Neil Young – A Letter Home (Third Man/Reprise)

Neil Young - A Letter Home

Trattandosi di Neil Young, l’età c’entra poco con il suo essere fuori di testa o, se preferite, con il vivere in un mondo solo suo. Uno in cui sembra sensato, con a disposizione un catalogo con dentro decine di canzoni classiche, suonarne quattordici in tutto dal vivo (ma farle luuuuuuunghe) essendo una una rilettura da oratorio di Blowin’ In The Wind e un’altra un inedito che tale sarebbe dovuto restare. È in fondo lo stesso pianeta che già abitava al tempo in cui si suicidava, commercialmente parlando, dando un seguito ad “Harvest” con “Journey Through The Past”, capostipite di una sfortunatamente sterminata stirpe di dischi assurdi e spesso orrendi. Era il 1972, ma il buon vecchio Neil era già il buon vecchio Neil e quindi era fatto così. Che gli vuoi dire? Se si annoia a suonare ancora Powderfinger, be’, si annoia. Cazzo gliene frega se ha davanti gente che ha sborsato decine di euro e magari percorso centinaia di chilometri per ascoltarlo? Il buon vecchio Neil è così: ti ha fracassato i coglioni per decenni con discorsi più o meno astrusi, più o meno sensati sul modo corretto di riprodurre la musica (è per via di tali fisime che taluni suoi capolavori sono rimasti fuori catalogo per periodi lunghissimi) e poi manda nei negozi un album registrato in una cabina Voice-O-Graph restaurata, una di quelle in cui, negli Stati Uniti del secondo dopoguerra, si poteva entrare e provare l’emozione di incidere la propria voce su un disco in vinile. Ora: non fosse che “A Letter Home” fa parte ufficialmente della produzione del Canadese, è ufficialmente il suo trentaquattresimo lavoro in… ahem… studio, si potrebbe prenderlo per uno scherzo e pazienza se gli scherzi dovrebbero far ridere e questo no. O se no si potrebbe interpretarlo come un’operazione altamente concettuale e già diventerebbe più interessante. Tipo la merda d’artista, che però alla fine merda resta.

Quel che abbiamo in mano dunque, con rispetto parlando, sono una intro parlata (quando il buongiorno si vede dal mattino) e undici cover (particolarmente sfortunati Gordon Lightfoot e Willie Nelson, presi di mira due volte). Per ciò che attiene la forma immagino fosse il vostro sogno mettervi in casa un CD con registrazioni del 2014 che sembrano del 1930, con tanto di scricchiolii e distorsioni a inspessire la patina vintage. Il tutto naturalmente al normale prezzo di un CD nuovo, quindi intorno ai diciotto euro, ma se preferite potete spenderne un ventotto per l’edizione in vinile 180 grammi per audiofili (giuro: esiste; quantomeno non dovrete preoccuparvi di graffi, polvere o ditate e anzi al posto vostro la invecchierei ancora un po’ apposta) o, se proprio volete farvi un regalo, i centotrenta richiesti per la versione in cofanetto. E queste che vi ho dato finora erano le buone notizie. La cattiva è che la sostanza di “A Letter Home” è peggio della forma, che siamo ai livelli del terribile “Americana” (che stroncavo qui) e allora ci si aspetterebbe subito come risarcimento minimo un altro “Psychedelic Pill”. La cattiva è che, eccettuata una Girl From The North Country (da Dylan, ça va sans dire) di apprezzabile intensità, il buon vecchio Neil approccia il resto del programma nel migliore dei casi con l’esitante rispetto del busker alle prime armi e nel peggiore con la sua approssimazione. Valgano come particolarmente censurabili esempi dell’ultimo la Needle Of Death di Bert Jansch ridotta a uno strimpellare un po’ così laddove era struggente arazzo di corde e lo Springsteen ammaccato e traballante di My Hometown. Si arriva in fondo con la spiacevole sensazione di esser stati presi in giro e con il buon vecchio Neil è un déjà vu, ma non come quello del 1970, sfortunatamente.

