Scott Walker & Sunn O))) – Soused (4AD)

Scott Walker & Sunn O))) - Soused

Pazzesca la parabola di Scott Walker, come nessun’altra nella musica sia colta che popolare del Novecento: da idolo per teenager poco dopo il giro di boa dei ’60, alla testa di quei Walker Brothers indecisi fra l’essenzialità del beat e i fronzoli di Tin Pan Alley, a cantante confidenziale in un finale di decennio in cui si trasformava in una sorta di Burt Bacharach che cantava Brel facendosi produrre da Phil Spector, con successo dapprincipio ancora enorme ma via via decrescente. E poi una terza vita dedicata a scolpire, con intervalli lunghissimi a separarli l’uno dall’altro, inclassificabili e avanguardistici capolavori capaci di unire idealmente Robert Johnson a Brian Eno via Wagner muovendosi fra Nick Cave e Bartók, Schubert e Van Morrison e no, se non li avete mai ascoltati non potete proprio immaginarveli. Ho citato Eno ed eccolo l’ideale punto di contatto fra costui e il duo formato nei secondi ’90 dai chitarristi Stephen O’Malley e Greg Anderson: pur’essi unici, campioni del doom metal più doom di sempre e da un certo punto in poi autocatalogatisi alla voce – un ossimoro – “power ambient”. Fermo restando che mai Eno ha declinato musica della annichilente intensità dei Sunn O))).

Insomma: sulla carta la collaborazione fra Walker, O’Malley e Anderson prometteva di essere l’album di uneasy listening più uneasy a memoria d’uomo e alla resa dei conti non è così, per quanto non si tratti certo di una ricetta per tutti. Nondimeno i cinque lunghi brani che vi sfilano in cinquanta minuti netti più che terrorizzanti sono (a volumi medio-bassi) incantatori, con quell’inconfondibile baritono a stagliarsi su tappeti di bordoni occasionalmente sfrangiati da stridori industrial che ne spezzano l’effetto mantrico. Si potrebbe persino dirla new age, per quanto ossianica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Robert Plant – Lullaby And… The Ceaseless Roar (Nonesuch)

Robert Plant - Lullaby And The Ceaseless Roar

Per qualcuno la canzone resta sempre la stessa: ad esempio per Jimmy Page, che inanemente vorrebbe tornare in sempiterno sul luogo di pur squisiti delitti che vanno consegnati alla Storia e basta e non si rassegna al fatto che altri non sia interessato e preferisca vivere; ad esempio per certa critica frettolosa, che dovrebbe togliersi dall’occhio la trave del pregiudizio e dello stereotipo (e magari ascoltarli come si deve, i dischi, o almeno i comunicati stampa leggerli senza saltar le righe) prima di andare a cercare pagliuzze altrove. E per qualcuno invece cambia sempre, almeno un po’, ed è il caso di Robert Plant, che ad anni sessantasei in luogo di speculare sul passato che sappiamo continua a studiare, a esplorare, a entusiasmarsi, a sperimentare. Che con l’umiltà dei giganti veri sposta spesso l’attenzione da sé su chi al Madison Square Garden non ci ha mai suonato. Ecco, vedete, dovreste ascoltare pure questo e questo, io l’ho fatto. Hats off to Robert Plant, una volta di più.

