Modest Mouse – Strangers To Ourselves (Epic)

Modest Mouse - Strangers To Ourselves

Avete presente la bizzarra traiettoria dei Radiohead? Subito superstar grazie a innodie con spirito da cameretta e suono da stadio e poi un’azzardata svolta post-rock dalla quale non solo non venivano danneggiati ma ricavavano una fama più diffusa. Dischi analoghi ai loro si sono venduti al più in migliaia di copie, quelli dei Radiohead in milioni. Ebbene, pare quasi una parabola di normalità a confronto di quella dei Modest Mouse, formatisi mentre il grunge spadroneggiava laddove quella scena aveva avuto i natali e che senza mai corteggiare quei suoni vedevano crescere una piccola fama declinando un pop-rock sghembo e altero, un po’ della schiatta dei Pavement. Entrati in area major all’altezza del terzo album, nel 2000, ossia proprio mentre le major stavano finendo di buttare a mare tutti i gruppi frettolosamente imbarcati in scia al boom dei Nirvana, i ragazzi senza mai farsi meno eccentrici si ritrovavano a vendere un milione di copie del quarto e a capeggiare la classifica di “Billboard” con il quinto. Era il 2007. Il sesto lo si attendeva da allora e la sapete una cosa? Incredibile a dirsi, Isaac Brock e soci sono probabilmente più famosi oggi, non avendo mai smesso di suonare dal vivo nel frattempo e avendo inoltre scaltramente intrattenuto gli estimatori anche con assortite operazioni di riciclo discografico.

Sempre uguali a se stessi ma sempre diversi, i Modest Mouse redigono con “Strangers To Ourselves” uno zibaldone di stili che in mani altrui non si terrebbero e nelle loro invece sì: fra valzer innervati di archi e rap mutante, boogie carnascialeschi e synth-pop, funky-wave alla Talking Heads e ballate indifferentemente da college rocker o da cowboy. Per non dire che di un po’ di quanto si affastella in quindici canzoni e quasi un’ora.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

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Do The Reggae With Toots & The Maytals

Chissà in quanti si ricordano che molto di quanto sapevano in materia di reggae Clash e Specials lo appresero dai Maytals. Chissà quanti sanno che il reggae stesso è stato così chiamato da una canzone del gruppo capitanato da Toots Hibbert.

The Maytals 1965

54-46 era davvero il tuo numero di matricola in prigione?” “No, me lo sono inventato. Suonava bene.

Così, in una chiacchierata con David Katz in occasione della ristampa in digitale su un solo dischetto dei due capolavori Island “Funky Kingston” e “In The Dark”, a trentacinque esatti anni dagli eventi Frederick “Toots” Hibbert smentiva la più nota delle leggende che lo riguardano: quella che il grande successo che nel 1968 lanciò la seconda delle almeno quattro carriere dei Maytals, ossia 54-46 That’s My Number, oltre a derivare la sua genesi dall’esperienza carceraria del Nostro – due anni per pochi grammi di marijuana: in Giamaica! – vi aderisse fedelmente. Del resto, nella medesima intervista Mr. Hibbert attribuiva il celebre arresto a un gratuito atto di prepotenza della polizia. Non ci sarebbe di che stupirsi e nondimeno, dopo tale asserzione, leggendo ci si attende da un momento all’altro che, clintonianamente, se ne esca con un “but I never inhaled”. Risulta più attendibile, l’oggi sessantenne birbante, quando rievoca gli anni dell’infanzia e i primi passi nel – se così si può dire – musicbiz.

Sono cresciuto girando per chiese, principalmente Avventisti del Settimo Giorno ma non solo, posti dove la gente si incontra per cantare le lodi del Signore e le canta così bene che vorresti che le funzioni non finissero mai. Mio padre era un predicatore e così mia madre. Poi nella mia vita sono entrati Ray Charles, Mahalia Jackson, Wilson Pickett, James Brown. Li ascoltavo alla radio e la voglia di cantare si faceva sempre più prepotente. A tredici anni me ne sono andato da casa, ho lasciato May Pen per Kingston, Trench Town, e ho cominciato a lavorare da barbiere. Tiravo pure di boxe, ma tutti quelli che conoscevo mi dicevano che come cantante ero meglio e qualcuno, anche gente più vecchia di me, veniva persino in negozio a prendere lezioni.