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I used to be disgusted: il primo Elvis Costello

Elvis Costello

Se il punk fu prima di tutto una questione di attitudine, non vi è dubbio che pochi nel 1977 fossero punk quanto Declan Patrick McManus, a partire dallo pseudonimo adottato: perché Costello sarà anche stato il cognome della nonna ma suonava provocatoriamente gangsta ed Elvis, be’, Elvis era il Re che proprio quell’anno perdeva vita e trono mentre su un altro, poco regale trono era assiso. Ma tornando al nostro di Elvis, con il resto dei ragazzotti della Londra che bruciava musicalmente divideva poco. E non c’entrava granché nemmeno Buddy Holly, cui tanti lo accostarono ingannati da occhiali, giacchetta, postura. “I used to be disgusted/but now I try to be amused”, recitavano i primi versi di (The Angels Wanna Wear My) Red Shoes, e ciò di cui all’epoca nessuno si accorse con il tempo risulterà evidente: era Randy Newman il modello. Il più punk di tutti. L’ha mai scritta Johnny Rotten una canzone più politicamente scorretta di Short People? E sarà lo stesso McManus ad ammettere l’influenza nelle note di copertina di una delle innumerevoli riedizioni in digitale del suo primo album. Chi volesse mettersene in casa una analogica finalmente ben suonante (pur con gli ineludibili limiti di partenza di una produzione un po’ piatta) da un anno a questa parte può farlo, grazie a Mobile Fidelity. Rapportato ai capolavori che gli andranno dietro “My Aim Is True” un minimo va ridimensionato. Qualche brano sa di tappabuchi, non c’erano ancora gli Attractions e il Nostro in quanto a voce era un rospo lungi dal trasformarsi in principe. Ma spigliati rock’n’roll come Welcome To The Working Week o No Dancing, quello splendido rhythm’n’blues che è Blame It On Cain, quella ballata meravigliosa che è Alison restano invincibili.

A proposito di capolavori autentici… Il primo a mio giudizio della discretamente lunga lista costelliana era nel marzo ’78 (quindi ad appena otto mesi dal debutto) “This Year’s Model”, la cui ristampa in vinile da parte del medesimo prestigioso e scrupoloso marchio americano (la scaletta è di conseguenza quella USA, con Radio Radio aggiunta ma senza I Don’t Want To Go To Chelsea e Night Rally) è faccenda più recente, dello scorso giugno. Quasi un secondo esordio se si considera che sanciva l’ingresso in scena di quegli Attractions – Steve Nieve a piano e organo, Bruce e Pete Thomas rispettivamente a basso e batteria – che saranno per il nostro eroe il corrispettivo degli Heartbreakers per Tom Petty. Suono insieme più robusto e scorticato rispetto al predecessore, il disco regala classici grandiosi come una martellante Pump It Up e una dolcissima Little Triggers, una Hand In Hand dal sentimentale al petulante e una Living In Paradise vagamente reggata, e a questo giro non toglieresti nulla. E poi, in questa edizione almeno, c’è Radio Radio: immediatamente indimenticabile, sin dal fraseggio di tastiere che fa da incipit.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.317, dicembre 2010.

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Cento di questi giorni e zero di questi album, Mr. Chris Cornell

Compie oggi gli anni Chris Cornell ed è un compleanno importante, di quelli con la cifra tonda: cinquanta. Siccome sono una brutta persona gli faccio gli auguri come già li feci qualche mese fa a Billy Corgan: riesumando una recensione non esattamente lusinghiera. La verità – e ne abbiamo purtroppo avuto prove e controprove a iosa – è che poche cose si danno in natura di potenzialmente più deleterie di un album solista di Chris Cornell. Forse una sola: Eddie Vedder che pubblica una raccolta di incisioni per sola voce e ukulele. Chiaramente non accadrà mai.