Si potrebbe cominciare dall’inizio per raccontare di “Lullaby And… The Ceaseless Roar” e non intendo l’inizio del disco ma l’inizio inizio, quello della carriera post-Zeppelin del nostro uomo, quegli anni ’80 fatti di album non precisamente trascendentali ma che già avevano il merito, nella loro erraticità, di scansare le trappole della nostalgia a costo di una tastiera, un sintetizzatore, una batteria elettronica di troppo. Che provavano indubitabilmente a essere “commerciali” ma inventandosi un modo inedito di (pro)porsi per l’artefice. Oppure si potrebbe partire dal fondo, dai purtroppo solo 2’46” di Arbaden: che sono i Rolling Stones alle prese con Robert Johnson, solo che non è Robert Johnson ma sono i Fairport Convention che rifanno un traditional e anzi no, dev’essere Jah Wobble e poi arriva Nusrat Fateh Ali Khan. L’Est che incontra l’Ovest “at the crossroads” ed è errore da matita blu che quella che è una sorta di versione “in dub” della traccia che invece il disco sublimemente lo apre, Little Maggie, non venga sviluppata adeguatamente. Se ha un pregio questo finale irrisolto è che ti spinge a ricominciare, a perderti nuovamente nel flusso insieme magmatico e lieve di un lavoro che riassume molti se non tutti i Robert Plant ascoltati a oggi. Mancano – e va bene così – i Led Zeppelin più bombastic, laddove sono assolutamente presenti quelli devoti a blues (Turn It Up) e folk (Pocketfull Of Golden, che però li spedisce anche in una Bristol ricollocata a fianco di Marrakesh). Manca più in generale, a meno che non si rubrichi lì certo Peter Gabriel cui potrebbe appartenere Embrace Another Fall (e assolutamente null’altro), il rock da grandi arene. E invece ecco, a separare i Byrds in trance di Somebody There da quelli che uniscono i puntini da Roy Orbison ai Velvet di House Of Love, il Leadbelly in gita in Africa di Poor Howard. Ecco ballate come la suadente e acidula Rainbow e una A Stolen Kiss sull’orlo del sacrale. Ecco la psichedelia pulsante di Up On The Hollow Hill.

Dopo non una ma due raccolte di cover, “Lullaby And… The Ceaseless Roar” vive in massima parte da luce autografa. E quietamente – spesso – abbaglia.

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Flying Lotus – You’re Dead (Warp)

Flying Lotus - You're Dead

Trentun’anni compiuti nel giorno in cui esce questo suo quinto album come Flying Lotus, Steven Ellison ha parentele illustri – nipote di Marilyn McLeod (autrice di successi per Diana Ross e Freda Payne), pronipote di Alice e John Coltrane e dunque cugino di Ravi – e amici ed estimatori non da meno: testimonia in tal senso anche il lungo elenco di quanti hanno collaborato a “You’re Dead!” e non credo che altri avrebbero potuto mettere insieme in uno stesso disco Snoop Dogg, voce rappante in una stralunata e torpida Dead Man’s Tetris, ed Herbie Hancock, che non solo suona le tastiere nella nervosa Tesla e in una Moment Of Hesitation che aggiorna i Weather Report all’era della dubstep ma la prima la co-firma. Se vi dico che Kendrick Lamar sgrana rime da par suo in una frenetica Never Catch Me, che l’interludio Stirring sembrerebbe citare la Electric Light Orchestra e la circolare e ipnotica Turtles campiona Morricone vi sarete fatti un’idea dell’album prima ancora di ascoltarne una nota. Ma non vi basterà un passaggio integrale dei diciannove brani che vi sfilano in trentotto minuti e qualche secondo per capire cosa è successo, inquadrarlo, provare a dargli un nome. Né forse dieci per quanto è imprendibile questo lavoro – e a dirla tutta capolavoro – di un artista che con un altro pseudonimo (Captain Murphy) fa hip hop e viene spesso catalogato alla voce IDM (Intelligent Dance Music: definizione orrenda, ma tant’è).

Sorta di suite da ascoltare rigorosamente senza interruzioni, “You’re Dead!” va oltre predecessori già brillanti e arditi centrifugando con attitudine filosoficamente psichedelica cosmic jazz e hip hop, drum’n’bass e lounge, soul, elettronica dal primitivo al futuribile. Immaginatelo (in parte) come un “I Sing The Body Electric” per questo secolo seminuovo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Earth – Primitive And Deadly (Southern Lord)

