The Afghan Whigs – Do To The Beast (Sub Pop)

The Afghan Whigs - Do To The Beast

Dio, quanto li ho amati gli Afghan Whigs… Fra tutti i gruppi della scena grunge erano gli unici (eccettuati quegli interessanti minori dei Big Chief) a sapere dove stesse di casa il soul e il termine era da intendersi tanto nella sua accezione squisitamente musicale che in quella esistenziale. Qualcosa avrà naturalmente contato la provenienza: Cincinnati, molto più vicina a Chicago e soprattutto a Detroit – e da quella che fu la Città dei Motori prendevano non il livido urlo stoogesiano bensì il sensuale afflato pop della Motown – che non a Seattle. E più di qualcosa contava naturalmente che a guidarli fosse Greg Dulli: un po’ dandy e un po’ bad boy, spirito edonista e tormentato, penna per alcuni anni ispiratissima e forse la voce più bella della sua generazione. Interprete superlativo e più che i tanti pur memorabili brani autografi chiamo a testimonianza di ciò certe incredibili cover, dalle Supremes a Barry White passando per Tyron Davis e Al Green. Mancavano dalle scene da sedici anni i Nostri, ma posso dire davvero che mi siano mancati? No, perché il congedo, che pur non mi aveva entusiasmato, “1965”, era stato dignitoso ed era un modo accettabile di chiudere una vicenda di quelle che merita sempre raccontare, in calo evidente ma non ancora precipitoso. E poi in tutto questo tempo non è che Greg Dulli non abbia dato notizie di sé ed erano in genere (vedasi positiva esperienza Gutter Twins) buone nuove. Quando sono venuto a sapere che gli Afghan Whigs erano nuovamente in pista ho incrociato le dita. Speravo quantomeno in qualcosa di meglio di quanto offerto dai redivivi Soundgarden. Ascoltato e riascoltato e riascoltato ancora “Do To The Beast”, avrei adesso una gran voglia di liquidarlo con le quattro immortali parole con le quali Greil Marcus salutò il Dylan di “Self Portrait”: che è ’sta merda?

Non lo faccio perché ovunque mi legga il lettore merita di più. Non lo faccio per affetto per una storia gloriosa che un post-scriptum così non lo meritava. Non lo faccio perché vaghe ombre di ciò che rese grandissimo questo gruppo (si è defilato all’ultimo il chitarrista Rick McCollum, che così mantiene vergine la sua reputazione) pur tuttavia si allungano su “Do To The Beast”. Ad esempio sul singolo che l’ha preceduto di un mese e aveva fatto ben sperare, Algiers, rock elettroacustico radiofonico sul lato giusto della ruffianeria, non la fine del mondo e però magari ne avessero buttato dentro altre quattro o cinque di canzoni così. Ad esempio sull’iniziale Parked Outside, bel riffone hard pregno di blues con il torto di non portare sostanzialmente da nessuna parte. Ad esempio sul brano che gli va subito dietro, Matamoros, che non è che parta benissimo con il suo fare il verso ai Living Colour più formulaici, ma poi svolta intrigantemente con una melodia psico-arabeggiante. Peccato che già con una It Kills dal languido al tronfio le cose prendano ad andar male e, tolto il singolo, da lì alla fine non ci si ripiglia mai. Sconfortanti certi momenti in cui formalmente gli elementi che fecero degli Afghan Whigs la band che erano – in primis l’empito soul – soccombono alla banalità delle idee e al debordare di arrangiamenti orchestrali. Terribili quel paio (The Lottery, Royal Cream) in cui provano a fare i Nirvana e finiscono per ricordare i Bush. Gli inglesi, naturalmente, colpevoli di crimini contro l’umanità quasi peggiori di quelli commessi da quegli altri Bush, padre e figlio.