Chris Cornell - Songbook

Magari passati i cinquanta Chris Cornell ritroverà la bussola, un po’ come accadeva a Robert Plant, che impiegava vent’anni e sette album per fare definitivamente i conti – e pace – con i Led Zeppelin e ripartire. Se “Mighty ReArranger” e “Band Of Joy” (e in mezzo “Raising Sand”) sono indubbiamente dischi favolosi, capaci insieme di reggere il peso di un’eredità tanto gravosa e di dispiegare una personalità loro propria, non è però che Plant in precedenza avesse fatto cose indegne. Mai. Sciaguratamente l’allievo sì ed è stato un crescendo rossiniano al contrario, da quel “Superunknown” parecchio minore che era “Euphoria Morning” al penoso hard “maturo” di “Carry On”, all’insopportabile dance-pop di “Scream”. È come se il nostro uomo, che pure alle sue band ha sempre offerto apporti compositivi rilevanti, fuori dalla cornice di un gruppo non riuscisse a trovare una sua dimensione, una direzione di marcia, un orizzonte. Come se non avesse ancora elaborato il lutto per la fine dei Soundgarden (e difatti lo scorso anno, sebbene solo per un tour, sono tornati assieme) e poi degli Audioslave.

Forse con il senno di poi a “Songbook” si guarderà come all’album che marcò una cesura con in sé i semi della rinascita. Tutto è possibile, ma per intanto questi sessantasette minuti segnano l’ennesima giravolta trasformista e questo mentre si vorrebbe provare in un colpo a rivendicare il proprio passato e ad archiviarlo. Registrato dal vivo senza altri musicisti sul palco ad accompagnare il titolare, il disco pesca vivaddio non soltanto nel catalogo da solista di Cornell ma anche in quelli di Soundgarden, Temple Of The Dog e Audioslave. Nondimeno senza che ciò ne risollevi le sorti più di tanto giacché sono quasi immancabilmente canzoni che, se ridotte a voce e chitarra acustica, non sono abbastanza solide melodicamente da reggere. Lo si nota tanto di più quando cedono il proscenio a un paio di cover. Passi Imagine, della quale si sarebbe serenamente fatto a meno, ma il raffronto fra il resto del programma e Thank You (ma guarda! dai Led Zeppelin) è veramente impietoso.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.689, dicembre 2011.

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Natalie Merchant – Natalie Merchant (Nonesuch)

Natalie Merchant - Natalie Merchant

Mi stupisce di non averci mai pensato prima (non che negli ultimi vent’anni abbia pensato molto a Natalie Merchant e dire che i 10,000 Maniacs furono uno dei miei gruppi preferiti degli ’80): la Joan Baez della sua generazione. Naturalmente facendo ogni debita proporzione e considerando quanto fossero cambiati i tempi. Nondimeno – Stipe il suo Dylan, identica la propensione a propagandare giuste cause (sì, vi è consentito essere cinici al riguardo), parimenti inconfondibile la voce (ma tendente al crepuscolare ove Joan è sempre stata solare) – i punti di contatto sono piuttosto evidenti. Anche in questo le due hanno finito per somigliarsi: la migliore Baez, trascorso il suo decennio favoloso, fu quella che un po’ usciva dal seminato cantando un intero LP in spagnolo (perché un’altra musica popolare è possibile) di “Gracias a la vida”; la migliore Merchant solista è stata quella prima rigorosamente folk di “The House Carpenter’s Daughter” e quindi quella deliziosamente alle prese con canzoni per infanti di “Leave Your Sleep”. Rispettivamente, 2003 e 2010. L’ex-10,000 Maniacs un album “canonico” non lo produceva insomma da “Motherland”, dal 2001, e che abbia scelto la propria identità anagrafica come titolo per un lavoro che si è in fondo fatto aspettare tredici anni è significativo.