Earth - Primitive And Deadly

Sublime paradosso: gruppo la cui musica da sempre si muove su scansioni dal lento al più lento ancora al semplicemente bradipico, gli Earth sono invece costanti e svelti nel loro riposizionarsi senza posa. Come dire che non li ritrovi mai dove li avevi lasciati al giro prima, come dire che ogni volta che metti su un loro disco nuovo risulta altro rispetto a quel che ti aspettavi. Esaltato dal precedente “Angels Of Darkness, Demons Of Light II”, raccontavo qui la mia relazione complicata con Dylan Carlson e variabili soci, storia partita con il piede sbagliato in quei primi anni ’90 scanditi da album tanto influenti quanto almeno allora per me indigeribili, mastodonti di drone metal che solo una casuale congiuntura spazio-temporale faceva collocare in area grunge. Felice sconcerto nel ritrovarli due decenni dopo alle prese con una sorta di post-folk con in comune con gli Earth che ricordavo giusto un certo gusto ossianico. Stregato, percorrevo qualche passo all’indietro ed era uno strabuzzare d’orecchie, per così dire, dinnanzi al desertico post-rock (Bill Frisell ospite!) di “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull” e all’Americana pur gotica con tendenza al doom di “Hex: Or Printing In The Infernal Method”. “Primitive And Deadly” avrebbe potuto essere più plausibilmente il successore di quest’ultimo, che risale al 2005, che non dei due volumi di “Angels Of Darkness, Demons Of Light”.

Che si tratti di tutt’altra musica rispetto a quelli, che gli amplificatori siano stati riaccesi, che Carlson (come dichiarato in un’intervista fra il serio e il faceto) in seguito a una crisi di mezza età abbia recuperato le frequentazioni metal di una giovinezza debosciata provvede subito il riff quietamente squassante del blues very psych & very heavy Torn By The Fox Of The Crescent Moon a chiarirlo. Peregrinazione estatica in catacombe illuminate a tratti da un sole i cui raggi penetrano attraverso squarci nelle volte crollate, i suoi quasi nove minuti sono come una intro agli otto del western sabbathiano scandito da cadenze processionali There Is A Serpent Coming, alla voce Mark Lanegan ed è il primo brano non esclusivamente strumentale degli Earth da cinque album e diciotto anni in qua. Lanegan tornerà nella chiusa sempre di nove minuti di Rooks Across The Gate, fra elettriche in ogni senso elementari, acustiche battenti e un balenare di moog, finale atmosferico dopo gli abbondanti undici minuti di collusioni fra minimalismo doom, florilegi di wah wah e bordoni all’acido lisergico (canta Rabia Shabeen Qazi) di From The Zodiacal Light e i quasi dieci giocati su due accordi e un feedback sapientemente modulato di Even Hell Has Its Heroes. Un’altra caratteristica, ecco, accomuna tutti gli Earth dalle origini ai giorni nostri oltre al procedere in moviola: che ciascun loro brano si prende il tempo che ci vuole – tanto – per trovare adeguato sviluppo.

Detto che nella playlist di fine anno “Primitive And Deadly” ci sarà di sicuro, al momento non so ancora in che posizione si collocherà. Ma se dovessi provare a fare una classifica dei dischi che ho ascoltato di più nel 2014 sarebbe probabilmente primo.

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Lucinda Williams – Down Where The Spirit Meets The Bone (Highway 20)

