Tricky – Adrian Thaws (!K7)

Tricky - Adrian Thaws

Se ricordo al lettore che sulla carta d’identità del Bad Boy della musica inglese dei ’90 sta scritto Adrian Nicholas Matthews Thaws egli subito intenderà che per Tricky questo suo decimo lavoro in studio ha una valenza particolare: “L’ho chiamato con il mio vero nome per dire al mondo che non mi conosce sul serio. Troppe volte hanno cercato di costringermi in una casella, quando in realtà con ogni mio disco ho visitato luoghi diversi”. Il che è vero fino a un certo punto ma tant’è, quel che conta è che il nostro uomo dopo degli anni 2000 dignitosi ma opachi stia recuperando smalto e cominciava nel 2013 con un altro album dal titolo significativo, “False Idols”, come l’etichetta da lui fondata una volta venuto a esaurirsi il rapporto, da un certo punto in poi problematico, con la Domino. Sulla copertina di quello una foto che quasi lo riduceva a mera silhouette, su questa brucia fra le fiamme presumibilmente di un inferno tante volte adombrato. Comincia a misurarsi da lì la distanza fra i due lavori, il predecessore pacificato quanto può esserlo un disco di Tricky, questo (confortantemente per gli estimatori) decisamente più teso, di un’intensità a tratti – ebbene sì – bruciante.

Squadrata, strascicata e fosca, Sun Down riporta come atmosfere a quella pietra miliare di “Maxinquaye”, debutto epocale dopo il distacco dai Massive Attack con il torto di stabilire uno standard impossibilmente alto. Ma ben diciannove anni dopo l’artefice ancora sa volare alto – o bassissimo, in catacombe dell’animo – ed eloquentemente lo certificano la torpida industrial downtempo di Lonnie Listen, l’ipnosi blues di Keep Me In Your Shake, l’hip hop sferzante di Gangster Chronicles, l’electrofunk Right Here. Come sempre da applausi le voci femminili elette a co-protagoniste.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.355, settembre 2014.

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Get Your Kicks On Route 88 (per Chuck Berry)

Si dovesse cambiare nome al rock’n’roll tanto varrebbe chiamarlo Chuck Berry”, disse una volta John Lennon. “Ha scritto qualunque riff e qualunque melodia sia alla base di qualunque grande canzone rock’n’roll”, sostiene Brian Wilson. Lui: l’unico essere (sovra)umano di fronte al quale Keith Richards è in soggezione.

Chuck Berry

Vedere per credere Hail! Hail! Rock’n’Roll, eccellente collezione di interviste apologetiche più concerto con il quale, su istigazione proprio del chitarrista dei Rolling Stones, si celebrava il sessantesimo compleanno dell’autore di Johnny B. Goode e di qualche altra decina di classici e fa quasi paura pensare che è ormai pur’esso faccenda alquanto vetusta, giacché al dio della musica piacendo di anni il prossimo 18 ottobre Charles Edward Anderson Berry ne compirà ottantadue. Incredibile ma vero: fa ancora concerti. Incredibile ma vero: nel volto se non nelle movenze sembra tuttora rimarchevolmente meno vecchio del più devoto fra i suoi mille e mille discepoli. Vederlo, Kiff La Biffa: costantemente in ginocchio come manco Bruno Vespa dinnanzi al potente di turno. Solo che di fronte a questo signore ci si può – e anzi ci si deve – genuflettere eccome. Lui più di chiunque altro è il responsabile ultimo del fatto che io stia scrivendo queste righe e tu le stia leggendo. Lui, fra i padri del rock’n’roll il più padre di tutti.