Fa un po’ sorridere definirlo il disco della sua maturità, giacché l’impressione da lungi era che non vedesse l’ora di avere cinquant’anni. Ora che li ha, confeziona un disco di pop adulto che alterna momenti più raccolti a densi arrangiamenti orchestrali, che lì si concede un tocco di gospel e là uno spruzzo di jazz e quando proprio vuole lasciarsi andare un basso che funkeggia appena e una marcetta dixie. Tutto molto elegante. Magari anche troppo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.352, giugno 2014.

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The Cure 1978-1996 (11): Kiss Me Kiss Me Kiss Me

Kiss Me Kiss Me Kiss Me

The Kiss. Catch. Torture. If Only Tonight We Could Sleep. Why Can’t I Be You?. How Beautiful You Are. The Snakepit. Hey You. Just Like Heaven. All I Want. Hot Hot Hot!!!. One More Time. Like Cockatoos. Icing Sugar. The Perfect Girl. A Thousand Hours. Shiver And Shake. Fight.

Fiction, maggio 1987 (album doppio; la versione su CD è singola e non comprende Hey You) – Registrato a Draguignan e Miraval, in Francia. Mixato presso il Compass Point, alle Bahamas – Tecnici del suono: Sean Burrows, Michel Diercks e Jacques Hermet – Produttori: Dave Allen e Robert Smith.

Fateci caso: con l’eccezione di quella di “Three Imaginary Boys” (memorabile? sciagurata? l’una e l’altra cosa?), ogni copertina di LP dei Cure finora passata in rassegna riflette fedelmente l’atmosfera che poi si respira ponendo mano al disco. Il clima brumoso di “Seventeen Seconds”, la cupezza estrema di “Faith”, lo sprofondare negli abissi della follia di “Pornography”, il trip psichedelico di “The Top”, l’esotismo di “The Head On The Door” sono annunciati e rispecchiati da immagini di copertina eccezionalmente appropriate. Stessa cosa si può dire per “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, il cui davanti immortala un primissimo piano delle labbra di Robert Smith, cariche di rossetto. È una foto lussuriosa e eccessiva come lussurioso e eccessivo è quest’album che mette in fila nell’arco di un’ora e un quarto qualcosa come diciotto canzoni, per la maggior parte caratterizzate da arrangiamenti voluttuosamente (a volte istericamente) debordanti. Un album infuocato ed esplosivo come un sole: che è quello che pare l’inquietante occhio che campeggia sul retro della confezione. Un album che riassume nelle sue quattro facciate tutto ciò che erano stati i Cure fino a quel momento e nel farlo aggiunge alla storia postscritti e particolari inediti o poco noti. Romantico, sexy, ironico, spesso irresistibile. Altrettanto spesso, troppo compiaciuto di sé. Ma se è un mariuolo, è un mariuolo talmente simpatico che quasi sempre la fa franca.

Il 1986 era stato per i Cure un anno vissuto alla grande, trascorso per buona parte suonando in giro per un mondo sempre più in adorazione ai loro piedi. C’era armonia all’interno del gruppo, un’armonia appena turbata dal graduale isolarsi di Tolhurst e dal suo progressivo affondare nelle sabbie mobili dell’alcolismo (causa o sintomo di problemi?) e evidenziata dal fatto che Smith, dopo avere firmato da solo tutto “The Head On The Door”, torna in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” a dividere con i gregari i crediti compositivi. Nelle interviste che seguirono la pubblicazione dell’album lo dichiarò frutto di un lavoro collettivo e attribuì, senza scendere troppo nei dettagli, tre canzoni a Thompson (una delle quali è la conclusiva Fight) e due a Gallup.