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EMA – The Future’s Void (Matador)

EMA - The Future's Void

Il vuoto del futuro che battezza il secondo album in proprio di Erika M. Anderson è in realtà il vuoto di un presente fatto di tanti piccoli hype figli di una disperazione legittima: quella di chi non avendone mai ascoltata vorrebbe convincersi che ci sia in giro tanta musica nuova – o se non nuova fresca, o se non fresca personale, o se non personale così ben fatta da potere vivere nel mondo là fuori, quello che non legge “Pitchfork”, in quanto semplicemente memorabile; dunque capace di trascendere la quotidianeità frenetica del tanto rumore per quasi invariabilmente nulla – e non sa darsi pace alla constatazione che così non è. Che il meglio che si possa scorgere guardandosi attorno sono i riciclatori più abili, i TV On The Radio, i Fleet Foxes, i Jonathan Wilson del caso, che è come dire che il taglia-e-cuci è pur sempre meglio del copia-e-incolla e che ad accontentarsi si può godere ancora un po’. In questo senso il futuro è davvero vuoto: che il presente sta offrendo poco, pochissimo, quasi nulla degno di venire ricordato (magari persino rimpianto) nel lungo, medio o anche solo nel breve termine. E si può ben capire chi ha vent’anni, chi ne ha trenta, o trentacinque e ancora si sente chiamare “giovane”, se tutto questo stenta ad accettarlo e vorrebbe “a riot of his own”. Se prova a inventarselo.

Età indefinita e indefinibile ma certamente oltre i trenta e anche di un po’ se si considera che già nei tardi ’90 collaborava con gli Amps For Christ infiltrando il folk di rumore e viceversa, EMA è il nome più chiacchierato in ambito indie di questo inizio 2014. Sarà che il look/non look, con quelle foto spesso con la faccia seminascosta, è forte. Sarà che il curriculum è solido, dopo gli Amps For Christ i Gowns e lì era un gusto neo-psichedelico a impregnare il folk. Sarà che dopo le prove tecniche di trasmissione dei “Little Sketches On Tape” nel 2011 il primo album “vero” come EMA della Anderson, “Past Life Martyred Saints”, risultava piuttosto convincente per costruzione, suoni, atmosfere e promettente sotto il profilo della scrittura e che mettere tre anni fra quello e il seguito ha sobillato aspettative moltiplicate oltretutto dal passaggio dalla minuscola Souterrain Transmissions a un nome storico dell’alternative USA quale Matador. Fatto è che “The Future’s Void” era un evento prima ancora di vedere la luce. Doveva essere un disco importante e in un certo qual modo lo è, ma non in positivo. Lo diventa in quanto rappresentazione plastica di come i media – certa stampa, certi siti, certi blog – possano creare fenomeni che però quasi sempre restano appannaggio di un pubblico numericamente modesto, al di là della modestia delle cifre del mercato attuale. Noi siamo qui a parlare di EMA ma il mondo appartiene a Emma, se capite cosa intendo. Per prendersi quel mondo lì, o almeno per provare a conservarsi questo in cui qualcuno ha comunque cominciato ad alzare la manina ed esprimere dubbi, servirà alla Anderson ben altro che un disco così, slegato nel suo accostare alla rinfusa schegge di rumore e melodie traballanti e incredibilmente datato nelle sonorità, nelle dinamiche, nell’immaginario. Ma di quale modernità stiamo parlando? Dice bene il recensore di “Tiny Mix Tapes” (cui peraltro è piaciuto e pure tanto) quando osserva, 1), che “The Future’s Void” è inimmaginabile prima del 1994 e, 2), che è un album del 1994. Tutto porta lì, dalle sequenze piano-forte-piano tipiche del grunge al rimbalzare fra la ballata e lo stridore industrial, Garbage e Nine Inch Nails modelli evidenti, Kurt Cobain santino nel portafoglio, i Pavement e PJ Harvey ideali cui tendere ma che non si riesce manco ad approssimare. Perché il punto non è nemmeno che il disco più atteso del 2014 è in realtà un disco del 1994 (chissenefrega, quando tanto tutti riciclano), è che è un mediocre disco del 1994. A parte l’acustica e pop (per Billy Corgan o Evan Dando sarebbe potuta essere un buon lato B) When She Comes, gli mancano proprio le canzoni.