Ipotizziamo per assurdo che un qualcuno con una conoscenza appena più che superficiale del rock dei ’60, da cui in linea diretta o indiretta discende gran parte dell’odierno pop occidentale, sia affatto digiuno di quanto accaduto nel decennio precedente. Che il nostro eroe non l’abbia mai sentito nominare. Di lui conoscerebbe nondimeno Roll Over Beethoven e Rock And Roll Music grazie ai Beatles, Come On, Around And Around, Carol, Little Queenie e un’abbondante mezza dozzina di altre via Rolling Stones. Avrebbe ascoltato dai Kinks Beautiful Delilah e Too Much Monkey Business (la canzone che inventò i New York Dolls). Gli sarebbero familiari pur senza averle mai sentite You Can’t Catch Me per tramite dei Fab Four di Come Together e Sweet Little Sixteen sotto le mentite spoglie di Surfin’ USA dei Beach Boys. Per non fare che pochissimi esempi quando a elencare senza ritegno se ne andrebbe per intero lo spazio previsto per questo articolo, né basterebbe. Tu che di rock ne sai dai primordi a oggi sei invece ben consapevole che, al di là degli innumerevoli brani che sono stati riletti da chiunque e hanno fatto da imprinting ciascuno a decine di altri (per dire: in All Aboard, che è del ’61, si rinviene il Dylan di Subterranean Homesick Blues, che è del ’65), l’influenza di Chuck Berry si è esplicata anche in altri modi. Chi ha fotografato l’esuberanza dell’adolescenza più nitidamente che in School Day? Il cui sottotitolo la dice lunga: Ring! Ring! Goes The Bell. Chi ha delirato per un motore, una carrozzeria e quattro ruote, e tutte le possibilità che recano in nuce per chi è “nato per correre”, più… eroticamente di quanto non accada in No Money Down? Bruce Springsteen insomma l’ennesimo evidente allievo.

Patendo gli album d’epoca, in un’epoca che non era ancora quella degli album, scarsa coerenza d’assieme e qualche riempitivo di troppo, il modo migliore per fare i conti con il nostro uomo è sempre stato quello di mettersi negli scaffali una corposa raccolta. Da due anni in qua “Reelin’ And Rockin’” (Chess/Universal), due CD stipati da complessivi cinquantasei pezzi, è la scelta migliore. Per contenere davvero tutto l’indispensabile tre sarebbe stato l’ideale, ma è un bell’accontentarsi, con i classici che rispondono all’appello in massa e spazio pure per qualche bella curiosità. Arco temporale coperto: dal 1955 del tellurico debutto Maybelline al 1972 dello scurrile e ultimo trionfo rappresentato da My Ding-A-Ling, numero uno (su entrambe le sponde dell’Atlantico) abbondantemente fuori tempo massimo rispetto a un’Età dell’Oro conclusasi a metà ’60 con il temporaneo trasloco dalla Chess alla Mercury, errore fatale che un ritorno alla casa madre non correggerà. Può bastare, ma sarebbe meglio se non vi bastasse. L’appassionato che desideri approfondire lo studio di un’opera assai più sfaccettata di quanto comunemente non si creda ha a disposizione da qualche settimana uno strumento formidabile per farlo: quadruplo CD contenuto in una curiosa confezione che si apre a fisarmonica e si chiude con un laccetto da far girare attorno a due rondelle, “Johnny B. Goode” (Hip-O Select; distribuzione sempre Universal) non è però che contenga proprio, come promette il sottotitolo, “His Complete ’50’s Chess Recordings”. Fatto è che, come ci informa Fred Rothwell nel più che adeguato libretto, fino al 1957 incluso presso l’etichetta chicagoana vigeva la pessima abitudine, per risparmiare qualche dollaro, di riutilizzare i nastri contenenti sedute non adatte alla pubblicazione e di conseguenza molto è andato perduto per sempre. Fatto è che dei brani di cui erano disponibili parecchie versioni oltre a quella poi data alle stampe si è scelto di proporre le più significative, non facendo trascendere una ricostruzione pur puntigliosa in filologia maniacale. Ne guadagna il piacere d’ascolto e non è il caso di fare i pignoli, siccome cinque Sweet Little Sixteen o tre Betty Jean dovrebbero bastare pure al musicologo più assatanato.