Sono affermazioni che vanno prese cum grano salis, ricordando che, con la succitata eccezione di “The Head On The Door”, ogni album dei Cure vede puntualmente indicati come autori dei brani quanti al momento facevano parte della formazione. Forse per evitare conflitti di ego, forse per generosità d’animo, più probabilmente per l’una e l’altra ragione insieme, Robert Smith ha sin dall’inizio diviso con i compagni di gruppo gloria e diritti d’autore, ma il repertorio è di norma farina solo del suo sacco, con gli apporti creativi altrui (quando ce ne sono stati) limitati a qualche contributo in fase di arrangiamento. Rispondano o no al vero, sono comunque affermazioni sintomatiche del buon clima che si respirava nei Cure del biennio 1986-1987.

Opera dal potenziale commerciale strepitoso (e difatti venderà cifre inaudite per la banda Smith: si parla di oltre tre milioni di copie), “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” produsse ben quattro lati A di 45 giri. Sono ovviamente le sue canzoni più epidermiche, ma sono anche fra le migliori. Why Can’t I Be You?, veloce e dominata dai fiati, è quasi una seconda The Love Cats; fu spinta in alto nelle classifiche – è ragionevole supporre – oltre che dall’immediatezza della musica da un testo indovinatissimo, un’ode d’amore dolce (senza essere sdolcinata) e sbarazzina. Catch sa di Velvet Underground virati soul e cattura inestricabilmente nella sua ragnatela melodica sin dai leziosi vocalizzi in cui si produce Smith in apertura. Just Like Heaven replica schema e trionfo di In Between Days. Hot Hot Hot!!! infine, scarna e tirata, è con The Walk l’escursione funky più felice del catalogo smithiano tutto.

Altri brani avrebbero potuto essere 45 giri di successo: The Perfect Girl, danneggiata da una certa somiglianza a Catch; ancora di più, la tenerissima How Beautiful You Are e la leggerina (quanto piacevole, però) Hey You, esclusa per problemi di minutaggio dall’edizione su CD. Avrebbe forse potuto funzionare anche a 45 giri, e di sicuro è un capolavoro, pure If Only Tonight We Could Sleep, stellare pop psichedelico introdotto da una chitarra che gioca a fare il sitar (sempre che non si tratti invece di un sitar, reale o sintetizzato).

Ma batte in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, celato sotto i paramenti sgargianti delle canzoni di più facile ascolto, un cuore di tenebra che riporta i Cure alle pagine più oscure e tormentate di quel masochistico delirio chiamato “Pornography”. Dai solchi di quell’album potrebbero uscire l’iniziale The Kiss, in cui la chitarra di Thompson corre a briglia sciolta su scale ai limiti del metal e la voce è terrorifico bassorilievo sul basalto di una ritmica squadrata, e la compatta e solenne Torture, nonché, non fosse la sua depressa melodia pianistica soffocata da un profluvio d’archi, A Thousand Hours. Riporta persino più indietro nel tempo, fino a “Faith” e magari a “Seventeen Seconds”, One More Time, mentre Shiver And Shake è una sorta di Shake Dog Shake più schizoide e l’esotica Like Cockatoos ha qualcosina di The Caterpillar. Sempre al periodo di “The Top” rimandano Icing Sugar, che fa inerpicare su un turbinio di percussioni un giro di tastiere simile a quello di The Walk e soprattutto Snakepit, che potrebbe essere l’inacidata colonna sonora di un film fantasy dalla visione sconsigliata ai minori.

I due titoli restanti sono quelli dei quali il settimo lavoro in studio dei Cure avrebbe potuto fare a meno, ricavandone giovamento. All I Want è eccessivamente melò anche per un LP che corteggia sovente l’eccesso melodrammatico e quanto a Fight pare, con i suoi archi che dilagano su una ritmica vagamente disco, la versione Cure del Philly Sound. Un esperimento azzardato e sulla carta interessante, ma tutt’altro che riuscito. Le dichiarazioni a seguire vengono dalla pagina finale di Ten Imaginary Years, la biografia del gruppo, già tante volte citata, curata da Steve Sutherland e completata poco dopo la pubblicazione di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”.