Fra gli altri tali Henry “Raleigh” Gordon e Nathaniel “Jerry” Mathias McCarthy, più anziani di lui rispettivamente di otto e sei anni e il secondo con già qualche esperienza discografica all’attivo, sotto la tutela di quel Duke Reid che diverrà uno dei produttori cruciali della musica isolana. I Maytals nascevano così, negli ultimi mesi del ’61 o nei primi del ’62, come trio vocale e nell’identico modo in cui, un lustro prima e nel New Jersey, erano nati i Parliaments e tanti altri esempi si potrebbero trarre dagli annali della black americana, in particolare in quell’era del doo wop al tempo non ancora del tutto tramontata. Il giovanissimo Toots ne assumeva subito la guida, le sue influenze gospel evidenziate sin dai titoli dei primi fortunati singoli (supervisione di un pivello Lee Perry) per la rampante Studio One di Clement “Coxsone” Dodd: Hallelujah, Six And Seven Books Of Moses. Canzoni che, non essendo stato possibile acquisire i diritti, non troverete nel fantastico cofanetto freschissimo di pubblicazione per Trojan “Roots Reggae”, ristampa in box con le deliziose copertine originali miniaturizzate di sei dei sette album giamaicani della banda Hibbert, sulla falsariga del recente ed acclamato “Soul Revolutionaries” dei Wailers. Manca per le ragioni suesposte quello che fu l’esordio a 33 giri, “Never Grow Old”, ma gli appassionati (visto anche un prezzo a dir poco allettante) avranno lo stesso di che esultare pugni levati al cielo, qualcuno magari masticando agro per avere già comprato nell’ultimo lustro una peraltro bellissima raccolta come “Sweet And Dandy” solo per sostituirla poco dopo con il doppio (che resta fondamentale) “Pressure Drop” e magari, in mezzo, “Monkey Man/From The Roots”, che manco potrà rivendersi siccome il primo è compreso nel cofanetto e (filologicamente, giacché era in origine un 33 soltanto britannico) il secondo no. Ma che ci si può fare? C’est la Trojan, baby.

Bando alle lamentele! “The Sensational Maytals”, “Sweet & Dandy”, “Monkey Man”, “Greatest Hits” (titolo mendace), “Slayam Stoot”, “Roots Reggae”: questi gli album che potrete portarvi a a casa in un colpo solo. Usciti fra il 1965 e il 1974 e gli ultimi dunque quando in Gran Bretagna i Nostri, sulla scia della partecipazione a The Harder They Come, si erano accasati presso una succursale Island, secondi solamente a Marley e a Jimmy Cliff nella scuderia reggae di Chris Blackwell. Benissimo fa Harry Hawke ad annotare nel libretto (poverello, eh!) che si era in un’epoca e in un ambito in cui giusto i campionissimi potevano permettersi, rispetto ai ben più lucrosi 45 giri, l’azzardo di un LP, figurarsi di sette. E i Maytals erano campionissimi: ne danno ulteriore e definitiva testimonianza lavori di una brillantezza che il ritornare periodico di alcuni cavalli di battaglia non sciupa, ponte via rocksteady (che quasi si persero per l’arresto del leader) fra lo ska e quel reggae cui addirittura con l’epocale Do The Reggay (scritto così e che qui – ahem – non c’è) diedero il nome. Risulteranno dei maestri, fra gli altri, per gli Specials (che riprenderanno Monkey Man) e per i Clash (rifaranno Pressure Drop). Rimasto dal 1981 proprietario unico della sigla, Toots Hibbert tuttora gira il mondo divertendosi e facendo divertire.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.616, novembre 2005.