Lucinda Williams - Down Where The Spirit Meets The Bone

Sarà che da cultore di lunga data sono abituato ad attese interminabili. Sarà che “Blessed” (che beninteso con quasi qualunque altra firma in calce mi avrebbe fatto altra e migliore impressione) un po’ mi aveva deluso ed era una prima volta. Fatto è che non mi ero reso conto che dalla sua pubblicazione fosse trascorso l’intervallo di tre anni ormai usuale per una che fra un disco e il seguito arrivò a mettercene sei e persino otto. La prima reazione trovandomi fra le mani “Down Where The Spirit Meets The Bone” è stata dunque “di già?”. E l’inaudita corposità del programma mi ha poi, se non maldisposto, fatto temere il peggio, giacché prima di “Blessed” anche “Little Honey” non si era segnalato fra i capolavori della Williams e sommando uno all’altro mi ero fatto persuaso che costei possa ancora, in forza di una classe immensa, avere nelle corde grandi dischi ma che questi siano ora un’eventualità e non più una quasi certezza. Ne resto convinto. Solo che la signora il grande e forse grandissimo (cresce a ogni ascolto) album l’ha piazzato subito ed è persino un doppio, il suo primo alla bella età di anni sessantuno. Un’ora e tre quarti senza un calo di tensione, senza che mai l’ispirazione vacilli, diciannove brani autografi e a suggellare un’eccezionale rilettura di dieci minuti di Magnolia, un J.J. Cale classico reso come fosse Wild Horses.

A proposito: uno dei piccoli capolavori ascoltati in precedenza si chiama Protection e suona come una Patti Smith country alle prese proprio con gli Stones. Troppi altri andrebbero citati ma lo spazio è finito: mi limito alla ballata sentimentale It’s Gonna Rain e allo stomp blues Something Wicked This Way Comes, rispettivamente in chiusura di primo disco e apertura di secondo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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La corsa interrotta di Sam Cooke

Esattamente mezzo secolo a oggi Sam Cooke perdeva la vita, in circostanze che mai sono state adeguatamente chiarite. Andandosene appena trentatreenne cambiava la storia del soul una seconda volta, dopo avere concorso come forse nessuno a farlo nascere.

Portrait Of A Legend

Portrait Of A Legend (ABKCO, 2003; antologia)

Sebbene il soul, di cui il nostro uomo fu fra i padri fondatori, sia stato a lungo una faccenda più di 45 che di 33 giri, non mancano nella discografia di Sam Cooke album in studio memorabili e in primis quel “Night Beat” di cui potete leggere a seguire. Certamente un capolavoro. Ancora più certamente, però, un’opera fuori canone, tesa com’è a esplorare un universo, quello del blues, appena sfiorato in precedenza con Bring It On Home To Me. Obbligatorio allora indirizzarsi verso una raccolta. Fra le tante disponibili oggi, nessuna racconta meglio di questa chi fu Sam Cooke. Transfuga dal gospel che non gliela perdonò, raffinato intrattenitore dalla voce serica e dai modi gentili e per questo capace di mietere successi fra il pubblico bianco e nel contempo abile nell’infiammare le platee di colore con esibizioni di formidabile energia. Uno e bino: da un lato il romanticismo di You Send Me, Cupid o Wonderful World; dall’altro la frenesia festaiola di botte di vita chiamate Shake, Twistin’ The Night Away, Having A Party. Il fratello che ce l’ha fatta, il nero che avresti potuto invitare a cena nell’America razzista dei primi ’60. Ma, come cantava il giovane Dylan, i tempi stavano cambiando.

Sam Cooke lo vide e lo annunciò, il cambiamento. Proprio A Change Is Gonna Come si intitola la canzone con la quale saldò le sue anime e tuttora travolge con la forza di un’emozione ineffabile, indecisa fra speranza e disperazione. Otis Redding ne offrirà una versione di quasi pari rilevanza in un album epocale quale “Otis Blue”, che completa la dichiarazione di diretta discendenza da Cooke rileggendone anche Shake e Wonderful World. L’autore non la vide scalare le classifiche. Moriva, ucciso in circostanze che non verranno mai chiarite plausibilmente, l’11 dicembre 1964, undici giorni prima della data fissata per la pubblicazione.