Simon Gallup: “Penso che ogni singola canzone di questo LP sia vincente. È come un mix di ‘Pornography’ e ‘The Head On The Door’ – con gli elementi migliori dell’uno e dell’altro. Un attimo sei disperato e l’attimo dopo euforico ed è questa alternanza di stati d’animo che lo fa funzionare. Sono soddisfatto al 100% del gruppo come è oggi e non credo di esagerare se dico che trovo che quest’album sia perfetto”.

Porl Thompson: “Lo spirito che c’è oggi è lo stesso che c’era all’inizio, quando si suonava in piccoli club. Siamo cresciuti ma ci si diverte ancora insieme, e questo è importante. E credo che la gente capisca che ci mettiamo in gioco interamente quando suoniamo, senza badare all’effetto, senza farci condizionare dal pensiero di quanto potremo vendere”.

Lol Tolhurst: “Non fosse così importante per noi il gruppo, potremmo allestire un album di canzoni ‘stile Cure’ sapendo che ci sarà comunque un pubblico che lo comprerà. Ma i Cure hanno una ragione d’esistere che va al di là della musica e riguarda il perché si fanno le cose, oltre il come le si fa”.

Robert Smith: “Tante formazioni diverse si sono chiamate The Cure, ma quella odierna, con Simon e Porl, sta diventando qualcosa di speciale. È come se tutta la storia del gruppo fosse stata una preparazione a questo organico. E non riesco nemmeno più a immaginare dei Cure senza Boris in squadra – il suo contributo è incommensurabile”.

Due anni più tardi Tolhurst sarebbe stato cacciato. E dei Cure edizione 1996 non fanno più parte né Thompson né Williams.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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Pete Molinari – Theosophy (Cherry Red)

Pete Molinari - Theosophy

Nel suo primo disco, del 2006, “Walking Off The Map” l’ossessione musicale al centro della vita di questo giovanotto del Kent era a tal punto evidente che nemmeno intitolandolo – che so? – “The Freewheelin’ Pete Molinari” si sarebbe potuta calcare di più la mano. Due anni più tardi per raccontare “A Virtual Landslide” (l’album della svolta elettrica!) non si poteva che chiamare in causa “Bringing It All Back Home”, ma a quel giro facendo qualche minima aggiunta, effettuando dei distinguo, notando che se sua Bobbitudine continuava a tenere il centro della ribalta nell’ombra prendeva corpo un coro di voci ancora più antiche: Warren Smith, Buddy Holly, Roy Orbison, Arthur Alexander, l’Elvis delle incisioni Sun. Non stupirà allora quando proprio le voci dei Jordanaires, che tante volte accompagnarono il Re del rock’n’roll, faranno da contraltare a quella del nostro uomo nel 2009, nella prima metà di un interlocutorio “Today, Tomorrow And Forever E.P.”. Alle prese con titoli insieme usurati e intoccabili come Satisfied Mind e Tennessee Waltz, Molinari vi ricreava un paesaggio da American Graffiti ma dandogli una collocazione rurale, laddove nella seconda metà del breve programma rifaceva acustiche tre canzoni sue e, ci fossero state solo quelle, il titolo non sarebbe stato nemmeno da discutere: “Another Side Of”. Da lì a un anno ancora “A Train Bound For Glory” faceva somma e sintesi dei predecessori aggiungendo inoltre un inedito tocco Beatles (va da sé: rigorosamente quelli pre-psichedelia): in tal senso disco “della maturità” per quanto forse la scrittura fosse, pur con punte di eccezionale brillantezza, lievemente al di sotto della stratosferica media del primo catalogo.