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Will Butler – Policy (Merge)

Will Butler - Policy

Ma che razza di modo sorprendente ha scelto per esordire in proprio Will Butler, che è il fratello minore di Win e insomma quello che negli Arcade Fire se ne sta sempre un po’ defilato, alle prese con una varietà di strumenti, mentre il centro della ribalta è invariabilmente occupato da Win e Régine Chassagne. Nell’attesa che costoro gli diano un seguito (il che, se rispetteranno il consueto intervallo di tre anni fra un album e l’altro, non accadrà prima del 2016) nessuno ha ancora davvero capito se “Reflektor” sia il capolavoro che qualcuno propaganda o l’“epic fail” che altri dicono. È che tutto in quell’opera mastodontica (un’ora e un quarto) e magmatica è “troppo” e alla fine su una cosa sola sostenitori e detrattori sono d’accordo: che ci voleva fegato e un tanticchio di follia a uscirsene così quando non vi era chi non pronosticasse ai Canadesi un futuro da superstar alla U2, alla Muse, alla Coldplay. Ce l’avete presente “Reflektor”, sì? Dimenticatelo. “Policy” non potrebbe essere più diverso.

Per dimensioni innanzitutto – otto tracce per poco più di ventisette minuti, durata da anni ’60 o se no un mini – e poi per l’immediatezza dell’assieme. Da subito, da una Take My Side che cento volte più che gli Arcade Fire evoca degli Strokes che sfidano la storia suonando proto-punk dopo il punk e fino alla fine, al pasticcio bello Spector/Beach Boys/Beatles della conclusiva Witness. Se presi uno per uno tutti i brani divertono e convincono, a lasciare perplessi è una varietà stilistica financo eccessiva. Cosa c’entrino il mix Kraftwerk/Cars di Anna con una ballata alla Leonard Cohen quale Finish What I Started, i Talking Heads ricreati in Something’s Coming con il power pop che punta il glam di What I Want lo sa giusto Will. O forse nemmeno lui.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

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He Can See For Miles (per quel vecchio punk di Pete Townshend)

Come ben sa il mio lettore di lungo corso (o anche solo chi mi ha conosciuto su VMO), ho una relazione complicata con Pete Townshend. Adoro “Who’s Next” e il “Live At Leeds”, metto sopra ogni altra cosa una manciata di singoli classici dei primi Who ma nel resto del repertorio salvo poco (ivi compresi lavori intoccabili nel comune sentire come “Tommy” e “Quadrophenia”, o anche “My Generation” l’album). E nondimeno nutro un’enorme stima e una grandissima simpatia per questo signore che scrisse di sperare di morire prima di diventare vecchio e compie oggi settant’anni.

The Who - Sell Out & By Numbers

La prima opera rock? Nel comune sentire è “Tommy”, errore perpetuato dalle storie più superficiali quando invece la precedettero di diversi mesi “S.F. Sorrow” dei Pretty Things e “Arthur” dei Kinks. E il primo concept? Che non è la stessa cosa ed è – ahem… – concetto decisamente più aleatorio. Pure lì gli Who perdevano la gara, anticipati dai Beatles di “Sgt. Pepper”, sempre che si sia d’accordo nell’includere tale titolo nella suddetta categoria. In ogni caso, o è quello o è “Sell Out”, dicembre 1967 per la maggior parte delle discografie, gennaio ’68 per la più autorevole che è lo Strong. Album bislacco, nato dall’idea di omaggiare e contemporaneamente prendere in giro le radio pirata che inondavano di rock la Gran Bretagna dai ponti di navi ormeggiate in acque extraterritoriali, con finti jingle e spot a separare/collegare le canzoni e un’epocale copertina nella quale i quattro ragazzi mod pubblicizzano prodotti quantomai improbabili. A rendere memorabile la confezione contribuiva la presenza di un fantasmagorico poster all’interno e sì, questa ben più che raddoppiata “Deluxe Edition” è deluxe quasi fino in fondo, visto che almeno alle prime copie è acclusa una riproduzione. Sfortunatamente in scala e ci sono casi in cui le dimensioni contano eccome.