Keith Richards & Chuck-Berry

L’ordine di presentazione è ovviamente quello cronologico e si parte dunque da quell’a dir poco storico 21 maggio 1955 in cui, fiancheggiato oltre che dal pianista Johnnie Johnson, che resterà il suo principale collaboratore, dal bassista Chess per antonomasia, tal Willie Dixon (!), Chuck Berry eternava forse il più prodigioso singolo d’esordio di sempre: sul lato principale Maybellene, sull’altro Wee Wee Hours. Ove dieci mesi prima per il suo debutto Elvis aveva sistemato sulla prima facciata una canzone di ascendenza blues, That’s Alright Mama, e sulla seconda il country Blue Moon Of Kentucky, il Nostro faceva esattamente l’opposto: se Maybellene è sì un rock’n’roll ma basato su un brano in stile western swing di Bob Wills (Ida Red Likes To Boogie), Wee Wee Hours si iscrive senza esitazioni al canone del blues. Avete colto la situazione speculare? Alla Sun volevano un bianco che cantasse come i neri, alla Chess sognavano un nero che potesse essere spacciato per bianco e con Berry l’avevano trovato. In un tempo in cui la radio era regina e di musica in TV ne passava ancora poca, la mancanza di un accento identificabile e la dizione chiarissima del nostro eroe lo facevano scambiare per bianco il tempo bastante a che diventasse una star, l’equivoco non più emendabile. Ci si intristisce annotandolo e tuttavia è un inconfutabile dato di fatto: senza quella pronuncia di rara limpidezza Chuck Berry, che avrebbe oltretutto potuto patire pure l’handicap di un’età molto più avanzata rispetto alla giovanissima concorrenza (sette anni più di Presley, ad esempio), invece che fra i fondatori della musica più rivoluzionaria del XX secolo si sarebbe ritrovato al più fra gli ispiratori. Nella migliore delle ipotesi avrebbe raggiunto la relativa popolarità di un Muddy Waters, con un buon decennio di ritardo e soltanto in forza della propaganda di Beatles e Stones. Avete mai riflettuto sul perché una musica di derivazione prevalentemente afroamericana quale il rock’n’roll abbia avuto fra le sue stelle giusto un altro nero? Little Richard, che pareggiava l’ulteriore handicap dell’omosessualità con qualche anno meno di Chuck e una fiammeggiante sfacciataggine mai stata nelle corde del Nostro.

Oltre che comunque splendido per l’inclita entusiasta con la voglia di un corso di specializzazione subito, saltando qualunque mezza via propedeutica, “Johnny B. Goode” è naturalmente prezioso soprattutto per il già colto. Non per la sfilata di conclamati capolavori, va da sé, ma nemmeno per il suo mostrare la genesi di un gruzzolo di codesti, quanto piuttosto per il suo rispolverare delizie raramente o rarissimamente ascoltate. Salto quasi del tutto (ma che razza di abbacinanti gemme la romanticissima Together e un Untitled Instrumental di jazzato afflato!) certi blues da manuale e punto un faro su altro: su una Drifting Heart che ricorda cose western preconizzandone altre surf e sull’Harry Belafonte apocrifo di La Juanda, sulla narcolettica rumba di Hey Pedro e sulla ludica filastrocca Anthony Boy, su una That’s My Desire che sfiora la lounge e su una One O’Clock Jump che più Louis Jordan non si potrebbe, sulla mutazione hilbilly di Brown Eyed Handsome Man come sulla seduzione pop in punta di dita di 13 Questions Method. Su una Long Fast Jam e il suo altrettanto chilometrico controaltare, Long Slow Jam. Peccato sia ancora datato 2007, se no si potrebbe già eleggere questo cofanetto a migliore rivisitazione di archivi dell’anno. Non tutto è perduto però: chiedo come presente a Babbo Natale un altro box che svisceri i primi anni ’60 di Chuck Berry. Meno seminali ma al pari favolosi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.646, maggio 2008. Chuck Berry compie oggi ottantotto anni.

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Robyn Hitchcock – The Man Upstairs (Yep Roc)

Robyn Hitchcock - The Man Upstairs

È un uomo affidabile, Robyn Hitchcock. Puoi anche perderlo di vista, ma stai sereno che quando lo ritroverai sarà come lo avevi lasciato e ti chiederai come hai potuto fare a meno di quel suo pop chitarristico quintessenzialmente British nella sua eccentricità. Folk, folk-rock e acid folk, un po’ Dylan, un po’ Ray Davies in versione surrealista e un po’ tanto Syd Barrett, ma un Barrett cresciuto a Byrds e in epoca punk e sbocciato in piena new wave. Lo scorso anno mi imbattevo in “Love From London” e, per quanto mi paresse sotto media per il nostro eroe, mi pigliava la voglia matta di recuperare la manciata di titoli mancanti di un artista di cui negli ’80 attendevo le uscite con un fervore quasi religioso. E così facevo, ricavandone piccoli e grandi piaceri. Bello ascoltare ora “The Man Upstairs” e constatare che può invece essere collocato nella produzione maggiore del cantautore londinese.