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Emozioni da poco (25): Spencer Davis Group, Manfred Mann

Ove mi dilungavo sull’affacciarsi alla ribalta dell’enfant prodige Stevie Winwood, di tutti i neri bianchi forse il più credibile. Nonché dicevo, in breve, di uno che definivo un buon mestierante ma che fu senz’altro qualcosa di più e di meglio.

Cheap Thrills 7

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Liars – Mess (Mute)

Liars - Mess

Avrete anche voi dei dischi che non osate risentire da una vita perché sotto sotto vi attanaglia un dubbio che è anzi quasi una certezza: che a riascoltarli li trovereste pessimi. Invecchiati male ma male. Che vi chiedereste per quale motivo ve li siete messi in casa illo tempore (volersi tenere aggiornati non sempre è una buona scusa, non per qualunque cosa) e, soprattutto, perché ancora non li avete fatti metaforicamente volare da una finestra, ovvero non ve li siete rivenduti. Io di nomi così, gente cui temo seriamente di tornare a prestare orecchio, potrei farne idealmente uno per ciascuno degli ultimi tre decenni. Non oso riascoltare i Sisters Of Mercy (in particolare quelli che cominciavano a inclinare verso la dance: This Corrosion me la ricordo ancora fin troppo bene) dai tardi anni ’80, gli Shamen (quelli che si lasciavano alle spalle la neo-psichedelia all’acqua di rose degli esordi per abbracciare la nuova Summer Of Love) da poco dopo la metà dei ’90, i Nine Inch Nails (per i quali peraltro non ho mai provato un gran trasporto) dacché per qualche tempo si eclissarono al principio degli anni 2000. Ora, per via di “Mess”, ho come l’impressione di avere riascoltato gli uni, gli altri e gli altri ancora, compressi in cinquantacinque minuti nei quali i Liars per la settima volta – tante quanti sono, con questo, i loro lavori in studio – ridefiniscono un sound proteiforme all’eccesso. A tredici anni da un debutto nel quale provavano a riportare in auge i Gang Of Four (il che resta operazione meritoria) qualche certezza riguardo ai Newyorkesi nondimeno ormai c’è: che non si ripetono mai è una e che la loro avanguardia – pure nei momenti migliori e i momenti buoni a oggi non erano mai mancati – è sempre stata in realtà retroguardia. Per essere un gruppo sperimentale i Liars non hanno insomma mai sperimentato un bel nulla. Aspetterei invece a iscrivere all’elenco delle certezze che abbiano definitivamente pensionato le chitarre, per quanto siano ora due gli album consecutivi in cui ne fanno a meno. Trattandosi di loro, il prossimo disco potrebbe pure essere di folk medioevale a base di liuti e bouzouki. Anche splendido, perché no?

Un riassunto delle precedenti giravolte lo trovate qui. Rispetto a un disco che mi era piaciuto abbastanza (cioè tanto) da trovargli un posto fra i 15 migliori del 2012, “Mess” come da titolo incasina tutto, alza i volumi e i ritmi, accantona Radiohead e (parzialmente) Aphex Twin, Pink Floyd e krautrock a favore di sonorità che sono sostanzialmente quelle dei nomi elencati dianzi al netto di qualche aguzzamento di spigoli. Si continua a cercare ispirazione nel passato e non ho naturalmente alcunché da ridire, non essendoci nessuno che non lo faccia, ma è sfortunatamente un passato che almeno alle mie orecchie risulta irredimibile. Non mi ha convinto quasi nulla. Non gli Shamen fatti di crack invece che di ecstasy di Mask Maker, non l’Andrew Eldritch “four on the floor” di Vox Tuned D.E.D. e Pro Anti Anti, meno che mai il Trent Reznor definitivamente psicopatico di Perpetual Village. Salvo il singolo Mess On A Mission, collisione Devo/B-52’s in uno Studio 54 trasportato nel Distretto 13, e il downtempo gotico del suggello Left Speaker Blown. Troppo poco e oltretutto “Mess”, possedendolo solo in forma di file per quanto wav, manco posso rivendermelo. O farlo volare dalla finestra.