Ma… il disco? Ammetto di averlo considerato per una vita il “Their Satanic Majesties Request” di Townshend e soci. Che, tradotto, vuol dire due gemme – la lisergica cavalcata di Armenia City In The Sky e l’anche più epica I Can See For Miles – e un contorno insignificante. Istanze revisioniste si erano però fatte strada già da qualche anno, dacché mi era toccato di riascoltarlo per scrivere su altre colonne di una sontuosa stampa in vinile e mi era parso meglio di quanto non ricordassi, divertente nell’assieme e con qualche altro titolo da incorniciare: una Mary Anne With The Shaky Hand con venature byrdsiane, il country-gospel di I Can’t Reach You, una Relax particolarmente inacidata. Non credo che andrò oltre. Non credo che sarò mai d’accordo con Dave Marsh che, in uno dei saggi che rendono ricco e gustoso il libretto, la spara subito enorme dicendolo “the greatest rock’n’roll album of its era”. Per favore! Come piacevole reperto archeologico qualche giro sullo stereo comunque se lo merita. Magari, paradossalmente, per gustarne la versione in mono sistemata sul secondo CD. Fra le bonus vere merita una segnalazione una rilettura di Nell’antro del re della montagna di Edvard Grieg distante anni luce dalle pompose fetenzie che produrranno da lì a qualche tempo prima i Nice, quindi Emerson Lake & Palmer, infine torme di ancora più insopportabili epigoni.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.657, aprile 2009.

Proprio vero che il male che l’uomo fa gli sopravvive e in materia di rock poche dimostrazioni possono dirsi in tal senso più eclatanti del fatto che, mentre (per dire) diversi Tim Buckley sono fuori catalogo da anni e innumerevoli classici della new wave non sono mai stati ristampati (mai), il disco più brutto degli Who (quando ancora erano gli Who: dal ’78 in poi non conta) sia sempre stato disponibile e dico sempre. Se volete, potete pure procurarvelo facilmente in vinile vergine, duecento grammi pressati alla perfezione dai soliti noti della Classic Records e ottimamente suonanti, con colori splendidi splendenti, una buona collocazione spaziale, le dinamiche giuste e tutto il resto. Peccato sia la musica in sé a far cacare, ma d’altro canto non è una legge di Murphy, ben nota agli audiofili, che sovente i dischi artisticamente peggiori sono quelli che suonano meglio? E viceversa.

A volere salvare qualcosa di un album almeno onesto nel dichiarare fin dal titolo la sua ordinarietà ci sarebbero i testi: sempre che i patimenti di una star ricca e alcolizzata siano un argomento che trovate irresistibile e soprassedendo sull’incongruenza dell’affidare confessioni cuore in mano e lacrima sul ciglio alla voce di un altro. Cerco una-canzone-una che raggiunga la decenza e, colto da un impeto di bontà (siamo proprio sotto Natale nel momento in cui scrivo), la individuo in una folkeggiante Blue Red And Grey. Due? Esagerati… Facciamo l’errebì bianco sui generis di Slip Kid e pazienza se, maneggiando i medesimi materiali, da lì a non molto (“By Numbers” è del ’75) Ian Dury farà cento volte meglio. Ai rimanenti otto decimi di programma, fra ballate asfittiche e rock in tempo medio senza una melodia che li redima, riesce un miracolo: indurre a rivalutare “Tommy” e “Quadrophenia”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.297, gennaio 2009.

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Still Tearing Us Apart (Ian Curtis, 15 luglio 1956-18 maggio 1980)

Here are the young men, the weight on their shoulders,
Here are the young men, well where have they been?
We knocked on the doors of Hell’s darker chamber,
Pushed to the limit, we dragged ourselves in,
Watched from the wings as the scenes were replaying,
We saw ourselves now as we never had seen.
Portrayal of the trauma and degeneration,
The sorrows we suffered and never were free.
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Weary inside, now our heart’s lost forever,
Can’t replace the fear, or the thrill of the chase,
Each ritual showed up the door for our wanderings,
Open then shut, then slammed in our face.
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?

