registrato presso gli studi St Catherines Court nell’Avon e Haremere Hall nel Sussex – Tecnico del suono: Steve Lyon – Produttori: Steve Lyon e Robert Smith.

Chi ha assistito a uno dei concerti del tour con il quale, nel 1995, Robert Plant e Jimmy Page hanno celebrato in pompa magna il secondo, inatteso decollo del Dirigibile si sarà imbattuto, a un certo punto della scaletta, in un brano dal sapore stranamente familiare ma non proveniente dal repertorio dei Led Zeppelin. Nonostante la grande popolarità della canzone, ai più sarà probabilmente stato necessario, anche per via del curioso arrangiamento in aria di progressive, qualche minuto almeno per riconoscere Lullaby, vecchio hit dei Cure AD 1989. È la dote che Porl Thompson ha portato con sé nell’avventura per lui più affascinante della sua vita: fare da spalla a colui che era il suo modello quando cominciò a suonare. Una sfida da far tremare i polsi (quanti sono i chitarristi in grado di dividere un palco con Page?) che Thompson ha vinto in scioltezza. I veri e propri panegirici dedicati a lui e ai Cure da Plant ogni sera sono stati quasi una sorta di discorso introduttivo nella “Rock And Roll Hall Of Fame” per il gruppo di Robert Smith. Diranno i maligni: un omaggio di dinosauri ad altri dinosauri. Anche sorvolando sul fatto che i due ex-Zeppelin hanno esibito dignità e ispirazione rare nelle rimpatriate di questo genere, è “Wild Mood Swings”, un lavoro di freschezza straordinaria per un gruppo prossimo a festeggiare il ventennale, a smentirli.

Già lo si è annotato dicendo di “Wish”: i frequenti cambi di formazione hanno certo contribuito a mantenere i Cure “giovani”. Partiti per altri lidi Thompson e Williams, i nuovi arrivati si chiamano Roger O’Donnell (che nuovissimo non è, visto che era stato in squadra ai tempi di “Disintegration”) e Jason Cooper, aggregatosi stabilmente a lavori in corso, tanto che figura solo in metà delle quattordici canzoni in catalogo. Il tempo forse ci smentirà, ma il nuovo tastierista e il nuovo batterista sembrano essere, più di altri musicisti transitati in passato per le fila dei Cure, dei gregari la cui presenza è del tutto ininfluente. Se si tiene presente poi che Perry Bamonte è sì in organico da cinque anni ma questo è soltanto il suo secondo LP in studio e che Simon Gallup appare un po’ defilato (alcune parti di basso sono state suonate da Smith e da Bamonte) diventa impossibile non considerare questo un album solistico di Robert Smith. Non il primo, anche se, al solito, il capitano divide i crediti compositivi con sottoufficiali e truppa.

Le “selvagge oscillazioni di umore” promesse dal titolo non sono più marcate che in qualunque altro dei nove predecessori in studio di “Wild Mood Swings”. Non nei testi perlomeno, fra i migliori scritti da Smith, incerti fra un’assorta malinconia e stati depressivi che un’ironia spesso tagliente riscatta dalla tendenza al morboso e allo scatto iracondo. Se il pupazzetto che campeggia in copertina sorride, è però un sorriso inquietante, malevolo, da pagliaccio di It. Want, significativamente piazzata in apertura, sembrerebbe essere dapprima una giocosa, jovanottiana Voglio di più ma si svela nel suo dipanarsi litania perversa, esplicitarsi di una filosofia di vita edonista e decadente insieme, di una lust for life che chiede sì più sogni, più amore, più sorrisi, più sesso, ma anche più alcool, e droghe, e paura, e dolore. I versi finali, che riconoscono che di due cose, il tempo e la speranza, non si potrà avere un supplemento rispetto a quanto il Fato ha deciso, rituffano nella cupezza senza redenzione di “Pornography”. E la nausea di marca Camus/Sartre che trasmettono riporta ancora più indietro nel tempo, all’uomo sulla spiaggia di Killing An Arab, che ha ucciso senza sapere perché, forse soltanto perché si annoiava, forse cercando un senso per una vita inutile.

In “Wild Mood Swings” i riferimenti all’alcool sono numerosi come non mai e ci sono brani ove la delusione per la fine di un rapporto amoroso si spiega in modi tanto rancorosi da fare arretrare l’ascoltatore, da farlo sentire un guardone. Impossibile a volte non chiedersi se solo di finzione narrativa si tratti, soprattutto di fronte a una canzone come Trap, tanto biliosa quanto ambigua, ché il suo centro potrebbe essere sia la fine di un amore (l’unico, notoriamente, della vita di Robert Smith) che la traumatica rottura con l’amico di adolescenza Lol Tolhurst. Va da sé, naturalmente, che non si può escludere che sia unicamente frutto della fantasia del Nostro e anzi, conoscendolo, è forse l’ipotesi sulla quale sarebbe meno azzardato scommettere.

A un barometro lirico tendente dunque al basso si contrappone l’area di alta pressione melodica nella quale si trova la maggior parte delle quattordici canzoni che danno vita a “Wild Mood Swings”. Ne derivano perturbazioni musicali svelte a imprimersi nella memoria, che riescono – l’esempio più notevole è il primo singolo estratto dall’album, The 13th – nel miracolo di essere insieme clamorosamente “teatrali” e genuinamente emozionanti. Robert Smith (credeteci: non è un riferimento malizioso alla sua figura sempre più massiccia; va bene! solo un poco) sembra sempre più essere una versione pop di Orson Welles.

A dispetto di una carriera ormai lunghissima, Smith sa ancora stupire. Dopo avere scritto canzoni a centinaia riesce tuttora a estrarre dalla manica qualche carta mai vista. Prendete This Is A Lie: romantica con strizzate d’occhio al melò, sa di Jacques Brel riletto da Marc Almond. E donde giungono l’orchestrina tex-mex di The 13th e quella di jazz latino di Gone!? Non poco sorprendente è anche il soul ombroso, addirittura gotico, di Strange Attraction, il cui missaggio è stato affidato alle sapienti mani dello scienziato del dub Adrian Sherwood. Se è vero che Mr. Smith con il soul già aveva giocato più volte, è altresì innegabile che mai lo aveva amalgamato così bene con il substrato dark del suono Cure. È tanto riuscita questa unione che viene il desiderio di un secondo “Mixed Up”, più coraggioso stavolta.

Altrove, inevitabilmente, emergono sensazioni déjà vu, ma pure quando pesca in acque già conosciute la banda Smith lo fa con qualche lieve scarto stilistico che interdisce la noia. Club America, ad esempio, è rock da grande arena come Open e End, ma il piglio da crooner con cui l’affronta Robert Smith la fa cosa “altra”. Numb ricorda le atmosfere di “The Top” ma all’isteria anfetaminica emergente qui e là in quelle sostituisce un torpore da morfina. Return mischia il funky di The Walk e lo swing di The Love Cats, aggiunge un Hammond e fiati messicaneggianti e si prenota per numeri uno ovunque nel mondo.

Fra le note di copertina di “Wild Mood Swings”, spicca una citazione di La Rouchefoucald: “Man mano che invecchiamo, diventiamo nello stesso tempo più sciocchi e più saggi”. Se avete visto il delirante video di The 13th, non faticherete a comprenderne il senso. Che il dio del pop ci conservi ancora a lungo Robert Smith.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996. Ultima puntata.

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