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Elbow – The Take Off And Landing Of Everything (Polydor)

Elbow - The Take Off And Landing Of Everything

Scorro gli appunti che, come al solito quando devo scrivere di un disco, ho buttato giù durante un ascolto più attento degli altri e giunto alla quarta delle dieci tracce che sfilano nell’album in studio numero sei per Guy Garvey e sodali, New York Morning, leggo “Radiohead Lies Down On Broadway”. Ecco: in tanti si sono esercitati dal 2001 in avanti a coniare definizioni a effetto per gli Elbow – da “prog senza gli assoli” alla più memorabile (sebbene musicalmente senza molto senso) di tutte: “da qualche parte fra i Supertramp e i Superchunk” – e nondimeno questa mi pare fra le più centrate. Non che ci sia granché da vantarsene, eh? Certe assonanze troppo evidenti per non notarle, una certa influenza sin troppo dichiarata – dacché “Leaders Of The Free World” occhieggiò sfacciatamente in copertina a “A Trick Of The Tail” – per non tenerla da conto. E poi c’è quella voce lì, che più il tempo passa e i dischi si accumulano e più si fa gabrieliana. Senza contare che nel suo “Scratch My Back” qualche anno fa Gabriel mostrava di ricambiare la stima coverizzandoli gli Elbow. Senza contare che “The Take Off And Landing Of Everything” è stato completato nella sala di registrazione di proprietà del quintetto ma il grosso del lavoro veniva eternato – durante due densissime settimane nell’ormai lontano dicembre 2012 – in quegli attrezzatissimi Real World Studios di proprietà (guarda un po’) dell’ex-Genesis. Prog senza assoli? Ci può stare, sì. Ma anche post-pop-rock.

Dritto al numero uno in Gran Bretagna – ma anche in Irlanda, ma anche in Belgio – e ben piazzato in varie classifiche di “Billboard”, l’album sembra destinato, se non a eguagliare il successo dei più immediati predecessori (il record di “The Seldom Seen Kid”, triplo platino nel Regno Unito, inavvicinabile giusto perché sono cambiati i tempi), quantomeno ad avvicinarlo. Sarà in tal caso una performance rimarchevole, siccome pure dopo ripetuti passaggi stenta a emergere un brano che svetti sul resto del programma e il disco si caratterizza per una certa uniformità sonica ma soprattutto emotiva: malinconico come può esserlo l’opera di chi, entrando nei fatidici “anta”, si trova inevitabilmente a tirare somme e a maggior ragione se una storia d’amore lunga e importante è stata appena archiviata. “The Take Off And Landing Of Everything” vale più della somma delle sue parti, come un film per le orecchie che tiene avvinti quanto basta a non fare accorgere che dura quasi un’ora, un paio di episodi oltre i sette minuti. Soltanto dopo davvero lunga frequentazione qualcosa prende a imprimersi nella memoria staccandosi dal resto: la canzone citata all’inizio; una My Sad Captains tanto densa quanto slanciata e dall’orchestrazione baroccheggiante; una traccia omonima che si potrebbe dire la Tomorrow Never Knows degli Elbow; il sognante suggello The Blanket Of Night, non distante da certi Portishead.