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I Soul Stirrers negli anni di Sam Cooke

Sam Cooke - With The Soul Stirrrers

L’oggetto – triplo CD in box di sobria eleganza, dal prezzo importante ma nemmeno troppo esoso – è di quelli che attirano irresistibilmente l’attenzione del collezionista e incuriosiscono il neofita capace di non fermarsi a splendori e miserie dell’attualità, disposto all’esplorazione del passato. Tanto più quest’ultimo è avvertito, tanto più risulterà titubante: investire o meno, non avendo una discografia di soul già cospicua, in una raccolta che promette l’integrale delle incisioni per la Specialty dei Soul Stirrers con Sam Cooke in formazione? Mastodonte (ottantaquattro le tracce, tre ore e tre abbondanti quarti il minutaggio) destinato dunque più che altro agli – ahem – specialisti, includendo come fa tutto (ma proprio tutto) quanto è stato rintracciato negli archivi, comprese versioni multiple e false partenze. Il neofita saggio si dirà che un’antologia singola, e magari economica, con dentro i brani più importanti dovrebbe essere più che sufficiente alla bisogna e per approfondire c’è sempre tempo. Normalmente avrebbe ragione. Non in questo caso, come gli intenditori di musica nera precipitatisi viceversa ad acquistare “The Complete Specialty Records Recordings” avranno già appurato Mettiamola così: basta che del Sam Cooke laico possediate “The Man And His Music”, basta che di gospel abbiate una buona selezione di autori vari e di questo cofanetto già non potete fare a meno. Basilare e non tanto e non solo per i classici conclamati, che con poca fatica e ancor minore spesa potreste trovare altrove. No. Per i venti strepitosi minuti, stralcio di uno spettacolo al losangeleno Shrine Auditorium, che lo suggellano mettendo a soqquadro una sequenza per il resto rigorosamente cronologica, che parte dal 1° marzo 1951 e arriva al 19 aprile di sei anni dopo. Qui invece è il 22 di luglio del ’55 e Cooke e compagni cominciano scaldando se stessi e la platea con un’elegante e calorosa insieme I Have A Friend. La temperatura sale ulteriormente con gli incalzanti 7’43” di Be With Me Jesus, condotti con martellante maestria da Paul Foster, e raggiunge il punto di ebollizione negli 8’36” (quasi il triplo della versione in studio) di una Nearer To Thee in cui il leader porta la folla, soprattutto quella femminile, al deliquio. Quando intorno al sesto minuto canta – con sottintesi oggi lampanti, allora chissà – che sono le cattive compagnie a rovinare i bravi ragazzi è un’esplosione di urla ad accogliere le sue parole e ti sembra a momenti di vederla la congregazione impazzita, preda di spasmi di sensualità mentre le mura di Gerico del gospel crollano e il soul occupa il campo. Emozione indicibile e dire che di musica ne ho masticato un po’ da un quarto di secolo a questa parte, ma qui, lettori e lettrici, è della Storia nel suo divenire che si è testimoni. Un paio di mesi dopo avere registrato il concerto allo Shrine, Robert “Bumps” Blackwell andrà a New Orleans a eternare un altro momento epocale, il brano che farà di Little Richard una star, Tutti Frutti. Giorni fecondi!

Sono invece di tredici e diciassette mesi posteriori le prime sette incisioni da solista di Cooke che il box, fregandosene felicemente della filologia, riporta prima dell’ultima seduta con il gruppo ed è nettare pop che cola da una Happy In Love da musical, da una I’ll Come Running Back To You dalla melodia degna dei capolavori a venire, da una Lovable che non è altro che la già nota He’s So Wonderful ove però il Lui per antonomasia diventa una mortale lei per cui struggersi. Dovreste conoscere il resto della vicenda. Il nostro uomo mette le sue seriche corde vocali al servizio di una musica secolare nella quale nondimeno il gospel vibra ancora, come è logico, forte e dal ’57 al ’64 infila un gioiello via l’altro di soul inondato di pop o il contrario, passando con disinvoltura da Tin Pan Alley al blues. Con enorme successo (essere un adone naturalmente non gli nuoce). Mani assassine ne fermano la corsa, in circostanze mai chiarite, l’11 dicembre 1964, un mese prima del trentaquattresimo compleanno. Undici giorni più tardi quella che diventerà la canzone-simbolo del movimento per i diritti civili, A Change Is Gonna Come, è nei negozi e nella leggenda. Ma immagino già sapeste.