Live At The Harlem Square Club, 1963

Live At The Harlem Square Club, 1963 (RCA, 1985)

Da qualunque prospettiva se ne osservi la vicenda colpisce in Sam Cooke l’essere costantemente due in uno. Il più acclamato dei cantanti di gospel, tanto per cominciare, e nello stesso tempo il primo a tradire il sacro per il profano, facendosi incidentalmente precursore e prim’attore del soul. Scissione della personalità replicata nel suo essere per un verso perfettamente inserito nel filone della ballata pop prediletta da un pubblico in prevalenza bianco e per un altro ipercinetico dispensatore di atmosfere festaiole per la platea afroamericana. Perfettamente logico che per rappresentarne adeguatamente la valenza concertistica siano stati necessari dunque due album dal vivo. Il primo era in classifica quel fatale giorno del dicembre 1964 in cui una pallottola lo rapì a questo mondo: “At The Copa” restituisce l’immagine di un Sinatra di colore piacevolmente ironico e sentimentale. Il secondo ha visto la luce solo ventun’anni dopo, e a ventidue dalla registrazione, e ascoltandolo si capisce ben prima di arrivare all’apoteosi finale di Having A Party quale sia stato il modello per quel suono di Asbury Park fatto Vangelo dal Boss e dal suo discepolo prediletto Southside Johnny.

Night Beat

Night Beat (RCA, 1963)

Bramatissimo dai collezionisti fino alla ristampa del ’95 che lo ha fatto riscoprire decretandolo l’album insieme più atipico e colossale di Sam Cooke, “Night Beat” è un ritorno alle radici, comprese quelle mai esplorate in precedenza. È alla voce “blues” che va catalogato, se si vuole catalogarlo. Parlano chiaro in tal senso la trotterellante Please Don’t Drive Me Away, una Trouble Blues esemplare già dal titolo, una You Gotta Move della cui lezione i Rolling Stones faranno tesoro; soprattutto, la più bella Little Red Rooster di sempre, propulsa dall’organo del sedicenne Billy Preston. C’è un rock a rotta di collo a fare ciao ciao: Shake Rattle And Roll. Ci sono ballate in cui l’usuale eleganza si accompagna a una profondità di sentimento mai toccata: Lost And Lookin’, I Lost Everything, Fool’s Paradise. E c’è naturalmente del gospel: torna la Mean Old World già affrontata con gli Stirrers e l’emozione attanaglia.

Pubblicati per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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Julian Casablancas + The Voidz – Tyranny (Cult)

Julian Casablancas + The Voidz - Tyranny

Anche i ricchi piangono, o quantomeno anche i ricchi derivano dalla loro condizione qualche inconveniente, essendo uno l’essere invidiati e un altro il non venire presi sul serio quando azzardano mosse spericolate. Diciamocelo che la caduta dalla grazia degli Strokes non ha provocato a nessuno soverchio dispiacere, che era difficile da mandar giù che la band che a inizio anni 2000 si era presentata con uno degli ultimi grandi album di rock’n’roll classico, “Is This It”, fosse una congrega di figli di papà. Non lo si poteva tollerare e che con i dischi successivi sia venuto meno il favore della critica (e con esso e più di esso quello del pubblico più avvertito) e che le vendite si siano dimezzate e poi di nuovo (non ingannino i piazzamenti in classifica) è parso quasi un atto di giustizia. Allo stesso modo qualcuno ora penserà che sì, con questo secondo album in proprio il cantante Julian Casablancas ha inscenato uno dei più grandiosi suicidi commerciali di sempre e però potendoselo permettere, essendo ricco e lo era già di famiglia, prima di diventare una rockstar.

Ci sta. Il che non toglie che all’ascolto “Tyranny” induca, oltre che parecchia irritazione, una certa ammirazione per un artista che vive evidentemente in un mondo suo, in cui ha un senso fare uscire un singolo di undici minuti incerto fra cabaret, synth pop e hard tamarro e che è epitome di un fragoroso caos in cui si confondono, con un missaggio oltre l’abrasivo, thrash metal e colonne sonore horror, beat hip hop, melodie mediorientali, percussioni africaneggianti e quant’altro. Avventuroso quanto inascoltabile e valga come ulteriore esempio (almeno dura solo due minuti e mezzo) Business Dog: un assalto punk che suona come cinque canzoni diverse suonate contemporaneamente dai cinque Voidz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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