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Linda Perhacs – The Soul Of All Natural Things (Asthmatic Kitty)

Linda Perhacs - The Soul Of All Natural Things

A definire “atteso”, quarantaquattro anni dopo una meraviglia di nome “Parallelograms” che peraltro all’epoca nessuno ascoltò, il ritorno di Linda Perhacs si incorre insieme nell’understatement e in una grossolana forzatura della realtà. La verità è che per quanto, da un decennio a questa parte, il culto abbia visto ingrossarsi esponenzialmente le sue fila sempre culto resta. Fermate dieci, cento, mille persone per strada e chiedete loro di farvi il nome di una ex-igienista dentale e dieci, cento, mille ve ne diranno un altro (ogni paese ha forse quelle che si merita). La verità è che, benché i segnali in tal senso si stessero moltiplicando sin dal 2010, in pochi anche fra i più ferventi dei fedeli credevano davvero che la riapparizione a una ribalta in fondo mai calpestata sul serio avrebbe fruttato più di qualche ospitata in dischi altrui. Fuori luogo chiamare in causa un’altra celebre (si fa per dire) ritornante quale Vashti Bunyan, giacché le due vicende – artistiche, umane – sono distanti ben oltre l’oceano e il continente intero che le separano. Che di “The Soul Of All Natural Things” si stia poi parlando (mia impressione) più di quanto a suo tempo si parlò di un “Lookaftering” rimasto isolato sarà forse dovuto al fatto che la storia di Linda (la raccontavo qui) è persino più singolare di quella di Vashti. Oppure a una miseria della contemporaneità che si direbbe, se possibile, ancora più pronunciata di nove anni or sono. Si è scritto di più di questa oggi settantenne californiana nell’ultimo paio di mesi che in tutto il tempo precedente trascorso da quando “Parallelograms” passò direttamente dalle vasche delle novità a quelle delle offerte, salvo ricomparire tre decenni dopo fra le selezioni di rarità da pagare a peso d’oro.

E allora com’è il secondo album più aspettato di sempre? Già un prodigio, naturalmente, che sia uscito e converrà accostarvisi con in testa questo semplice concetto: i miracoli non si replicano. Non subito, figurarsi quasi quattro decenni e mezzo in differita. Il tempo non è trascorso senza lasciare segni. Per quanto ancora sorprendentemente giovane e fresca la voce della Perhacs non è più quella che era e se il lontano predecessore poteva venire grossomodo catalogato alla voce “acid folk”, ma resta comunque un unicum, tanto in questo disco nuovo risulta in qualche modo già ascoltato e non sempre in quel suo distante antecedente. A volere appiccicare etichette a ogni costo qui siamo più dalle parti di un dream pop depurato di ogni pur minima traccia di rumore, o ancora di più (scusate la parolaccia) di certa new age. E paradossalmente a situarlo in una territorio a rischio di banalità e noia più che la musica è una weltanschauung rimasta la stessa del ’70: alla vita Linda Perhacs si approccia tuttora con la stupefacente innocenza della ragazza che fu. Tuttavia non ci si annoia, no. Volano i quarantadue minuti che separano l’attacco incantato della traccia inaugurale e omonima dal consegnarsi al silenzio di una celestiale e ipnotica – un recitativo al centro – Song Of The Planets. In mezzo qualche mezzo miracolo c’è. L’avvolgente valzer intessuto di archi Children, una sospesa e adeguatamente caleidoscopica Prisms Of Glass, l’attacco chiesastico e i giochi di voci di When Things Are True Again. Spiace giusto – non perché sia pessima, solo che dispiega una “modernità” che quantomeno alle mie orecchie suona posticcia – una Intensity dalle atmosfere 4AD e dalle scansioni semidanzabili. Alla leggenda di Linda Perhacs “The Soul Of All Natural Things” nulla aggiunge e semmai qualcosa sottrae, ma è stato lo stesso un piacere incontrarlo e trascorrerci insieme qualche ora.

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Emozioni da poco (24): Psychedelic Furs

L’impressione è che oggi se li ricordino in pochi, ma per tre album furono grandi e a tratti grandissimi. Psichedelici mai, però.

Cheap Thrills 6

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