Se il Sam Cooke di seconda metà di carriera è più o meno familiare all’appassionato di rock, che come minimo conosce un tot di suoi brani entrati in un’infinità di repertori altrui (da You Send Me a Chain Gang, da Twistin’ The Night Away a Bring It On Home To Me, da Shake alla stessa A Change Is Gonna Come), meno esplorato risulta quello che plasmò la voce declinando gospel e che, come chiarito da questi tre CD cornucopia di tesori, non appare affatto minore al confronto. Altrettanto grave torto alla verità dei fatti è stato poi compiuto permettendo che la sua presenza in squadra per sei anni ponesse in secondo piano l’eccezionale rilevanza “a prescindere” di un gruppo che quando lui arrivò, con la non facile incombenza di sostituire un gigante quale Rebert H. Harris, transfuga perché scontento di inclinazioni al laico già presenti, aveva alle spalle un percorso ventennale disseminato di pietre miliari (in particolare nel triennio 1946-1948, trascorso alla corte della Alladin). E che dopo la sua defezione proseguì ed è giunto fino ai ’90 facendo dischi e soprattutto concerti. Per quanto Harris sia stato una figura chiave nella storia del gospel (fra i primi a usare il falsetto, sua fu pure l’idea di alternare due solisti nel corso di una stessa canzone), i Soul Stirrers più grandi in assoluto risultano comunque proprio quelli che videro il ventenne (e quindi assai più giovane del resto della compagnia) figlio del Reverendo Charles Cook (la “e” un’aggiunta successiva) Sr. aggregarsi dapprima con timidezza e in seguito pian piano assumere la leadership. Continuando l’opera di modernizzazione della musica sacra afroamericana intrapresa da Harris fino a rendere il sacro profano.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, 534, 20 maggio 2003.

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Swervedriver – I Wasn’t Born To Lose You (Cobraside)

Swervedriver - I Wasn’t Born To Lose You

Cosa non rinvengo negli archivi! Scopro di avere a suo tempo scritto, proprio per questa rivista, dell’album precedente dei britannici Swervedriver, “99th Dream”, e che iniziavo lamentando che fossero passati tre anni dall’uscita del predecessore di quello. Be’, era il 1998, e la prima cosa che mi è venuta in mente è che quanti nacquero allora affronteranno il prossimo anno la maturità. Il che mi impressiona parecchio di più che non che io stia tuttora qui a recensire gli Swervedriver. Che ci siano ancora e anzi di nuovo, fra l’altro non da poco ma senza che in molti se ne fossero accorti e io neppure. È che da quando si riformavano nel 2008 hanno fatto qualche tour ma, discograficamente, non avevano prodotto che un singolo, solo in vinile e in una tiratura di poche centinaia di copie. Che fossero sfuggiti al radar mi pare giustificabile.

Li ritrovo non tanto come li avevo lasciati – dei quattro lavori prodotti nella prima vita il Novantanovesimo Sogno era quello più classicamente rock, con echi sì di Stooges ma anche e particolarmente di Who, Beatles e Beach Boys – quanto come erano nel pieno del divampare del fenomeno shoegazing, primi ’90, quando tutti li associavano ai My Bloody Valentine, agli Slowdive, ai concittadini (Oxford) Ride. Non in molti notando come loro fossero una faccenda più di canzoni che di suono, come piuttosto che ai gruppi sunnominati somigliassero ai Dinosaur Jr, o agli Hüsker Dü. A proposito: ascoltate Autodidact, il brano che inaugura un album il cui titolo interpreto come un omaggio ai Byrds, e ditemi se non potrebbe arrivare da “Warehouse: Songs And Stories”. Gran bell’attacco per un disco dai volumi alti quanto dalle melodie incisive, dall’ipnotico al narcotico, allo psichedelico. Per la cronaca: a “99th Dream” diedi 7, questo mezzo voto in più se lo merita tutto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

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