È un uomo con un sacco di amici famosi più di lui, rimasto solo un culto anche quando per qualche tempo soggiornava in area major, Robyn Hitchcock: Jonathan Demme, John Paul Jones, Johnny Marr, Nick Lowe, Peter Buck, per non citarne che alcuni. Ed è stato uno di costoro, quella leggenda di Joe Boyd, a curare la regia di un lavoro singolare nel suo dividersi a metà fra brani autografi e cover. È una rilettura vivace e sobria insieme di The Ghost in You degli Psychedelic Furs a inaugurare il programma e prima di arrivare in fondo ci si godono rivisitati “alla Hitchcock” Roxy Music, Grant-Lee Phillips, I Was A King e persino i Doors (una The Crystal Ship alquanto fedele). Tutto bello e intrigante, ma il gradino più alto del podio se lo contendono due originali: lo psych-folk da camera Trouble In Your Blood e una romanticissima e mezza in francese Comme toujours.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.355, settembre 2014.

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L’ultimo Santana (il primo e forse ultimo Neal Schon) da salvare

Santana - III

Dire che nutro scarsa simpatia per i Journey – o quantomeno per quei Journey (i primi tre LP oggettivamente tutt’altra e più nobile faccenda) che a partire dal ’78 e da “Infinity” lucravano immense fortune con un hard da stadio insieme patinato e becero – è un eufemismo. Ciò premesso: che razza di inizio di carriera ebbe Neal Schon! Ogni volta che faccio girare il terzo album dei Santana – non accadeva da un tot ma adesso avevo un’ottima scusa per tornarci su e ne ho approfittato a più riprese – resto invariabilmente a bocca aperta dinnanzi alla fantasmagoria dei duelli e dei duetti inscenati nei suoi solchi dal leader e da un Neal Schon appena entrato (era il 1971) a far parte della compagnia. Non mi vengono in mente molti altri esempi di due chitarre soliste così felicemente predisposte a dialogare e integrarsi, fuoco d’artificio continuo cui nondimeno resta estraneo il virtuosimo fine a se stesso. Sarebbe stupefacente di per sé e tanto di più lo diventa quando ci si ricorda o si viene a conoscenza di un dettaglio: all’epoca Schon aveva diciassette anni. E più lo si ascolta e meno ci si crede. Diciassette anni. C’è mai stato o ci sarà mai un altro come lui?

Lo scrivevo su queste pagine, in questa stessa rubrica, sei anni fa: a radunare tutte le cose davvero degne di nota di Carlos Santana dal jazzato e non disprezzabile “Caravanserai”, che è del ’72, in poi basterebbe un CD. Di altro e infinitamente superiore livello i primi tre LP, da affrontare in ordine cronologico anche perché di valore decrescente, ma di frazioni di punto e partendo in ogni caso da un capolavoro. Per quanto più lo faccio andare, “III”, e più mi pare poco sensato porlo in competizione con i predecessori. È che qui, con le due chitarre al centro del proscenio e le tastiere di Gregg Rolie spinte un po’ indietro, si gioca proprio a un altro sport. E se non vi si toccano gli apici di quegli altri due dischi in termini di puro impatto addirittura li si sorpassa. Album travolgente sin dal secco rutilare percussivo di una Batuka incandescentemente funky e fino a una Para los rumberos di cui il titolo dice tutto, passando fra il resto per i vortici mozzafiato di Toussaint L’Overture, un errebì esplosivo quale Everybody’s Everything e il romantico ballabile in tempo medio Guajira. Qui il Santana per molti versi più etnico e contemporaneamente, grazie a Schon, il più rock. Da ovazioni questa stampa su Mobile Fidelity capace di riprodurre fedelmente ciascun colore di una tavolozza eccezionalmente policroma e di farlo individuare con facilità, nel mentre rende giustizia alle dinamiche di un gruppo dalla sezione ritmica di ben quattro elementi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Lenny Kravitz – Strut (Roxie)