Bizzarro che uno come Pete Molinari non sia stato immediatamente eletto, sin dal suo apparire alla ribalta, a santino di un giornale come “Mojo”, trattandosi precisamente di quello che potrebbe uscire da degli immaginari laboratori del mensile in questione se mai decidessero di crearvi in vitro un autore e interprete al 100% rappresentativo di un ideale di rock classico nessuno dei cui elementi fondativi ha una vicenda di durata inferiore ai trent’anni (il nostro uomo, avrete inteso, è anche più oltranzista). Ancora più bizzarro, però, è che proprio nel momento in cui “Mojo” lo “scopriva”, scoperta che portava altri giornali a interessarsene regalando infine in patria un minimo di visibilità a un artista che incredibilmente non ha ancora una scheda su Wikipedia (cercare per credere), il giovanotto invece di provare a sfruttare il momento si sia defilato. Lo abbiamo aspettato quattro anni “Theosophy” e chi lo sa perché. Attesa quantomeno ampiamente ricompensata da un album non soltanto brillante ma latore di un paio di clamorose novità: una è che nel mondo di uno dei più devoti discepoli dylaniani di sempre Dylan opta per un ritiro sabbatico da cui esce provvisoriamente giusto per concedersi una giocosa e stentorea I Got Mine; l’altra è che parrebbe che per Molinari sia alla buon’ora arrivato il 1967, forse addirittura il ’68. Così – subito – in una Hang My Head In Shame che echeggia Come Together; più avanti nella collisione fra Byrds e Creedence di I Got It All Indeed e in una Winds Of Change da Oasis (ebbene sì!) non ancora ridotti a farsa e alle prese con Neil Young. Disco generoso di canzoni memorabili, dal folk-rock decisamente più Beatles che Zimmie You Will Be Mine ai Beatles stessi che si concedono al gospel di Mighty Son Of Abraham, dal disinvolto beat Evangeline al sontuoso jingle-jangle What I Am I Am, dal funereo blues So Long Gone a una conclusiva Love For Sale in cui ci si spinge ad adombrare la psichedelia e chi se lo sarebbe mai aspettato dal giovane vecchio Pete.

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The Black Keys – Turn Blue (Nonesuch)

The Black Keys - Turn Blue

Dodici anni, sette album e una major dopo quel “The Big Come Up” che vedeva la luce per un’etichetta minuscola (la Alive) e suscitava clamore bastante a farli promuovere subito a una un po’ meno minuscola (la Fat Possum), due equivoci incredibilmente sono ancora parecchio diffusi, perlomeno fra un certo tipo di pubblico, riguardo ai Black Keys: che siano “come gli White Stripes” e, sostanzialmente, dei puristi del blues. Quando a smentire il primo ci stanno appunto sette album e il secondo che già nel debutto Dan Auerbach e Patrick Carney coverizzassero sì Junior Kimbrough, ma anche i Beatles. Facile pronosticare che a quel pubblico lì “Turn Blue” non piacerà per nulla, che farà magari gridare anche al tradimento e tanto di più dopo il retro-soul alla nitroglicerina di “El Camino”. Comincerà a schifarlo sin da una Weight Of Love che già solo con il suo durare quasi sette minuti si ricava un posto a sé nel catalogo della casa, figurarsi con un suonare più Jonathan Wilson che Jon Spencer, la chitarra che più che R.L. Burnside echeggia David Gilmour, e chissà se ce la farà mai ad arrivare al disomogeneo ma in qualche modo coeso trittico che conduce al congedo da Rolling Stones superputtani di Gotta Get Away: prima una Waiting On Words che potrebbe confondersi in un disco degli Air; quindi una 10 Lovers da Lenny Kravitz col synth (OK, questa non persuade del tutto nemmeno a me); infine una In Our Prime che è una piccola Across The Universe per gli anni ’10, quarantacinque dopo la prima. Facile che si fermi già, se non a una traccia omonima che ricolloca Cocaine in un contesto spaced out, a una Fever danzerina, martellante. Abominio!

Peggio per quel pubblico lì. Io invece penso che, pur con qualche inciampo, “Turn Blue” sia un grande album e, insieme, assolutamente coerente con la storia precedente del duo di Akron e un suo interessante sviluppo. Il mondo gira, i Black Keys non stanno fermi.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.193, giugno 2014.

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