Lenny Kravitz - Strut

Ci si abitua a tutto, alle cose belle, a quelle brutte, a considerare di default Lenny Kravitz il fantasma del grande artista che fu. Uno che a cavallo fra ’80 e ’90 incastonò un capolavoro quale “Mama Said” fra il già eccellente “Let Love Rule” e l’ancora pregevole “Are You Gonna Go My Way”. Uno che non diceva nulla di nuovo e nondimeno lo diceva splendidamente, firmando canzoni egualmente ispirate a Curtis Mayfield e John Lennon, a Sly Stone come a Jimi Hendrix ed erano canzoni che al loro meglio quasi eguagliavano il meglio di cotanti maestri. E poi basta. Nel preciso momento in cui da star si faceva superstar (non dico che le due cose siano consequenziali, ma il sospetto c’è) l’artista newyorkese da epigono di classe si trasformava in macchietta, nel mediocre “Circus”, nell’imbarazzante e vendutissimo “5”. Senza mai riprendersi e anzi sempre più una parodia di un certo tipo di musicista rock. Uno che quando esce un suo album (e da inizio millennio ne aveva pubblicati a oggi altri quattro) un mezzo ascolto glielo dai per dovere, ma già a metà della prima canzone sai che tutte le altre ti sembrerà di averle già sentite e che faticherai ad arrivare al fondo.

Però “Strut” parte insolitamente bene, al netto del fastidio che dà (madonna che arroganza) che il pezzo si chiami Sex. Perdonabile, a fronte di un funk di questa efficacia. E tiene fino alla fine, a una cover piacevole quanto superflua del classico dei Miracles Ooo Baby Baby, riparando a ogni eccesso di ruffianeria (il rockaccio fra Oasis e Black Crowes Dirty White Boots, il Lennon più “cheap” evocato da Happy Birthday) con una zampata di classe (graffia più di tutte una I’m A Believer irresistibilmente al bivio fra soul e power pop). Ci si potrebbe azzardare a parlare di rinascita e chi mai se lo sarebbe aspettato.

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Joe Meek – Lone Rider: Maximum Pop! (Hoodoo)

Joe Meek - Lone Rider

Fuori dal reggae, nella storia della popular music non vi sono che due produttori che impressero a tal punto un marchio inconfondibile su ogni cosa che toccarono da vedere rubricate immancabilmente le raccolte di loro produzioni non alla voce “autori vari”, bensì sotto il loro nome. Le epoche auree coincisero quasi esattamente, entrambi furono gradualmente messi fuori gioco dall’avvento dei Beatles e l’uno e l’altro conservano fama di mattoidi. All’uno e all’altro poi (vorrà probabilmente dire qualcosa, ma non è argomento che si possa affrontare in una recensione) sono toccati finali tragici per le loro parabole gloriose. L’americano Phil Spector sconta dal 2009 una condanna per omicidio che lo terrà probabilmente in carcere fino all’ultimo dei suoi giorni (oggi settantaquattrenne, non ha speranza di uscire prima del 2028), l’inglese Joe Meek scansava un analogo destino suicidandosi nel 1967, trentasettenne. Un uomo che appena cinque anni prima si era ritrovato in cima al mondo e per cominciare alle graduatorie di vendita USA con quello che resta (al netto di un coro a bocca chiusa) il più memorabile (e allora futuristico) strumentale rock di sempre: Telstar dei Tornados. Pezzo in ogni senso enorme – dal suono di un razzo al decollo che lo apre al twang riverberato delle due chitarre accoppiate, alla melodia istantanea disegnata dal clavioline – con il torto di fare ogni tanto dimenticare che non fu che uno dei duecentoquarantacinque singoli cui il Nostro pose mano, quarantacinque dei quali entrarono nelle classifiche del Regno Unito.

Questa eccezionale raccolta ne mette insieme trenta del periodo maggiore, ’58-’62, e non ci si crede ancora né si riuscirà a crederci mai che Meek immortalò questi rock’n’roll di rado derivativi e più spesso “from the outer space” in uno studiolo casalingo, letteralmente nella sua camera da letto, con i poveri mezzi tecnici del tempo. C’era della follia in costui e, oltre a una folta aneddotica, lo certifica l’approdo drammatico della sua esistenza terrena, ma per certo c’era pure del genio.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.196, settembre 2014.

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Tom Petty & The Heartbreakers – Hypnotic Eye (Reprise)

Tom Petty & The Heartbreakers - Hypnotic Eye

E così, prossimo ai sessantaquattro anni (li compirà il 20 ottobre) e dopo esserci andato vicino in due occasioni (“Damn The Torpedoes” nel 1979 e “Mojo” nel 2010 arrestavano la loro corsa alla seconda posizione), Tom Petty vede per la prima volta un suo album capeggiare la classifica di “Billboard” e questo nella settimana di uscita, quella a cavallo fra luglio e agosto. Bella soddisfazione anche economica pur in un’epoca assai meno florida per la discografia di quei favolosi tardi ’70 cui il nuovo lavoro rimanda. Bastano vendite ben più modeste di allora per essere eletti a campioni di incassi e nondimeno leggo che questo suo numero uno “Hypnotic Eye” se l’è guadagnato totalizzando 131.000 copie nei fatidici sette giorni e non è davvero malaccio, oltretutto ricordando che è dei soli Stati Uniti che si parla. Ma sono certo che per il principale artefice e gli abituali complici la soddisfazione sia stata principalmente morale. Ben fatto, Tom, te lo meriti. E se per caso qualcuno che puoi leggere o ascoltare ha lamentato, come facevo io recensendo su altre colonne “Mojo”, che i quattro anni ormai abituali di intervallo fra un album e l’altro sono troppi, be’, puoi fargli notare che rispetto a certa concorrenza tu di dischi ne pubblichi sì di meno ma che in compenso i tuoi sono buoni. Spiace annotarlo, e lo si fa con tutto l’affetto di questo mondo, ma se Neil Young si fosse sempre comportato così, se Bruce Springsteen tornasse a farlo, ne guadagnerebbero sia loro che chi li ama.

“Hypnotic Eye” mi ha deluso solo quando come minutaggio è apparso un apparentemente misero 44’41” e subito mi è venuto in mente che lo stupendo predecessore superava in scioltezza l’ora. Ma ancora prima di arrivare a fondo corsa si coglie che è una scelta giusta, che così come era appropriato che “Mojo” avesse una durata da doppio d’antan in forza dell’eccezionale varietà della tavolozza sonora è sensato che il successore duri quei venti minuti in meno per via di un sound certamente non monolitico, certamente non monocromatico ma altrettanto indubitabilmente più compatto. Tirarlo in lungo ne avrebbe fatto venir meno un’intensità che resta così formidabile dal riffone che inaugura la canzone che inaugura l’album, American Dream Plan B, portandoci per mano a un ritornello da urlo, alle divagazioni psych che si concede la conclusiva Shadow People, dopo che per larga parte del resto del programma gli Heartbreakers hanno rivisitato i loro giorni garage con grinta invidiabilmente giovanile. Concedendosi come sola divagazione – di straordinaria classe e tuttavia presenza un po’ incongrua – l’elegante, swingante jazzeggiare di Full Grown Boy. Piccolo intervallo dopo il serrato e distorto swamp boogie di “Fault Lines” e lo sfoggio di potenza viceversa trattenuta (grande gancio chitarristico e grande melodia) di una byrdsiana Red River. Si torna a riffeggiare pesante con All You Can Carry e da lì alla fine si giocherà sapientemente fra tensione e rilascio. Dentro una Power Drunk che rimbalza fra fuzz e languore. Facendo andar dietro a quella novella American Girl (ma riarrangiata alla Bo Diddley) di Forgotten Man una Sins Of My Youth insieme onirica e noir, il funkeggiare alla Stones di U Get Me High, il bluesone Burnt Out Town. L’ultima nota si spegne e senti che sei felicemente sazio, ma che hai ancora fame. Schiacci di nuovo “play”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.355, settembre 2014.

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